Economia
Sciopero dei lavoratori portuali, shock per l’economia USA: fino a 4,5 miliardi di dollari di danno al giorno
Circa 45.000 lavoratori portuali rappresentati dall’International Longshoremen’s Association (ILA) hanno scioperato oggi nei porti dal Maine al Texas, i cui interessi sono rappresentati dalla United States Maritime Alliance (USMX).
Questa è la prima azione portuale di massa che hanno intrapreso dal 1977 e i 14 porti interessati sono tra i più trafficati della nazione: Boston, New York/New Jersey, Philadelphia, Baltimora, Norfolk, Wilmington, Charleston, Savannah, Jacksonville, Miami, Tampa, Mobile, New Orleans e Houston.
Circa 2 miliardi di dollari di merci fluiscono attraverso quei porti ogni giorno, secondo CBS News today.
I lavoratori portuali sono andati in sciopero anche il 30 settembre a Montreal e i lavoratori del terminal del grano del porto di Vancouver, in Canada, sono andati in sciopero il 24 settembre.
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Un grande shock è destinato a tutti i settori dell’economia statunitense dipendente dalle importazioni, dalle forniture mediche all’acciaio. I rivenditori e i produttori in preda al panico, da Walmart e Target a Caterpillar e General Motors, stanno sollecitando il presidente Biden a intervenire, ma Biden insiste sul fatto che il processo di contrattazione collettiva dovrebbe svolgersi da solo, senza interferenze da parte del governo federale.
Le due parti sono ai ferri corti. L’ILA chiede un aumento salariale del 77% in sei anni come base di partenza per avviare le negoziazioni; la controfferta di USMX si basava su un aumento salariale del 50% (rispetto al 40% iniziale) con un certo miglioramento dei benefit.
Gruppi commerciali, rivenditori e altri si stanno affannando per trovare mezzi di trasporto o rotte alternative per evitare interruzioni nelle consegne di merci. Alcuni stanno ricorrendo al trasporto aereo, anche se il costo è più elevato, per non rischiare che i prodotti, in particolare gli alimenti deperibili, rimangano bloccati o marciscano in mare.
Il Wall Street Journal ha citato oggi gli analisti azionari di J.P. Morgan, i quali prevedono che uno sciopero potrebbe costare all’economia statunitense tra 3,8 e 4,5 miliardi di dollari al giorno, anche se una parte di questa cifra potrebbe essere recuperata se lo sciopero venisse risolto rapidamente.
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Immagine di US Department of Labor via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Economia
L’AD dice che la Mercedes-Benz è «disposta» a entrare nel settore della produzione per la difesa
Mercedes-Benz sta considerando l’ipotesi di entrare nel settore della produzione per la difesa, nel caso in cui ciò si dimostrasse economicamente conveniente. Lo ha affermato l’amministratore delegato Ola Kallenius al Wall Street Journal.
L’azienda con sede a Stoccarda produceva in passato materiale bellico su vasta scala, prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1937 cominciò a fornire camion e motori per aerei ai nazisti.
Dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nel 1941, tutti i veicoli realizzati da Mercedes-Benz vennero destinati all’esercito o ad aziende ritenute essenziali per lo sforzo bellico. In quel periodo, quasi la metà dei 63.000 dipendenti della casa automobilistica erano lavoratori forzati, prigionieri di guerra e detenuti dei campi di concentramento, secondo quanto riportato sul sito ufficiale di Mercedes-Benz.
Adolfo Hitler e i vertici nazisti scelsero Mercedes-Benz come simbolo supremo del potere e della propaganda del Terzo Reich. Il dittatore, pur non guidando personalmente, utilizzò modelli mastodontici come la Mercedes 770K (chiamata «Großer Mercedes») per le sfilate di regime.
Tali veicoli erano vere e proprie fortezze su ruote: lunghi 6 metri, pesavano quasi 5 tonnellate a causa di pesanti blindature in acciaio, pavimenti antimina e vetri antiproiettile spessi 40 millimetri. Per le parate pubbliche, lo Hitler esigeva sedili posteriori rialzati di 13 centimetri. Questo accorgimento visivo lo faceva apparire dominante rispetto alla folla, trasformando l’automobile in un’arma di sottomissione psicologica.
Nell’intervista concessa venerdì al Wall Street Journal, il Kallenius ha sottolineato che «il mondo è diventato un luogo più imprevedibile e credo sia assolutamente chiaro che l’Europa debba rafforzare il proprio profilo di difesa. Se potessimo svolgere un ruolo positivo in tal senso, saremmo disposti a farlo».
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Secondo l’amministratore delegato, le attività nel settore della difesa rappresenterebbero probabilmente «una quota minore» del business di Mercedes-Benz, che continuerebbe a concentrarsi sulla produzione di automobili civili.
Tuttavia, ha indicato che la produzione per la difesa potrebbe trasformarsi in «una nicchia in crescita» capace di aumentare i profitti dell’azienda. «Vedremo», ha aggiunto Kallenius.
La Germania e altri Paesi dell’UE hanno intensificato negli ultimi anni la spesa militare e gli acquisti nel settore della difesa, con Bruxelles che ha invitato gli Stati membri a espandere la produzione di armamenti e a diminuire la dipendenza dalle forniture militari statunitensi.
La spinta al riarmo giunge in un momento in cui l’industria tedesca affronta una crescita debole, costi energetici elevati e una competitività in calo, inducendo alcuni produttori a valutare i contratti di difesa come nuova fonte di reddito.
A febbraio, Mercedes-Benz ha annunciato un calo del 57% degli utili nel 2025 rispetto all’anno precedente, mentre le case automobilistiche europee continuano a soffrire per l’aumento dei costi di produzione dovuto ai rincari energetici, alle interruzioni delle catene di approvvigionamento, alle pressioni normative e alla concorrenza cinese.
A marzo, il Financial Times ha riferito che un’altra casa automobilistica tedesca, la Volkswagen, era in trattative con l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems per convertire lo stabilimento in difficoltà di Osnabrück alla produzione di missili antiaerei. Un portavoce della VW ha smentito la notizia.
Nel 2022, l’allora cancelliere Olaffo Scholz aveva presentato un piano di modernizzazione militare da 100 miliardi di euro per le forze armate tedesche. Il mese scorso, la rivista germanica Der Spiegel ha riportato che da allora il ministero della Difesa di Berlino ha firmato circa 47.000 contratti di appalto.
Come riportato da Renovatio 21, Tesla negli scorsi mesi ha superato Mercedes nelle vendite.
Il piano di riarmo europeo sembra, di fatto, la riconversione dell’industria automobilistica tedesca – che versava da anni in crisi strutturale – in industria militare.
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Immagine di Wolfmann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Economia
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