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William Friedkin, le crudeltà omosessuali e la paura che i vescovi hanno di Satana

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È morto William Friedkin, regista che sarà rammentato dai posteri per L’esorcista (1973). Noi, tuttavia, non vogliamo ricordarlo per quello – o meglio, non solo per quello.

 

Chiariamoci: L’esorcista è un capolavoro, o forse perfino qualcosa di più: un’opera che è riuscita a captare e risvegliare nella società significati indicibili, altissimi, e che è riuscita a parlare alle generazioni. Mi viene in mente che ne vidi una versione restaurata forse nel tardo 1999 al cinema Excelsior – un’enorme sala a più piani che stava in un antico palazzo nobiliare in Galleria del Corso a Milano, ora sostituita da un centro commerciale che vende macarons, profumini e vestiario per fashion victim e turisti.

 

Il cinema era strapieno, e, paradosso, il film davvero terrificante: vederlo proiettato su grande schermo dava una sensazione totalmente differente rispetto al vederlo in VHS (all’epoca c’erano quelle: le videocassette con i nastri magnetici). Non so dire se facesse più paura o meno, ma la condivisione collettiva della visione portava l’esperienza da un’altra parte: era un rito, forse un vero esorcismo, fatto alla pluralità degli esseri umani, alla società, in qualche modo unita ancora dalla paura del preternaturale e dalla promessa della sua liberazione.

 

I subliminali con il volto del dominio, le apparizioni dell’effigie del demone Pazuzu, perfino il ralenti dei cani che combattono nel deserto iracheno, assumevano quella sera con la sala piena un significato ulteriore…

 

Con me c’era Michela, che de L’esorcista era una patita sfegatata, tanto che rivendicava il fatto di aver visto il film appena uscito in sala… dal ventre di sua madre (credo che mi abbia detto davvero una cosa così: è nata quell’anno). Il culto totale di Michela per il film mi lasciava in prima battuta perplesso: cattolica non lo era (no, e non lo ero neanche io), non so fino a che punto credesse alle storie di possessione, forse era una fan dell’horror, ma limitatamente. Per il capolavoro di Friedkin, andava fuori di testa: sapeva, e ripeteva le battute del demonio e degli esorcisti a memoria, come quella sulle attività della madre di Padre Carras all’inferno (che qui non ripeterò) o l’espressione «volgare esibizione di potenza» (in originale, «vulgar display of power»), che divenne il titolo di un fortunato album di una band metal americana, i Pantera – forse non portò tutta quella fortuna, però, visto che una sera un tizio salì sul palco armato e sparò loro uccidendo il chitarrista.

 

No, subito non capivo perché gli piacesse così tanto il film. Ne parlava in continuazione, chiamandolo famigliarmente L’esorciccio, come la parodia con Ciccio Ingrassia e Lino Banfi (che, a leggere la trama, tra bambini stupratori e talismani sotterrati nei campi – ricorda qualcosa al lettore di Renovatio 21? – può fare anche più paura dell’originale).

 

Poi, piano piano, compresi che quello che la catturava era qualcosa di spirituale ed estetico al contempo: era la perfezione che quella pellicola indubbiamente aveva nel raccontare il mistero, nel mostrare un abisso che sta accanto a noi, un livello ulteriore dell’esistenza dipinto in modo impareggiabile.

 

Io non posso che condividere. E come me, ci sono milioni di persone, di tutte le classi socioeconomiche e socioculturali e sociopolitiche, che vi hanno visto dentro un significato profondissimo, e tutto personale.

 

Un regista para-sessuale ora celeberrimo a livello internazionale (noto perché i suoi film, per usare le sue parole e la sua zeppola «fzpingono zul pedaleh della fprofvocaziòneh»), mi disse, oramai un quarto di secolo fa, che il suono del demonio era ottenuto girando al contrario l’audio dello sgozzamento di un maiale. Non so verificare se ciò sia vero, tuttavia il tono indicava non solo quanto voleva esibire le sue conoscenze cinefile («volgare esibizione di potenza», appunto), ma anche quanto, alla fine, prendesse sul serio il film, ne riconoscesse la portata misterica.

 

«L’esorcista è un film realista» mi disse un decennio dopo un ragazzo cattolico carismatico – nel senso cattolico di stile pentecostale, zona Medjugorje. Mentre meditavo sul concetto di un neorealismo cinematografico soprannaturale, lui raddoppiava: «anzi no, è un film che dei posseduti dà un’immagine anche troppo contenuta».

 

Sulla questione dell’Esorcista e delle vere possessioni diaboliche torneremo più sotto. Prima vorremo far presente qualcosa che probabilmente nessun’altra testata ricorderà nei coccodrilli su Friedkin: la sua disamina, lucida e compiuta anzitempo, del lato interiore del mondo omosessuale.

 

Prima del grande successo, il regista di Chicago aveva girato un piccolo film d’interni, un kammerspiel in terrazza, se si può dire, chiamato Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970), tratto da una commedia teatrale del drammaturgo gay Mart Crowley.

 

Il film racconta della festa che Michael, un gay, organizza per celebrare il compleanno del suo amico Harold. L’evento ospita vari membri dell’alta società intellettuale omosessuale di New York. Inaspettatamente, tuttavia, alla festa si presenta Alan, un suo vecchio compagno di università e unico partecipante eterosessuale alla festa.

 

La presenza di Alan provoca un cambiamento nell’atmosfera della festa, trasformandola in una sorta di sessione di analisi collettiva. Questo fa emergere sentimenti tossici e risentimenti tra i presenti, portando il gruppo a un drammatico e distruttivo gioco di rivelazioni reciproche. Alla fine del processo, ognuno scopre di essere più solo di quanto pensasse – definitivamente non gaio.

 

 

Non sappiamo se la mitica scena dello «schiantatope» nel film dei fratelli Vanzina Vacanze in America (1984) sia ispirata all’opera di Friedkin – una scena che lo stesso attore scaligero Jerry Calà ora ritiene sarebbe impossibile da girare, in quanto potenzialmente da ritenere omofoba.

 

Tuttavia sappiamo, per testimonianze, che il gioco delle crudeltà all’interno di un festino gay non sia qualcosa di lontano dalla realtà. Si tratta, anzi, di qualcosa comunemente accettato sotto l’etichetta dell’«acidità» di questo o di quel personaggio, di cui Friedkin nel film dà varie declinazioni: nella festicciola del film, come in quelle della realtà, c’è il gay cattolico, il gay effeminato, il gay arredatore di interni, la coppia gay con qualche difficoltà a mantenere la monogamia.

 

Bisogna riconoscere che a 53 anni dall’uscita della pellicola e a centinaia se non migliaia di film omosessuali usciti (scritti, diretti, prodotti, consumati da omosessuali) questo tema praticamente è stato toccato – et pour cause, visto che il senso di sconforto che comunica tende a negare la parola stessa gay.

 

Il film all’epoca non fu ricevuto male dalla critica, ma è accusato ancora oggi dalla comunità LGBT di ritrarre l’omosessualità con tinte pessimistiche inaccettabili.

 

In pratica, vedere oggi Festa per il compleanno del caro amico Harold, dopo milioni di ore di omopropaganda da Philadelphia ad ogni singola serie Netflix, potrebbe essere perfino un’esperienza liberatrice, un atto rivoluzionario. Del tipo: «ma tu lo sapevi che anche i gay sono tristi?».

 

Per qualche motivo, Friedkin (che ricordiamo ebbe in moglie, ad un certo punto, Jeanne Moreau) tornò a fare film controversi sui gay – pure utilizzando uno dei più grandi artisti della storia della celluloide, Alfredo James Pacino detto Al.

 

Cruising (1980), venne dopo l’immenso successo de L’esorcista, e quindi si può considerare un film che il cineasta davvero avesse in cuore di fare. Il film parla degli sforzi di un poliziotto, interpretato da Pacino, per infiltrarsi nel mondo dei gay nuovaiorchesi, dove stava operando uno spietato serial killer. La pellicola ha alla base un romanzo omonimo scritto da Gerald Walker, un giornalista del New York Times, che riprendeva a sua volta un insieme di articoli su una serie di omicidi irrisolti nella scena gay della Grande Mela – in pratica, siamo dalle parti di «ispirato ad una storia vera».

 

 

La parola cruising ha un doppio senso: in inglese indica sua la pattuglia compiuta dai poliziotti, che l’atto tipico del mondo omosessuale di circolare per una località in cerca di un partner sessuale casuale magari del tutto anonimo.

 

Nella pellicola c’è abbondanza di scene con uomini che ballano con costumi di cuoio, e Pacino che fa le mossette, anche se interiormente è divorato dall’ossessione di trovare l’assassino seriale e, lo capiamo grazie alla grandissima arte dall’attore neoeboraceno, dalla paura che gli incutono quei territori ignoti.

 

Quando uscì il film nel 1980 la società era molto cambiata rispetto al 1970 del Compleanno dell’amico Harold: gruppi dei «diritti gay» reagirono con proteste che erano iniziate perfino durante le riprese nel 1979. I gay furono esortati a interrompere le riprese e le aziende di proprietà di persone gay avrebbero dovuto impedire ai lavoratori del film di accedere ai loro locali.

 

Manifestanti omosessuali tentarono di interferire con le riprese puntando gli specchi dai tetti per rovinare l’illuminazione delle scene, fischietti e trombe d’aria vicino ai luoghi e suonando musica ad alto volume. Un migliaio di manifestanti marciò attraverso l’East Village chiedendo alla città di ritirare il sostegno al film (bei tempi: oggi, abbiamo visto, marciano dicendo «stiamo venendo a prendere i vostri figli»).

 

A causa delle continue proteste, l’audio del film fu in gran parte sovrainciso e ridoppiato per rimuovere il rumore causato dai manifestanti fuori campo.

 

Tuttavia, anche qui, pare chiaro che Friedkin stava toccando un nervo scoperto, un altro tema che oggi potrebbe suonare completamente tabù: il mondo gay può essere spaventoso e oscuro – del resto, è quello delle dark room, e se non sapete cosa siano non inquineremo la vostra mente spiegandovelo.

 

Chi ha visto il film non può evitare di pensarci quando, magare lungo gli argini dei fiumi o in altri luoghi di potenziale cruising, vengono trovati omosessuali morti.

 

Friedkin passò dalle cattiverie tra amici omosessuali del Compleanno dell’amico Harold al racconto di atrocità tetre e insondabili, di violenze maligne che vediamo in Cruising. Il pensiero di quel film potrebbe essere riaffiorato quando in Italia scoppiò l’agghiacciante caso di Luca Varani, il ragazzo ventenne torturato e ucciso da due personaggi delle notti gay romane, in quello che il procuratore generale della Cassazione descrisse poi come «un abisso umano» (la vicenda non poteva che ricordare anche il film di Hitchcock Nodo alla gola, a sua volta ispirato ad una storia vera con un omicidio di un 14enne consumatosi nel 1924, che coinvolgeva due ragazzi sulla cui omosessualità si è discusso).

 

A questo punto diventa chiaro che sì, l’epiteto «regista del Male», per Friedkin può starci. Tuttavia, per capire meglio dobbiamo tornare all’esorcista, o meglio al documentario che ne fu conseguenza 40 anni dopo.

 

Di fatto, c’è da ritenere che Friedkin, di origine ebraica, non sapesse moltissimo della possessione diabolica. Era guidato, più che altro, da William Peter Blatty, lo scrittore allevato dai gesuiti a Georgetown (realtà dipinta lucidamente nel film) che per scrivere il romanzo da cui trassero la pellicola si era con probabilità a lungo consultato con dei veri esorcisti, per poi riadattare anche qui una storia vera, l’esorcismo di un ragazzino avvenuto, a quanto pare, nel 1949 nella vicina Cottage County, un Maryland.

 

È difficile, credo, che il regista si stesse rendendo conto anche dell’importanza di piazzare nella storia una accenno di attacco alla tavoletta Ouija, della cui strana storia e dei cui pericoli Renovatio 21 ha scritto varie volte.

 

Tutte le storie per cui Friedkin sarebbe un iniziato che avrebbe messo nel film roba occulta – come suggeriscono certi blog complottari USA o il regista internazionale con la zeppola di cui sopra – sono in realtà fandonie, proiezioni dovute alla perfezione religiosa del film.

 

Ho trovato conferma di questo pensiero nell’ultimo documentario di Friedkin, tecnicamente il suo penultimo film (l’ultimo, The Caine Mutiny Court-Martial, sarà proiettato postumo al Festival di Venezia tra qualche giorno). Sto parlando di The Devil and Father Amorth.

 

A metà anni 2010, Friedkin decise che, pur essendo riconosciuto come un’autorità in fatto di esorcismo a causa del film che aveva diretto, era venuto il momento di vederne uno davvero. Così contattò il decano dell’esorcistato mondiale, l’indimenticato padre Gabriele Amorth (1925-2016), fondatore dell’Associazione internazionale degli esorcisti (AIE), che aveva forse qualcosa come 160.000 esorcismi alle spalle.

 

Padre Amorth è ben conosciuto in Italia: ospitate nei talk show, interviste, e poi la presenza su Radio Maria, dove la sua trasmissione con telefonate dal pubblico era spesso spiazzante: «prontooooh?» diceva lui, mentre dall’altra parte spesso vi era una voce che si esprimeva con ogni accento regionale italiano possibile, spesso per chiedere preghiere per un parente posseduto, che era talvolta possibile sentire rantolare in sottofondo, come avveniva in altre registrazioni audio di incontri di Amorth che l’emittente mariana mandava in onda.

 

Amorth era ritenuto come forse il più potente, esperto esorcista del mondo, tuttavia ammetteva che professionalmente era «un bambino» nei confronti del controverso vescovo zambiano Emmanuel Milingo (lo scrivente lo vide in azione, e conferma l’altissimo livello di quello che possiamo definire «talento esorcistico» del monsignore di Lusaka, con scene di possessione che, sulle prime, ad un corpo maschile anche giovane provocano reazioni somatiche non dissimili a quelle di quando ci si immerge nell’acqua fredda).

 

Friedkin ottenne quindi da Amorth, che era assai generoso mediaticamente, di seguirlo durante il nono esorcismo di una signora di Alatri, conosciuta come «Cristina».

 

 

Il film fu presentato all’edizione 2017 della Mostra del Cinema di Venezia. La critica lo demolì come «amatoriale». È vero. Girato con camerelle digitali tenute a braccio, forsanche dallo stesso Friedkin, l’opera è lontana anni luce dall’arte altissima de L’esorcista. Come se, incontrato un esorcista vero, Friedkin avesse perso lo stile, e fosse regredito a una sorta di forma di espressione audiovisiva infantile: il regista, truccato e col capello tinto e pettinato, si fa inquadrare per spiegare la storia, artifizio da ritenersi impossibile per un cineasta di quel livello, mentre la narrazione diventa sempre più ondivaga, mentre mostra esorcismi in grandangolo, dove padre Amorth mostra la stessa indifferenza verso i versi del maligno di cui dicevamo più sopra parlando delle trasmissioni di Radio Maria. Ab assuetis, non fit passio, mi viene da pensare: quando uno è abituato alle manifestazioni del demonio, non è che si spaventa più.

 

Nel punto che dovrebbe essere il climax della storia, Friedkin confessa di non avere immagini dell’accaduto: una ragazza degli esorcismi dà appuntamento a lui e a un suo assistente in un assolato Paesino dell’entroterra laziale, per poi, a quanto racconta il regista, divenire isterica, e cercare assieme al fidanzato di ricattare gli americani. Tale evento lo sconvolge al punto che ne parla come fosse un degno corollario del viaggio nel preternaturale compiuto una volta entrato in contatto con padre Amorth.

 

Il quale padre Amorth si vede alla fine del film mentre, entrando con un deambulatore in un ascensore, guarda l’obiettivo e fa marameo. Friedkin, fuori campo, dice che è una delle persone più incredibili mai incontrate. La sensazione di ingenuità, di dilettantismo, di infantilismo assale lo spettatore cattolico che magari oltre a L’esorcista ha visto anche qualche esorcismo vero.

 

Ad ogni modo, è un’altra scena del documentario che lascia il segno.

 

È l’intervista all’arcivescovo di Los Angeles Robert Barron, che è un ragazzotto con i pantaloni e il clergyman che lì per lì irradia un’espressione di genuina serenità. Monsignor Barron, parlando in quello che sembra un ambiente del giardino della diocesi con Friedkin, ammette che sì, ci sono cose che non possiamo capire, «c’è una dimensione di questo mondo che è strana e fuori dalla nostra capacità di controllo» e blah blah

 

Poi, ad un certo punto, pressato da Friedkin che gli parla di Satana e delle possessioni, l’arcivescovo fa ammissioni sorprendenti.

 

«Parlando con il diavolo… hey… persone come padre Amorth possono farlo, io non potrei mai osare di farlo, non sono a quel livello spirituale… io penso che sia davvero una cosa pericolosa».

 

Eh?

 

Un arcivescovo, un discendente degli apostoli, un seguace diretto, quindi, del sommo esorcista, un alto gerarca di quei cristiani che arrivati a Roma scacciavano i demoni pagando poi la propria fede con il martirio… non si sente di fare quel lavoro?

 

Sì, abbiamo capito bene. È e lo stesso Friedkin che a quel punto della conversazione lo interrompe, pure puntandogli il dito: «che cosa hai detto?»

 

«Io non lo farei» risponde l’arcivescovo.

 

«Cosa non faresti?» chiede ancora Friedkin colpito.

 

«Parlare con il diavolo» precisa il monsignore.

 

«Come in un esorcismo?»

 

«Io penso che non sarei in grado… penso che non vorrei farlo.»

 

«Perché no?»

 

«Penso che sia un territorio pericoloso… devi essere davvero, davvero santo». Qui l’arcivescovo usa la parola «holy», che confonde un po’, perché si può tradurre più che altro con «sacro». Ora il prelato ha lo sguardo del cane bastonato, il sorrisotto yankee è sparito.

 

«È nelle scritture!» esclama Friedkin. «Gesù esorcizzava i demoni!»

 

«Lo so, lo so. Assolutamente. Ecco perché la Chiesa è attenta e sceglie persone molto sante».

 

«E tu non lo sei?» domanda il regista.

 

«Non credo di essere pronto per questo» risponde monsignor Barron cercando di recuperare lo smile. «Io avrei paura».

 

Rileggete. Lasciate che la cosa affondi nella vostra mente: un vescovo ha paura di Satana. E non lo vorrebbe incontrare, nemmeno per fare il suo lavoro, che è salvare le anime, e curare il suo gregge.

 

«Quanto più in alto puoi essere rispetto all’essere un vescovo» sbotta il cineasta sconvolto. L’arcivescovo di Los Angeles accenna ad una breve risata.

 

«Wait a minute… » continua Friedkin gesticolando con le mani, come se cercasse di razionalizzare quanto ha appena sentito. «Non sto scherzando, sono davvero impressionato da quello che hai detto.»

 

«Devi trovare qualcuno che sia ad un alto livello del team spirituale… è un affare rischioso, entrare in contatto ravvicinato con il diavolo…» cerca di giustificarsi Barron.

 

«Perché?»

 

«Perché è il demonio.»

 

«Ma tu hai il potere di Gesù!». Davanti a simili risposte dell’arcivescovo, l’ebreo Friedkin parla oramai come un fervente cattolico, uno di quei credenti tutti di un pezzo.

 

«Sì ce l’ho sicuramente… ma la Chiesa vuole qualcuno che sia personalmente santo per usare quel potere, in modo più efficace».

 

Lì per lì, possiamo solo pensare che sia falso, che l’arcivescovo si stia inventando tutta questa storia del «sacro esorcista» per giustificare la sua paura. Non ci risulta che nell’esorcistato ci sia una selezione effettuata con «santometri» o altre tecnologie cattoliche sconosciute. La santometria esorcistica davvero ci mancava.

 

 

L’intervista, nel dolore dello spettatore cattolico, va avanti.

 

«Quindi credi che sia possibile, per il demone, di entrare dentro di te…?» chiede il regista.

 

«Sicuramente è possibile» risponde Monsignor Barron, i cui occhi, in primo piano, a questo punto possono trasmettere tutta la paura che pure ammette.

 

Qui c’è da alzarsi ed applaudire il cineasta fino a spellarsi le mani. Friedkin riesce a dare una testimonianza spirituale del cattolicesimo moderno che è, a dir poco, inarrivabile. E non l’ha fatto con le luci perfette de L’esorcista, ma con questa breve conversazione, filmata male, con un arcivescovo.

 

Ecco finalmente una scena di vero realismo da Friedkin: non gli spruzzi di vomito verde della posseduta, ma l’ammissione del fatto che un discendente degli Apostoli, oggi, teme il demonio.

 

Questa è la chiesa postconciliare. Non crede al soprannaturale, figuriamoci al preternaturale. Talvolta non è nemmeno che non ci crede: immersa nei suoi pantaloni casual, semplicemente non ci ha mai pensato. E quando ci pensa, perché ad un certo punto la realtà del Male può arrivare anche loro, ne hanno paura. Scappano, si imboscano, inventano scuse.

 

Che il Male lo combattano altri. Che questo lavoro lo facciano i professionisti. Noi abbiamo altro da fare. Organizzare eventi, curarci dei migranti…

 

Se questi sono i generali dell’esercito che dovrebbe difenderci dall’Inferno, se questo è il nostro katechon, siamo finiti.

 

C’è, tuttavia, montata con arguzia accanto alla solare scena con l’arcivescovo, un’altra intervista. A parlare è un uomo dimesso, vecchio, con un’espressione esausta. Ha i capelli arruffati e rughe immense che gli solcano la fronte, la barba un po’ lunga, la schiena ricurva.

 

Gli occhi di quest’uomo tuttavia sono incredibili, indimenticabili: in realtà, il suo sguardo spiega l’intera sua figura. Non sappiamo descriverli: sono occhi di un uomo che ha sofferto, ho forse occhi di un uomo che ha visto cose inimmaginabili.

 

Si tratta di Jeffrey Burton Russell, uno storico del Medioevo europeo noto per il suo lavoro riguardo al demonio nelle varie ere dell’umanità, dal primo cristianesimo al mondo moderno passando per l’età di mezzo.

 

Russell è ripreso su uno sfondo nero, e a differenza del monsignore sembra ascoltare bene le domande, in totale silenzio, per poi rispondere senza frasi fatte.

 

«Io credo che un potere transumano del Male esista» dice lo studioso. Friedkin gli chiede se ha mai pensato che tutto il lavoro che ha fatto (i quattro libri principali si chiamato Satan, Lucifer, Mephistopheles e Prince of Darkness) lo abbiano per caso esposto alla possessione.

 

Lo storico risponde che l’anno che finì di scrivere Il principe delle tenebre ebbe un attacco di grave depressione… non so se fosse possessione… so solo che le persone non si concentrano sul diavolo… io l’ho fatto e forse non lo farei un’altra volta… non pensano abbastanza al lato maligno».

 

Questa piccola testimonianza, all’interno del documentario, porta nel cuore del cattolico una grande speranza. Sì, ci sono persone che, a differenza dei vescovi, ancora credono nell’esistenza del Male, nei suoi attacchi. Persone che sanno con cosa si ha a che fare, e che non si imboscano dietro alla politica da ONG pietosa per evitare la principale guerra dell’universo, quella del Bene contro il Male.

 

È poco, è pochissimo: davanti alla catastrofe episcopale, dobbiamo accontentarci che esista un intellettuale depresso che dice di credere al maligno? No, ma la fede sulla Terra, da qualche parte deve rimanere conservata. Qualsiasi luogo, specie se lontano dalle diocesi, oggi va bene.

 

Di certo, non possiamo fidarci di qualcuno perché vescovo, come noi cristiani avevamo già visto durante le persecuzioni del IV secolo: famiglie intere accettavano il martirio pur di non bruciare il granello di incenso all’Imperatore, mentre alcuni vescovi invece tradivano la fede per salvarsi la vita e magari lo stipendio.

 

La parola «traditore» viene da qui: da quei vescovi che consegnavano – cioè, tradivano – le scritture alle autorità pagane affinché le bruciassero, nel tentativo di eradicare la fede in Gesù.

 

Anche quella persecuzione, anche quell’immane progetto politico del diavolo, fallì. Con la persecuzione dell’ora presente, così simile a quella del IV secolo, ammettiamo che non sappiamo ancora come andrà a finire.

 

Rimane che il vero film horror, la vera pellicola diabolica non è L’esorcista. È la chiesa dopo il Concilio Vaticano II.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube, riprodotta in osservanza dell’articolo 70 comma 1 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio, modificata dalla legge 22 maggio 2004 n. 128, poiché trattasi di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione»

 

 

 

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Marina Abramovic definisce Trump «il mago di più alto livello»

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In un video diventato virale online questa settimana, l’artista Marina Abramovic ha affermato che Donald Trump sta preparando il terreno per la nascita del Nuovo Ordine Mondiale.

 

La performance artist è nota per frequentare celebrità di alto profilo e per le sue inquietanti opere che si addentrano in rituali di tipo satanico, tra cui le famigerate cene «spirit cooking» che hanno acquisito notorietà dopo essere state menzionate nelle email di Podesta del 2016.

 

In un’intervista rilasciata dal sedile posteriore di un’auto diversi anni fa, Abramović ha raccontato che un «mago» finlandese le aveva detto: «Trump è la cosa migliore che ci sia mai capitata».

 

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Secondo l’artista performativo, un gruppo di maghi nordici crede che Trump «sia il mago di più alto livello» e che la sua «mente irrazionale» crei «confusione affinché gli esseri umani possano trovare un nuovo ordine».

 

«Sai, non è poi così stupido pensarla in questo modo. Sta completamente stravolgendo le cose perché da quando c’è Trump, le cose stanno cambiando» dice la serba. Parlando nuovamente dei maghi della Lapponia, in Finlandia, la Abramovic ha dichiarato a un intervistatore sul palco di un seminario che gli sciamani della zona praticano «rituali onirici collettivi».

 

Dopo uno di questi rituali onirici, uno sciamano disse all’artista: «La cosa migliore che possa accadere su questo pianeta in questo momento è che Trump diventi presidente», perché «è così irrazionale, così folle che sta effettivamente creando un risveglio che finalmente ci porterà a svegliarci. Prima ci sarebbe stato solo un altro uomo, e tutto sarebbe stato simile. Ma lui è così diverso da tutto il resto che è davvero il mago che ci sta risvegliando».

 

 

Alcuni utenti di X hanno fatto notare che la carta dei tarocchi intitolata «Il Mago» è incredibilmente simile all’immagine generata dall’IA che il presidente Trump ha condiviso di se stesso sui social media lunedì. «Il Mago» è il primo arcano maggiore nella maggior parte dei mazzi di tarocchi tradizionali.

 

 

Alcuni utenti di internet hanno anche fatto notare che la carta si chiama «The Magus», un nome simile a MAGA, nella «tradizione della Golden Dawn», e che «Don» Trump si è ripetutamente vantato di aver inaugurato una nuova «età dell’oro». La Golden Dawn era una loggia esoterica britannica dove operò il satanista Aleiser Crowley ai suoi esordi.

 

«MAGA», hanno notato alcuni osservatori in rete, rappresenta anche il livello più alto nella gerarchia della Chiesa di Satana, essendo il termine latino femminile per mago, stregone.

 

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Dopo le forti polemiche scatenate dalla foto di Trump che si ritraeva come Gesù Cristo, il presidente ha dichiarato a un giornalista alla Casa Bianca che l’immagine intendeva raffigurarlo come un medico della Croce Rossa. Il presidente ha poi cancellato l’immagine controversa. Ciò non ha evitato la condanna di autorità religiose e di cittadini comuni, e financo del presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

 

La Abramovic ha inoltre inaugurato una bizzarra installazione artistica all’esterno del World Economic Forum del 2026, dove i leader mondiali sono saliti a bordo di un autobus per «sperimentare la quiete».

 

La Abramovic di recente si è lamentata della necessità di guardie di sicurezza, sostenendo che la protezione è necessaria a causa delle voci sul Pizzagate.

 

Come riportato da Renovatio 21, allo scoppio del conflitto la Abramovic disse di sostenere l’Ucraina. In seguito il presidente ucraino Volodymyro Zelens’kyj le chiese di divenire «ambasciatrice» per il Paese.

 

Il nome della Abramovic infatti era conosciuto principalmente solo nei circoli artistici d’avanguardia fino a poco prima delle elezioni presidenziali del novembre 2016, quando il suo nome è apparso nelle e-mail pubblicate da Wikileaks ottenute dall’hacking dall’account di John Podesta, presidente della campagna presidenziale di Hillary Clinton. Il fratello di John, Tony, è un noto collezionista di arte visivamente inquietante.

 

Una delle e-mail hackerate era un invito di Abramovic a entrambi i fratelli Podesta chiedendo loro di unirsi a lei per lo «Spirit Cooking» nella sua residenza a New York.

 

Una performance «Spirit Cooking» del 1997 registrata in video prevedeva che l’artista utilizzasse il sangue di maiale per scrivere «ricette» sui muri. Gli unici ingredienti richiesti sono i fluidi corporei: «mescola latte materno fresco con latte di sperma fresco» e «urina fresca del mattino spruzzata sui sogni da incubo» e «con un coltello affilato taglia profondamente il dito medio della mano sinistra e mangia il dolore».

 

«L’atto della cucina spirituale implica che Abramovic usi il sangue di maiale come un modo per connettersi con il mondo spirituale, per cucinare pensieri piuttosto che cibo», secondo un articolo del 2016 del Guardian.

 

Tali lavori dell’artista le sono valsi le accuse di essere satanista e di mimare con i suoi rituali il cannibalismo.

 

Le si è sempre difesa parlando del valore spirituale della sua arte. «Il mio lavoro riguarda più la spiritualità e nient’altro», ha detto Abramović ad ARTnews nel 2016 dopo che le email di Podesta erano state rivelate. «Faccio il mio lavoro da così tanto tempo e questo è un malinteso. È assolutamente scandaloso e ridicolo… voglio dire, questo mondo sta davvero diventando un inferno. Sono completamente stupita, qualcosa viene decontestualizzato allo scopo di vincere. Viviamo in un mondo così strano».

 

Alcuni anni fa, la Abramovic posò con Jacob Rothschild davanti a un dipinto di Thomas Lawrence intitolato «Satan Summoning his Legions» alla Royal Academy of Arts di Londra. La fotografia ancora circola in rete.

 

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Come riportato da Renovatio 21, venerdì 10 aprile 2020 – venerdì Santo dell’anno della pandemia appena iniziata – con il mondo in lockdown – venne pubblicato da Microsoft un video promozionale per HoloLens 2 con protagonista la Abramovic. Molti commentatori obbiettarono a questa strana scelta di testimonial da parte dell’azienda, e la casuale coincidenza di averlo fatto uscire il giorno di commemorazione della morte di Nostro Signore. Vi furono quindi in rete le solite accuse di «satanismo».

 

Il colosso informatico di Bill Gates (lui) dovette quindi ritirare il video promozionale. Attualmente il video è sparito dalla rete, ma in qualche meandro dei social si trova ancora.

 

 

La Abramovic è diventata la prima donna ad avere una mostra retrospettiva personale alla Royal Academy of Arts nel Regno Unito, dal 23 settembre 2023 al 1 gennaio 2024. La BBC ha riferito che i visitatori entreranno nella mostra passando tra due modelle nude.

 

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Dalla Passione di Gibson alla conversione a Cristo. Renovatio 21 intervista Luca Lionello

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Luca Lionello, attore, doppiatore, cattolico. Il pubblico mondiale lo conosce per la sua straordinaria interpretazione di Giuda Iscariota nella pellicola di Mel Gibson, La Passione di Cristo (2004), film che ha sbancato il botteghino ed avuto ramificazioni spirituali immense.   Luca è figlio d’arte: suo padre era il leggendario Oreste Lionello. Il suo percorso artistico è tuttavia unico, personalissimo, distaccandosi dall’eredità di doppiatore e comico del padre per esplorare territori drammatici, spesso complessi e psicologicamente profondi. È oggi considerato uno degli attori più carismatici e versatili della sua generazione. I giornali parlarono a lungo, venti anni fa, della conversione al cattolicesimo di due attori della Passione gibsoniana: Barabba (cioè Pietro Sarubbi) e Giuda, reso da Lionello con un’intensità a tratti angosciante.   Possiamo dire che Luca ha attraversato in profondità un pezzo fondamentale della storia del cinema, nazionale e non solo. Ha lavorato con registi di fama, da Gibson a Tinto Brass, da Marco Bellocchio ad Abel Ferrara. È stato protagonista di sceneggiati televisivi fondamentali come Rally (1989), partecipato giovanissimo a opere epocali come Sposerò Simon Le Bon (1986). La quantità di storie che può raccontare, anche riguardo il piccolo e ricchissimo regno sotterraneo che è il doppiaggio, con il suo genio dinastico, è impressionante.   Alcune le ha dette durante una lunga, densa intervista a Renovatio 21.   Partirei dal presente. Chi è Luca Lionello oggi e quali sono attualmente i tuoi impegni lavorativi? Non saprei risponderti a fuoco. Il mio mestiere è molto strano, probabilmente nemmeno lo è. È un sentimento, una condanna, una necessità interiore. Adesso ho a che fare con me stesso e sinceramente del mio mestiere e dell’arte mi interessa relativamente. Non che il sacro fuoco si sia spento, ma sta bruciando altrove.    Vieni da una famiglia dove il cinema è un elemento determinante. La mia famiglia fa il cinema da subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sia con mia zia – la sorella di mia madre – Irene Cefaro, star degli anni Cinquanta, sia con mio babbo che di film ne ha fatti tanti. Mi sono dedicato al cinema perché avevo il mito di mia zia Irene. Pensa che sono riuscito anche a fare un film in un paese dell’Abruzzo, a Scanno, dove lei fece uno dei suoi successi, Uomini e Lupi, di Giuseppe De Santis con Silvana Mangano e Yves Montand. Grande film, un western. Io sono molto legato ai film western.   Il genere western ha segnato profondamente il nostro cinema italiano con dei successi di popolarità mondiale.  Il cinema nasce e morirà western.    Per te il cinema è stato un dovere, un percorso naturale oppure un’indicazione di uno dei tuoi familiari?  Ho abbandonato il successo in un mestiere molto remunerativo che era il doppiaggio per dedicarmi quasi esclusivamente al cinema e al teatro, perché avevo bisogno dell’aria, del cavallo e della merda. Il doppiaggio lo fai al chiuso, in posti angusti, al buio, umidi, dove manco respiri. Una cosa terribile. 

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Sentivi di esprimere il tuo talento artistico recitando. Mi ero già scapicollato con la voce, volevo fare il cinema ed eccoci qua.   Nella tua carriera da doppiatore ricordo doppiasti John Cusack in Stand by Me – Ricordo di un’estate del 1986 tratto da un racconto di Stephen King. Il ruolo di Cusack era un ruolo sognato, delicatissimo. Stand by Me è uno dei film più belli della storia dei film belli.    Riporta a un mondo giovanile vero, autentico, sostanzialmente diverso da quello di oggi. Riporta fedelmente la bellissima novella del grande Stephen King.    Tuo padre Oreste Lionello è stato anche un grande doppiatore. La sua voce prestata a Woody Allen ha reso l’attore nuovayorkese ancora più popolare e iconico. C’era uno strano rapporto di simbiosi tra loro. Woody Allen è stato un regista molto prolifico, faceva un film all’anno e siccome in America non lo consideravano, il primo successo lo fece in Italia e babbo curava, a quei tempi, anche l’edizione, la traduzione e la trasposizione nella lingua italica. Noi non abbiamo lo stesso umorismo degli anglosassoni, ma mio babbo fece ridere gli italiani grazie a quel doppiaggio. Da quel grande successo italiano nacque l’epopea di Woody Allen.    Tuo babbo doppia anche Robin Williams nella sit-com Mork & Mindy. Lo ha doppiato anche altre volte. La canzone Na-no na-no la scrisse babbo [insieme a Luigi Albertelli su musica di Vince Tempera, ndr]. Visti i numerosi impegni, mio babbo demandava certi lavori ad altri, peraltro artisti notevoli, ma se me lo consenti, senza quella magia del babbo.

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Tua nonna doppiò un personaggio ne L’Esorcista, caposaldo della filmografia horror diretto da William Friedkin. La sua voce la troviamo, in parte, sia nel diavolo che nella madre del prete. L’Esorcista è uno dei più bei film della storia dei bei film. Il regista [William Friedkin, ndr] era un grandissimo.   Nel doppiaggio in Italia ci sono delle famiglie che hanno lavorato tutta la vita in questo settore del cinema tramandando il mestiere di generazione in generazione. Ci sono delle famiglie, ma ci sono anche altri senza famiglia che sono comunque notabilissimi.   Oggi si parla tanto di Intelligenza Artificiale che sta prendendo piede in molti settori lavoratici e artistici. Il doppiaggio non è esente da ciò e qualcuno pensa che questo nuovo software avanzatissimo possa sostituire la voce dell’uomo in cabina di doppiaggio. Tu cosa pensi al riguardo? Possono farlo già da un po’, però l’emozione di un uomo che si bacia con una donna, se è artificiale, nun ce famo gnente! Il cinema sopravviverà proprio per questa cosa, a qualsiasi stramberia che possano inventarsi.   Questo tuo pensiero ci fa ben sperare.  Non può essere sostituita dalla non-presenza dell’errore. Quando non c’è una sbavatura, quando non c’è un fuori fuoco, il cinema è morto. Le cose perfette non «suonano».    Hai frequentato la compagnia del Bagaglino sin da piccolo seguendo tuo padre che ne è stato uno dei protagonisti assoluti.  Ho visto tutte le prove di tutti gli spettacoli possibili immaginabili. Ne facevano quattro o cinque all’anno e poi li replicavano in estate in Costa Smeralda dove avevano un villaggio. E quindi anche lì ancora prove.    Il Bagaglino ha fatto emergere personaggi che hanno segnato la satira e la comicità italiana per anni.  Avevano l’abilità di mettere il re in mutande e a volte anche di togliergliele [ride]. Artisti immensi, sia le donne che gli uomini, con una bravura e delle capacità fuori dal comune. Un gruppo di artisti che si alternavano, mentre invece mio babbo c’è sempre rimasto. La loro arte è sopravvissuta alla chiusura del Teatro del Bagaglino a Roma dopo la morte di babbo. Sai perché i teatri bruciano? Perché alla fine tutte queste interpretazioni, racchiuse dentro questi spazi – peraltro meravigliosi e sublimi ed elegantissimi – esplodono e il teatro prende fuoco [sic].   Un personaggio che è venuto fuori grazie al Bagaglino – che poi si è affermato nella cinematografia italiana come spalla di Tomas Milian in numerosi film – è Franco Lechner in arte Bombolo.  Tra l’altro ricordo che Milian mi diede un premio al suo festival di Miami per un film che si chiama Roma Criminale [di Gianluca Petrazzi, 2013, ndr]. Bombolo probabilmente non era neanche umano. A Bombolo facevano sempre un sacco di scherzi e siccome gli spettacoli del Bagaglino erano un tourbillon e c’era poco tempo per cambiarsi tra un numero e l’altro, c’era uno sketch molto bello dove Bombolo faceva Frankenstein e ogni sera gli mettevano la schiuma da barba in questi zatteroni che doveva mettere ai piedi per alzarsi. Dalla platea si vedeva tutta questa schiuma che gli usciva dai piedi [ride].   Umanamente com’era Bombolo?  Te l’ho detto prima. Era un arcangelo, non era di questa terra.    Pier Francesco Pingitore è colui che, assieme a Mario Castellacci, ha inventato la compagnia del Bagaglino. Pingitore faceva anche la regia.    Era esigente Pingitore? Un colonnello. Severissimo. Una volta dal villaggio lì in Sardegna mi mandarono a prenderlo all’aeroporto di Olbia con un Mercedes enorme. Non avevo ancora la patente. Lui in quell’occasione mi regalò un profumo e mi disse: «Mi sono sempre trovato bene con questo» [ride]. Un ricordo impagabile!   Uno dei primi film in cui reciti è Sposerò Simon Le Bon. Una pellicola del 1986 che inquadra una «Milano da bere» nel boom degli anni Ottanta. Che ricordi hai di quell’esperienza? La prima volta che venne trasmesso in televisione fece circa quindici milioni di telespettatori. La seconda volta venti milioni. È un film che recentemente è stato preso in considerazione come documento storico di quell’Italia che fu, perché la rappresenta molto bene. È un film adolescenziale sull’onda de Il tempo delle mele, fatto con grande cura, con grandi mezzi, da un produttore intelligente, un direttore della fotografia straordinario e da un regista [Carlo Cotti, ndr] allievo di Zeffirelli. Roba forte, importante. 

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Hai una parte in Diavolo in corpo di Marco Bellocchio. Frequentavo il primo anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e feci il provino per il ruolo da protagonista. Il regista fece altre scelte e probabilmente fece pure bene. Sono stato un paio di settimane su un set di Bellocchio, cosa che lui non si è dimenticato. Ho avuto il privilegio di essere chiamato per fare il saggio di un suo corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Una cosa bellissima. Ogni film che fa mi chiama, perché credo gli piaccia chiacchierare con me. Poi non mi prende mai, però si fa delle auto-sedute di analisi a gratis con me [ride].   Per Diavolo in corpo si parlò della presenza in produzione di uno psichiatra all’epoca molto in voga in quegli ambienti, tale Massimo Fagioli.  Hanno scritto tanti film insieme per poi separarsi artisticamente. Non me lo ricordo sul set. Le mie scene riguardavano un’aula degli esami di maturità, se non ricordo male. C’era molto chiasso e io stavo al posticino mio e cercavo di rubare con gli occhi quello che accadeva.  Fu una bella scuola per te quell’esperienza. Il cinema si fa sul set, tutto il resto è teoria che non serve a nulla. Ti faccio un esempio. Il budget di un film, una volta stabilito, viene aumentato di un quindici o venti per cento sotto la voce «imprevisti». Il cinema è fatto dagli imprevisti. Un imprevisto non lo puoi studiare. Si può parlare di cinema, ma è meglio farlo, perché ti rendi conto che alcune cose che avvengono in un set non stanno sui libri, ma su quello che può accadere in quei momenti. La pioggia, il sole, quello che ha mangiato l’attrice la sera prima, se ha dormito, se è incazzata, se l’attore si presenta o meno. Capito? Non è semplice. Non è per tutti.   Attualmente è l’arte più potente che abbiamo non solo perché usa tutte le arti che lo hanno preceduto, ma perché siamo diventati bravissimi. Nel mondo vengono girati un tale numero di film che diventa difficile solo pensare di poterli contare. Ogni paese li sviluppa con la sua cultura e con le proprie storie e tradizioni e con il proprio pubblico. Andare a parlare al pubblico globale è un’altra cosa che solo il cinema sa fare, a parte l’opera.    In che situazione versa il cinema italiano in questo 2026? È morto. Ma non oggi, un po’ di anni fa quando decisero, negli anni Settanta, di blindare quei cinque attori e uccidere lo star system. Se togli lo star system il cinema è finito. E ne avevamo! Son rimaste comunque quelle due o tre attrici e quei cinque attori storici. Abbiamo poi dovuto aspettare Carlo Vanzina. I fratelli Vanzina erano ben protetti e molto benestanti, Carlo era un genio totale.   Ricorda bene che il cinema è regia, non è scrittura. Vuoi sapere la sceneggiatura di uno dei più bei film di Fellini che è Amarcord? La sceneggiatura di Tonino Guerra è un vecchio si siede sulla spiaggia ad aspettare di vedere le balene che passano. Questa è la sceneggiatura originale di Amarcord. Poi da lì chiaramente hanno fatto e sviluppato tanto. Vige una vecchia legge: se non puoi scrivere sul retro di un pacchetto di sigarette la storia, allora lascia stare.    A proposito di grandi registi, tu hai lavorato con Tinto Brass nel film Paprika uscito nelle sale nel 1991. Un genio totale. Il mio personaggio l’ha tagliato, però l’ho fatto. Probabilmente il regista più elegante e più bravo di tutti. Lo potremmo definire un Tornatore ante litteram. Brass era quello che girava meglio di tutti. Non ce n’era per nessuno. Lui stava sempre in macchina. Gli piaceva essere il primo spettatore.    La protagonista di quel film è una giovane Debora Caprioglio nella sua massima espressione di gioventù e femminilità. Recitavo il ruolo di un militare pittore e le imbrattavo le chiappe di un colore rosso e poi glielo facevo imprimere su una tela. Questa scena la girammo più volte e ogni volta ripetevo la stessa operazione. A un certo punto presi il sigaro di Tinto e timbrai il culo della Caprioglio sul sigaro di Tinto. Dopodiché lo regalai a Tinto e credo lo tenga nel suo museo del sesso a Venezia.    Mak π 100 di Antonio Bido, del 1987, è un film avventuroso sulla Marina dove tu interpreti un cadetto. Esatto! Avevo vent’anni e in quel periodo stavo girando Rally [serie televisiva Rai, ndr] sulle colline nei pressi del Lago di Bracciano, in un campo con un circuito sterrato antistante una villa. Lavorando in ambedue i set, dopo Rally dovevo andare di corsa a girare il film di Bido. Avevo una Opel Kadett station wagon 1.7, comprata nuova da mio babbo, e siccome ero in ritardo, insieme al mio compagno di avventura dell’epoca, Ricky Palazzolo, che aveva fretta anche lui perché doveva andare al Festival a cantare la sua canzone, eravamo tutti e due con queste macchine che sfrecciavamo sull’Aurelia. Ci abbiamo messo davvero poco tempo. Sempre a tavoletta [ride]!   Correvi come Bruno, il tuo personaggio nella serie tv Rally. Eh sì!

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Da poco ho intervistato il campione di rally Miki Biasion e abbiamo accennato anche a quella serie che è rimasta nei cuori di tutti i telespettatori appassionati di corse di auto. In una delle puntate ci sono le vetture ufficiali Martini Racing. La regia è di Sergio Martino. Grande Martino!   Nella prima puntata ricordo che fai dei numeri spettacolari con una Fiat Uno Turbo, sia in strada, sia in quel circuito sterrato a cui facevi riferimento pocanzi. Molte di quelle acrobazie con la macchina sono mie. Alcune invece sono di Rémy Julienne [noto stuntman francese, ndr]. Lui guidava le macchine in qualche film di 007, tra le tante altre cose.   Quella fiction fu una produzione importante. Prima produzione europea, ancor prima dell’UE. Una cosa meravigliosa e costosa, ma c’era un grandissimo produttore, Gianni Hecht Lucari. Le riprese furono interrotte per diversi mesi e noi non sapevamo se avremmo o meno terminato la serie. A un certo punto, d’improvviso, mi chiamarono per dirmi che sarei dovuto volare in Africa a girare il resto delle puntate, ma non avevo il passaporto.   Chiamo Lucari, che chiamavo affettivamente Gianni, per esporgli il problema. Lui alza il telefono e chiama Andreotti, che non solo era suo amico, ma anche ministro degli Esteri. Dopo venti minuti mi arriva il passaporto sulla scrivania di Hecht e così ho preso e sono partito per l’Africa.    Consentimi la battuta, ma viste le innumerevoli imitazioni che ha fatto tuo babbo di Andreotti, era come uno di famiglia per te. Praticamente sì. Una volta arrivati in Costa d’Avorio, ad Abidjan, ci mandarono al famoso e mitologico villaggio Les Paletuviers che era la residenza invernale di tutto il cinema italiano. Si stava bene, era bello. C’era il mare, non ti rompeva le scatole nessuno e le aragoste cadevano come grappoli d’uva maturi. Una volta arrivati, alla dogana di Abidjan sequestrarono tutto il materiale del film e noi rimanemmo due mesi in questo villaggio a non fare nulla. Una cosa irripetibile. Facevamo le gare di tuffi con Giuliano Gemma.   Gemma era il protagonista di Rally. Eri amico con lui? Era il mio secondo padre.    Anni fa, poco prima della sua improvvisa scomparsa, accompagnai l’amico e critico cinematografico Fabio Melelli a intervistare Gemma a casa sua. Lo ricordo come un vero signore del cinema italiano. Lui era una star totale ed era la persona più semplice, amorevole, gentile e generosa che abbia mai conosciuto in vita mia. Non so perché mi volesse bene, ma è un essere clamoroso.    In Rally ci sono delle bellissime attrici quali Eleonora Brigliadori e una giovanissima Yvonne Sciò. C’era anche Mariella Di Lauro.    Il tuo giovane collega di gare sulla seria, l’attore francese Vincent Souliac, era doppiato da Tonino Accolla. Perché quel prodotto era una produzione importante. C’era anche Gino Santercole tra gli interpreti. 

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Santercole fece un film con Milian – dove l’attore cubano ha una recitazione ai massimi livelli – che s’intitola Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi. Milian fece un film che veramente mi scioccò da bambino. Era un film in bianco e nero con la Cardinale di Citto Maselli, I Delfini [1960, ndr]. E poi, alla faccio di Bellocchio, ho fatto l’ultimo film di Maselli, Le ombre rosse [2009, ndr]. Bellissimo film! Anche lì per raggiungere il set, sempre a correre con le macchine…   Fare l’attore è sempre un’avventura, dentro e fuori dal set. Totale avventura!   Questo modo di affrontare il lavoro e la vita credo che sia un po’ l’essenza della vita stessa. Sei nell’incertezza totale, però sai che è il tuo ambiente e se non lo frequenti, se non stai sul set, sei fuori dal mondo.    Tu hai lavorato con il figlio del compianto Maurizio Merli, Maurizio Matteo Merli. Penso al film di Claudio Fragasso Le ultime 56 ore del 2010. Ho fatto anche altri lavori con lui. Gli voglio molto bene. Abbiamo condiviso tante avventure assieme. Ha preso molto del carattere del padre.   Diversi anni fa ho scritto una biografia di Maurizio Merli. Tu lo hai conosciuto? C’ho giocato contro a tennis due o tre volte al Torneo Tognazzi. Era molto difficile giocarci, perché era molto competitivo.    In una tua intervista hai dichiarato che ti piace interpretare il ruolo del fraticello o comunque parti che richiamano alla religione. In Padre Pio di Abel Ferrara [2022, ndr] però facevo un politico. In un altro film di Ferrara ho fatto un apostolo, Filippo, poi sempre con lui ho fatto qualche ruolo da cattivo.   Che tipo è Abel Ferrara? Nel corso della mia carriera ho avuto infinite botte di culo – come diceva Ugo Tognazzi – e Abel Ferrara è senza dubbio il regista numero uno: non solo quello con cui mi piace di più lavorare, ma anche colui con cui ho instaurato un rapporto professionale e umano che dura da oltre vent’anni. Per me è il migliore in assoluto.   La sua filmografia parla chiaro. Penso al Il cattivo tenente con Harvey Keitel, solo per citarne uno. Sai in quanti giorni l’hanno girato quel film? È durato diciassette giorni, che è già pochissimo di suo; di questi diciassette giorni, lui ha montato gli ultimi tre giorni di riprese. 

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Arriviamo a La Passione di Cristo di Mel Gibson. Questo film tocca una tematica profonda, importante e sensibile per milioni di cristiani e non solo. Il film ebbe un grande successo. Ha avuto un successo irripetibile e planetario in sole due settimane! Con una nuova società di distribuzione cinematografica alla prima esperienza.   Le major non supportarono questo progetto. Gibson, essendo una vera star di Hollywood, lo ha proposto alle major, ma a Hollywood volevano che Mel facesse Gesù e che Robert De Niro facesse Giuda e che fosse tutto recitato in inglese. Gibson invece ha portato avanti le sue idee e quindi niente appoggio dalle major. Loro credo che se la siano legata al dito questa voglia di Mel Gibson di fare di testa sua e non sottostare alle loro indicazioni.   alcola che durante i due anni di riprese ci fu una polemica assurda: gli ebrei lo presero di mira perché in qualche modo avevano letto il copione e non gli piaceva che loro non ci facessero una bella figura. Uscirono numerosi articoli su tutti i giornali del mondo, ogni giorno, parlando di questa controversia. La più grande campagna pubblicitaria involontaria della storia. Si era creata una tensione e un’attesa sul film, che quando è uscito è esploso.    Quando eri sul set l’avvertivi questa tensione che si era creata attorno a questo film? C’era una potenza di mezzi incredibile. Il sangue per Gesù non era contenuto in dei flaconi di plastica svuotati e riempiti di queste sostanze particolari, bensì c’erano delle autobotti piene di sangue finto. Sangue vecchio, sangue nuovo, sangue mezzo e mezzo. Il lavoro che c’era sulla croce era una cosa da non credere!    &
 
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;   La scena della crocifissione è molto forte. C’è stato un lavoro clamoroso che nemmeno il Canova o il Bernini avrebbero fatto meglio. C’era un giro di croci a Matera che non immagini. Usarono anche un manichino e una volta, causa pioggia, abbandonarono il set del Calvario lasciando il manichino sulla croce. Dal Paese si vede il set in lontananza e alcuni cittadini avevano sbroccato perché pensavano che la produzione avesse lasciato l’attore realmente crocifisso e in solitudine [ride]!   Come fu il casting? Dobbiamo fare un passo indietro. Quando ho girato L’italiano di Ennio De Dominicis [2002, ndr], nel luogo dove mia zia girò Uomini e Lupi, ovvero a Scanno, una mattina la strepitosa responsabile dei casting andò a vedere la proiezione di questo film al cinema Quattro Fontane di Roma. Qualche mese dopo cominciò a occuparsi di The Passion e mi propose. Mi chiamò mentre stavo con i miei cagnolini al parco e mi disse: «Luca stai calmo». A parte che se ti chiamava personalmente Shaila Rubin, la casting più importante al mondo in quel periodo, già eri autorizzato a svenire. «Dobbiamo fare una cosa importante, ma devi stare calmo», in pratica già mi avevano scelto. «Cosa devo fare?». «Una produzione americana sugli antichi romani».   L’incontro con Mel avvenne una quindicina di giorni dopo. Dopo questa conversazione andai «in ritiro» in un eremo papale a Scanno: mangiavo quello che mi offriva la terra, un guardiacaccia mi portava da bere ogni tanto e bevevo acqua di fonte. Mi presentai da Mel che ero un santo, resettato nell’anima e nel corpo. Le audizioni si svolsero nella cripta di un’antica chiesa che sta in Prati, con tutti affreschi del settecento/ottocento dopo Cristo.   C’era un tavolo molto lungo di traverso, era un’abside quindi era circolare, pochissima luce e numerose antenne, registratori e varie attrezzature tecnologiche, perché mandavano il tutto in diretta a Los Angeles. Mel mi fece leggere un qualche cosa in aramaico e io gliela lessi anche in greco. Mi disse di non tagliarmi la barba e se avessi dovuto nel frattempo accettare qualche altro lavoro lo avrei dovuto avvisare. Stop. Mentre vado via, Gibson alza il telefono e chiama De Niro: «Tu il film non lo fai e non lo faccio nemmeno io. Lo fa questo attore qua e ho anche trovato uno che interpreta Gesù».   All’attore che faceva Gesù tutti i giorni mettevano il mio naso, perché Mel voleva che in certe situazioni potessimo sembrare la stessa persona e anche per cambiargli il profilo americano.   

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Come hai preso il fatto di interpretare Giuda Iscariota? Come vuoi che l’abbia presa, bene e male. Dovevo fare quello.    C’è Rosalinda Celentano che interpreta Satana. Io lo chiamerei il diavolo.      Piacque molto. Una delle idee geniali del film e Mel se la portava in palmo di mano. Era la cosa più importante per lui.    C’era Davide Marotta, iconico caratterista del nostro cinema e della pubblicità. Lui faceva il figlio del diavolo.     È vero che sul set veniva celebrata la Santa Messa? Almeno sette o otto messe al giorno. C’era un giro di macchine del Vaticano che non hai idea. La supervisione spirituale era fatta dai Legionari di Cristo. Quando uscì il film il mio padre spirituale di quando ero adolescente divenne il capo di questi Legionari di Cristo. Era una storia che si rincorreva da quando sono nato.    Cosa sai della fede di Mel Gibson?  Lui è un cattolico preconciliare. Integralista.   Quando avevi modo di relazionarti con lui, l’avvertivi il suo essere cattolico? No, non l’ha mai fatto pesare a nessuno. C’erano attori musulmani, ebrei, gnostici, cattolici, atei… no problem. Conta solo quello che sta sullo schermo.   Il padre di Mel, Hutton Gibson, lo hai conosciuto? Mai incontrato. Forse l’ho visto una volta durante gli Oscar, quando ero tra i papabili candidati insieme a Mattia Sbragia, che interpretava Caifa, e a Francesco De Vito, che vestiva i panni di Pietro. Poi però l’Academy fece altre scelte, suscitando non poche polemiche. Ricordo comunque di essere lì, agli Oscar, e poi a casa sua: una grande villa a Hollywood, con tanto di chiesa all’interno della tenuta. Dopo aver messo in moto la sua Harley-Davidson, andammo a messa. Credo che in quell’occasione fosse presente anche suo padre, ma non ebbi modo di parlargli.   Oggi tutta quella collina su cui sorgeva la villa di Gibson è andata distrutta in un grande incendio, circa un anno fa. Ha perso tutto e, paradossalmente, ha detto di sentirsi finalmente bene. Un’idea che può sembrare strana: quando una casa brucia, perdi ogni cosa, tutti quegli oggetti che riempiono spazio, tempo e vita, e che ti legano continuamente ai ricordi. Il fuoco ha portato via tutto. E non è un concetto da sottovalutare.   In The Passion l’attore che interpreta Barabba, Pietro Sarubbi, una volta terminate le riprese, ha iniziato un suo cammino di conversione. Anche tu dopo quel film ti sei avvicinato maggiormente alla fede? Beh, se non ti avvicini alla fede con quel film, è meglio andare a giocare a zecchinetta! È chiaro che per un anno ripetere ogni giorno quello che era accaduto duemila anni prima ha un valore emotivo importante, al di là della finzione. Poi di finto al cinema non c’è niente, perché se c’è una cosa finta se ne accorge anche la signora che ti dà il biglietto. Qualcosa ti resta dentro, ti scuote parecchio. Sarubbi ne rimase molto colpito come molti altri del resto.   Mel Gibson sta ora girando La Resurrezione in uscita il prossimo anno. Non ha voluto richiamare il vecchio cast perché con la nuova tecnologia non era sicuro di ringiovanire voi attori al meglio oppure pensi non abbia voluto appositamente usare tecnologie di Intelligenza Artificiale? C’ha provato in tutti i modi, ma non è stato possibile.   L’AI nel cinema è già ben avviata e in crescita. The Passion è stato fatto tutto in diretta senza l’ausilio di troppi effetti speciali, alla vecchia maniera. In questo sequel, essendo passati più di vent’anni, credo c’abbia provato a fare questi ringiovanimenti, ma evidentemente gli risultavano troppo finti e ha cambiato il cast.    C’è Monsignor Viganò che ha fatto visita al set del film. Certo. La bellissima sceneggiatura di The Passion è stata tratta da delle meditazioni di due mistiche Anne Catherine Emmerich e Maria di Gesù di Ágreda. Se noti bene il mio personaggio non c’è all’Ultima Cena, perché Giuda era già a perdersi altrove. Sai dove hanno ambientato l’Ultima Cena? Era una chiesa paleo cristiana di tufo che poi diventò un convento.   Gibson aveva fatto arrivare delle casse acustiche stile rave party che sparavano a palla il disco Supernatural di Santana. Il produttore esecutivo Enzo Sisti gli ha detto: «Mel, vuoi finire questo film? Allora abbassa la musica sennò qua non possiamo girare». La metteva ovunque! Enzo Sisti gliel’ha fatta togliere perché distraeva troppo.    C’era Jan Michelini come aiuto regista in quel film. Lui era l’ultimo dei segretari di produzione. Al primo fulmine che lo colpì fu promosso. Al secondo fulmine fu promosso ad aiuto regia. E l’aiuto regista – che era l’aiuto regista di Carlo Cotti di Sposerò Simon Le Bon – fu a sua volta promossa a un ruolo nella produzione. Ti rendi conto che corsi e ricorsi?   Jan Michelini era legato alla nota casa di produzione Lux Vide. Tutti siamo legati alla Lux Vide di Ettore Bernabei che ha prodotto tanti film sui santi. Era specializzata.   Anche Don Matteo è una loro produzione. Lui diresse alcuni episodi di Don Matteo. Io desideravo parteciparvi soprattutto per poter incontrare e recitare con Terence Hill: Bud Spencer lo avevo già conosciuto, ma lui ancora no. Ogni volta che Jan mi chiamava per una parte, però, ero impegnato altrove. E quando finalmente riuscii a ottenere un ruolo, lui era già passato ad altro. Alla fine recitai comunque nell’ultima puntata di quella che allora era l’ultima serie, affrontando il lavoro di corsa ma con grande entusiasmo. In realtà non fu davvero l’ultima: la serie ebbe un successo tale da proseguire con altre stagioni.   Tu vieni da una famiglia numerosa. Qual è il tuo senso della famiglia? Siamo cinque fratelli e io ho due figli. Gli studi di architettura non facevano per me e allora iniziai a studiare recitazione, ma lo studio vero lo feci in casa sin da piccolo, anche attraverso il doppiaggio. 

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Quali sono le differenze più sostanziali nel lavorare con una produzione italiana rispetto a una produzione internazionale? Più che dei soldi parlerei dei mezzi. Quando giravamo The Passion – che ha avuto diverse location tra Matera, Cinecittà e Los Angeles – contemporaneamente Vittorio Storaro [direttore della fotografia premiato quattro volte con l’Oscar, ndr] stava girando l’Esorcista – La genesi e c’era una specie di gara di sfoggio di mezzi, ma alla fine il cinema è fatto da una molletta e un pannello di polistirolo. Quanto costa una molletta? Quando costa il polistirolo? Poi è chiaro che ci sono una serie di cose in più.   Una troupe a Hollywood è composta da circa duecento persone, ognuno con le sue competenze, che deve viaggiare, mangiare, dormire e essere pagata. In Italia una troupe bella cazzuta è fatta da minino cinquanta persone. Nelle nostre grandi produzioni si arriva fino a settanta persone circa. Durante le riprese de La Passione di Cristo, Mel girava col megafono, nelle lunghe pause tra una scena e l’altra, urlando: «Din! Din! Din! Questo è il suono del mio fottuto conto in banca che scende. Vogliamo girare, cazzo!». Siccome mezzo film era girato a ralenti in pellicola, e la pellicola ha un prezzo elevato, diceva: «Sbrigati con questo ciak! Sbrigati!», perché col ciak al rallentatore scorrono metri e metri di pellicola. Io ho avuto il privilegio di fare il primo ciak di The Passion con la scena dell’impiccagione ed ero presente anche all’ultimo ciak. Mi piace molto questa cosa. Io non mi sono impiccato, ma ho fatto lavorare un mio amico stuntman.   All’inizio delle riprese Mel esclamò: «Ma sto film è bellissimo… fermi tutti! Abbiamo iniziato, ma non so quando potremmo finire. Rifacciamo tutti i contratti. lo voglio fare bene, perché è troppo bello». Nel frattempo rimaniamo tutti un mese fermi a Matera, perché lui doveva pensare. Un po’ come nel villaggio turistico in Africa con Gemma. Il mio impegno a Matera era finito, ma rimasi sul set perché lui non girava se non c’ero io. Io ero presente a tutti i ciak di The Passion, perché credo pensasse che gli portassi fortuna.   Finite le riprese a Matera ci trasferiamo a Cinecittà e anche lì mi fa fare il primo ciak. Quella scena, da copione, è quella in cui mi si vede in faccia per la prima volta e decido di farla a modo mio: entrare di spalle per poi voltarmi. Il direttore della fotografia Caleb Deschanel, un genio, aveva messo le luci per girare un altro tipo di scena. Mel gli dice: «Senti Caleb, Luca mi ha detto che vuole entrare di spalle e mi piace questa sua proposta». «Bello, ma mi devi dare due settimane». Per due settimane siamo stati tutti fermi, perché Deschanel doveva cambiare le luci. Se dici una cosa del genere in una produzione italiana ti danno uno schiaffone e nemmeno ti ascoltano [ride].   Quando poi ti siedi al cinema e vedi il risultato, è tutta un’altra storia. La scena dei denari è durata due mesi. Non veniva mai bene il lancio della sacchetta e ogni giorno era in programma. Magari a volte non si riusciva a farla in tempo, ma per due mesi siamo stati dietro a questa scena ed è sempre stata all’ordine del giorno.    Una cura del dettaglio quasi maniacale, oserei dire. Esattamente! Ma non per la ricerca della perfezione, perché in quel gesto, in quel lancio di danari, c’è un messaggio. Ci sono tanti messaggi sottaciuti e doveva risultare fatta in una certa maniera.    C’è amicizia vera nel vostro mondo? No! È un mondo estremamente competitivo e sotto sotto tutti odiano tutti, ma sono tutti molto onesti perché lo sanno e ci si adegua. Tu sai che sei come quell’altro e lo rispetti, perché sai esattamente– qualora tu abbia il buon gusto di pensarci – che sta passando le stesse difficoltà tue. All’interno di questi viaggi intergalattici che sono i film, è chiaro che si possono stabilire dei rapporti e delle amicizie eterne, dove il mestiere non conta più e vedi tutto da un’altra prospettiva. Si creano dei legami indissolubili anche se quella persona non la rincontrerai mai più, perché riguardano i profondi segreti della vita.   Vorrei tornare un attimo indietro e chiederti di Gianluca Petrazzi che ho avuto modo di conoscere e intervistare, scomparso prematuramente qualche anno fa. Che rapporto avevi con lui? Io sono cresciuto con Gianluca, avendo fatto quasi dieci opere con Claudio Fragasso dove c’erano un sacco di sparatorie e acrobazie con le auto e Petrazzi c’era sempre. A volte faceva l’armiere, a volte faceva il capo stuntmen. Devi vedere Roma criminale diretto da Gianluca. È anche un omaggio a Tomas Milian ed è anche un omaggio al padre di Petrazzi, Riccardo.    Grazie, Luca. Grazie a te!   Francesco Rondolini

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Arte

L’Iran sta facendo propaganda con fantasiosi video AI

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Nella guerra della propaganda, l’Iran si sta distinguendo per i suoi molti creativi filmati fatti con l’Intelligenza Artificiale in cui attacca il nemico americano ed israeliano e chiede giustizia per la strage delle scolarette in apertura del conflitto.

 

Come riportato da Renovatio 21,  aveva subito lanciato un breve video a base di omini Lego che suggeriva che Netanyahu e Satana avessero spinto Trump alla guerra ricattandolo con i file di Epstein. Il tema dei filmati a base di mattoncini è ora esplorato in ulteriori video che mostrano La Mecca e la distruzione di portaerei statunitense.

 

I richiami ai file di Esptein continuano anche nei filmati recenti, che mostrano anche la possanza delle armi missilistiche della Repubblica Islamica. Colpisce nell’infornata di video AI generati dagli iraniani il rimando costante all’elemento demoniaco, con Netanyahu e Trump descritti come adoratori del demone Baal. Il demone siro-cananeo e fenicio sostituisce in un video la statua della Libertà, venendo distrutto dai missili sciiti.

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Come riportato da Renovatio 21, stanno suscitando polemiche i video postati dagli account ufficiale della Casa Bianca, che sembrano trattare la guerra come un videogiocoì, miscelando immagini di ver bombardamenti, meme e brani di film hollywoodiani. La comunicazione dell’amministrazione Trump sul conflitto è stata definita dai vescovi USA come «ripugnante».

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