Immigrazione
In USA la generazione Z sarà l’ultima a maggioranza bianca
Gli americani nati tra il 1997 e il 2012, noti come «Generazione Z», saranno l’ultimo gruppo demografico in cui i bianchi sono la maggioranza, secondo un nuovo studio sui dati del censimento statunitense.
Meno della metà dei nati da allora sono bianchi e si prevede quindi che negli USA nel loro insieme i cittadini di cosiddetta «razza caucasica diverranno una minoranza maggioritaria entro il 2045.
I dati del censimento pubblicati due anni fa hanno rilevato che la maggioranza bianca negli Stati Uniti si è ridotta da circa l’80% nel 1980 al 59% nel 2020.
Tale calo non è stato guidato da una crescita della popolazione nera, che è rimasta relativamente statica tra il 12 % e 13% dal 2010; è, invece, è legato alle popolazioni ispanica, asiatica e di razza mista che sono incrementate di molto nel Paese, aumentando rispettivamente al 19%, 6,3% e 3%.
Pubblicato la scorsa settimana, un ulteriore studio di questi dati da parte della Brookings Institution ha rivelato che il declino dei bianchi è ancora più esagerato se suddiviso per generazione. Sebbene sia noto dal 2020 che i bianchi cesseranno di essere la maggioranza negli Stati Uniti entro il 2045, questo punto di svolta è già stato raggiunto tra la «Generazione Alpha», ovvero i nati dopo il 2012.
Secondo lo studio, i bianchi non ispanici costituiscono il 77% della popolazione di età superiore ai 75 anni, il 67% della popolazione di età compresa tra 55 e 64 anni, il 55% dei 35-44enni e poco più della metà dei 18-24 coorte. Tra quelli sotto i 18 anni, il 47% è bianco, il 25% ispanico, il 13% nero, il 5,4% asiatico e il resto sono due o più razze.
Tuttavia, i dati potrebbero non essere del tutto affidabili. Il censimento ha chiesto alle persone di autoidentificare la propria razza, il che significa che quelli di discendenza mista potevano identificarsi come una delle razze dei loro genitori o entrambe. Allo stesso modo, i moduli di censimento non includevano alcuna opzione per quelli di origine mediorientale o nordafricana, che sono considerati bianchi dal governo degli Stati Uniti.
Il calo della popolazione bianca americana è stato un argomento controverso nei media negli ultimi anni. I repubblicani hanno accusato i democratici di utilizzare politiche di confine lassiste per importare blocchi di elettori ispanici – che di solito votano democratico – in stati storicamente conservatori come il Texas.
Nel frattempo, anche negli USA ha preso piede la teoria della «Grande sostituzione», definita dall’establishment americano fatto da giornali e da realtà legate al Partito Democratico come una «teoria del complotto» di matrice razzista, diffusa dai «nazionalisti bianchi» che per Biden sono il vero problema degli Stati Uniti.
Tuttavia, molti le medesime testate giornalistiche e televisive pubblicano articoli celebrativi che annunciano il «conto alla rovescia per l’apocalisse bianca».
In Europa nel frattempo la Grande Sostituzione diviene sempre meno un tabù, e le voci che sostengono che essa non esista, che sia solo una teoria cospirativa, vanno via via affievolendosi.
«La Grande Sostituzione, sono rimasto scioccata dal fatto che la si chiami teoria. Non è una teoria, è un dato di fatto», ha dichiarato a fine 2022 il celebrato scrittore francese Michel Houellebecq. «Quando si tratta di immigrazione, nessuno controlla nulla, questo è l’intero problema. L’Europa sarà spazzata via da questo cataclisma».
La Francia, dove è stata teorizzata dallo scrittore Renaud Camus, secondo i sondaggi i cittadini non solo credono nella la Grande Sostituzione, ma la temono. La rivolta etnica nelle banlieue dello scorso mese fa capire che hanno ragione.
In Italia, tuttavia, permane una certa vergogna a parlarne, anche da parte di esponenti di un partito di destra-destra al governo: è l’increscioso caso del ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, cognato del premier Giorgia Meloni, che ad un evento si era lasciato scappare che «non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica».
Il diluvio di critica del blocco costituito da media mainstream e sinistra politica organizzata, con dileggio pure del suo matrimonio, lo hanno spinto a ritrattare: prese le distanze dalle sue stesse dichiarazioni, sostenne di non conoscere la «teoria complottista» del «piano Kalergi» davanti a quanti lo avevano accusato di esserne un sostenitore. «Nelle mie parole non c’era alcun riferimento a visioni ben lontane dalla mia formazione». Il ministro-cognato aveva quindi sbagliato «per ignoranza», assicurava in una accorata intervista al Corriere della Sera.
Esistono già situazioni in cui, tramite operazioni massive organizzate, gli italiani bianchi divengono minoranza all’interno del loro stesso Paese, e non solo nelle periferie-ghetto degli immigrati avviate a divenire no-go zone.
Ci riferiamo al famigerato capodanno di Milano, o a quello di Colonia – il concetto di è tahurrush gamea, la molestia sessuale collettiva. Oppure possiamo parlare, cosa che non ha fatto nessuno, dell’ultimo San Silvestro di Berlino. Renovatio 21 lo ha fatto: potete vedere da voi le immagini di guerriglia, con le forze dell’ordine ignorate e prese per i fondelli.
Non è stato diverso per i disordini e i danneggiamenti susseguitisi in tutta Europa dopo le vittorie (le vittorie, non le sconfitte) del Marocco ai mondiali qatarioti.
L’esempio più alto e programmatico di tale volontà di sottrarre territorio agli Stati europei e ai loro cittadini è stato proprio in Italia: l’invasione di Peschiera del Garda nel giugno 2022 da parte di un’orda incontenibile di ragazzini immigrati dall’Africa, che rivendicarono la conquista della cittadina lacustre, sfidarono i celerini (che, in minoranza numerica schiacciante e davanti ad atteggiamenti di continua provocazione demenziale, furono incapaci di contenerli) e infine molestarono delle ragazze italiane che tornavano in treno da Gardaland.
Il processo per le molestie razziste subite dalle ragazze italiane sul treno fu archiviato: erano troppi, non era possibile riconoscerli, le telecamere su quel regionale non funzionavano. In pratica, anche le Ferrovie dello Stato divengono spazio sottratto allo Stato, una no-go zone su binari.
Immigrazione
Gran Bretagna, carcerati bianchi costretti a convertirsi da bande musulmane
Le carceri britanniche stanno diventando un terreno favorevole al reclutamento di bande islamiche, con detenuti bianchi che si convertono sotto minaccia di violenza, mentre il sistema libera in anticipo i terroristi, tiene i manifestanti in cella più a lungo dei pedofili e destina centinaia di milioni all’ospitalità di detenuti stranieri. Lo riporta Modernity News.
Nuovi dati del ministero della Giustizia britannico hanno messo in luce una realtà dura all’interno delle prigioni di Inghilterra e Galles. Un musulmano su cinque in carcere è bianco, quasi quattro volte la quota del 5,8% osservata nella popolazione generale. Il numero di detenuti musulmani bianchi è passato da 2.767 nel 2022 a 3.218 alla fine di giugno 2025, con un incremento del 16%.
Nel complesso, i detenuti musulmani sono cresciuti del 14% nello stesso arco di tempo, da 14.037 a 16.051, arrivando a rappresentare circa il 18% della popolazione carceraria, sebbene i musulmani siano solo il 6,5% della popolazione del Paese. Il ministro della Giustizia ombra Nick Timothy ha presentato i dati e le conseguenze che ne derivano. «La percentuale di musulmani bianchi nelle nostre carceri è talmente superiore a quella della popolazione generale da sollevare seri interrogativi», ha affermato.
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«Sappiamo che gli esperti hanno ripetutamente messo in guardia contro le conversioni forzate che avvengono dietro le sbarre, perpetrate da bande islamiche. Dobbiamo essere onesti e ammettere che qualcosa non va: il Partito Laburista deve indagare con urgenza ed estirpare le conversioni forzate nelle carceri», ha esortato il ministro.
I consulenti governativi registrano questo schema da anni. Jonathan Hall KC, revisore indipendente della legislazione antiterrorismo, ha descritto i terroristi islamici come «autoproclamati emiri» che controllano i prigionieri attraverso «leadership e reclutamento». Ciò comprendeva il prendere di mira «detenuti vulnerabili o soli, utilizzando la guida, la condivisione di cibo o doni materiali» e la «conversione supportata da violenza implicita o esplicita».
Usman Khan, l’attentatore di London Bridge, mentre era detenuto, spingeva i prigionieri ad assumere nomi musulmani e a indossare abiti musulmani, cercando al contempo di convertire altri.
Ian Acheson, che ha studiato l’estremismo islamico nelle carceri, ha dichiarato che le conversioni avvengono spesso «come risposta pragmatica a chi controlla il potere e lo spazio nelle nostre prigioni». Soprattutto negli istituti di massima sicurezza, la sicurezza è un bene prezioso e un gran numero di giovani violenti cerca un senso di appartenenza. «Quindi, in questo caso, l’Islam assume caratteristiche tipiche delle bande criminali».
Un’indagine commissionata dal governo nel 2023 e condotta da Colin Bloom ha accertato che le gang imponevano ai nuovi arrivati di convertirsi all’Islam, pena gravi conseguenze. «Non dichiararsi musulmano significava che, nella migliore delle ipotesi, al nuovo detenuto veniva negata la ‘protezione’ da parte della gang musulmana dominante in quel braccio del carcere, o, nella peggiore, veniva sottoposto a violenze e intimidazioni da parte della stessa gang».
Un avvocato che visita di frequente i penitenziari di massima sicurezza ha riferito che il processo inizia quasi subito. «È qualcosa che accade poche ore dopo il loro arrivo in un braccio del carcere. Appena giungono in prigione, vengono inseriti nella gerarchia delle gang. In alcuni casi ci sono interi piani dominati da gang musulmane».
Alcune conversioni sono opportunistiche: «musulmani di convenienza» che cercano più tempo per la preghiera o cibo halal migliore. Altre sono forzate. I Corani lasciati sui letti veicolano un messaggio chiaro. Il ministero della Giustizia ribadisce di non tollerare intimidazioni o coercizioni basate sulla religione e sostiene che le carceri intervengono tempestivamente. Eppure i numeri continuano a salire, e ora ci sono 140 cappellani musulmani rispetto agli 87 della Chiesa d’Inghilterra.
Si tratta dello stesso sistema carcerario che continua a ospitare migliaia di detenuti stranieri a un costo enorme per il contribuente britannico. Le cifre indicano 10.487 criminali stranieri che costano 629 milioni di sterline (135 milioni di euro) all’anno: una somma che potrebbe finanziare 16.500 agenti di polizia o 15.000 infermieri del Servizio Sanitario Nazionale (NHS). L’Albania è in cima alla lista, seguita da Irlanda e Polonia. Le espulsioni procedono lentamente, ostacolate da documenti mancanti, Paesi di origine non collaborativi e rivendicazioni ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Vanessa Frake, consulente per le carceri di Reform UK, ha definito il conto «sbalorditivo». Ha sottolineato la lunga procedura: passaporti scartati, lentezza nella corrispondenza diplomatica, rifiuti da parte dei Paesi di origine e richieste di tutela della vita familiare ai sensi dell’articolo 8. Persino l’accordo per il rimpatrio di 200 detenuti albanesi prevedeva condizioni e pagamenti giornalieri all’Albania inferiori a quelli che il Regno Unito versa per mantenerli.
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Mentre i criminali stranieri e le reti islamiste si infiltrano nel sistema, le autorità hanno mostrato una diversa urgenza quando si tratta di concedere la libertà anticipata. Zahid Iqbal, condannato nel 2013 per aver pianificato un attentato dinamitardo contro una base dell’esercito utilizzando un manuale di Al-Qaeda, ha ottenuto la libertà vigilata con tre anni di anticipo, nonostante precedenti violazioni delle condizioni di libertà vigilata e avvertimenti da parte dei responsabili del carcere e delle autorità comunitarie.
Colin Sutton, consulente per la criminalità di Reform UK, ha definito la decisione «sconcertante». «Non si trattava di un tizio che tramava qualcosa nella sua camera da letto. Si trattava di qualcuno che organizzava addestramenti. Aveva legami con al-Qaeda. Era un vero terrorista.» I più ampi programmi di rilascio anticipato del Partito Laburista hanno accelerato lo svuotamento delle celle per gestire il sovraffollamento. Migliaia di detenuti, compresi quelli condannati per reati violenti, sono stati rilasciati prima di quanto consentito dalle precedenti normative.
Anche dopo le pause parziali e le esclusioni per alcuni reati sessuali, la direzione intrapresa rimane chiara: la gestione della capienza delle carceri ha la priorità sulla costante tutela della sicurezza pubblica, scrive Modernity News. Si confronti questo con il trattamento riservato ai cittadini britannici che protestano contro le conseguenze dell’immigrazione di massa o che esprimono la propria opinione online.
Lucy Connolly, già incarcerata per un singolo post su X dopo gli attentati di Southport, ha rischiato di essere nuovamente incarcerata per aver ripubblicato un commento satirico su Donald Trump e Keir Starmer. Gli agenti della libertà vigilata hanno considerato la battuta come «incitamento alla violenza» in seguito a una denuncia anonima.
Nell’Essex, sono scoppiate proteste fuori da un hotel che ospitava il migrante etiope Hadush Kebatu, dopo che quest’ultimo aveva aggredito sessualmente una ragazza di 14 anni e una donna. Kebatu è stato condannato a 12 mesi di carcere.
I manifestanti britannici coinvolti nei disordini successivi hanno ricevuto pene detentive ben più severe. Charlie Land è stato condannato a 32 mesi. Jonathan Glover a 30 mesi.
Lee Gower, un padre di famiglia del posto e allenatore di football giovanile, ha ricevuto una condanna a due anni e nove mesi. Altri residenti locali hanno ricevuto condanne da 22 a 33 mesi. Le pene detentive complessive per molti di loro hanno superato i 17 anni, un periodo più lungo di quello inflitto all’autore dei disordini. I giudici hanno sottolineato che la violenza contro la polizia è inaccettabile. Eppure la disparità di pena è innegabile.
«Gli abitanti del luogo che reagiscono a un’aggressione sessuale su un minore da parte di un uomo arrivato con una piccola imbarcazione trascorrono più tempo in casa rispetto all’uomo che ha commesso l’aggressione» conclude Modernity News.
Il carcere costituisce un terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’isolamento, della crisi identitaria e del bisogno di protezione e appartenenza. Molti detenuti, soprattutto quelli con lunghe condanne o origini di emarginazione, vivono una «crisi della presenza» che li rende recettivi alle narrative estremiste. Il processo si articola in fasi successive.
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Nella pre-radicalizzazione fattori di rabbia, frustrazione e ricerca di senso predispongono l’individuo. Nell’identificazione egli cambia abitudini visibili, intensifica le preghiere, si fa crescere la barba e frequenta nuovi compagni allontanandosi dai precedenti riferimenti. Segue l’indottrinamento, in cui detenuti carismatici o autoproclamati imam approfondiscono interpretazioni salafite-jihadiste che presentano l’Occidente come nemico e legittimano la violenza.
L’ultima fase è la jihadizzazione, con l’accettazione dell’azione violenta anche dopo la scarcerazione.
In Francia il carcere è da anni considerato un incubatore della radicalizzazione islamista. Al 1° maggio 2025 risultavano detenuti 754 individui segnalati per radicalizzazione: 351 condannati o indagati per terrorismo islamista (detti TIS) e 403 detenuti di diritto comune che si sono radicalizzati in cella (detti DCSR, detenuti sospettati di radicalizzazione).
Oltre la metà del totale, quindi, ha compiuto il percorso ideologico dietro le sbarre. Il processo segue dinamiche analoghe a quelle osservate in Italia: isolamento, crisi identitaria, ricerca di protezione e di un nuovo status. Reclutatori carismatici, spesso ex criminali diventati autoproclamati imam, individuano i più fragili e li avvicinano prima con la solidarietà, poi con un’interpretazione salafita-jihadista che giustifica la violenza contro la società considerata infedele.
La Francia ha risposto con un dispositivo specifico: i Quartiers d’évaluation de la radicalisation (QER), dove per quindici settimane un’équipe pluridisciplinare osserva il detenuto, seguito dai Quartiers de prise en charge spécifique (QPCR) o dall’isolamento. Nonostante il sovraffollamento cronico, il tasso di recidiva terroristica dopo la scarcerazione resta bassissimo. Casi come Mehdi Nemmouche, radicalizzato in carcere prima di unirsi all’ISIS, o Chérif Chekatt, mostrano però che il rischio non è eliminato. Ogni anno decine di TIS escono e i profili più recenti sono considerati più pericolosi perché legati a fatti violenti o progetti di attentato.
Nelle carceri italiane i musulmani rappresentano circa il 16% della popolazione detenuta e ogni anno si registrano decine di conversioni. Il sovraffollamento e la scarsità di personale facilitano il proselitismo tra i reclusi.
Casi come quello di Anis Amri, radicalizzato in istituti siciliani prima dell’attentato di Berlino, illustrano quanto concreto sia il fenomeno: il tunisino, sbarcato a Lampedusa nel 2011, si finse minore e poi finito in carcere divenne jihadista. Attuò la strage dei mercatini di Natale di Berlino del 2016.
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Immigrazione
Ceuta in subbuglio: può la carità cristiana ignorare il bene comune?
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Un’operazione politica dietro la tragedia umana
All’interno dello stesso episcopato spagnolo, diverse voci hanno riconosciuto che gli eventi non potevano essere ridotti a una semplice emergenza umanitaria. L’arcivescovo Luis Argüello di Valladolid, presidente della Conferenza episcopale spagnola, ha usato termini insoliti nel discorso ecclesiastico contemporaneo: «L’invasione di Ceuta è una prova» e «la demografia è un’arma». Ha così denunciato l’uso di intere popolazioni come mezzo per esercitare pressione tra gli Stati; dietro le immagini di sofferenza si cela un’operazione politica in cui gli stessi migranti sono al contempo strumenti e prime vittime. Il bilancio umano tra i migranti a Ceuta è effettivamente pesante: sono stati ufficialmente registrati almeno 97 decessi. L’arcivescovo Ramón Valdivia, amministratore apostolico di Cadice e Ceuta, ha parlato anche di una «crisi politica internazionale» aggravata da una «tragedia umana». In una lettera pubblicata l’8 agosto, ha descritto senza mezzi termini la situazione in cui versano gli abitanti e la rabbia alimentata dalla «mancanza di protezione» che le autorità avrebbero dovuto impedire. Ha inoltre menzionato i giovani marocchini attirati da «promesse maligne», i bambini abbandonati diventati «carne da cannone per i predatori» e gli adulti che hanno approfittato del caos per sfuggire alla giustizia nel proprio Paese. Il vescovo Valdivia ha tuttavia difeso l’operato delle parrocchie, della Caritas e del Centro San Antonio, che si sono mobilitati fin dalle prime ore per distribuire acqua e cibo. Ha inoltre richiesto che in tutte le parrocchie della diocesi venga organizzata una veglia di preghiera per «la pace, la stabilità e la giustizia a Ceuta».Sostieni Renovatio 21
Carità senza prudenza?
Altri interventi si sono concentrati maggiormente sull’accoglienza dei rifugiati, talvolta al punto da sembrare che ignorassero le cause del disastro e la sofferenza della popolazione locale. Padre Ángel García, fondatore dell’associazione Mensajeros de la Paz, ha visitato il centro di accoglienza temporaneo per migranti. Parlando alle telecamere dell’emittente televisiva LaSexta, ha descritto i migranti in attesa di entrare come «santi» perché mantenevano la calma e non organizzavano rivolte. Questa descrizione riassume una tendenza terzomondista diffusa nel discorso della Chiesa da oltre sessant’anni: lo straniero, per il semplice fatto di essere un migrante, diventa una figura quasi sacra, mentre qualsiasi preoccupazione per la sicurezza degli abitanti o per il controllo delle frontiere tende a essere dipinta come mancanza di compassione. Il direttore del Dipartimento Migrazione della Conferenza Episcopale Spagnola, Fernando Redondo Pavón, ha anch’egli chiesto che i migranti non vengano «criminalizzati» né che si generi in loro timore. Ha difeso la regolarizzazione straordinaria recentemente approvata dal governo di Pedro Sánchez, definendola «molto positiva e necessaria», pur negando che abbia avuto alcun effetto deterrente. L’arcivescovo José Rodríguez Carballo di Mérida-Badajoz ha condannato le mafie e ribadito il diritto dei governi di gestire i flussi migratori nell’interesse comune, ma il suo intervento si è concentrato soprattutto sulla denuncia dello sfruttamento politico della crisi: «sarebbe un peccato gravissimo manipolare e approfittarsi dei poveri». Questo principio deve essere applicato a tutti coloro che sfruttano queste popolazioni, compresi gli Stati che aprono o chiudono le frontiere in base ai propri interessi diplomatici, le organizzazioni che perpetuano l’illusione di un facile passaggio verso l’Europa e i leader politici che si rifiutano di considerare le conseguenze delle loro scelte sulle popolazioni locali.Aiuta Renovatio 21
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Per accogliere «per quanto possibile»
Anche il catechismo pubblicato sotto Giovanni Paolo II riconosce questa distinzione, sebbene il suo insegnamento rifletta già un cambiamento. Per secoli non è esistito un «diritto di migrare» indipendente da circostanze specifiche, come le esigenze del paese ospitante, la guerra, la persecuzione o la carestia. Il catechismo numero 2241, tuttavia, continua a esortare le nazioni prospere ad accogliere gli stranieri “per quanto possibile”, ma afferma anche il diritto delle autorità politiche di regolamentare l’immigrazione «per il bene comune affidato alle loro cure». Infine, ricorda agli immigrati il loro dovere di rispettare il patrimonio materiale e spirituale del paese ospitante, le sue leggi e le sue responsabilità civiche. Tuttavia, come ha dimostrato Laurent Dandrieu in Chiesa e immigrazione: il grande disagio (2), il discorso della Chiesa ha gradualmente sconvolto questo equilibrio. Per diversi decenni, gli interessi del migrante hanno teso a diventare l’unico criterio morale, mentre i diritti delle nazioni europee, la loro identità, la loro sicurezza e la loro continuità storica sono stati relegati in secondo piano. La carità è così separata dalla prudenza, dalla giustizia e dal bene comune, al punto da rendere l’accoglienza dei migranti un imperativo quasi assoluto. A Ceuta, gli eventi ci hanno brutalmente ricordato questi limiti: una città di 80.000 abitanti non può assorbire decine di migliaia di persone in poche ore senza che l’ordine pubblico, le strutture di supporto e la vita quotidiana vengano sconvolti in modo spettacolare. Pertanto, contrapporre la compassione per i migranti alla protezione dei residenti è un falso dilemma; la vera carità aiuta le persone in pericolo, ma cerca anche le cause del loro esodo, combatte chi le sfrutta, protegge le comunità minacciate e rispetta le esigenze del bene comune. Ricordando che «la carità richiede una gerarchia», padre Molina non ha limitato la carità cristiana, bensì le ha restituito l’ordine, la prudenza e il realismo che l’emotività dei media troppo spesso le sottrae. NOTE 1) Theologica, IIa-IIae, q. 26 e q. 31 2) Laurent Dandrieu, Église et immigration : le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne, Parigi, Presses de la Renaissance, 2017. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immigrazione
Legge anti-burqa in Portogallo
Il presidente portoghese António José Seguro ha firmato ufficialmente una normativa che vieta gli abiti atti a coprire il viso negli spazi pubblici, un provvedimento che pare rivolto in modo particolare ai veli islamici integrali come il burqa e il niqab, il velo presente nella tradizione araba.
Intervenendo sul dibattito interno, il presidente Seguro ha contestualizzato la scelta in chiave di relazione tra le persone, dichiarando: «Il volto dovrebbe essere considerato un elemento centrale dell’identità e della comunicazione umana.» Ciononostante, l’ex leader del Partito Socialista ha ammesso il carattere controverso del divieto, riconoscendo che si tratta di una questione di grande delicatezza culturale e sociale.
La legge ha trovato ampio sostegno tra i politici di destra del Paese ed è stata soprannominata «legge del burqa» dai media portoghesi. È stata approvata dal Parlamento a luglio con i voti delle forze di destra, mentre la sinistra si è opposta con decisione.
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Il nuovo assetto normativo restringe in modo rigoroso gli indumenti concepiti per nascondere l’identità di una persona negli spazi pubblici. La legge punisce inoltre l’imposizione a coprirsi il volto per motivi di sesso, religione o età. Chi viola le regole rischia multe comprese tra 150 e 3.000 euro.
Restano però alcune eccezioni. L’uso di coperture del viso come mascherine mediche, attrezzature professionali o artistiche e abbigliamento per condizioni meteorologiche estreme rientra tra i casi previsti dalla normativa.
La questione del velo integrale islamico ha seguito percorsi molto diversi nei principali Paesi europei. La Francia è stata la prima nazione del continente a introdurre un divieto vero e proprio: la legge del 2010, entrata in vigore nell’aprile 2011, vieta «la copertura del volto negli spazi pubblici» e colpisce sia il burqa che il niqab, con multe fino a 150 euro.
La norma fu contestata davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per presunta violazione della libertà religiosa, ma nel 2014 i giudici di Strasburgo ne confermarono la legittimità, giudicandola proporzionata all’obiettivo di preservare il «vivere insieme» dei cittadini francesi.
La Germania ha scelto invece una strada più graduale e circoscritta. Nel 2017 il Parlamento tedesco ha approvato un divieto solo parziale, limitato ai pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni — tra cui addetti elettorali, personale militare e giudiziario — senza mai arrivare a un divieto generalizzato come quello francese.
In Gran Bretagna, invece, non esiste alcuna legge nazionale che vieti il velo integrale. Il tema torna periodicamente nel dibattito politico, ma finora si è preferito lasciare la materia a regolamentazioni locali o settoriali, per esempio in scuole, tribunali o aeroporti, piuttosto che introdurre un divieto generale.
A livello di Unione Europea non esiste una normativa comune sul tema, che resta di competenza esclusiva dei singoli Stati membri. Come riportato da Renovatio 21, nel 2023, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) aveva stabilito che i datori di lavoro governativi possono vietare l’uso di abiti religiosi nell’interesse di mantenere un «ambiente amministrativo del tutto neutrale».
Oltre a Francia e Belgio, che hanno adottato un divieto totale, altri Paesi come Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Bulgaria hanno introdotto negli anni successivi divieti parziali o totali, mentre molti altri non regolano affatto la questione.
Il caso italiano merita un discorso a parte, perché l’Italia non ha mai adottato una legge specifica sul burqa. Il vuoto normativo viene colmato applicando la legge 152 del 1975, nata in un contesto di lotta al terrorismo, che vieta di indossare maschere o caschi in luogo pubblico allo scopo di evitare l’identificazione da parte delle forze dell’ordine. Questa norma è stata più volte utilizzata, soprattutto da amministrazioni locali del Nord Italia, per multare donne che indossavano il velo integrale, come in casi noti a Novara e in un comune in provincia di Como.
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La Lega Nord tentò in seguito di modificare la legge del 1975 per estendere esplicitamente il divieto agli «indumenti indossati per motivi di affiliazione religiosa», eliminando la clausola del «giustificato motivo» che alcuni tribunali avevano invocato per ammettere eccezioni di carattere religioso. Nel 2011 una commissione parlamentare approvò anche un disegno di legge che prevedeva multe salate e la reclusione per chi obbligasse una donna a coprirsi il volto, ma l’iter legislativo non si concluse mai con l’approvazione di una legge nazionale organica.
L’Italia resta dunque, ancora oggi, priva di un divieto esplicito e generalizzato, gestendo la materia attraverso ordinanze comunali e la vecchia normativa antiterrorismo del 1975, che vieta di coprirsi completamente il volto nei luoghi pubblici – ciò porta dunque ad un divieto di portare il velo integrale come un casco. Seguendo tale legge, in passato amministratori locali hanno varato ordinanze che impedivano al livello locale l’uso velo integrale o il burkini, ossia il «costume da bagno islamico».
L’hijab è un copricapo diffusamente indossato in tutto il mondo musulmano; secondo la shari’a, esso costituisce la copertura minima raccomandata per uomini e donne, poiché dovrebbe coprire i capelli e nascondere la fronte, le orecchie e la nuca. Al contrario, il niqab, più comune in Egitto e nel Vicino Oriente, copre interamente il viso, lasciando visibili solo gli occhi. Il burqa, principalmente utilizzato in Afghanistan e di colore azzurro, si differenzia dal niqab per la presenza di una mascherina grigliata che copre completamente gli occhi.
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