Connettiti con Renovato 21

Epidemie

COVID-19 e “Fattore K”: non tutti contagiano

Pubblicato

il

 

 

All’inizio dell”’emergenza COVID abbiamo spesso sentito parlare del valore R0, cioè il tasso di contagiosità del virus ad inizio epidemia.

 

Per quanto riguarda Sars-CoV-2, i dati dimostrano che mediamente il numero di riproduzione sia uguale a 2. 

 

Ro però potrà essere uguale a 0, come ha mostrato un recente articolo apparso su Science a firma del corrispondente tedesco Kai Kupferschmidt.

 

Questo accade perché non tutti i soggetti trasmettono il virus, ma anzi alcuni non lo trasmettono affatto, ed ecco il motivo per cui, come viene osservato su Science, oltre a Ro, gli scienziati usano un valore chiamato «fattore k» o «fattore di dispersione» che descrive quanto una malattia si aggrega in gruppi («grappoli») più comunemente denominati cluster

La scienza, in caso di focolai o epidemie, riuscirà mai a trovare un modo per isolare i super spreader, la causa maggiore della diffusione del contagio, senza costringere alla prigionia domestica tanti soggetti non pericolosi per la comunità? 

 

Più basso è il k, più la trasmissione viene da un piccolo numero di persone, come spesso accade nei luoghi in cui si manifestano focolai improvvisi. 

 

Durante SARS il fattore k era a 0,16. Il k stimato per MERS era invece di circa 0,25. 

 

Nella pandemia di influenza del 1918, al contrario, il valore era pari a 1, questo perché i cluster avevano un ruolo minore rispetto a quello importante che hanno avuto con SARS e MERS.

 

Più basso è il k, più la trasmissione viene da un piccolo numero di persone, come spesso accade nei luoghi in cui si manifestano focolai improvvisi

Le stime di k per SARS-CoV-2 sono variabili, ma sembrerebbero ricondurre a k un valore leggermente più alto rispetto alle infezioni passate: gli studi ad oggi disponibili dicono infatti che circa il 10% dei casi porta all’80% della diffusione, con k uguale a 0,1. Ci sono molti di questi «grappoli» concentrati, in cui una piccola percentuale di persone è responsabile di una grandissima percentuale di infezioni.

 

Il 10 marzo scontro 61 coristi si sono incontrati nella Chiesa di Mount Vernon, Washington, per le prove di canto. Tutto sembrava normale. Per due ore e mezzo i coristi hanno fatto le prove di canto, fermandosi solo ogni tanto per un paio di spuntini con biscotti e arance. Uno di loro aveva apparentemente solo un semplice raffreddore da tre giorni, il quale poi si è però rivelato essere COVID-19. Nelle settimane seguenti, 53 membri del coro si sono ammalati, tre sono stati ricoverati in ospedale e due sono morti, secondo un rapporto del 12 maggio dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie  (CDC) che ha meticolosamente ricostruito la tragedia.

Le stime di k per SARS-CoV-2 sono variabili, ma sembrerebbero ricondurre a k un valore leggermente più alto rispetto alle infezioni passate

 

Un soggetto, cioè, ne ha contagiati ben 53 su 60 da solo, con una potenza di contagio altissima a causa del canto, momento nel quale il droplet è più intenso.

 

Se il valore del fattore k fosse davvero 0,1 vorrebbe dire che la maggior parte delle catene di infezione potrebbero estinguersi da sole e SARS-CoV-2 dovrebbe essere introdotto in un nuovo Paese almeno quattro volte per avere una probabilità uniforme di affermarsi. 

 

Un soggetto, cioè, ne ha contagiati ben 53 su 60 da solo, con una potenza di contagio altissima a causa del canto, momento nel quale il droplet è più intenso.

Gli studiosi si interrogano su come si potrebbe prevenire la formazione di cluster in grado di dare origine ai pericolosi focolai che abbiamo inizialmente visto anche a Codogno e a Vo’ Euganeo, suggerendo la strategia delle «tre T»: Testare, Tracciare, Trattare, ovvero tamponi, app e trattamento ospedaliero o domiciliare.

 

Prendendo le distanze dalla seconda opzione, va detto che certamente la prima ha funzionato nel caso di Vo’, dove i tamponi a tappeto hanno dimostrato che il focolaio è stato fermato proprio grazie all’isolamento non solo degli asintomatici, ma anche di chi era convinto di avere solo un banale raffreddore stagionale. Quanto alla terza T, sicuramente le cure ospedaliere o domiciliari sono state utili per fermare i maxi-untori. 

 

Con tutta probabilità, infatti, la maggior parte dei cluster di trasmissione di grandi dimensioni che si conoscono paiono implicare la trasmissione di goccioline espirate anche di piccola dimensione (dette «aerosol»). 

 

I ricercatori cinesi che studiavano la diffusione del coronavirus fuori dalla provincia di Hubei hanno identificato 318 cluster di tre o più casi tra il 4 gennaio e l’11 febbraio: solo uno di questi si era sviluppato all’aperto.

Alcune persone espirano molte più particelle di altre quando parlano —  pensate a certi importanti politici e/o cantanti.  Alcuni soggetti rilasciano molto più virus e per un periodo di tempo più lungo.

 

I ricercatori cinesi che studiavano la diffusione del coronavirus fuori dalla provincia di Hubei hanno identificato 318 cluster di tre o più casi tra il 4 gennaio e l’11 febbraio: solo uno di questi si era sviluppato all’aperto.

 

Uno studio in Giappone ha scoperto che il rischio di infezione in ambienti chiusi è quasi 19 volte superiore a quello all’aperto, e questo certamente dimostra che l’uso di mascherine all’aperto, oltre che dannoso, è anche in inutile.

Uno studio in Giappone ha scoperto che il rischio di infezione in ambienti chiusi è quasi 19 volte superiore a quello all’aperto, e questo certamente dimostra che l’uso di mascherine all’aperto, oltre che dannoso, è anche in inutile

 

La scienza, in caso di focolai o epidemie, riuscirà mai a trovare un modo per isolare i super spreader, la causa maggiore della diffusione del contagio, senza costringere alla prigionia domestica tanti soggetti non pericolosi per la comunità? 

 

 

Cristiano Lugli

 

 

 

Continua a leggere

Epidemie

Il conto alla rovescia per l’Hantavirus è iniziato

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Oggi si raggiunge il primo importante traguardo in quello che il commentatore medico John Campbell, Ph.D., ha definito martedì un periodo cruciale di diverse settimane per determinare se l’epidemia di hantavirus andino, collegata alla nave da crociera MV Hondius, si diffonderà oltre i passeggeri e l’equipaggio.

 

Per ora, ha affermato Campbell, non ci sono segnali di trasmissione diffusa e nessun motivo di panico pubblico.

 

«Al momento, non ci sono prove di diffusione virale al di fuori dei confini della nave», ha affermato Campbell.

 

L’epidemia di hantavirus ha attirato l’attenzione internazionale dopo che diverse persone a bordo della nave da crociera hanno contratto il virus e tre passeggeri sono deceduti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Si ritiene che a bordo della nave si trovassero circa 149 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Tutti i passeggeri sono stati successivamente sbarcati.

 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), al 13 maggio si contavano 11 casi collegati alla nave: otto casi confermati, uno non conclusivo e due casi probabili. Due dei decessi sono stati confermati come correlati all’hantavirus, mentre il terzo è considerato probabile.

 

Campbell ha identificato Leo Schilperoord, di 70 anni, come il paziente di «prima generazione» dell’epidemia, il che significa che si ritiene sia il primo caso noto di hantavirus a bordo della nave. Schilperoord, sua moglie e un altro passeggero tedesco sono poi deceduti.

 

La maggior parte dei ceppi di hantavirus si diffonde attraverso il contatto con i roditori piuttosto che tramite la trasmissione da persona a persona. Tuttavia, il ceppo Andes può diffondersi da persona a persona.

 

La trasmissione avviene in genere attraverso i fluidi corporei, sebbene Campbell abbia affermato che, in base ai casi collegati alla nave, potrebbe essere possibile anche la trasmissione per via aerea.

 

«Il medico a bordo della nave ritiene che ci sia stata una trasmissione per contatto ravvicinato», ha detto Campbell.

 

Tuttavia, Campbell ha sottolineato che il virus sembra essere molto meno trasmissibile del COVID-19 e ha affermato che un’eventuale ulteriore diffusione rimarrebbe probabilmente limitata.

 

«A quanto pare, è molto, molto, molto più difficile da contrarre rispetto al COVID», ha affermato Campbell.

Iscriviti al canale Telegram

«Ogni giorno che passa dal 15 maggio senza nuovi casi inizia a essere incoraggiante»

La domanda più importante ora è se nelle prossime settimane inizieranno a comparire altri casi, ha affermato.

 

Poiché l’hantavirus può incubare fino a otto settimane, Campbell ha affermato che potrebbe volerci fino alla fine di giugno prima che i funzionari sanitari possano stabilire con certezza se l’epidemia sia completamente terminata.

 

Ha indicato alcune date chiave da tenere d’occhio:

 

  • 15 maggio : Periodo più probabile per l’inizio dei sintomi nei passeggeri esposti che hanno lasciato la nave il 24 aprile, prima che si sapesse dell’epidemia di hantavirus. Circa 29 passeggeri sono sbarcati quel giorno e hanno viaggiato all’estero. Campbell ha affermato che la cronologia si basa sul periodo di incubazione del ceppo Andes e sulla comparsa media dei sintomi, che si attesta intorno ai 22 giorni. «Ogni giorno che passa dal 15 maggio senza nuovi casi inizia a essere incoraggiante», ha detto Campbell.

 

  • 19 maggio : data approssimativa in cui potrebbero iniziare a manifestarsi ulteriori contagi tra i passeggeri esposti a bordo della nave, quelli che Campbell ha definito casi di «seconda generazione». «Se dovessero iniziare a sviluppare sintomi, significherebbe che la diffusione a bordo è maggiore di quanto pensassimo», ha affermato Campbell.

 

  • Dal 19 maggio a fine maggio : il periodo più precoce possibile per i casi di «terza generazione» – infezioni in persone che non sono mai state a bordo della nave – qualora si fosse verificata una trasmissione presintomatica. “Se qualcuno che non era a bordo della nave manifesta sintomi entro il 19 maggio, significa che ha contratto il virus da persone presintomatiche”, ha affermato Campbell. Campbell ha sottolineato di ritenere questo scenario improbabile.

 

  • 5 giugno : Periodo più probabile per la comparsa di possibili casi di terza generazione, qualora i passeggeri infetti avessero trasmesso il virus dopo aver manifestato i sintomi. «Se le persone a bordo della nave manifestano i sintomi, una volta che questi compaiono, è più probabile che diffondano la malattia perché hanno… una maggiore carica virale nel corpo», ha affermato Campbell. «E se poi la trasmettono ad altre persone, allora il 5 giugno è il momento in cui potrebbero presentarsi i casi di terza generazione».

 

  • Fine giugno : momento in cui le autorità potrebbero dichiarare conclusa l’epidemia, se non dovessero emergere nuovi casi. «Sarà la fine di giugno prima che possiamo affermare con certezza che l’epidemia è finita, a causa del lungo periodo di incubazione», ha dichiarato Campbell.

 

Campbell ha affermato di aspettarsi che potrebbero esserci ancora «alcuni casi aggiuntivi» prima di allora, ma ritiene che un’eventuale diffusione sarebbe probabilmente limitata ai membri della famiglia e ai partner stretti piuttosto che alla popolazione in generale.

 

«Al momento, non ci sono motivi di preoccupazione per la salute pubblica, a parte le persone che erano a bordo della nave e che attendono con ansia di vedere se sviluppano sintomi e potenzialmente le persone che vivono con loro», ha affermato.

Aiuta Renovatio 21

«Ad oggi, nessun caso di virus Andes» negli Stati Uniti «a seguito di questa epidemia»

Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, «ad oggi, nessun caso di virus Andes è stato confermato negli Stati Uniti a seguito di questa epidemia». Tuttavia, l’agenzia sta monitorando 41 persone negli Stati Uniti, come riportato oggi da CNBC.

 

Anche i funzionari statunitensi hanno cercato di rassicurare il pubblico. All’inizio di questa settimana, Robert F. Kennedy Jr. ha affermato che il virus è «sotto controllo» negli Stati Uniti.

 

Nel frattempo, alcuni casi sospetti sono già stati esclusi. Campbell ha affermato che un’assistente di volo che inizialmente si riteneva avesse contratto il virus dalla moglie di Schilperoord è risultata poi negativa al test.

 

Analogamente, secondo quanto riportato da CBS News, anche un passeggero tedesco che era stato a stretto contatto con uno dei passeggeri deceduti è risultato negativo al test per il ceppo Andes.

 

I sintomi compaiono in genere tra una e otto settimane dopo l’esposizione e includono comunemente febbre, affaticamento e forti dolori muscolari, soprattutto a livello di fianchi, cosce e schiena.

 

Campbell ha inoltre osservato che il lungo periodo di incubazione della malattia può aiutare i medici a identificare le infezioni tramite test anticorpali una volta che compaiono i sintomi.

 

«A causa del lungo periodo di incubazione, gli anticorpi immunoglobulinici, quindi rilevabili tramite esami del sangue, sono solitamente presenti già nel momento in cui il paziente si ammala», ha spiegato.

 

Pur criticando il calo di fiducia del pubblico nelle autorità sanitarie, Campbell ha affermato che le prove attuali indicano ancora un focolaio limitato piuttosto che una trasmissione diffusa.

 

«Tutti i funzionari della sanità pubblica affermano che non ci sarà un’epidemia», ha detto Campbell. «Ma, ovviamente, nessuno si fida più di loro»

 

Tuttavia, le prove attuali indicano un focolaio limitato piuttosto che una trasmissione diffusa, ha aggiunto.

 

Jill Erzen

 

© 15 maggio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

Continua a leggere

Epidemie

Nuova epidemia di Ebola: 65 vittime nella Repubblica Democratica del Congo

Pubblicato

il

Da

Con 65 decessi segnalati finora, è stata confermata un’epidemia di Ebola nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, ha annunciato venerdì il Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC).   Secondo i risultati preliminari dell’Istituto Nazionale di Ricerca Biomedica (INRB) di Kinshasa, 13 dei 20 campioni esaminati sono risultati positivi al virus Ebola.   «Sono stati segnalati circa 246 casi sospetti e 65 decessi, principalmente nelle zone sanitarie di Mongwalu e Rwampara», hanno riferito le autorità, precisando che quattro dei decessi riguardavano pazienti con diagnosi confermata in laboratorio.

Sostieni Renovatio 21

Le autorità sanitarie stanno inoltre verificando possibili contagi nella città di Bunia, anche se tali casi non sono ancora stati confermati.   L’Africa CDC ha dichiarato di essere in coordinamento con i governi della Repubblica Democratica del Congo, dell’Uganda e del Sud Sudan, nonché con i partner sanitari internazionali, per rafforzare la sorveglianza, la preparazione e la risposta alle emergenze lungo le aree di confine.   «Considerato l’elevato movimento di persone tra le aree colpite e i paesi limitrofi, un rapido coordinamento regionale è essenziale», ha affermato Jean Kaseya, direttore generale dell’Africa CDC.   L’Ebola, una febbre emorragica altamente contagiosa, si trasmette attraverso il contatto diretto con fluidi o tessuti corporei infetti. Il tasso di mortalità di questa malattia può arrivare fino al 90%. I sintomi comprendono spesso febbre alta, affaticamento, mal di testa, mal di gola, vomito, diarrea, eruzioni cutanee ed emorragie interne o esterne.   L’epidemia si è verificata a pochi mesi dalla dichiarazione di fine della precedente ondata di Ebola nella provincia del Kasai, nella Repubblica Democratica del Congo. Secondo i dati dell’OMS, quell’epidemia aveva provocato 64 casi – 53 confermati e 11 probabili – e 45 decessi. La dichiarazione ufficiale di fine dell’epidemia nel dicembre 2025 ha segnato la sedicesima epidemia di Ebola registrata nel Paese da quando il virus è stato identificato per la prima volta nel 1976. Il Kasai aveva già affrontato epidemie nel 2007 e nel 2008.   L’anno scorso anche l’Uganda aveva dichiarato una nuova epidemia di Ebola dopo la morte di un’infermiera di 32 anni per insufficienza multiorgano. L’OMS aveva segnalato 14 casi con quattro decessi.   Come riportato da Renovatio 21, in Uganda si stava sperimentando anche un vaccino per il morbo.   Il Congo ha registrato l’ultima volta il virus nel 2022 nella provincia di Equateur, dopo una devastante epidemia tra il 2018 e il 2020 che ha ucciso quasi 2.300 persone. Il paese, attualmente alle prese con un conflitto armato nelle sue province orientali ricche di minerali, alimentato dal gruppo ribelle M23, ha anche sperimentato gravi epidemie negli ultimi mesi, che vanno da quelle descritte come «misteriose» al virus Mpox , precedentemente noto come vaiolo delle scimmie.   A maggio 2024 era emerso che scienziati cinesi hanno progettato in un laboratorio un virus con elementi dell’Ebola che ha ucciso un gruppo di criceti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di World Bank Photo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
 
Continua a leggere

Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

Pubblicato

il

Da

Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.

 

La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.

 

Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.

 

I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.

 

«Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.

 

«Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

Sostieni Renovatio 21

La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.

 

Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».

 

Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».

 

I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.

 

«I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.

 

«Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».

 

Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.

 

La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine generata artificialmente


 

Continua a leggere

Più popolari