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Ipotesi di nullità canonica dell’elezione di Bergoglio

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Renovatio 21 riprende dal sito di Aldo Maria Valli Duc in Altum questa lettera vergata da, scrive il vaticanista, «un sacerdote, un religioso, che si firma “Un cacciatore di cinghiali nella vigna del Signore” e spiega: “Non metto la mia firma perché vorrei che l’attenzione si concentrasse non sulla mia identità, ma sulle cose dette”». La riflessione segue quella che sul tema ha svolto recentemente l’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Carissimo Valli, le chiedo di seguirmi con pazienza in questo tentativo di inquadrare un problema che, ormai da anni, ci sta avvelenando la vita.

 

1) «Ma questo papa è veramente papa?»

Più passa il tempo e più all’interno della Chiesa cattolica cresce la confusione e la contrapposizione a tutti i livelli: laici, preti, vescovi e cardinali… E ciò, non solo su singoli aspetti dottrinali, morali, liturgici e disciplinari…, ma anche nei confronti della stessa persona di Jorge Mario Bergoglio, alias Francesco.

 

Sì, perché al termine di ogni ragionamento privato e di ogni confronto pubblico sulla Chiesa, riemerge sempre la stessa domanda: «Ma questo papa è veramente papa?». Egli cioè occupa quel trono in modo legittimo, oppure in modo illegittimo? E la domanda è quanto mai pertinente perché, se ci sono mille motivi per considerarlo legittimo, ce ne sono almeno altri mille per considerarlo illegittimo.

 

Ora, se dopo dieci anni che Bergoglio indossa quel vestito bianco, noi stiamo ancora a discutere sempre più animatamente su questo tema, forse ciò significa una cosa sola: che, oggi come oggi, nessuno di noi – semplici laici e preti, ma anche singoli vescovi e cardinali – è in grado di chiarire in modo inconfutabile e definitivo né che Bergoglio è un papa effettivo, né che Bergoglio è un papa abusivo. Perché, se la cosa fosse pacifica e scontata, non ci sarebbe motivo per avere un simile dubbio.

 

Questa situazione paradossale, però, non ci impedisce – anzi ci impone – di farci una nostra idea personale il più possibile argomentata, così da non cedere passivamente, né controbattere aspramente, alle posizioni di chi non la pensa come noi.

 

Esaminiamo dunque le due possibili soluzioni al grande dilemma, precisando ancora che qui non siamo nel campo delle dimostrazioni matematiche, né in quello delle sentenze definitive, ma in quello delle semplici ipotesi canoniche.

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2) Bergoglio sarebbe un papa legittimo

Questa tesi è certamente più comoda sul piano pratico, ma sta diventando sempre meno sostenibile sul piano logico.

 

Bergoglio infatti già occupa de facto quel trono (e dopo la scomparsa di Benedetto XVI, non c’è più nessuno che glielo contende); ed è riconosciuto apertamente come sommo pontefice dalle principali istituzioni sociali, politiche e religiose del mondo, e – forse – anche dalla maggioranza di quanti si dicono cattolici. Egli perciò non può essere scalzato dal posto che occupa, senza con ciò stesso produrre un autentico terremoto ecclesiale, con susseguente pericolo di spaccatura e di scisma.

 

Qui però sorgono alcune domande ormai ineludibili, alle quali dovrebbero rispondere soprattutto coloro che, da una parte, si dicono convinti della regolarità della sua elezione e, dall’altra, denunciano sempre più convintamente il carattere confuso e ambiguo – se non addirittura eretico – dell’intero suo pontificato.

 

Queste dunque le domande:

 

  • Se Bergoglio è un papa voluto o almeno permesso dal Signore, perché a volte si ha l’impressione che egli non disponga neppure di un minimo di grazia di stato o di unzione spirituale, per svolgere positivamente la sua missione?

 

  • Perché non solo non conferma nella fede i suoi fratelli, ma in modo sempre più ampio e devastante li amareggia e li getta nella confusione e nello sconcerto, diventando lui stesso il tema più spinoso e divisivo all’interno della Chiesa?

 

  • Perché non vacilla soltanto su singoli punti teorici o pratici della fede, ma arriva a imporre con stile sempre più dispotico una vera rivoluzione anti-cattolica, una sorta di nuova Rivoluzione di ottobre, camuffata furbescamente con il nome di Chiesa sinodale e portata avanti, per l’appunto, con i Sinodi di ottobre?

 

  • E quindi: che senso ha riconoscere la sostanziale validità della sua elezione, e poi vedersi obbligati a rintuzzare tutti i giorni e con toni sempre più amareggiati le sue continue e crescenti ambiguità, sfocianti in vere e proprie eresie? Infatti, se egli è un papa legittimo, bisognerebbe scusarlo, proteggerlo e interpretarlo nel modo più benevolo possibile (come si farebbe con un proprio genitore che, per età o malattia, cominciasse a perdere il ben dell’intelletto).

 

  • E inoltre: che senso ha – come effetto collaterale della presunta legittimità della sua elezione – dover accusare severamente il povero Benedetto XVI di essere lui, in ultima analisi, il vero responsabile di tutto ciò che è accaduto dalla sua rinuncia in poi, trasformandolo così da probabile vittima in carnefice?

 

Sul piano logico pertanto non mi sembra che questa prima tesi sia molto lineare, proprio in considerazione della carica distruttiva che questo pontificato sta esercitando nei confronti della Chiesa cattolica nel suo insieme; carica distruttiva che è paragonabile alla terribile scossa di terremoto che il 30 ottobre 2016 distrusse a Norcia la basilica di San Benedetto, lasciandone in piedi soltanto una facciata traballante.

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3) Bergoglio sarebbe un papa illegittimo

 Questa tesi è certamente più problematica e destabilizzante sul piano pratico, ma sembra molto più illuminante e risolutiva sul piano logico.

 

Come già detto, il punto di partenza che costringe a sviluppare anche questa ipotesi è la completa assurdità della situazione che si è venuta a creare nella Chiesa cattolica in questi ultimi tempi, situazione che forse non ha precedenti in duemila anni di storia: colui che dovrebbe essere il Vicario di Cristo in terra, arriva ad essere – come direbbero alcuni – un vero e proprio inimicus Ecclesiae, cioè uno che lega tutto ciò che dovrebbe essere sciolto, e scioglie tutto ciò che dovrebbe essere legato.

 

Questi dunque i possibili capi di nullità – tutti molto gravi e anche cumulabili tra di loro – per i quali Jorge Mario Bergoglio, alias Francesco, un giorno potrebbe essere dichiarato ufficialmente e definitivamente come un papa che non è mai esistito:

 

A. La rinuncia forzata di Papa Benedetto XVI nel febbraio 2013 (cf. CIC, cann. 188; 332, § 2), situazione che poi l’ha spinto per quasi dieci anni a quei comportamenti e distinguo piuttosto atipici che tutti conosciamo (nome, abito, residenza, esercizio attivo e contemplativo, ecc.). Come non ricordare qui: il bombardamento continuo da parte dei principali mass media contro di lui, a causa degli scandali sessuali del clero un po’ ovunque nel mondo; l’esclusione, nei giorni della rinuncia, della Banca vaticana dal circuito bancario internazionale swift; quel «vociare assassino» di cui il papa emerito ha poi parlato in una sua intervista, riferendosi agli ambienti tedeschi che più lo osteggiavano; e la condizione in cui si trova qualche prelato ancora vivente, che ha vissuto da vicino quei fatti e che forse non parla per timore di ritorsioni disciplinari?

 

B. L’applicazione al conclave del 2013 di due canoni invalidanti del diritto canonico matrimoniale: l’inganno doloso (cf. CIC, can. 1098) e il vizio o difetto di consenso (CIC, can. 1101). Questa doppia ipotesi di nullità (formulata in modo geniale qualche tempo fa da Mons. Carlo Maria Viganò e applicata al suddetto conclave per analogia) starebbe a significare che in quella occasione il cardinale Bergoglio avrebbe volutamente ingannato almeno una parte dei suoi elettori (= dolo), simulando ai loro occhi un corretto proposito pastorale che invece egli escludeva lucidamente e con positivo atto di volontà (= vizio di consenso), avendo già in mente di realizzare un vero e proprio piano rivoluzionario ai danni della Chiesa cattolica, come poi di fatto è avvenuto. Ora, se queste disposizioni giuridiche sono in grado di rendere nullo un matrimonio canonico, perché non dovrebbero vanificare anche l’atto con cui Bergoglio ha accettato l’avvenuta elezione pontificia, la quale – con tanto di anello al dito – lo legava con nuovo vincolo sponsale alla Chiesa di Roma e a tutta la Chiesa universale? Può essere Vicario terreno dello Sposo celeste chi, fin dall’inizio, ha intenzioni opposte alle sue?

 

Ci sarebbe poi anche l’accusa esplicita di eresia – se non addirittura di apostasia (cf. CIC, can. 751) –, la quale emerge in particolare: dai dubia cardinalizi presentati nel 2016 e 2023; dai vari interventi dottrinali che il cardinale Müller ha realizzato dal 2017 in poi; come pure dai programmi legati al Sinodo sulla sinodalità del 2023-2024 (cf. l’apposito Instrumentum laboris del 2023); eresia che, quando incide su terzi (cf. CIC, can. 1330), produce una scomunica latae sententiae, cioè automatica o immediata (cf. CIC, can. 1364, § 1); (1) e che – secondo alcuni teologi e canonisti come il cardinale San Roberto Bellarmino –, quando riguarda un papa ed è evidente e notoria, produrrebbe ipso facto anche una sorta di «auto-deposizione» del papa medesimo.

 

Se l’ipotesi di eresia notoria o manifesta – che come sappiamo non dispone ancora di una procedura canonica chiara e ufficiale – può applicarsi a un papa realmente tale (cioè valido), nel tentativo di limitarne i danni e spingerlo gradualmente a farsi da parte senza compromettere la stabilità e l’unità della Chiesa…, tale ipotesi acquista un valore semplicemente aggiuntivo o dimostrativo nel caso di un papa che, fin dal primo istante della sua elezione, è del tutto illegittimo (cioè invalido).

 

In altre parole: nel caso di Bergoglio, la progressiva presa di coscienza delle sue molteplici eresie potrebbe servire come un punto di partenza o come una prova del nove, rispetto ai diversi capi di nullità sopra indicati: a) rinuncia forzata di Benedetto XVI; b) inganno doloso e consenso difettoso dello stesso Bergoglio. (2)

 

4. «E tu che ne pensi?».

Se, dopo questa spiegazione, qualcuno mi domandasse: «E tu che ne pensi?», io risponderei: «Dovendo scegliere – e più passa il tempo, più si impone una scelta di campo –, a me sembra più logica e risolutiva l’ipotesi della nullità».

 

Infatti, se Bergoglio fosse un papa legittimo, in seguito – quando il Signore avrà ripreso in mano le sorti della sua Chiesa (perché prima o poi Lui interverrà!) – ci dovrà essere un futuro papa cattolico che si metta a ricercare e condannare ogni singola ambiguità, inesattezza o eresia che lo stesso Bergoglio ha disseminato a voce e per iscritto nel corso di tutti questi anni. Un lavoro veramente proibitivo!

 

Se invece si riuscisse a dimostrare che egli era semplicemente illegittimo, il suo nome pontificio e il suo magistero romano sparirebbero dalla faccia della terra in una frazione di secondo. Tutto molto più facile e più efficace!

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Ora, è evidente che una chiarificazione ufficiale e definitiva di questo genere potrà essere realizzata soltanto «a bocce ferme»: cioè, quando Bergoglio non ci sarà più e il timone della Barca di San Pietro sarà tornato in mani più sicure.

 

Sì, perché mentre egli è ancora in carica, è pressoché impossibile che qualche cardinale provi a sfidarlo sul terreno di una sospetta invalidità della sua elezione: oltre che molto ardito dal punto di vista giuridico, ciò sarebbe anche troppo pericoloso per la stessa unità della Chiesa. Meglio attendere i risultati finali della sua opera rivoluzionaria – risultati sempre più disastrosi e fallimentari –, in modo che il mondo intero un giorno possa dire: «Bergoglio si è scavata la fossa con le sue stesse mani!».

 

Pertanto, i possibili capi di nullità che sopra abbiamo cercato di individuare, pur essendo fin da ora utili e illuminanti a livello teorico, non sono certo di immediata applicazione a livello pratico: forse se ne riparlerà tra cinque o dieci anni!

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5. «E nel frattempo noi che facciamo?».

Quando cerco di spiegare questi concetti a fedeli che scalpitano e sbraitano per l’attuale situazione, mi sento rispondere: «E nel frattempo noi che facciamo?».

 

Certamente la risposta non può essere quella di alcuni giornalisti che, con le loro ossessioni investigative, pretendono decodificare e dimostrare di tutto e di più, ricorrendo a ogni minimo indizio, compreso – se fosse possibile – il colore della biancheria intima di Sua Santità Benedetto XVI, al secolo Joseph Aloisius Ratzinger! Né può essere quella di alcuni chierici che, con le loro patologie narcisistiche, pretendono sostituirsi in prima persona sia al papa rinunciatario che a quello usurpatore!

 

La soluzione invece dovrebbe essere la seguente: a) rimanere saldamente nella Chiesa cattolica, per mezzo di una fedeltà effettiva a ciò che essa ha sempre insegnato; b) «accontentarsi» di eventuali iniziative ponderate e argomentate, prese da cardinali e vescovi autorevoli; (3) c) assumere, nel segreto della propria coscienza, una posizione sempre più chiara e decisa contro un certo magistero folle di Bergoglio.

 

Ma forse – o senza forse – queste tre indicazioni ancora non bastano: e qui il discorso si fa molto più difficile, per non dire lacerante.

 

Infatti, proseguendo su questa linea, emergono inevitabilmente altre domande: «È possibile limitarsi a rigettare gli insegnamenti erronei del magistero di Bergoglio, senza spingersi oltre? Oppure, se a un certo punto la corda si spezza, è cosa lecita e doverosa prendere le distanze anche dalla sua persona, arrivando – nel segreto della propria coscienza – a dichiararlo “auto-deposto” in quanto eretico e scomunicato, o a giudicarlo come “illegittimo” in quanto del tutto inadeguato all’incarico che ricopre?».

 

Rispondo: «E chi sono io per impedire valutazioni soggettive di questo tipo, specie quando sono frutto di un discernimento lungo e sofferto sulla situazione generale della Chiesa e sul comportamento pertinace di coloro che la guidano?».

 

È evidente però che simili atti, proprio perché sgorgano dalla propria coscienza, sono di natura semplicemente privata: e quindi non possono essere presentati come verità assolute, già dimostrate e ufficializzate; né possono essere imposti con toni imperativi a chi ancora non arriva a capirne il significato o la necessità.

 

In tal senso possiamo dire che iniziative come quelle dei dubia cardinalizi del 2016 e 2023, nonostante possano apparire ad alcuni come poco incisive, in realtà sono utilissime, specie in ambienti clericali e conventuali, perché contribuiscono a far crescere in modo ordinato un sano senso critico nei confronti del magistero di Bergoglio, e – a lungo andare – forse anche nei confronti della sua elezione pontificia.

 

Perché il punto della questione è proprio questo: non si tratta qui di opporsi al colpo di Stato del 2013 con un colpo di mano istantaneo e risolutivo (perché, anche se molti non lo vogliono capire, ciò è pressoché impossibile!); ma di lavorare in maniera pacata e ragionata, affinché cresca nel maggior numero possibile di persone la consapevolezza di ciò che sta avvenendo nella Chiesa; e ci si interroghi seriamente sulla credibilità – e poi sulla legittimità – di colui che ne è il responsabile principale.

 

Infatti, senza una diffusione ampia e radicata di queste valutazioni critiche in seno all’intero Popolo di Dio, sarà più difficile che un futuro papa cattolico – diciamo, un Pio XIII – si decida a disporre un’apposita indagine canonica, finalizzata a valutare l’ipotesi di una completa nullità dell’elezione a Vescovo di Roma di colui che con ogni probabilità passerà alla storia come «il grande apostata» (cf. CCC 675).

 

6. In conclusione

Volendo ricapitolare, possiamo dire:

 

  • Il «problema-Bergoglio» esiste, ed è un problema sempre più evidente e devastante per l’intera Chiesa cattolica.

 

  • Esso non solo impone di ribattere colpo su colpo ambiguità ed errori del suo magistero, ma consente anche di formulare ipotesi di nullità canonica sulla sua stessa elezione e su tutto il suo pontificato (di grande interesse le ipotesi di dolo e vizio di consenso, in analogia a CIC, cann. 1098; 1101).

 

  • Questa situazione spinge molti fedeli a formulare un giudizio di coscienza molto severo nei suoi confronti, fino al punto di ritirargli ogni fiducia, e di negare interiormente anche la sua validità o legittimità di Sommo Pontefice.

 

  • Un giudizio di questo genere però, anche se comprensibile, ha un carattere totalmente privato e soggettivo; e quindi non può essere considerato come ufficiale e definitivo, né può essere imposto agli altri in modo imperativo.

 

  • La completa chiarificazione del “problema-Bergoglio” non spetta alla base della Chiesa, ma al suo vertice più alto; e ciò si potrà realizzare nei tempi e nei modi che solamente la Divina Provvidenza è in grado di decidere e di attuare.

 

Un cacciatore di cinghiali nella vigna del Signore

 

NOTE

1) Non bisogna però dimenticare che la scomunica latae sententiae, per produrre effetti concreti in «foro esterno», deve essere dichiarata, cioè esplicitata e comunicata per iscritto al diretto interessato da parte di un suo superiore gerarchico. Ma nel caso di un papa chi può considerarsi superiore a lui, così da comminargli una simile pena canonica? Nessuno.

2) Considerazioni simili si possono fare anche in riferimento alla scomunica latae sententiae che il n. 81 della costituzione apostolica Universi dominici gregis (del 22 febbraio 1996) prevede per tutti quei cardinali elettori che, in occasione di un conclave, compiono «patteggiamenti, accordi, promesse o impegni di qualsiasi genere» (tipo “mafia di San Gallo”?) per eleggere un candidato o per boicottarne un altro. Diciamo subito che questa norma (da leggere nel contesto dei nn. 78-83): è ancora molto generica; rimane circoscritta al solo «foro interno»; e non produce la nullità o invalidità dell’elezione comunque realizzata con simili intrallazzi (cfr. per analogia n. 78). Essa pertanto non appare decisiva per affrontare il problema Bergoglio: meglio ricorrere alle ipotesi invalidanti sopra indicate.

3) In caso contrario, forse è meglio andarsene in qualche cricca o setta tra quelle già esistenti, oppure crearsene una per conto proprio, con tanto di «papa» e «cardinali» alternativi!

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Suore fingono di concelebrare la Messa mentre il sacerdote cambia la consacrazione

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Un video riportato dalla testata InfoVaticana mostra come, nel monastero di Suesa (in Cantabria, Spagna ), la comunità di monache circondi l’altare con le mani tese durante la preghiera eucaristica mentre il celebrante altera le parole della consacrazione: le femminilizza, sostituisce il «per molti» con «per tutta l’umanità» e sostituisce il comando del Signore —«Fate questo in memoria di me»— con una formula di sua invenzione.   Non si tratta di un episodio isolato: la stessa comunità da anni teorizza e insegna questo modo di celebrare, con l’avallo di istituzioni diocesane. Tutto ciò avviene nella diocesi governata da monsignor Arturo Ros Murgadas, nominato vescovo di Santander da Bergoglio nel 2023..   Nelle immagini, riprese nella chiesa del Monastero della Santissima Trinità di Suesa (Ribamontán al Mar), il sacerdote non occupa alcun posto preminente. Le religiose, disposte in cerchio attorno all’altare, tendono le mani durante la preghiera eucaristica nel gesto epiclettico riservato al sacerdote concelebrante. L’effetto visivo risulta inequivocabile: una concelebrazione simulata in cui il ministro ordinato si dissolve nell’assemblea.    

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Come nota Infovaticana, il celebrante, inoltre, non prende il pane né il calice nelle sue mani pronunciando le parole della consacrazione, come prescrive il Messale Romano. Sul pane dice: «Prendete e mangiate tutte di esso». Sul calice, questa è la formula che il video riporta letteralmente:   «Allo stesso modo, terminata la cena, prese il calice e, rendendoti di nuovo grazie, lo passò dicendo: Prendete e bevete tutte di esso, perché questo è il calice del mio sangue, sangue della nuova ed eterna alleanza, che sarà versato per voi e per tutta l’umanità per la remissione dei peccati. Fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve».   Il confronto con il testo del Messale Romano rivela almeno quattro manipolazioni deliberate, scrive Infovaticana.   La prima, la femminilizzazione delle parole del Signore —«tutte», «per voi»—, che indirizza all’assemblea presente, una comunità femminile, ciò che Cristo pronunciò nell’istituzione dell’Eucaristia sugli Apostoli.   La seconda, la sostituzione del pro multis («per molti») con «tutta l’umanità», una traduzione che la Santa Sede ha espressamente corretto: la Congregazione per il Culto Divino ordinò nel 2006 di recuperare la fedeltà al testo biblico, e Benedetto XVI dedicò nel 2012 una lettera all’episcopato tedesco spiegando perché «per molti» non è negoziabile.   La terza, l’alterazione del racconto dell’istituzione: dove il Messale dice che «lo diede ai suoi discepoli», il celebrante dice che «lo passò», cancellando dalla narrazione i discepoli —i Dodici, ai quali il Signore conferì il sacerdozio in quella stessa Cena— e suggerendo un calice che circola orizzontalmente nell’assemblea.   E la quarta, la più vistosa: la soppressione del comando «Fate questo in memoria di me», sostituito da «fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve», un innesto tratto da Luca 22, 27 che sposta il memoriale sacrificale dell’Eucaristia verso una lettura puramente diaconale e comunitaria. Non è una sfumatura: il comando della commemorazione è precisamente il fondamento del sacerdozio ministeriale e del rinnovamento sacramentale del sacrificio. Eliminarlo dal racconto dell’istituzione, in una celebrazione la cui scenografia già sfuma il sacerdote, risulta coerente con tutto il resto.   Il canone 846 §1 del Codice di Diritto Canonico è tassativo: «Nella celebrazione dei sacramenti, si osservino fedelmente i libri liturgici approvati dalla competente autorità; perciò nessuno aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa».

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L’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004) scrive: «Si ponga fine al riprovevole uso con il quale i Sacerdoti, i Diaconi o anche i fedeli mutano e alterano a proprio arbitrio qua e là i testi della sacra Liturgia da essi pronunciati. Così facendo, infatti, rendono instabile la celebrazione della sacra Liturgia e non di rado ne alterano il senso autentico» (n. 59).   «La recita della Preghiera eucaristica, che per sua stessa natura è come il culmine dell’intera celebrazione, è propria del Sacerdote, in forza della sua ordinazione. È, pertanto, un abuso far sì che alcune parti della Preghiera eucaristica siano recitate da un Diacono, da un ministro laico oppure da uno solo o da tutti i fedeli insieme. La Preghiera eucaristica deve, dunque, essere interamente recitata dal solo Sacerdote». (n. 52)   «Mentre il Sacerdote celebrante recita la Preghiera eucaristica,«non si sovrappongano altre orazioni o canti, e l’organo o altri strumenti musicali tacciano». (n. 53)   Secondo quanto riportato, la comunità in questione avrebbe fatto una cosa simile anche nell’ottobre 2022, quando un gruppo scout che trascorse un fine settimana di ritiro nel monastero pubblicò una cronaca entusiasta in cui descriveva, senza rilevare alcun problema, esattamente la stessa cosa: «un coro monastico circolare, senza spazi gerarchizzati», «una comunità femminile che forma una circonferenza aperta» e l’«uso di un linguaggio inclusivo» nelle messe.   La stessa comunità lo teorizza apertamente. Nel 2016 organizzarono nel monastero il laboratorio «Il gesto nella liturgia», diffuso attraverso il bollettino progressista Eclesalia, la cui convocazione —firmata dalla comunità— proclamava: «Sta ormai finendo quel tempo in cui la liturgia restava solo nelle mani del presbiterato» e invitava a «osare altri gesti, altri simboli», compresa «la danza comunitaria come faceva lo stesso Gesù». Il laboratorio era coordinato dal gesuita Carlos del Valle insieme a un’animatrice di «danza contemplativa».   Il sito web del monasterio mantiene una sezione dedicata a queste danze circolari, con video su YouTube, che si praticano in contesto orante.

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«Il substrato ideologico non è nemmeno un segreto» scrive il sito di informazione cattolica. Nel giugno 2022, in occasione della Giornata Pro Orantibus, la comunità espose sul sito Religión Digital i suoi contributi al Sinodo: «denunciavano una Chiesa “piramidale e gerarchica, dove le norme vengono dall’alto”, chiedevano di “abbassarsi dalla mentalità patriarcale per vivere nell’orizzontalità delle relazioni tra uguali” e sostenevano che la partecipazione della donna “in condizioni di parità nella Chiesa cattolica è una questione strutturale, e non una riforma secondaria”. Chiesero al Dicastero per la Vita Consacrata «che lasci pensare le monache, che non vengano imposti loro criteri dall’alto».   «L’estetica accompagna il discorso: le religiose conservano l’abito trinitario con la croce, ma hanno rinunciato al velo, il che conferisce loro un aspetto ambiguamente clericale —più vicino a quello di un presbitero con il colletto che a quello di una monaca contemplativa—, coerente con la scenografia della circonferenza attorno all’altare».   Redemptionis Sacramentum ricorda che qualsiasi fedele ha il diritto di denunciare gli abusi liturgici al vescovo diocesano o direttamente alla Sede Apostolica (nn. 183-184).   La notizia delle celebrazioni spurie delle suore – e dell’avallo che ottengono dall’alato – arriva nei giorni in cui sempre Infovaticana aveva mostrato il video di un rito per la Pachamama a Cusco, in Perù, prima della visita apostolica del papa. Al rituale, che pare essere stato eseguito all’interno di un evento catto-filo-omotransessualista, hanno partecipato alti funzionari vaticani.   Come riportato da Renovatio 21, mentre i monasteri conciliari mostrano aberrazioni o si svuotano (come nel caso del crollo verticale del numero di suore in Germania), gli istituti tradizionalisti di suore legati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X vedono una crescita costante ed incoraggiante.

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A Cusco, la Pachamama precede Leone XIV

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Pochi mesi prima della visita annunciata di Papa Leone XIV in Perù, un incontro organizzato a Cusco con la partecipazione di diversi prelati si aprì con un «pagamento alla terra», un rito pagano di offerta a Pachamama. Le immagini mostrano un vescovo e un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede che depongono personalmente foglie di coca.

 

Il 13 e 14 agosto 2026 si è tenuto a Cusco, in Perù, un incontro macroregionale dal titolo «Intrecciare voci per la dignità: per i diritti umani e il bene comune». L’incontro ha riunito rappresentanti della Conferenza episcopale peruviana, organizzazioni sociali, comunità indigene e diversi gruppi provenienti da varie regioni del Paese.

 

Tra i partecipanti figuravano il vescovo Lizardo Estrada Herrera, vescovo ausiliare di Cusco e segretario generale del Consiglio episcopale latinoamericano e caraibico (CELAM), il vescovo Miguel Ángel Cadenas, vescovo di Iquitos, e il vescovo Jordi Bertomeu, funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e Pontificio Commissario nel caso Sodalicio, una società di vita apostolica di cui è incaricato dello scioglimento a seguito di scandali.

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Un’offerta a «Madre Terra»

Secondo i video resi pubblici e riportati da InfoVaticana, l’incontro non inizia con una preghiera cristiana o un’invocazione della Santissima Trinità, bensì con un rito mutuato dalla visione pagana andina.

 

Una donna spiega ai presenti che il mese di agosto è dedicato a «Madre Terra», presentata come amorevole, benevola e dispensatrice di sostentamento. Vengono quindi distribuite foglie di coca. I partecipanti sono invitati a meditare, a eseguire esercizi di respirazione e poi a soffiare sulle foglie prima di offrirle. Questo gesto è chiamato «pago a la tierra», «pagamento alla terra», legato al culto di Pachamama.

 

Le immagini visionate da diverse testate giornalistiche mostrano il vescovo Estrada e il vescovo Bertomeu mentre eseguono personalmente il rituale: ciascuno si avvicina con delle foglie di coca e le depone nel recipiente ardente preparato per l’offerta. Il commento orale che accompagna il rito parla di riportare le offerte al fuoco e di chiedere alla «Madre Fuoco» di ricevere i messaggi portati dai partecipanti e, a sua volta, di concedere loro la «saggezza».

 

È difficile ridurre la scena a una semplice rappresentazione folcloristica di un’usanza locale. Il gesto viene compiuto in un contesto esplicitamente religioso: la terra e il fuoco vengono invocati e ricevono offerte.

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Il precedente del 2019

La scena richiama inevitabilmente alla mente gli scandalosi eventi del Sinodo sull’Amazzonia dell’ottobre 2019. Statuette raffiguranti una donna incinta furono utilizzate durante una cerimonia svoltasi nei giardini vaticani, alla presenza di Papa Francesco, e successivamente esposte nella chiesa di Santa Maria in Traspontina e portate in diverse occasioni legate al Sinodo.

 

Il 21 ottobre, diverse di queste statue furono rimosse dalla chiesa e gettate nel Tevere da un uomo. Francesco si scusò quindi per la loro scomparsa e si riferì a esse come alle «statue di Pachamama», affermando che erano state presenti «senza intenti idolatrici».

 

La vicenda aveva suscitato forti reazioni; in particolare, il cardinale Robert Sarah denunciò l’infiltrazione del paganesimo nella Chiesa e si chiese: perché presentare Pachamama anziché la Madonna di Guadalupe, veramente venerata dai popoli cattolici dell’America Latina?

 

Sette anni dopo, le immagini provenienti da Cusco dimostrano che il problema sollevato nel 2019 è tutt’altro che scomparso.

 

Inculturazione o sincretismo?

La Chiesa non ha mai preteso che i popoli che evangelizza abbandonassero tutto ciò che appartiene alla loro cultura; è sempre stata capace di adottare e purificare costumi, lingue, forme artistiche e persino certi simboli naturali, purché potessero acquisire un significato conforme alla fede cattolica.

 

Una foglia di coca, ad esempio, non è ovviamente di per sé idolatrica; fa parte della vita quotidiana e della cultura di molte popolazioni andine da secoli. Ben diversa è la situazione quando un oggetto diventa lo strumento di un’offerta religiosa rivolta a una forza della natura considerata «Madre Terra», o quando il fuoco viene invocato come una «Nonna» capace di ricevere richieste e impartire saggezza.

 

Su questo punto la Rivelazione è inequivocabile: «Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto» (Mt 4,10). L’inculturazione cattolica consiste nel purificare le culture alla luce dell’Apocalisse, e non nel reintrodurre nella pratica della Chiesa i culti pagani e idolatri dai quali l’evangelizzazione aveva liberato i popoli.

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Un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede

La presenza attiva dell’arcivescovo Jordi Bertomeu conferisce particolare rilevanza alla questione, in quanto funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e incaricata di svolgere missioni di fiducia come commissario pontificio della Santa Sede. Secondo InfoVaticana , dopo aver parlato della Sodalicio durante l’incontro, l’arcivescovo Bertomeu avrebbe girato il cartello con il suo nome prima di lasciare il suo posto. Il media spagnolo riferisce di aver tentato invano di contattarlo per ottenere chiarimenti.

 

Sarebbe ovviamente auspicabile che la persona in questione spiegasse pubblicamente il significato che attribuiva alle sue azioni. Ma a prescindere dalla sua intenzione soggettiva, resta la natura oggettiva della cerimonia a cui ha partecipato. Mentre un ufficiale del dicastero ha il compito di salvaguardare l’integrità della fede cattolica, viene visto prendere parte a un rito in cui si invocano elementi naturali e si ricevono offerte.

 

Un incontro con obiettivi più ampi

L’ Istituto Lepanto osserva che le organizzazioni e le rivendicazioni rappresentate a Cusco andavano ben oltre le questioni puramente sociali relative alle popolazioni indigene.

 

L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH), che ha esplicitamente incluso le “persone LGBTIQ+” tra le categorie rappresentate. L’ Istituto Lepanto sottolinea che la sua identità visiva raffigura una donna con un foulard verde, simbolo dei movimenti pro-aborto in America Latina, accanto a una persona vestita con i colori dell’arcobaleno LGBT.

 

Le fotografie pubblicate da Ruth Luque, parlamentare peruviana presente all’evento, mostrano anche i partecipanti che espongono una bandiera transgender, mentre i documenti di lavoro menzionano specificamente “l’accesso a un’assistenza sanitaria completa per le persone LGBTIQ+ (trans/nb)”. Bruno Montenegro ha partecipato a questi incontri in qualità di rappresentante della Fraternità Transmaschile del Perù.

 

L’ inchiesta dell’Istituto Lepanto mette in luce anche la partecipazione della Confederación Campesina del Perú (CCP), storicamente strettamente legata alla sinistra rivoluzionaria peruviana. Per decenni, è stata guidata da attivisti appartenenti al Partito Comunista Peruviano. Questa organizzazione internazionale, che si definisce in un’ottica anticapitalista, sostiene anche le rivendicazioni per il diritto all’aborto e i diritti LGBT.

 

La dichiarazione finale redatta a Cusco chiede, in particolare, politiche pubbliche che promuovano «la parità di genere» e «un’educazione sessuale completa nelle scuole». Secondo i suoi autori, questo testo è stato ufficialmente presentato a Leone XIV e si prevede che gli venga consegnato durante la sua visita in Perù. Cosa ne farà?

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Il silenzio imbarazzante di Vatican News

Vatican News, il sito di notizie ufficiale della Santa Sede , ha pubblicato un resoconto favorevole dell’incontro, sottolineando come esso abbia «offerto uno spazio per condividere esperienze provenienti da diverse regioni, individuare sfide comuni e sviluppare proposte in risposta alle principali problematiche relative ai diritti umani che affliggono il Paese». Tuttavia, come hanno fatto notare InfoVaticana e altri osservatori, il resoconto ufficiale non menziona né il rito di apertura della Pachamama, né la partecipazione del vescovo Bertomeu ad esso.

 

L’omissione è difficile da comprendere. Se il «pagamento alla terra» era considerato una pratica culturale perfettamente compatibile con la fede cattolica, perché non menzionarlo nel resoconto di un evento ecclesiastico? Se, al contrario, poneva una difficoltà dottrinale, perché dei prelati cattolici, e ancor più un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede, vi presero parte attivamente?

 

Leone XIV conosceva a fondo il Perù, avendo a lungo ricoperto la carica di ministro e possedendo la cittadinanza peruviana. La sua prossima visita nel Paese, dall’11 al 17 novembre, darà inevitabilmente particolare risalto a tutto ciò che riguarda il rapporto tra il cattolicesimo e le culture indigene.

 

Cusco, dove si è appena svolto questo «pagamento alla terra», è tra le quattro città che il papa visiterà. Sette anni dopo lo scandalo Pachmama in Vaticano, quale posizione adotterà Leone XIV in quel luogo?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Estonian Foreign Ministry via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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Spirito

«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

 

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI

Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria

   

Signum magnum apparuit in cælo:

mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.

Un segno grande apparve nel cielo:

una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.

Ap 12, 1

In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
 
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
 
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
 
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.

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A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
 
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
 
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
 
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
 
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
 
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.

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Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
 
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
 
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
 
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
 
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
 
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.

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Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
 
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
 
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis

    NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950). 2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione

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Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata  
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