Pensiero
Mons. Viganò: aborto, sacramento di Satana
Renovatio 21 pubblica questo testo di monsignor Carlo Maria Viganò.
Per l’aborto si può andare in prigione: è la pena prevista in alcuni Stati per chi sosta in silenziosa preghiera davanti a una clinica dove si uccidono i bambini. Ma non si va in prigione se si uccide una creatura innocente.
Per l’aborto si può essere discriminati: è lo stigma sociale che grava su chi pensa alla vita del bambino ucciso nel ventre materno, considerato «un grumo di cellule» fino a che non sta per venire alla luce, e per alcuni assassini nei governi anche dopo essere nato.
Non lo chiamano aborto: lo chiamano «salute riproduttiva», «interruzione di gravidanza». È l’obbligo imposto dal politicamente corretto con la sua neolingua orwelliana.
E chi dissimula l’orribile crimine contro vite innocenti dietro un’espressione asettica è anche a favore della mutilazione delle persone – e dei bambini in età pre-puberale – per sembrare ciò che non sono con amputazioni e terapie devastanti: la chiamano «transizione di genere».
Chi è favorevole all’aborto e alla mutilazione dei bambini è anche favorevole all’uccisione dei malati, degli anziani, dei dementi, dei disabili e di chiunque, a qualsiasi età, lo Stato o l’individuo reputi indegno di vivere: non è omicidio legalizzato, ma «eutanasia», «accompagnamento all’exitus». Durante la farsa psicopandemica un Paese del Nordeuropa ha anche invitato gli anziani a non gravare sul Servizio Sanitario, spedendo loro a casa un kit per togliersi di torno senza disturbare nessuno e assicurando il pagamento delle esequie.
Morte. Solo morte. Morte prima di nascere. Morte durante la vita. Morte prima di morire naturalmente. Significativamente, chi è favorevole alla morte degli innocenti – bambini, malati, anziani – è contrario alla pena di morte. Si può essere trovati indegni di vivere perché poveri, perché vecchi, perché non voluti da chi ci ha concepito; ma se si massacrano persone o si compiono delitti orrendi, la pena capitale è considerata una barbarie.
Curiosamente, in questa frenetica istigazione al suicidio e all’omicidio, in questa imposizione della morte sulla vita, fanno eccezione i geronti dell’élite globalista, questi vecchi miliardari potentissimi che, asserragliati nelle loro fortezze vigilate da guardie armate, non si rassegnano a morire, e a tutto ricorrono – anche ai più abominevoli mezzi – per sembrare giovani, per non vedere il loro corpo in decadimento, per assicurarsi una «vita eterna» nel cloud del transumanesimo. L’élite vorrebbe comandare anche sulla vita, sulla vecchiaia, sulla malattia.
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Dovremmo iniziare a comprendere che i teorizzatori di questa immane strage che si perpetua da decenni e ci ripiomba nella barbarie del peggior paganesimo non si considerano parte dello sterminio: nessuno di loro è stato abortito; nessuno di loro è stato lasciato morire senza cure; a nessuno di loro è stata imposta la morte per ordine di un tribunale.
Siamo noi, siete voi e i vostri figli, i vostri genitori, i vostri nonni che dovete morire, e che vi dovete sentire in colpa perché siete vivi, perché esistete e producete CO2.
Nel Medioevo gli affreschi di alcune chiese, monasteri o di edifici pubblici proponevano il tema del Trionfo della Morte come richiamo ai Novissimi.
La morte è una certezza della condizione umana che ci deve spronare a ben vivere per ben morire e meritare la beatitudine eterna, sapendo che dopo la morte vi è un Giudizio inappellabile con cui saremo destinati per sempre al Paradiso o all’Inferno, a seconda di come abbiamo vissuto.
Il motivo di questo odio per la vita degli altri da parte dell’élite non è frutto di una mentalità utilitaristica. La «cultura dello scarto» evocata da «qualcuno», non è dovuta al Trionfo della Morte, sconfitta per sempre dal Signore della Vita. Essa è causata dal delirio satanico di sostituirsi a Dio, dopo averLo rinnegato e tradito.
Ce l’ha confessato uno degli ideologi del pensiero globalista, Yuval Noah Harari, ebreo, omosessuale, «sposato» con un uomo, vegano, teorizzatore di una religione transumana e luciferina che cancella Dio dall’orizzonte umano e consente ai tiranni del Nuovo Ordine Mondiale di prendere il Suo posto nel decidere cosa è giusto e cosa non lo è, chi deve vivere e chi deve morire, chi può viaggiare e chi no, quanto ognuno di noi può spendere, quanta anidride carbonica può produrre, se e quanti figli può avere e da chi li deve acquistare, dopo aver massacrato i propri aspirando loro il cervello o facendoli a pezzi prima di uscire dal grembo materno.
Costoro decidono anche che un bambino possa essere abortito sino a un istante prima del parto, perché hanno trovato il modo di lucrare vendendone gli organi e i tessuti ai laboratori o alle case farmaceutiche: è uno dei più fiorenti mercati delle cliniche abortiste, oltre alle sovvenzioni pubbliche e private per continuare a uccidere bambini.
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Le nostre Nazioni, un tempo cristiane, hanno apostatato dalla Fede grazie alla quale i nostri padri hanno edificato la Civiltà cristiana, sulle rovine del paganesimo e dell’idolatria.
È solo grazie alla Fede in Cristo se i popoli hanno smesso di uccidere i propri figli con l’aborto, così come li immolavano sui loro altari per propiziarsi i demoni.
È solo grazie alla nostra santa Religione se le madri hanno avuto come modello la Vergine Santissima, Madre di Dio e Madre nostra: Mater misericordiæ, Mater divinæ gratiæ, Mater purissima, castissima, inviolata, intemerata, amabilis, admirabilis.
Oggi il nome stesso di «madre» scatena l’odio del Serpente al punto da volerlo cancellare dalla bocca dei nostri bambini: perché in quella parola è racchiuso quel vincolo ineffabile e divino che ha reso possibile l’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Immacolata, quel Fiat umile, obbediente e generoso che ha sancito la fine del regno del peccato e della morte.
Ma questa apostasia, presentata come progresso di civiltà e di democrazia; celebrata in nome della dignità dell’uomo e della libertà religiosa; esaltata da una Gerarchia corrotta e asservita all’élite, non è neutralità dinanzi a Dio e alla Morale: essa è una ribellione satanica a Dio, un Non serviam gridato dai parlamenti, dalle aule dei tribunali, dalle cattedre delle scuole, dalle pagine dei giornali, dalle sale operatorie.
L’aborto è un atto di culto a Satana. È un sacrificio umano offerto ai demoni, e questo lo affermano orgogliosamente gli stessi adepti della «chiesa di Satana», che negli Stati Americani in cui l’aborto è vietato rivendicano di poter usare i feti abortiti nei loro riti infernali. D’altra parte, in nome della laicità si abbattono le Croci e le statue della Madonna e dei Santi, ma al loro posto iniziano a comparire immagini raccapriccianti di Bafometto.
L’aborto è un crimine orrendo perché oltre alla vita terrena priva il bambino della visione beatifica, destinandolo al limbo perché sprovvisto della Grazia battesimale.
L’aborto è un crimine orrendo perché cerca di strappare a Dio delle anime che Egli ha voluto, ha creato, ha amato e per le quali ha offerto la propria vita sulla Croce.
L’aborto è un crimine orrendo perché fa credere alla madre che sia lecito uccidere la creatura che più di tutte, e a costo della sua stessa vita, ella dovrebbe difendere. E con tale crimine quella madre si rende assassina e se non si pente si condanna alla dannazione eterna, vivendo molto spesso anche nella vita quotidiana il rimorso più lancinante.
L’aborto è un crimine orrendo perché si accanisce sull’innocente proprio a causa della sua innocenza, rievocando gli omicidi rituali dei bambini commessi nelle sette di ieri e di oggi. Sappiamo bene che la cabala globalista è legata dal pactum sceleris della pedofilia e di altri crimini orrendi, e che a quel patto sono vincolati esponenti del potere, dell’alta finanza, dello spettacolo e dell’informazione.
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Il mondo gronda del sangue innocente, sparso da un’élite di eversori devoti a Satana e nemici dichiarati di Cristo.
Quando sento certi vescovi legittimare le leggi – come la 194 in Italia – che consentono l’aborto a determinate condizioni, mi chiedo come possano considerarsi cattolici.
Nessuna legge umana potrà mai calpestare la Legge divina e naturale, che comandano: Tu non ucciderai. Nessuna nazione potrà sperare prosperità e concordia finché permetterà questo quotidiano massacro nel silenzio complice dei politici che si dicono «cattolici» ma contraddicono il Vangelo approvando leggi inique.
Bandire l’aborto dev’essere la prima iniziativa di qualsiasi governante voglia contrastare il Nuovo Ordine Mondiale asservito a Satana.
Combattere per questo dev’essere un impegno inderogabile di ogni Cattolico degno del Battesimo.
Nostro Signore ha detto di Sé: Io sono la Via, la Verità, la Vita. Il motto del Principe di questo mondo potrebbe essere: Io sono il Baratro, la Menzogna, la Morte.
Rifiutiamo l’aborto e avremo tolto all’Avversario lo strumento principale del suo apparente, infernale trionfo.
Rifiutiamo l’aborto e avremo milioni di anime che potranno amare ed essere amate, compiere grandi cose, diventare sante, combattere al nostro fianco, meritare il Cielo.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
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Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
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