Pensiero
Numeri sconosciuti, nessuno più risponde al telefono: la regressione della società continua
Un giorno di una ventina d’anni fa vidi un collega, in un ufficio di Milano, lasciare squillare il telefono a vuoto. C’erano, all’epoca, i Nokia (Bill Gates non aveva ancora invaso e distrutto la Finlandia) e gli Startac Motorola – non c’erano gli iPhone, ma era possibile vedere subito il numero che ti chiamava e non rispondere.
«Che fai? Perché non rispondi?» chiesi. «Io non rispondo se non conosco il numero» mi disse secco. Era, all’epoca, una posizione inedita, estrema, ma che già potevo trovare teoricamente convincente. Bravo, limita l’accesso che il mondo ha su di te: la tua mail deve essere occultata (non parliamo, oggi, della PEC: la porta di ingresso delle querele), i tuoi dati invisibili a tutti. Si chiamava, già allora, Privacy: e lo Stato ci aveva costruito sopra leggi, articoli di giornale e strutture amministrative con chissà quanti dipendenti e un grand-commis a caso a percepire il suo megastipendio da mangiatoia.
Ora quell’idea di non rispondere agli sconosciuti non solo mi sembra profetica: è quello che sta facendo, da qualche tempo, tutta l’Italia.
Più nessuno risponde alle telefonate, a meno che la chiamata non arrivi da un numero conosciuto: è uno dei più evidenti segni della regressione a cui è sottoposta la nostra società.
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Un tempo, rammento, ricevere una telefonata da un numero sconosciuto generava curiosità, se non addirittura eccitazione. Chi chiamava aveva avuto il nostro numero e lo faceva quindi per motivi determinati: voleva parlare davvero con noi. Poteva essere la ragazza con cui ti eri scambiato il numero la sera prima, l’azienda che vuole offrirti un lavoretto, un tizio che vuole un’informazione che solo tu hai. C’era anche – altro fenomeno morto – chi sbagliava numero, ma anche quello poteva portare a cose significative: componendo male il numero mi ritrovai una volta a scambiarmi messaggi con un diplomatico all’Estero. Fu interessante.
Ora tutti noi viviamo con fastidio assoluto, se non con ansia, il bombardamento di squilli spam che ci ossessiona tutte le ore del giorno.
È una telefonica che vuole offrirci qualcosa (tanto, sono un cartello, d’accordo l’una con l’altra) nel caso migliore: ti devi subire i rumori del call center dietro, e il dubbio che non ti sta davvero chiamando chi ti dice di chiamare, ma una società che ha appaltato, dentro o fuori dal Paese: non c’è speranza di risentire quella persona, o anche solo di credere che quello che promette è quello che dice l’azienda.
Ci sono quelli che chiamavano, anche da lontano, per fare investimenti finanziari: ora invece ti usano subito la parola d’ordine è «criptovalute». L’accento è chiaramente dei Balcani. Non puoi rispondere male, perché ti richiamano con insistenza subito, e ti insultano. Se va male, lessi su un forum anni fa, continuano a tormentarti di telefonate, anche di notte, solo per sadica vendetta. A loro, stipati nel loro sozzo ufficietto in qualche luogo orrendo della terra, rovinarti la vita non costa nulla.
Oppure è un messaggio registrato, che credevamo proibiti nel nostro Paese. Si sente, per un secondo, il rumore di una sala piena di gente, poi clic parte la voce automatica. Dicono di essere di Amazon, probabilmente, pensiamo prima di riattaccare, è una truffa. Oppure, con accenti italiani diversi, ti dicono che hanno ricevuto il tuo curriculum. Non so immaginare quanto peschino, perché tanti un curriculum neanche lo hanno: tuttavia quelli che il CV lo stanno facendo circolare hanno esattamente bisogno di lavoro, e quindi immaginiamo che possano, per necessità stringente, cascarci.
Ho un amico che aveva annunciato la volontà di aderire alla via istituzionale: il mitico registro pubblico delle opposizioni. Gli chiedo, mesi dopo, se la cosa per caso ha funzionato, e non riceve più telefonate dai call center: scoppia a ridermi in faccia.
Segnalo, per completezza, anche una scoperta inquietante fatta da me medesimo, di cui non ho mai visto in giro menzione. Ad un certo punto, comincio a ricevere telefonate da numeri sconosciuti, ma dall’altra parte, se rispondo, non c’è un disco o un call center, ma una persona vera, che spesso mi dice di aver trovato sul telefonino una telefonata dal mio numero. A volte sono persone ragionevoli, a volte capita di sentire voci incomprensibili, donne immigrate che biascicano la parola «lavooroh», e via via versi sempre più allarmanti.
Arrivato ad un certo punto mi sale la paranoia: il mio numero personale è finito da qualche parte? Qualcuno (i vaccinari? Gli antibufali? Gli ucronazi? I satanisti? I cetacei?) si è vendicato di Renovatio 21 incidendo il mio recapito telefonico sulle piastrelle dei cessi degli Autogrill di mezza Italia? Così, chiamo il grande gestore di telefonìa, e dopo il solito labirinto di Intelligenza Artificiale che tenta di respingerti (l’opzione «sono oggetto di uno stalking massivo quanto misterioso» non la trovi nel menu vocale, e non è che anche volendo la macchina lo può capire) riesco infine a parlare con un essere umano.
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Di qui la scoperta: a mezza voce, con l’aria di quella che non dovrebbe nemmeno dirlo ma mi vuole aiutare, la ragazza della telefonica mi spiega che per fare le loro telefonate-spam i call center hanno un sistema per «simulare» dei numeri già esistenti. Cioè: gli spammatori, ovunque essi si trovino, ti chiamano con dei numeri che potrebbero esistere, e nel mazzo può finire il vostro. Quindi, quando qualcuno trova la chiamata richiama, ma non risponde il call center, rispondete voi.
Io rimango allibito: «c’è un modo per fare finire questa cosa?». La ragazza mi risponde, dispiaciuta: «no». L’unica possibilità è aspettare che il fenomeno cessi da solo. Lei dice che, da quello che sa, può durare «circa due settimane». Non ho idea di come abbia questo dato, ma mi rimane impressa la sua dichiarazione di impotenza, che coinvolte l’interesso colosso miliardario per cui lavora: «non possiamo farci niente. No, non c’è soluzione».
Il cittadino deve accettare, dunque, che qualcuno – forse da fuori del Paese, forse criminale – può usare il suo numero per chiamare in giro: e magari commetterci pure dei reati.
Ora capite quale follia vi sia dietro la quantità di squilli che tediano i nostri giorni.
È un fenomeno di questi anni: prima, decisamente, non era così. La recrudescenza deve essere dovuta a qualcosa: ho ipotizzato che intorno al governo attuale possa esserci qualche interesse intorno ai call center – solo così mi spiego le valvole aperte a mille, ma non voglio approfondire, lo lascio fare ai giornalisti d’inchiesta RAI che possono prendersi denunce a carico del contribuente, epperò costoro si occupano del cardinale Burke (anzi, Bark, dicono loro) e di monsignor Viganò, magari riuscendo pure a trovare il collegamento con Silvio Berlusconi, la cui sindrome non ha ancora abbandonato tanti professionisti dell’informazione a salario garantito.
Fatto sta che il danno civile c’è eccome: nessuno ti risponde più. Ti fai passare un numero per lavoro? Non ti rispondono. Chiami una persona che ti hanno detto di chiamare? Non ti risponde. Telefoni ad un cellulare aziendale trovato su internet? Squilli a vuoto.
E non si tratta solo degli sconosciuti. Provate a cambiare numero: la vostra agenda telefonica diverrà inservibile. Oppure fate che il sistema operativo del vostro telefonino abbia per qualche motivo cancellato alcuni numeri: ecco che sarete voi a non rispondere più ai vostri cari.
È osceno, è ingiusto. È la riprova della grande balla del progresso: perfino nelle piccole cose, la società sembra andare verso la regressione più becera. È così per tante cose: le strade appena costruite e le opere degli assessorati all’urbanistica aumentano il traffico invece che ridurlo, rendono i tragitti più lunghi invece che accorciarli. Spedire una lettera ora è qualcosa per cui devi prendere appuntamento in posta: ai tabaccai hanno tolto la vendita di francobolli, e le cassette postali vengono ritirate da tutti i comuni italiani. La tua nuova stampante ha il cavo ma lo puoi connettere solo una volta: poi devi usare il Wi-Fi (così i dati finiscono all’azienda produttrice), pazienza se non lo hai. Poi potremmo anche parlare del vaccino che doveva proteggerti dal COVID, ma lo hai preso lo stesso, e più volte, e pure temi ora per emboli e miocarditi – ma ci siamo capiti.
Tutto è in regressione. Il mondo moderno interno è una contrazione che se va bene infastidisce l’individuo, se va male lo stritola e lo disintegra.
Ma poi, voi cosa pensavate? Perché, nel mondo in cui all’essere umano nessuna dignità è assegnata, pensavate che si potesse avere rispetto del cittadino? Pensavate che quando si può migliorare qualcosa, lo si faccia, a beneficio di chi non merita niente, e che ammorba il pianeta con la sua presenza? Pensavate che in un mondo che da noi vuole solo la sottomissione, vogliano migliorarvi l’esistenza – o anche solo non peggiorarla?
Dietro alle telefonate fastidiose che ricevete c’è l’intero cambio di paradigma dell’individuo e dello Stato.
Potete, se volete, sperare. Fantasticare ad occhi aperti, riguardando i video dei call center assaltati dagli OMON, le squadre speciali della polizia russa. Esattamente come nel film Beekeper, solo che è realtà della Russia contemporanea.
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🇷🇺 The FSB in Moscow stopped the activities of fraudulent call centers that acted in the interests of the Armed Forces of Ukraine on the territory of the Russian Federation. pic.twitter.com/DaQROgMTjg
— Sinnaig (@Sinnaig) April 26, 2023
The Russian version of the movie “The Beekeeper”. But in real life
The FSB has shut down an entire international network of fraudulent call centers in Russia. Their daily income was $1 million. The scammers deceived about 100 thousand people from more than 50 countries.
Since… pic.twitter.com/rFPVG1jIdU— Vladi 🇷🇺🇺🇸 (@joiedevivre789) December 9, 2024
The Russian Security Services has announced that they have taken down three scam call centers in Moscow, which had defrauded people in more than 20 countries out of tens of millions of dollars. pic.twitter.com/WC4e8oqGBJ
— Breaking911 (@Breaking911) December 11, 2024
Lì ad un certo punto, per le telefonate moleste, Putin ha fatto qualcosa, e protetto il suo popolo.
Qui invece abbiamo Giorgia e La Russa, più Mattarella. E la vostra attenzione – che è sacra, che il cuore della vostra produttività – interrotta continuamente da persone che vogliono, legalmente o illegalmente, solo i vostri soldi, e forse la vostra rovina.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
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Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
Essere genitori
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