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«Bergoglio lavora per lo scisma». Intervista di mons. Viganò

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Renovatio 21 ripubblica l’intervista di Aldo Maria Valli a monsignor Carlo Maria Viganò apparsa sul blog del del vaticanista Duc in Altum.

 

 

Eccellenza, ritengo sia il caso di ripartire da quanto Lei affermava rispondendo alla mia domanda sulla logica seguita da Bergoglio nelle ultime nomine cardinalizie. Lei spiegava:

 

«La logica di Bergoglio è evidentissima: vuole creare le premesse di uno scisma, che a parole nega e deplora, ma che sta preparando da tempo. Bergoglio vuole separare, in un modo o nell’altro, la parte buona dei fedeli e dei chierici dalla Chiesa ufficiale; e per riuscirci, per far sì che si allontanino dal Sinedrio modernista, sta mettendo nei posti chiave della Curia Romana quei personaggi che garantiscano la peggiore gestione dei Dicasteri loro affidati, col peggior risultato possibile e il maggior danno per il corpo ecclesiale».

 

«Le progressive restrizioni alla celebrazione della Liturgia antica servono per confinare i conservatori in riserve di caccia, da cui far loro spiccare il volo verso la Fraternità San Pio X, non appena il Sinodo porterà alle loro logiche conseguenze i cambiamenti dottrinali, morali e disciplinari che sono in cantiere e causerà un esodo di Cattolici in quello che, dopo la soppressione o la normalizzazione degli Istituti Ecclesia Dei, diventerà il “monopolista” della Tradizione. Ma a quel punto – quando cioè i Cattolici tradizionali saranno migrati nella Fraternità e i suoi capi crederanno di aver ottenuto una vittoria sulla concorrenza del soppresso Summorum Pontificum – una nuova provocazione intollerabile costringerà anche la Fraternità San Pio X a prendere le distanze dalla Roma bergogliana, sancendo la “scomunica” del tradizionalismo, non più rappresentato in seno alla Chiesa ufficiale, ammesso che mai lo sia stato. Per questo a mio parere è importante conservare una certa parcellizzazione, in modo da rendere più complessa la manovra dolosa di estromissione dei Cattolici tradizionali dal corpo ecclesiale».

 

«Diaconesse, abolizione del celibato ecclesiastico, benedizione delle coppie omosessuali, tolleranza per la poligamia, la teoria gender, l’ideologia LGBTQ, panteismo ecologista à la Teilhard de Chardin: sono questi i punti di scontro che deliberatamente Begoglio sta aprendo tra l’ala conservatrice (ma non tradizionalista, già distante o fuori dai giochi) e quella ultraprogressista. Il suo scopo è creare lo scontro, lasciarlo crescere, incoraggiare con nomine e promozioni i fautori delle istanze più estreme, per poi assistere alla prevedibile reazione di condanna dei pochi buoni Vescovi, sacerdoti e religiosi rimasti, i quali dinanzi al trabocchetto di Bergoglio avranno due scelte: tornare a subire in silenzio o alzarsi, denunciare il tradimento della Verità cattolica ed essere costretti a lasciare il proprio posto e a esercitare il Ministero nella clandestinità o quantomeno nell’apparente irregolarità canonica».

 

«Una volta ostracizzati i Pastori scomodi e allontanati i fedeli conservatori, la gerarchia bergogliana potrà esercitare il pieno controllo su clero e popolo, certa dell’obbedienza di chi è rimasto. E questa setta, che di cattolico avrà solo il nome (e forse nemmeno più quello), eclisserà totalmente la Sposa dell’Agnello, nel paradosso di una Gerarchia traditrice e corrotta che abusa dell’autorità di Cristo per distruggere la Sua Chiesa».

 

La logica, insomma, sembra essere quella di creare le condizioni perché i veri cattolici abbandonino la barca di Pietro. È così?

Guardi, già nel 2019 Bergoglio disse chiaramente di non temere uno scisma. E mentre affermava che «gli scismatici sempre hanno una cosa in comune, si staccano dal popolo, dalla fede del popolo, dalla fede del popolo di Dio», aggiungeva: «La morale dell’ideologia ti porta alla rigidità, e oggi abbiamo tante scuole di rigidità dentro la Chiesa, che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che finiranno male: quando voi vedrete cristiani, vescovi, sacerdoti rigidi, dietro di loro ci sono dei problemi, non c’è la sanità del Vangelo». Come al solito, accusava i Cattolici di ciò che si apprestava egli stesso a compiere.

 

Per evidenziare ulteriormente la strategia adottata da Bergoglio Lei richiama il saggio di un autore americano che già nel 2018 metteva in luce alcune linee che hanno poi trovato puntuale conferma. Ce ne vuole parlare?

Certamente. L’autore è Patrick Archbold e il suo saggio è apparso in cinque puntate, appunto nel 2018, su Creative Minority Report. Il titolo è Actuating schism, ossia «Realizzare uno scisma».

 

In questo saggio l’autore, con grande lucidità, delinea quella che a suo parere sarebbe stata l’azione dolosa dell’Argentino volta a causare deliberatamente uno scisma in seno alla Chiesa Cattolica.

 

Scriveva Archbold:

 

«Possiamo star certi che questo processo continuerà. Sinodi manipolati per produrre risultati finalizzati a continuare a palleggiare l’eresia sul campo da gioco. (…) La Chiesa si è trovata in uno stato di scisma de facto per qualche tempo, ma coloro che non seguono più gli insegnamenti della Chiesa si sono rifiutati di andarsene. Pur non essendo membra vive della Chiesa, vi ricoprono ruoli importanti. Non vogliono fondare una loro chiesa alternativa né una gerarchia parallela: al contrario, hanno agito sul lungo termine per appropriarsi del nome cattolico e della sua struttura gerarchica. Non volevano una loro chiesa: volevano la nostra. Adesso hanno il potere e lo usano».

 

E ancora:

 

«Questa è dunque la domanda: come facciamo a sbarazzarci di quei cattolici che stanno combattendo contro il nostro potere? Come liberarsi dei fedeli cattolici che, per definizione, si aggrappano tenacemente all’unica vera Chiesa? Come allontanare i veri cattolici dalla Chiesa? Come trasformare uno scisma de facto in uno scisma reale?»

 

E qui Archbold tratteggia sapientemente lo schema adottato dal Comitato Centrale di Santa Marta, individuandolo alcune costanti rilevabili in diversi casi: i Francescani dell’Immacolata, il vescovo Rogelio Livieres Plano in Sudamerica, il vescovo Martin Holley negli Stati Uniti, le Petites Sœurs de Marie Mère du Rédempteur in Francia. A questa breve lista potremmo aggiungere i nomi di molti altri Vescovi e Comunità religiose – specialmente femminili – che hanno potuto sperimentare da allora la misericordia bergogliana.

 

Il sistema è sempre il medesimo: la Visita apostolica con brevissimo preavviso, nessun resoconto sugli esiti, nessun rapporto sulle eventuali criticità riscontrate, nessuna possibilità di chiarimento o di difesa per chi è fatto oggetto dell’indagine.

 

«Il messaggio e il metodo sono chiari. Quando vogliono che te ne vada, possono farti andare via. Non stanno neanche più seguendo le procedure e si sentono dispensati dal rispettare le norme del giusto processo previste dal Diritto Canonico. Ciò dovrebbe mettere sul chi vive qualsiasi Vescovo, ed è esattamente questo il punto».

 

Parallelamente a questa azione canonica del tutto illegittima, gli emissari di Bergoglio non esitano a intimidire i Vescovi e le comunità dal dare accoglienza a quanti vengono ostracizzati: ricordiamo bene quando padre Fidenzio Volpi partecipò irritualmente all’Assemblea della CEI per fare terrorismo sui Francescani dell’Immacolata, minacciando l’Episcopato di non incardinare i frati conservatori nelle loro Diocesi.

 

«Ma quando le regole hanno permesso ad altri Vescovi di fornire una via possibile di fuga alle vittime, quei presuli sono stati minacciati e le regole sono state cambiate in modo da assicurarsi che nessun Vescovo permettesse a nuovi gruppi di fedeli cattolici di costituirsi in una diocesi molto lontana».

 

Mi sembra che Traditionis custodes sia proprio l’espressione di questo piano…

Esatto. Traditionis custodes ha avocato alla Santa Sede la facoltà di erigere canonicamente istituti «tradizionali» e ha fatto comprendere ai Vescovi che nessun sacerdote secolare avrebbe ottenuto il permesso di celebrare secondo l’antico rito. La cancellazione di Summorum Pontificum va in questa direzione, è evidentissimo. Basti pensare al caso, tra gli altri (…) alle Suore domenicane di Marradi, che guarda caso si trovano in una situazione non diversa dalle Petites Sœurs de Marie Mère du Rédempteur: «Hanno commesso il doppio crimine di essere un po’ troppo conservatrici e di possedere beni immobili bramati dall’Ordinario del luogo». Una proprietà su un poggio affacciato sulla Val d’Orcia o un enorme convento del Seicento sull’Appennino. Lo stesso è avvenuto per il Carmelo di Arlington, in Texas, dove la furia contro il conservatorismo delle monache è giunta a diffamare vergognosamente la Madre Priora, sottoposta a commissariamento e dimessa in violazione alle norme canoniche. Anche lì, un Monastero con vasto terreno e un giacimento di petrolio.

 

Ma mentre il Vaticano non esita a limitare i diritti dei Vescovi quando possono aiutare la sopravvivenza di qualche comunità tradizionale, significativamente li amplia al di là del diritto – sanando irregolarità e abusi dei propri lacchè – se ciò serve a sopprimerle e perseguitarle. A ciò si aggiungano la Costituzione Vultum Dei Quærere e l’Istruzione Cor Orans, con cui Bergoglio priva le comunità monastiche della loro autonomia e le irreggimenta in federazioni sotto lo stretto controllo ultra-progressista – e la riprogrammazione in stile cinese – del sedicente Dicastero per i Religiosi.

 

«I media cattolici approvati dal politburo vi diranno che la sinodalità è tutta una questione di decentralizzazione del governo della Chiesa più vicino al popolo, sul modello delle Conferenze Episcopali. Questo, ovviamente, non potrebbe essere più lontano dalla verità. In un’incredibile conferma della menzogna, prima che l’inchiostro fosse addirittura asciutto sul documento sinodale sulla sinodalità, il Papa è intervenuto personalmente per castrare pubblicamente la Conferenza Episcopale Americana, prima ancora che pensasse anche solo di discutere di fare qualcosa di inutile sullo scandalo degli abusi. Si sarebbe trattato comunque di una questione puramente formale, anche per gli osservatori della Chiesa più esperti».

 

Archbold riassume questo schema con le seguenti parole:

 

«Si tratta di assicurarsi che nessun Vescovo ortodosso refrattario possa costituire un bastione della Tradizione e offrire uno spazio sicuro per il Cattolicesimo tradizionale. Egli non può permettere che nuovi gruppi di Religiosi si formino nella sua Diocesi, non può invitare le Suore tradizionali ad aprire una casa nella sua Diocesi, e se fa qualcosa di troppo tradizionale, sarà il destinatario di una Visita Apostolica per il crimine di non andare d’accordo con la sua Conferenza Episcopale. Tutto ciò ha comportato la chiusura di tutte le vie di fuga per i Cattolici tradizionali».

 

A questo punto Archbold cita un passo dell’Arte della guerra di Sun Tzu: «a un nemico circondato, devi lasciare una via di fuga». E glossa:

 

«Per circondare il nemico, si devono chiudere tutte le vie di fuga. Occorre catturare il nemico, i Cattolici tradizionalisti e i conservatori che hanno assunto la pillola rossa, concentrandoli tutti in un luogo dove si sentono più sicuri, prima di dargli la mazzata finale. Ma la mazzata è imminente. […] Credo che intendano abolire il Summorum Pontificum e il diritto individuale dei sacerdoti a dire la Messa e far convergere tutti i Cattolici tradizionali in una o poche fonti approvate, forse la Fraternità San Pietro e l’Istituto di Cristo Re o qualche altra entità creata dalla Commissione Ecclesia Dei, laddove non sia possibile chiudere l’affare con la Fraternità San Pio X. […] Ci riporteranno all’era dell’Indulto e ci ammasseranno in alcuni gruppi (Fraternità San Pietro, Istituto di Cristo Re etc.) e in alcuni centri di indulto esentati dalla liturgia ordinaria. Poi dichiareranno – e i loro servi leccapiedi nei media cattolici mainstream andranno in brodo di giuggiole – che questa non è una mossa anti-tradizionale: “Il Papa non ha abolito una sola Messa tradizionale, si tratta solo di un atto di governo”. Così il gioco è fatto. Qualsiasi gruppo approvato che resista ai cambiamenti o si lamenti troppo forte verrà sottoposto alla Visita Apostolica e verrà eliminato per aver rifiutato di sottomettersi al Pontefice. Qualsiasi comunità diocesana dell’Indulto che opponga resistenza verrà fatta fuori. E ogni Cattolico che pensi di poter scendere nelle catacombe e avere solo Messe celebrate in case private? No: i singoli sacerdoti non hanno più il diritto di dire la Messa. Chi ci prova vuol dire che si rifiuta di sottostare all’autorità del Papa: è uno scismatico, e così pure qualsiasi Vescovo. O si accetta la sottomissione al Vaticano II o si è considerati scismatici. Qualsiasi tentativo di vivere un’autentica vita cattolica tradizionale, sia come religioso, o semplicemente frequentando la Messa antica, ti renderà automaticamente uno scismatico. Se ti rivolgi alla Fraternità San Pio X sei scismatico. Se vai a una Messa clandestina, sei scismatico. Se costituisci un gruppo di fedeli sotto una regola tradizionale senza il permesso di Roma, sei scismatico. Trasformeranno qualsiasi tentativo di vivere una vita cattolica tradizionale in un atto di disobbedienza».

 

Sembra chiaro, monsignore, che a distanza di cinque anni l’allarme lanciato dal lungimirante saggio di Archbold si è dimostrato fondato. Ma, come giustamente si chiedono tanti chierici, religiosi e fedeli, a questo punto in quale modo possiamo resistere a questa azione eversiva, se qualsiasi strada da noi intrapresa può farci accusare di scisma?

La risposta la troviamo nella ferma resistenza di chi ci ha preceduto: dall’eroismo dei Martiri e dei Confessori della Fede alla silenziosa fedeltà di moltissimi Cattolici – chierici, religiosi e laici – che nel corso dei secoli si sono trovati dinanzi alla stessa scelta: scegliere la via larga e comoda del compromesso e dell’apostasia o la via stretta e impervia della fedeltà a Cristo. Una scelta spesso dolorosa, ma alla quale ci ha preparati il Signore: Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa (Mt 10, 34-36).

 

Questa spada – che San Paolo identifica con la spada dello Spirito, la Parola di Dio (Ef 6, 17) – separa i fedeli di Cristo da una gerarchia ribelle e corrotta, i religiosi dai loro Superiori eretici, i sacerdoti dai loro Vescovi modernisti. E i nostri nemici sono quelli della nostra casa, i nostri parroci, i Vescovi, e colui che usurpa il Soglio di Pietro per diffondere l’errore e la divisione.

 

Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! (Mt 18, 7). Queste parole ci ammoniscono sulla gravità degli scandali presenti – dottrinali, morali e liturgici – e sulla loro inevitabilità, data dal temporaneo trionfo dei malvagi, prima del Giudizio finale. Ma ci esortano parimenti a resistervi, a denunciarli, a non darli per normali solo perché sono diffusi ad ogni livello della vita quotidiana.

 

Non dimentichiamo che da sessant’anni ci siamo abituati a vedere usare l’autorità dei Pastori contro i fedeli e contro la Chiesa stessa, mantenendo un’apparenza di legittimità formale. Lo stesso «Concilio» – l’unico Concilio che stia tanto a cuore ai modernisti, perché è l’unico di cui essi sono artefici e che non ha nulla di cattolico – fu un colossale inganno ai danni del corpo ecclesiale, perché manteneva l’autorevolezza di un Concilio Ecumenico pur insinuando fraudolentemente dottrine eterodosse; manteneva l’autorità dei Padri e del Romano Pontefice proprio quando essa era usata per demolire l’edificio cattolico; imponeva obbedienza cieca e servile a norme in contrasto con l’ininterrotto e immutabile Magistero.

 

Fu una frode l’abolizione della Liturgia tradizionale, voluta con apostolica autorità da Paolo VI. E non è meno doloso il tentativo attuale di cancellare il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI con un analogo Motu proprio – apparentemente della medesima efficacia canonica – che non ha come scopo il bene della Chiesa e la salvezza dei fedeli, ma la rovina di entrambi. D’altra parte, anche l’accusa di blasfemia che il Sinedrio mosse a Nostro Signore aveva tutte le apparenze di un’azione formalmente ineccepibile, pur essendo intrinsecamente illegittima e nulla, perché usata contro il divino e innocentissimo Legislatore.

 

L’autorità può trovare obbedienza in virtù della propria autorevolezza, o imporsi con l’autoritarismo. Nel primo caso il potere è esercitato per il fine per cui è stato istituito; nel secondo diventa esso stesso il fine.

 

L’autoritarismo sovverte l’ordine divino – tanto nelle cose temporali quanto in quelle religiose – perché prescinde dall’unica Autorità di Cristo e dalla vicarietà dell’autorità terrena che Lo rappresenta. Esso agisce insomma come se una persona costituita in autorità – un governante, un Vescovo – possedesse in sé la propria legittimazione, e non in quanto vicaria dell’autorità di Cristo. Ciò fa di lei un potere eversivo, svincolato da ogni dovere di conformarsi alla volontà di Cristo nel perseguire il bonum commune, e per ciò stesso destinata inesorabilmente a trasformarsi in odiosa tirannide.

 

 

 

Fine prima parte

 

 

 

 

Immagine di Republic of Korea via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

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Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.

 

Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.

 

Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.

 

Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.

 

La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.

 

Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.

 

Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…

 

Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.

 

E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.

 

Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?

 

Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.

 

Per cui, noi domenica votiamo .

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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi

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Renovatio 21 pubblica la lettera circolante in rete che al segretario CEI cardinale Matteo Zuppi ha scritto l’eminente giurista .Augusto Sinagra, Il professor Augusto Sinagra (Catania, 1941) è un eminente giurista italiano, professore ordinario di Diritto dell’Unione Europea e Internazionale, noto per il suo lungo ruolo accademico alla Sapienza di Roma (fino al 2013) e la sua attività come avvocato patrocinante davanti alle magistrature superiori e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.   Egregio Cardinale,   con molto disagio mi rivolgo a lei con il suo titolo ecclesiastico di alto rango.   Il mio disagio è motivato dal fatto che io sono cattolico e lei mi pare di no; sia nel senso della doverosa e corretta testimonianza dei Vangeli, sia nel senso della liturgia e della tradizione. E ora anche nel suo modo diplomaticamente denigratorio nei confronti dell’attuale Pontefice.   È vero che lei è «figlio» del Concilio Vaticano II che tanti guasti, divisioni e contrasti ha provocato nella Chiesa cattolica. Bastano due esempi: il Vescovo Marcel Lefebvre e l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.   Quel che lei dice e fa mi ricorda le parole del prof. Franco Cordero nel suo famoso libro Risposta a Monsignore (si trattava di monsignor Colombo responsabile spirituale della Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano), quando ammonì – anche lui in controtendenza rispetto agli esiti nefasti del Concilio Vaticano II – che il «Messaggio» sarebbe rimasto e lo si sarebbe raccolto nelle piccole chiesette di lontana periferia.   Lei, Signor Zuppi, (chiamandola così mi sento più a mio agio) non si rende conto del danno che fa alla Chiesa cattolica svilendo ingiustamente il pensiero e l’azione di papa Leone XIV che, secondo lei e secondo un’espressione romanesca a lei nota, «non se lo filerebbe più nessuno».   Si dice che lei è un diplomatico ma la sua non è un’espressione diplomatica ma è qualcosa che somiglia di più a un siluro subacqueo, e questo, Signor Matteo Zuppi, non è commendevole per l’apparente finalità che lei vuol perseguire.

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Attingendo ancora al linguaggio romanesco che lei conosce, penso che a lei ancora «rode» (non dico cosa per decenza) il fatto di non essere stato eletto papa. Ma la sua mancata elezione conferma la presenza in Conclave dello Spirito Santo.   Lei è degno «figlio» di Bergoglio da me sempre chiamato «il pampero argentino». Peraltro a lei manca qualsiasi capacità diplomatica se solo penso che, nominato dal suo dante causa Bergoglio mediatore per la guerra in Ucraina, nonostante i suoi plurimi viaggi e contatti, le sue parole si persero nel vento. E ora lei si permette di criticare Leone XIV del quale non può negarsi quantomeno la grande cultura agostiniana.   Lei dice che i fedeli non gli danno retta. Se la cosa la può tranquillizzare, i fedeli per fortuna non danno retta neanche a lei ma sono obiettivo: i fedeli non danno retta e le Chiese sono vuote non per colpa sua o di altri ma per colpa proprio del Concilio Vaticano II.   Un ultimo commento alla sua omelia del 17 marzo 2026 nella Cattedrale di San Pietro a Bologna. In tale circostanza lei, ormai intriso di «santegidiismo» e dunque più di politica che di fede, ha affermato che l’azione delle FF.AA. per essere efficace «deve essere accompagnata dall’intesa» in mancanza di che la F.A. non sarebbe un «deterrente«, mancando il dialogo e il confronto.   Egregio Zuppi, ma lei cosa pensa che le FF.AA. debbano rapportarsi al nemico dialogando in vista di un’intesa? Oppure che il ricorso alle FF.AA. debba essere deciso all’esito di un’intesa o di un dialogo? Ma con chi? Non le basta il Parlamento?   Devo concludere, mio buon Zuppi, nel senso che lei non si rende conto di quel che dice.   E il bello è che lei dice che la «storia insegna» anche perché lei per primo non conosce la storia e dovrebbe studiarla perché la storia non è quella di cui si discute nella Comunità di Sant’Egidio della quale lei è coerentemente parte.   Augusto Sinagra   Renovatio 21 offre questo testo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Una città senza tifo è una città morta

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La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.

 

Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?

 

Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.

 

Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).

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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.

 

E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).

 

Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.

 

Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.

 

La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.

 

È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.

 

«Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.

 

«Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.

 

Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.

 

In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.

 

I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.

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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.

 

Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.

 

Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.

 

E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.

 

Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.

 

Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.

 

Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.

 

Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?

 

Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.

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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.

 

Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.

 

Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.

 

Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.

 

Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Pottercomuneo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

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