Bioetica
Regione russa vieta la «propaganda sull’aborto»
La Repubblica di Mordovia è diventata la prima regione in Russia a vietare ufficialmente la promozione dell’aborto dopo che giovedì il legislatore locale ha approvato una legge che introduce sanzioni amministrative per incoraggiare l’interruzione artificiale di una gravidanza. Lo riporta il sito governativo russo RT.
Gli autori della legislazione sostengono che gli aborti influivano negativamente sulla salute di una donna e hanno notato che un gran numero di interruzioni di gravidanza era una delle principali cause di bassi tassi di natalità.
La legge definisce l’induzione all’aborto come il costringere una donna incinta a compiere questo atto attraverso la persuasione, l’offerta, la corruzione, l’inganno, la richiesta o l’imposizione o la fornitura alla donna di informazioni classificate come «propaganda dell’aborto». Anche cercare di far sì che i parenti di una donna la incoraggino ad interrompere una gravidanza è stato reso illegale.
I cittadini russi in Mordovia che violeranno questa legge, che entrerà in vigore dieci giorni dopo la sua pubblicazione, dovranno affrontare sanzioni amministrative che vanno da 5.000 a 10.000 rubli (47-94 euro). I cittadini stranieri dovrebbero pagare tra 10.000 e 20.000 rubli (94-186 euro) e le persone giuridiche dovrebbero pagare fino a 200.000 rubli (1860 euro).
Nell’atto si annota che l’illecito amministrativo si considererà commesso anche se la donna in questione non ha finito per interrompere la gravidanza.
Una nota a piè di pagina della normativa afferma, tuttavia, che un medico che informa una donna sulle indicazioni mediche per un’interruzione artificiale della gravidanza non rientra nella «coercizione per un aborto».
Il capo della anticamente detta Repubblica dei Mordovini, Artem Zdunov, ha dichiarato all’inizio di questa settimana che la regione era nella «zona rossa» in termini di tassi di natalità e ha attribuito la situazione al gran numero di residenti che avevano lasciato la repubblica negli ultimi anni, nonché al «buchi demografici» lasciati dalla seconda guerra mondiale e dagli anni ’90.
La repubblica russa, che si trova a circa 500 km a Est della capitale Mosca, ha attualmente una popolazione di poco più di 771.000 persone, secondo un sondaggio del 2023. Solo cinque anni fa, c’erano ufficialmente oltre 805.000 persone che vivevano nella regione.
Annunciando la nuova legislazione sul suo canale Telegram ufficiale, lo Zdunov ha osservato che l’iniziativa è stata accolta favorevolmente sia dalle organizzazioni religiose che da quelle pubbliche della Mordovia.
«Il numero di aborti nella repubblica sta diminuendo. Cinque cliniche private hanno già rifiutato volontariamente i servizi per l’interruzione artificiale della gravidanza», ha aggiunto il capo della Repubblica dei Mordovini (la massima carica si chiama qui Glava, «capo», e non più «presidente»).
C’è da notare di come, pur colpendo la pubblicità all’aborto, la legislazione non colpisca l’aborto in sé. L’aborto in Russia è legale come procedura elettiva fino alla dodicesima settimana di gravidanza, e in circostanze speciali nelle fasi successive.
Dopo la conquista della Russia da parte dei bolscevichi, nel 1920 la Repubblica Sovietica Russa sotto Lenin divenne il primo paese al mondo nell’era moderna a consentire l’aborto in tutte le circostanze, ma nel corso del XX secolo la legalità dell’aborto è cambiata maggiormente più di una volta, con il divieto di aborto incondizionato che fu nuovamente emanato sotto Stalin dal 1936 al 1955. Da allora fu di nuovo legalizzato.
Gli aborti russi hanno raggiunto il picco a metà degli anni Sessanta, con un totale di 5.463.300 di bambini russi uccisi nel grembo materno nel solo 1965.
In tutta l’Unione Sovietica, dalla sua legalizzazione, fino alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1990, si sarebbero verificati oltre 260 milioni di aborti.
Nel 2009, la Russia ha registrato 1,2 milioni di aborti, su una popolazione di 143 milioni di persone. Nel 2020 la Russia aveva ridotto il numero di aborti a 450 mila.
Anche l’utero in affitto è legale in Russia, con una legislazione particolarmente permissiva che l’aveva resa, fino a poco fa, una meta del cosiddetto «turismo della fertilità».
Come riportato da Renovatio 21, nel corso del 2022 la camera bassa del Parlamento russo, la Duma di Stato, ha approvato un disegno di legge per impedire agli stranieri di utilizzare madri surrogate russe.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.
Bioetica
Spagna, Medici obiettori di coscienza nel mirino di una «lista nera»
Il 9 marzo 2026, l’Alta Corte di Madrid ha ordinato al Governo della Comunità di Madrid di avviare «immediatamente» la procedura amministrativa per la creazione e l’approvazione di un registro dei professionisti sanitari che si dichiarano obiettori di coscienza alla pratica dell’aborto.
La decisione della Corte completa una vera e propria persecuzione nei confronti dei medici che si rifiutano di praticare aborti per motivi di coscienza.
Contesto della decisione
Nel 2010, una legge ha autorizzato l’aborto fino alla 14a settimana di gravidanza e fino alla 22a settimana in caso di malformazioni o rischi per la salute della donna. L’aborto rimane possibile anche dopo la 22a settimana in caso di gravi e incurabili patologie fetali.
Dal 2022, la legge punisce l’ostruzione, l’intimidazione o le molestie nei confronti di donne o operatori sanitari nei pressi delle cliniche con una pena detentiva da 3 a 12 mesi o con il divieto di accesso alle strutture sanitarie per un periodo da 6 mesi a 3 anni.
Nel 2023, una nuova riforma ha imposto, tra le altre cose, la creazione in ogni comunità autonoma spagnola di un registro dei medici obiettori di coscienza, apparentemente per migliorare l’organizzazione e la continuità dei servizi. Questa riforma ha anche consentito alle minorenni di abortire senza il consenso dei genitori a partire dai 16 anni e ha eliminato il periodo di attesa obbligatorio.
Alcune comunità autonome spagnole si sono rifiutate di conformarsi alla creazione di questo registro, in particolare l’Aragona, le Isole Baleari e Madrid. La presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso (PP), ha ripetutamente definito il registro una «lista nera» che stigmatizzerebbe gli obiettori di coscienza, aprendo la porta alla discriminazione nelle future assunzioni.
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Nell’ottobre del 2025, il ministero della Salute chiese ai dissidenti di conformarsi; le prime due risposero favorevolmente. L’Ordine dei Medici di Madrid replicò, invece: «Ciò che il governo sta cercando di fare è limitare il diritto all’obiezione di coscienza, e questo viene fatto con queste liste nere di obiettori di coscienza», secondo il suo presidente, il dottor Manuel Martinez-Selles.
Nel novembre del 2025, Isabel Diaz Ayuso persistette nel suo rifiuto: «che senso ha volere una lista nera di medici? Se non si intende usarla, perché è così importante?». Chiese «di difendere la libertà ideologica, religiosa e di culto, garantita dalla nostra Costituzione». «La cosa più importante è che lo Stato non interferisca con il nostro modo di pensare», aggiunse.
Il ministero della Salute portò il caso in tribunale.
Il 15 gennaio, il Ministero della Salute ha presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia di Madrid, la quale, lunedì 9 marzo, ha accolto le misure provvisorie richieste dal Ministero della Salute e ha ordinato alla Comunità di avviare «immediatamente» l’iter amministrativo per la creazione e l’approvazione del registro, come previsto dalla legislazione nazionale in materia di aborto.
La Corte ha tuttavia precisato che la misura provvisoria non implica l’immediata creazione del registro, bensì l’obbligo di avviare le procedure necessarie per la sua attuazione, in conformità con la normativa vigente.
Va notato che in alcune regioni, come La Rioja e Castiglia e León, quasi tutti i medici si rifiutano di praticare aborti per motivi di coscienza. Nel 2023, cinque delle nove province di Castiglia e León non avevano registrato alcun aborto da oltre un decennio.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Luis García via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Spain
Bioetica
Una madre e i medici sudcoreani condannati dopo che un neonato nato vivo è stato messo nel congelatore per morire
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Bioetica
Il Lussemburgo vuole sancire l’aborto nella sua Costituzione
Seguendo l’esempio della Francia, il Granducato del Lussemburgo si prepara a sancire il «diritto» all’aborto nella sua legge fondamentale. Spinto da una coalizione guidata dal Partito Cristiano Sociale, il Paese sta sprofondando in una deriva ideologica che volta le spalle alla tutela della vita e all’eredità cristiana del Vecchio Continente.
«C’è qualcosa di marcio nello stato di Danimarca», fece dire Shakespeare a Marcello. Ma sembra che l’elenco sia ben lungi dall’essere limitato al paese di Amleto: sotto l’impulso del déi Lénk (partito di sinistra) e sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare, il Granducato di Lussemburgo ha compiuto, il 3 marzo 2026, un primo passo decisivo verso l’inserimento della libertà di aborto nella sua Costituzione.
Questa votazione, che ha avuto luogo alla Camera dei Deputati, segna un nuovo passo avanti nella secolarizzazione radicale che sta dilagando in Europa, dopo la Francia del 2024.
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Un tradimento delle radici cattoliche
Per chi sostiene una cultura della vita, lo shock rimane profondo. Il CSV, storico partito cristiano-sociale, ha votato a stragrande maggioranza (circa 16 membri su 21), nonostante la sua eredità cattolica. Accettando questa iscrizione per consolidare la sua coalizione con il Partito Democratico (DP) e altri, sembra allontanarsi dai suoi valori fondanti.
Come può un partito che si dichiara cristiano contribuire a stabilire come principio costituzionale ciò che per molti resta un crimine, una tragedia umana e un attentato alla vita innocente?
Consacrando questa libertà nella legge fondamentale, lo Stato non si limita più a depenalizzare l’aborto a determinate condizioni (come dal 1978, con recenti allentamenti): lo protegge in modo permanente da qualsiasi arretramento politico, presentandolo come una conquista irreversibile.
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Una grande rottura antropologica
Guidata in particolare dalla ministra per le Pari Opportunità, Yuriko Backes (DP), questa riforma mira a posizionare il Lussemburgo come un «pioniere» dei diritti sociali. Tuttavia, inverte la gerarchia: l’autonomia individuale prevale sul diritto naturale alla vita, spezzando il legame intergenerazionale che obbliga i più forti a proteggere i più deboli.
Segno di un generale calo di interesse, il dibattito è stato relativamente calmo, nonostante alcuni accesi scambi di opinioni. Le obiezioni morali rimangono discrete o timide. Eppure, la costituzionalizzazione dell’aborto cambia radicalmente la situazione.
Per non parlare della negazione della legge naturale che questa pratica implica, essa minimizza anche il trauma psicologico per molte donne e la mancanza critica di alternative reali – massicce politiche pro-maternità – che potrebbero offrire una vera alternativa all’aborto.
Una cosa è certa: mentre l’Europa si trova ad affrontare un inverno demografico senza precedenti , la scelta del Lussemburgo suona come un’ammissione di resa. Di fronte a questo diktat ideologico, cattolici e attivisti pro-life hanno il dovere di testimoniare che ogni vita umana è un dono del Creatore, dal concepimento alla morte naturale, un dono che nessuna maggioranza parlamentare può legittimamente abolire.
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