Epidemie
COVID-19 e “Fattore K”: non tutti contagiano
All’inizio dell”’emergenza COVID abbiamo spesso sentito parlare del valore R0, cioè il tasso di contagiosità del virus ad inizio epidemia.
Per quanto riguarda Sars-CoV-2, i dati dimostrano che mediamente il numero di riproduzione sia uguale a 2.
Ro però potrà essere uguale a 0, come ha mostrato un recente articolo apparso su Science a firma del corrispondente tedesco Kai Kupferschmidt.
Questo accade perché non tutti i soggetti trasmettono il virus, ma anzi alcuni non lo trasmettono affatto, ed ecco il motivo per cui, come viene osservato su Science, oltre a Ro, gli scienziati usano un valore chiamato «fattore k» o «fattore di dispersione» che descrive quanto una malattia si aggrega in gruppi («grappoli») più comunemente denominati cluster.
La scienza, in caso di focolai o epidemie, riuscirà mai a trovare un modo per isolare i super spreader, la causa maggiore della diffusione del contagio, senza costringere alla prigionia domestica tanti soggetti non pericolosi per la comunità?
Più basso è il k, più la trasmissione viene da un piccolo numero di persone, come spesso accade nei luoghi in cui si manifestano focolai improvvisi.
Durante SARS il fattore k era a 0,16. Il k stimato per MERS era invece di circa 0,25.
Nella pandemia di influenza del 1918, al contrario, il valore era pari a 1, questo perché i cluster avevano un ruolo minore rispetto a quello importante che hanno avuto con SARS e MERS.
Più basso è il k, più la trasmissione viene da un piccolo numero di persone, come spesso accade nei luoghi in cui si manifestano focolai improvvisi
Le stime di k per SARS-CoV-2 sono variabili, ma sembrerebbero ricondurre a k un valore leggermente più alto rispetto alle infezioni passate: gli studi ad oggi disponibili dicono infatti che circa il 10% dei casi porta all’80% della diffusione, con k uguale a 0,1. Ci sono molti di questi «grappoli» concentrati, in cui una piccola percentuale di persone è responsabile di una grandissima percentuale di infezioni.
Il 10 marzo scontro 61 coristi si sono incontrati nella Chiesa di Mount Vernon, Washington, per le prove di canto. Tutto sembrava normale. Per due ore e mezzo i coristi hanno fatto le prove di canto, fermandosi solo ogni tanto per un paio di spuntini con biscotti e arance. Uno di loro aveva apparentemente solo un semplice raffreddore da tre giorni, il quale poi si è però rivelato essere COVID-19. Nelle settimane seguenti, 53 membri del coro si sono ammalati, tre sono stati ricoverati in ospedale e due sono morti, secondo un rapporto del 12 maggio dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) che ha meticolosamente ricostruito la tragedia.
Le stime di k per SARS-CoV-2 sono variabili, ma sembrerebbero ricondurre a k un valore leggermente più alto rispetto alle infezioni passate
Un soggetto, cioè, ne ha contagiati ben 53 su 60 da solo, con una potenza di contagio altissima a causa del canto, momento nel quale il droplet è più intenso.
Se il valore del fattore k fosse davvero 0,1 vorrebbe dire che la maggior parte delle catene di infezione potrebbero estinguersi da sole e SARS-CoV-2 dovrebbe essere introdotto in un nuovo Paese almeno quattro volte per avere una probabilità uniforme di affermarsi.
Un soggetto, cioè, ne ha contagiati ben 53 su 60 da solo, con una potenza di contagio altissima a causa del canto, momento nel quale il droplet è più intenso.
Gli studiosi si interrogano su come si potrebbe prevenire la formazione di cluster in grado di dare origine ai pericolosi focolai che abbiamo inizialmente visto anche a Codogno e a Vo’ Euganeo, suggerendo la strategia delle «tre T»: Testare, Tracciare, Trattare, ovvero tamponi, app e trattamento ospedaliero o domiciliare.
Prendendo le distanze dalla seconda opzione, va detto che certamente la prima ha funzionato nel caso di Vo’, dove i tamponi a tappeto hanno dimostrato che il focolaio è stato fermato proprio grazie all’isolamento non solo degli asintomatici, ma anche di chi era convinto di avere solo un banale raffreddore stagionale. Quanto alla terza T, sicuramente le cure ospedaliere o domiciliari sono state utili per fermare i maxi-untori.
Con tutta probabilità, infatti, la maggior parte dei cluster di trasmissione di grandi dimensioni che si conoscono paiono implicare la trasmissione di goccioline espirate anche di piccola dimensione (dette «aerosol»).
I ricercatori cinesi che studiavano la diffusione del coronavirus fuori dalla provincia di Hubei hanno identificato 318 cluster di tre o più casi tra il 4 gennaio e l’11 febbraio: solo uno di questi si era sviluppato all’aperto.
Alcune persone espirano molte più particelle di altre quando parlano — pensate a certi importanti politici e/o cantanti. Alcuni soggetti rilasciano molto più virus e per un periodo di tempo più lungo.
I ricercatori cinesi che studiavano la diffusione del coronavirus fuori dalla provincia di Hubei hanno identificato 318 cluster di tre o più casi tra il 4 gennaio e l’11 febbraio: solo uno di questi si era sviluppato all’aperto.
Uno studio in Giappone ha scoperto che il rischio di infezione in ambienti chiusi è quasi 19 volte superiore a quello all’aperto, e questo certamente dimostra che l’uso di mascherine all’aperto, oltre che dannoso, è anche in inutile.
Uno studio in Giappone ha scoperto che il rischio di infezione in ambienti chiusi è quasi 19 volte superiore a quello all’aperto, e questo certamente dimostra che l’uso di mascherine all’aperto, oltre che dannoso, è anche in inutile
La scienza, in caso di focolai o epidemie, riuscirà mai a trovare un modo per isolare i super spreader, la causa maggiore della diffusione del contagio, senza costringere alla prigionia domestica tanti soggetti non pericolosi per la comunità?
Cristiano Lugli
Epidemie
Parassita diarroico si diffonde in America
Le autorità sanitarie statunitensi stanno faticando a identificare la fonte di un’intossicazione alimentare che causa diarrea grave e disidratazione. Almeno 145 persone in 17 stati sono risultate positive al parassita Cyclospora cayetanensis.
I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno riconosciuto che è probabile che ci siano molti più casi non diagnosticati.
Dall’inizio di maggio, venti persone sono state ricoverate in ospedale a causa dell’epidemia, sebbene non siano stati segnalati decessi. Nuova York è emersa come uno dei principali focolai, con un numero di persone infette dal parassita che varia tra 31 e 80.
Casi di ciclosporiasi sono stati identificati anche in Alaska, Colorado, Connecticut, Florida, Georgia, Illinois, Louisiana, Massachusetts, Carolina del Nord, Ohio, Pennsylvania, Tennessee, Texas, Virginia e Wisconsin.
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La malattia in genere causa diarrea acquosa esplosiva, insieme a una serie di altri sintomi gastrointestinali, tra cui gonfiore, flatulenza, crampi allo stomaco, nausea e vomito. Alcune persone riferiscono anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.
Secondo il CDC, la ciclosporiasi si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.
Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, con conseguente numero considerevole di casi non diagnosticati. Se non trattata, l’infezione può durare oltre un mese, e la sua caratteristica principale è rappresentata da episodi ricorrenti di diarrea.
Tale microscopico parassita è endemico nei paesi tropicali e subtropicali, tra cui Guatemala, Perù e Nepal. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo. Poiché la maggior parte delle persone a cui è stata diagnosticata la ciclosporiasi nel corso dell’epidemia in corso non aveva viaggiato di recente al di fuori degli Stati Uniti, le autorità sanitarie sospettano che la fonte sia da ricercarsi in prodotti ortofrutticoli distribuiti a livello nazionale.
Secondo quanto dichiarato dai funzionari, «le autorità sanitarie locali, statali e federali (CDC, FDA) stanno indagando su diversi focolai di casi in più di uno stato. Le indagini per identificare le potenziali fonti sono tuttora in corso».
Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.
Il CDC raccomanda di lavare le verdure a foglia verde con acqua corrente fredda per ridurre al minimo il rischio di esposizione.
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Armi biologiche
Fauci ha finanziato la ricerca che ha dato origine al COVID: cosa dicono i documenti secretati dalla Gabbard
Today, on my final day as Director of National Intelligence, I’m releasing never-before-seen communications and documents exposing how Dr. Fauci provided millions in US taxpayer dollars to fund dangerous gain-of-function research at the Wuhan lab, worked with politicized elements… pic.twitter.com/ZMdliW4zyS
— DNI Tulsi Gabbard (@DNIGabbard) June 19, 2026
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Epidemie
Rapporto OMS avverte: entro settembre rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo entro settembre
L’attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale ha registrato il maggior numero di casi confermati nel primo mese rispetto a qualsiasi altra epidemia precedente.
Il ceppo Bundibugyo del virus Ebola ha infettato oltre 1.000 persone e ne ha uccise 267 in Congo, causando inoltre 20 infezioni e 2 decessi nella vicina Uganda. Gli esperti ritengono che il virus si stesse diffondendo da mesi prima di essere individuato e ufficialmente dichiarato un focolaio. A differenza delle precedenti epidemie, localizzate in aree rurali, questa ha colpito zone urbane più densamente popolate.
L’Ufficio Africa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato il 25 giugno un rapporto su The Lancet, avvertendo di un previsto raggiungimento di 8.210 casi confermati e 1.420 decessi entro metà settembre. Il loro modello computerizzato, basato sullo scenario peggiore, prevede 66.000 casi entro settembre. Vi sono indicazioni che gli operatori sanitari siano stati efficaci nel rallentare il tasso di trasmissione laddove hanno potuto operare.
Le comunità isolate, inizialmente restie a collaborare con gli operatori sanitari, ora comprendono la gravità della crisi e chiedono aiuto. Le autorità stanno reclutando 20.000 operatori sanitari della zona per potenziare il tracciamento dei contatti e altre iniziative.
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Tuttavia, una delle principali difficoltà nella lotta contro la malattia è la crisi umanitaria, con un milione di persone fuggite dai combattimenti nel Congo orientale e costrette a vivere in campi profughi sovraffollati. Sono stati accertati casi di Ebola in almeno tre di questi campi, ma gli operatori sanitari non possono accedervi a causa del conflitto. Il dottor Jean Kaseya, direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha affermato: «Non possiamo fermare questa epidemia senza risolvere il problema umanitario».
Questa settimana inizieranno in Congo le sperimentazioni cliniche su due farmaci contro il virus Ebola Bundibugyo. Uno è il molto controverso remdesivir (la cui inefficacia per il COVID, sei anni fa, era stata affermata proprio dall’OMS…), un antivirale prodotto da Gilead Sciences, e l’altro è l’anticorpo monoclonale MBP-134 di MappBio, che qualcuno spera di utilizzare in futuro come vaccino per prevenire la malattia. Attualmente la sperimentazione con i due farmaci è progettata per verificare l’efficacia di una delle due terapie contro questa forma di Ebola.
Lo sviluppo di questi due farmaci è stato finanziato dal governo degli Stati Uniti, ma i fondi per affrontare l’epidemia sono arrivati con lentezza. Dei 910 milioni di dollari promessi dalla comunità internazionale, solo il 13% è stato erogato. Il presidente Trump ha richiesto 1,4 miliardi di dollari al Congresso, ma la maggior parte di questa somma è destinata ad aiutare gli americani, non la popolazione del Congo orientale.
La sua richiesta include 500 milioni di dollari per impedire la diffusione del virus negli Stati Uniti, altri 90 milioni di dollari per le attività diplomatiche e per l’evacuazione e il trasporto dei cittadini statunitensi esposti al virus, e 800 milioni di dollari per costruire un centro di quarantena in Kenya per gli americani esposti al virus.
Come riportato da Renovatio 21, il Kenya ha già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.
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Un mese fa l’OMS aveva segnalato la prima guarigione confermata dall’epidemia del ceppo Bundibugyo. La responsabile tecnica dell’agenzia, Anais Legand, ha dichiarato che un paziente risultato positivo all’Ebola è guarito ed è stato dimesso dall’ospedale il 27 maggio dopo aver ricevuto due risultati negativi al test.
Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.
Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.
Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.
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Immagine di World Bank Photos via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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