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21 nuovi cardinali creati da Papa Francesco in Vaticano

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Bergoglio ha presieduto oggi un concistoro per la creazione di 21 nuovi cardinali per la Chiesa, un gruppo eterogeneo di cardinali provenienti dagli angoli più remoti del mondo e molti dei quali sono noti per la loro favore nei confronti delle questioni LGBT. Lo riporta LifeSite.

 

Il 7 dicembre, il Francesco ha aggiunto una nuova schiera di membri al Collegio cardinalizio, consolidando saldamente la predominanza delle sue scelte nel Collegio cardinalizio.

 

Il concistoro, annunciato il 6 ottobre all’inizio della sessione finale del Sinodo sulla sinodalità, è composto da 20 nuovi cardinali elettori – coloro che hanno meno di 80 anni – e da uno già troppo anziano per votare, il cardinale Angelo Acerbi, nunzio apostolico emerito.

 

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Secondo le statistiche del Vaticano – dove curiosamente mancano due elettori: i cardinali Oswald Gracias e Christoph Schonborn –, questo concistoro serve a consolidare il predominio dei cardinali nominati da Francesco nel collegio. Ora ci sono 255 cardinali, di cui 142 possono votare.

 

Entro la fine del 2024, con i nuovi cardinali e altri due che raggiungono l’età avanzata (hanno raggiunto l’80° compleanno e sono troppo anziani per votare in un conclave papale), Francesco avrà creato 111 dei 140 aventi diritto al voto.

 

Di questi 111, Benedetto XVI ne ha nominati 24 e Giovanni Paolo II ne ha nominati 6.

 

Tra le nuove scelte di Francesco ci sono prelati con sede in Giappone, Australia, Argentina, Perù, Ecuador, Cile, Brasile, Indonesia, Algeria, Costa d’Avorio e Italia.

 

Forse uno dei nomi più noti tra i nuovi cardinali è quello del sacerdote domenicano padre Timothy Radcliffe; ex maestro dell’Ordine domenicano dal 1992 al 2001, il suo nome è probabilmente più noto per la sua promozione delle questioni LGBT e per il suo ruolo chiave nel recente Sinodo sulla sinodalità.

 


L’elenco completo:

Arcivescovo Angelo Acerbi: Nunzio Apostolico emerito e l’unico troppo anziano per votare in conclave.

Arcivescovo Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio: arcivescovo di Lima, Perù.

Mons. Vicente Bokalic Iglic CM: Arcivescovo di Santiago del Estero, Primate dell’Argentina.

Arcivescovo Luis Gerardo Cabrera Herrera, OFM: arcivescovo di Guayaquil, Ecuador.

Mons. Fernando Natalio Chomali Garib: arcivescovo di Santiago del Cile (Cile).

Mons. Tarcisio Isao Kikuchi, SVD: arcivescovo di Tokyo.

Vescovo Pablo Virgilio Siongco David: vescovo di Kalookan, Filippine.

Mons. Ladislav Nemet SVD: Arcivescovo di Belgrado – Smederevo, Serbia.

Arcivescovo Jaime Spengler OFM: arcivescovo di Porto Alegre, Brasile.

Arcivescovo Ignace Bessi Dogbo: arcivescovo di Abidjan, Costa d’Avorio.

Mons. Jean-Paul Vesco OP: arcivescovo di Algeri, Algeria.

Vescovo Mons. Paskalis Bruno Syukur OFM: vescovo di Bogor, Indonesia.

Mons. Dominique Joseph Mathieu, OFMConv.: arcivescovo di Teheran Ispahan, Iran.

Arcivescovo Roberto Repole: arcivescovo di Torino.

Mons. Baldassarre Reina: vescovo ausiliare di Roma, già Vicegerente e, da oggi, Vicario generale per la Diocesi di Roma.

Arcivescovo Francis Leo, arcivescovo di Toronto.

Vescovo Mons. Rolandas Makrickas: Arciprete Coadiutore della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore.

Mons. Mykola Bychok, CSR: bescovo dell’Eparchia dei Santi Pietro e Paolo di Melbourne degli Ucraini.

Padre Timothy Peter Joseph Radcliffe, OP.

Padre Fabio Baggio, CS: sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

Mons. George Jacob Koovakad: funzionario del Segretario di Stato, responsabile dei Viaggi

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Salito al soglio pontificio nel marzo 2013, Francesco ha tenuto 10 concistori in quel periodo e ha creato 149 cardinali (elettori e non elettori), apportando così un cambiamento significativo al collegio dei cardinali. Benedetto XVI ha creato 90 cardinali nei suoi cinque concistori.

 

Per ciascuno dei suoi 10 concistori, Francesco ha superato il limite di 120 cardinali votanti, limite stabilito dal documento Universi Dominici Gregis di Papa Giovanni Paolo II, cosa che Benedetto ha fatto in 2 occasioni e Giovanni Paolo II in 4 occasioni.

 

Rivolgendosi ai cardinali prima della loro investitura, Francesco li ha esortati a «essere costruttori di comunione e unità».

 

Il Bergoglio, visibilmente molto ferito sul viso dopo aver sbattuto il mento contro un comodino, ha citato Papa Paolo VI per dire che «è nostro desiderio che tutti si sentano a casa nella famiglia ecclesiale, che non ci siano esclusioni o isolamenti, che si dimostrano così dannosi per la nostra unità nella carità, o tentativi di far prevalere alcuni a scapito di altri… Dobbiamo lavorare, pregare, soffrire e lottare per dare testimonianza di Cristo Risorto».

 

Il famoso abito rosso scarlatto che i cardinali ricevono è un simbolo del loro dovere di versare il loro sangue per la fede cattolica, con la liturgia che nota che i cardinali «dovranno essere intrepidi testimoni di Cristo e del suo Vangelo nella Città di Roma e nelle regioni più lontane». La preghiera pronunciata mentre ricevono la berretta scarlatta «come segno della dignità del Cardinalato, a significare che dovete essere pronti a comportarvi con fortezza, fino all’effusione del sangue, per l’incremento della fede cristiana, per la pace e la tranquillità del popolo di Dio e per la libertà e la diffusione della Santa Romana Chiesa».

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Inginocchiati uno alla volta davanti al Papa, i nuovi cardinali hanno ricevuto da lui lo zucchetto, seguito dalla berretta, prima di accettare l’anello cardinalizio e l’incarico di una chiesa a Roma, come è consuetudine per ogni cardinale.

 

I cardinali recitano all’unisono il Credo e giurano per nome di «rimanere, da ora e per sempre finché avrò vita, fedele a Cristo e al suo Vangelo, costantemente obbediente alla Santa Apostolica Chiesa Romana, al Beato Pietro nella persona del Sommo Pontefice e dei suoi successori canonicamente eletti».

 

Il loro giuramento continua così: «conservare sempre con le parole e con le opere la comunione con la Chiesa cattolica; di non manifestare ad alcuno quanto mi sarà stato affidato da custodire e la cui rivelazione potrebbe arrecare danno o disonore alla Santa Chiesa; di svolgere con grande diligenza e fedeltà i compiti ai quali sono chiamato nel mio servizio alla Chiesa, secondo le norme del diritto. Così mi aiuti Dio onnipotente».

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Libano: di fronte all’escalation del conflitto, i patriarchi lanciano l’allarme

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Riunita in sessione d’urgenza presso la sede patriarcale di Bkerké, mentre le truppe israeliane bombardano gli Hezbollah filo-iraniani nella periferia sud di Beirut, l’Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in Libano (APECL) ha appena rilasciato una dichiarazione solenne: un appello per la sopravvivenza del Paese.   Di fronte a un’escalation senza precedenti del conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran e le sue milizie satelliti, i leader delle diverse Chiese cattoliche presenti in Libano hanno deciso di rompere il silenzio.

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Prevenire la conflagrazione totale

Il testo, firmato il 5 marzo 2026 dai quattro Grandi Patriarchi – il cardinale maronita Béchara Boutros Raï, il patriarca melchita Youssef Absi, il patriarca siriaco Ignatius Joseph III Jonas e il patriarca armeno Raphael Benit XXI – denuncia fermamente la logica della forza che sembra prevalere su quella del diritto. «La giustizia è la via sicura per una pace stabile e duratura», insiste il documento.   Per i vescovi, il Libano non deve tornare a essere un campo di battaglia per potenze straniere. Invitano le autorità libanesi e la comunità internazionale a compiere ogni sforzo per impedire una conflagrazione totale, ribadendo che la tutela della dignità umana deve avere la precedenza su tutte le considerazioni geopolitiche.   Questa presa di posizione avviene in un clima di estrema tensione. I vescovi sottolineano i «blocchi interni» e le «influenze esterne» che stanno soffocando il Paese, già indebolito da anni di crisi finanziaria. Esortano i leader politici a superare le divisioni per garantire l’unità nazionale, unico scudo contro la minaccia del collasso.  

Solidarietà con gli sfollati libanesi

Uno dei punti chiave della dichiarazione riguarda la crisi umanitaria dei civili sfollati a causa dei recenti bombardamenti a sud di Beirut. Per i presuli, accogliere questi «fratelli e sorelle sfollati» è essenziale affinché «la testimonianza dell’amore resti più forte della logica della violenza», sottolinea il testo.  

Sulle orme di Papa Leone XIV

Questo appello fa seguito alla storica visita di papa Leone XIV in Libano lo scorso dicembre. Durante la sua visita ad Harissa nel 2025, il Santo Padre esortò i libanesi a non cedere alla disperazione e a rimanere nella loro patria. Questa nuova dichiarazione dei vescovi rafforza questo messaggio, aggiungendo al contempo una dimensione di urgenti preoccupazioni per la sicurezza.   Il testo si conclude con questa preghiera: «Mettiamo il Libano, la nostra regione e il mondo intero sotto la protezione della Provvidenza, chiedendo a Dio di concedere al nostro mondo travagliato una pace giusta e duratura, di condurre i cuori alla riconciliazione e di confermare i passi del nostro popolo libanese sui sentieri della fraternità e dell’armonia in uno spirito di sincero patriottismo, per intercessione della Vergine Maria, Regina della Pace».

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Supporto internazionale praticamente assente

Mentre il Libano attraversa una delle fasi più critiche della sua storia moderna, la voce della Chiesa rimane uno dei pochi pilastri di stabilità in un paese dilaniato dalla corruzione e le cui autorità non sono state in grado di disarmare gli Hezbollah filo-iraniani, ricevendo scarso aiuto in questa impresa dall’Occidente, in particolare dalla Francia, il cui sostegno è ben lungi dai legami secolari che uniscono i due Paesi.   Ma non c’è dubbio che questa terra profondamente cristiana, un tempo conosciuta come la Francia del Levante, troverà i mezzi per rialzarsi da questa dura prova, mentre la Francia dell’Occidente, l’Esagono, fa onore al suo nome, apparendo ben lontana da qualsiasi risveglio religioso, morale o politico.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Kocsis Fülöp, Hajdúdorogi Főegyházmegye via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
     
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Mons. Schneider afferma che la scomunica della FSSPX sarebbe invalida

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Il vescovo Athanasius Schneider ha dichiarato che qualsiasi scomunica eventualmente imposta alla Fraternità San Pio X in relazione alle sue programmate consacrazioni episcopali non sarebbe valida secondo il diritto canonico. Lo riporta LifeSite.

 

Monsignor Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ed ex visitatore apostolico della Santa Sede presso la Fraternità San Pio X, ha affermato lunedì che un’eventuale scomunica della Fraternità a seguito delle consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio risulterebbe invalida, poiché la dirigenza della FSSPX non ha intenzione di compiere un atto scismatico.

 

«Penso che, se la scomunica venisse applicata, sarebbe in qualche modo non valida perché non c’è alcuna intenzione di compiere un atto scismatico da parte della Fraternità San Pio X, e non si può essere puniti quando non si ha l’intenzione di farlo, secondo il diritto canonico», ha detto Schneider.

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Le osservazioni di Schneider sono state espresse durante un recente incontro privato della Confraternita di Nostra Signora di Fatima. I commenti sono stati in seguito pubblicati dal vaticanista Michael Haynes con il permesso del vescovo.

 

Secondo il prelato kazako, l’elemento decisivo per valutare la situazione canonica delle consacrazioni previste riguarda l’intenzione dei vescovi coinvolti. «Non c’è alcuna intenzione da parte dei vertici della FSSPX di separarsi da Roma», ha affermato Schneider.

 

A suo parere, un’approvazione papale potrebbe favorire una maggiore collaborazione tra la Società e il resto della Chiesa e facilitare le discussioni teologiche sulle questioni dottrinali emerse negli ultimi decenni.

 

Schneider ha anche commentato la partecipazione dei fedeli alle liturgie della FSSPX. Ha rilevato che le Messe della Fraternità includono preghiere per il Papa e per il vescovo ordinario locale, presentandolo come prova del fatto che la Fraternità continua a riconoscere l’autorità della Santa Sede.

 

«Durante la Messa pregano per il papa», ha detto Schneider. «Se non pregassero per il Papa, allora non dovrebbero partecipare, ma pregano sempre per il Papa, e persino per il vescovo locale dove si celebra la Messa».

 

Nei commenti scritti inviati via e-mail a Haynes, Schneider ha inoltre sostenuto che alcuni alti prelati si oppongono con forza all’integrazione della Società nella vita più ampia della Chiesa.

 

«Non è un segreto che ai nostri giorni ci siano membri del clero di alto rango molto influenti, che semplicemente odiano tutto ciò che è autentica tradizione cattolica nella dottrina e nella liturgia», ha scritto, e queste persone «sarebbero felici se la FSSPX potesse essere semplicemente scomunicata, mentre allo stesso tempo mostrano la massima tolleranza possibile verso tutto ciò che è ambiguo ed eretico nella dottrina e nella liturgia, come nel caso del cosiddetto Cammino sinodale tedesco».

 

Monsignor Schneider ha sottolineato che per i cardinali e i vescovi neo-modernisti attualmente al potere – che, a suo avviso, sostengono «sacrilegi ed eresie» – anche una «minima integrazione ecclesiale della FSSPX sarebbe inaccettabile», poiché sono «codardi collaboratori dell’agenda delle élite ideologiche mondiali». Qualsiasi accordo con la Fraternità, ha sostenuto, «smaschererebbe il loro tradimento di Cristo e alimenterebbe una riconquista della vera cattolicità nella vita della Chiesa ai nostri giorni».

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La FSSPX ha giustificato le consacrazioni previste invocando l’attuale stato di emergenza nella Chiesa. Padre Gerald Murray ha di recente contestato tale argomentazione, sostenendo che l’esistenza di altre comunità sacerdotali che celebrano la Messa tradizionale latina implica che tale stato di emergenza non sussista più.

 

Monsignor Schneider ha respinto tale valutazione. «Siamo ancora in una situazione di emergenza e di crisi straordinaria nella Chiesa», ha affermato, «dove purtroppo anche a Roma – Roma promuove ancora in qualche modo questa tendenza al modernismo, al relativismo e alla mancanza di chiarezza, e questa è la situazione».

 

Monsignor Schneider ha avuto un coinvolgimento diretto con la Società in passato, avendo ricoperto il ruolo di Visitatore Apostolico ufficiale della Santa Sede presso i due seminari della FSSPX a Ecône (Svizzera) e Zaitzkofen (Germania) durante il pontificato di Papa Francesco nel 2015. La sua esperienza in tale ruolo lo ha reso uno dei vescovi più competenti riguardo alla vita interna della Fraternità.

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Papa Leone incontra i professori che hanno scoperto che i cattolici della messa in latino non sono «scismatici»

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Giovedì Papa Leone XIV ha incontrato in udienza privata i professori Stephen Bullivant e Stephen Cranney, due eminenti sociologi che hanno pubblicato uno studio dimostrante come la stragrande maggioranza dei fedeli che partecipano alla Messa in rito antico (la cosiddetta «Messa in Latino») accetti l’insegnamento cattolico e il Concilio Vaticano II.   Papa Leone XIV ha ricevuto Bullivant, che frequenta la Messa in latino, e Cranney durante un’udienza del 5 marzo, secondo il bollettino quotidiano del Vaticano, anche se non si conosce il contenuto della discussione. I due professori hanno collaborato al libro di prossima uscita Trads: Latin Mass Catholics in the United States, previsto per novembre 2026, e nel 2024 hanno pubblicato uno studio preparatorio che evidenzia come la maggioranza dei cattolici devoti alla Messa antica accetti sia la dottrina della Chiesa sia il Concilio Vaticano II.   L’incontro avviene mentre il 267° pontefice invia segnali contrastanti sulla possibilità di allentare le restrizioni alla Messa tridentina imposte dal motu proprio Traditionis Custodes (2021) del predecessore papa Francesco.

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Lo studio del 2024 di Cranney e Bullivant ha cercato dati empirici per verificare se la «comunità TLM» fosse un «focolaio scismatico di atteggiamenti negativi nei confronti del Vaticano II», come sostenuto da Papa Francesco nella Traditionis Custodes. I risultati mostrano che il 49% degli intervistati si è dichiarato «d’accordo» o «fortemente d’accordo» sull’accettazione degli insegnamenti del Vaticano II, contro solo l’11% in «disaccordo» o «forte disaccordo».   Lo studio rileva inoltre un’alta ortodossia dottrinale: solo il 2% nega la presenza reale nell’Eucaristia, a fronte di oltre la metà dei cattolici americani secondo alcuni sondaggi. Non sono stati intervistati i fedeli delle cappelle della Fraternità San Pio X (FSSPX), motivando che sono numericamente inferiori alle chiese diocesane che offrono la Messa in latino.   L’udienza è significativa poiché il pontefice americano non ha ancora deciso sul futuro della Messa tridentina. Da un lato, lo scorso autunno ha autorizzato il cardinale Raimondo Leone Burke a celebrare una Messa in latino nella Basilica di San Pietro per il pellegrinaggio Summorum Pontificum 2025 (dopo i divieti degli anni precedenti), ha concesso proroghe biennali a due missioni diocesane a Cleveland e a una parrocchia in Texas, e ha incontrato più volte sostenitori della Messa tridentina, tra cui il vescovo Athanasius Schneider, il cardinale Burke e il cardinale Robert Sarah. Ha anche lodato la riverenza liturgica e menzionato conversioni di giovani grazie alla Messa in latino.   Il Vaticano di Leone XIV si è mostrato ostile alla FSSPX dopo l’annuncio di luglio sulle nuove consacrazioni episcopali. A febbraio, durante un’udienza tra il cardinale Victor Manuel Fernandez e padre Davide Pagliarani, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede ha proposto un dialogo su temi controversi (inclusa la vincolatività del Vaticano II), ma subordinandolo alla sospensione delle consacrazioni, minacciando altrimenti lo scisma.   Don agliarani ha annunciato che le consacrazioni procederanno come previsto, aggiungendo di aver lui stesso richiesto il dialogo nel 2019, «quando ho suggerito una discussione in un momento di calma e pace, senza pressioni o minacce di una possibile scomunica, che avrebbero minato il libero dialogo, come purtroppo accade oggi».   Il problema concreto della Chiesa cattolica, tuttavia, rimane proprio il Concilio, che tanti fedeli vogliono minimizzare per il loro quieto vivere.   Come riportato da Renovatio 21, monsignor Viganò ha criticato i cardinali conservatori dicendo che si tratta di un’opposizione controllata del papato modernista.

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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