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Essere genitori

I social media rappresentano un «rischio profondo» per la salute mentale dei bambini. Parla l’autorità sanitaria USA

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Gli esperti intervistati da The Defender hanno detto che limitare l’accesso dei bambini ai social media potrebbe essere una buona idea, ma hanno messo in guardia dal concentrarsi esclusivamente sulla tecnologia come fonte dell’attuale crisi della salute mentale dei giovani.

 

 

Il Chirurgo Generale degli Stati Uniti [cioè capo esecutivo del Corpo degli ufficiali del servizio sanitario pubblico e il portavoce delle questioni di salute pubblica all’interno del governo federale, ndt]questa settimana ha emesso un avviso pubblico in cui avverte che i social media possono rappresentare un «profondo rischio di danni alla salute mentale e al benessere di bambini e adolescenti».

 

In questo avviso di 25 pagine, il Dr. Vivek H. Murthy ha invitato i responsabili politici, le aziende tecnologiche e i genitori ad agire per mitigare i danni e ha offerto raccomandazioni su come farlo. Ha anche chiesto ulteriori ricerche sui rischi.

 

«I bambini sono esposti a contenuti dannosi sui social media, che vanno dai contenuti violenti e sessuali al bullismo e alle molestie. E per troppi bambini, l’uso dei social media sta compromettendo il sonno e il prezioso tempo trascorso di persona con la famiglia e gli amici» ha detto Murthy, in una dichiarazione.

 

«Siamo nel bel mezzo di una crisi nazionale della salute mentale dei giovani e sono preoccupato che i social media siano un importante motore di quella crisi, che dobbiamo affrontare con urgenza».

 

Secondo l’avvertenza, fino al 95% dei giovani di età compresa tra 13 e 17 anni utilizza i social media, con un terzo che afferma di usarli «quasi costantemente» e sono utilizzati dal 40% dei bambini di età compresa tra 8 e 12 anni.

 

Murthy ha anche affermato che non ci sono prove sufficienti per determinare se i social media siano «sufficientemente sicuri» per bambini e adolescenti.

 

Il rapporto è stato ampiamente celebrato da organizzazioni come l’American Academy of Family Physicians, l’American Academy of Pediatrics, l’American Medical Association, l’American Psychiatric Association, l’American Public Health Association e la National Parent Teacher Association come riporta Common Dreams.

 

Sempre martedì, la Casa Bianca ha annunciato azioni presso i dipartimenti statunitensi del Commercio, dell’Istruzione, della Salute e dei Servizi Umani, della Sicurezza interna e della Giustizia per «rendere effettivo» il consiglio di Murthy, compresa la creazione di una task force, l’emissione di nuovi regolamenti e lo stanziamento di risorse.

 

Il presidente Biden «ha fatto della lotta alla crisi della salute mentale una priorità assoluta e continua a chiedere al Congresso di approvare una legislazione che rafforzi le protezioni per la privacy, la salute e la sicurezza dei bambini online», ha affermato la Casa Bianca.

 

Maggio è il mese della consapevolezza della salute mentale. La mossa arriva nel momento in cui sono in corso dibattiti intorno sul Restrict Act supportato dall’amministrazione che propone di vietare il sito del social media TikTok per proteggere gli utenti dall’utilizzo dei loro dati da parte di un governo straniero.

 

I critici, sia della sinistra sia della destra, hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che il disegno di legge vada ben oltre TikTok conferendo un potere infiltrante e antidemocratico al governo federale per imporre regolamenti sull’uso di Internet in un modo simile a un «Patriot Act 2.0», ha riferito The Defender

 

Murthy questa settimana ha anche messo in allerta riguardo una «epidemia di solitudine, isolamento e mancanza di connessione nel nostro paese» e ha definito un quadro per «aumentare la connessione».

 

L’annuncio di Vivek arriva sulla scia di uno simile emesso la scorsa settimana dall’American Psychological Association.

 

L’Advisory «sopravvaluta» i social media come causa di danni, dicono gli esperti

Jacqueline Nesi, Ph.D., assistente professore di psichiatria alla Brown University che studia i modi in cui i social media colpiscono gli adolescenti, ha detto al Washington Post che il rapporto del Chirurgo Generale propone alcune raccomandazioni di «buon senso» per le aziende tecnologiche e le famiglie, ma che potrebbe «sopravvalutare» i social media come causa dei problemi di salute mentale dei giovani solo sui social media.

 

Molte persone presumono che i social media siano dannosi per i bambini, ma i dati esistenti sono in gran parte correlazionali e mancano prove cruciali della causalità, ha affermato Susan Engel, Ph.D., psicologa dello sviluppo e docente senior di psicologia al Williams College, in un’intervista a The Defender.

 

«Sappiamo che i bambini sono molto stressati in questo momento e che i più grandi che possono auto-riferirsi stanno segnalando alti livelli di stress», ha dichiarato Engel. «Ma è molto difficile determinare la causa perché gli ultimi sei anni sono stati molto stressanti per l’intero Paese».

 

Engel ha osservato che durante la pandemia, i bambini dipendevano dai computer per l’apprendimento, e «quindi i possibili pericoli dei social media sono stati rafforzati esponenzialmente dal fatto che tutti dipendevano dai loro computer, compresi i bambini».

 

«Come ricercatore, sarei cauto», ha detto Engel. «Non penso che abbiamo ancora le prove necessarie per essere sicuri di cosa stia causando cosa».

 

Vinay Prasad, MD, MPH, ha scritto che «le chiusure scolastiche e il divieto di interazione tra gli adolescenti aumentano l’uso dei social media online al posto delle interazioni di persona. Dato l’IFR [tasso di mortalità per infezione] del Covid a queste età, e dato che tutti i bambini alla fine avrebbero comunque contratto il COVID (pre-vax), questa è stata una politica pubblica disastrosa».

 

Prasad ha scritto che l’amministrazione Biden aveva pianificato di aprire scuole elementari e medie entro 100 giorni dall’insediamento, ma poi, sotto la pressione dei sindacati degli insegnanti, ha mantenuto le scuole chiuse fino all’autunno 2021. Quando le scuole hanno riaperto, era in vigore l’obbligo di indossare mascherine.

 

Numerosi studi hanno dimostrato che la chiusura delle scuole non ha rallentato la diffusione del virus ma ha avuto effetti devastanti sull’apprendimento e sull’interazione sociale per i bambini.

 

Secondo Prasad:

 

«I lockdown e il distanziamento sociale hanno sottratto tempo dedicato dalle persone ai propri cari, alimentando la solitudine. Le priorità del Chirurgo Generale sono una conseguenza (o almeno un peggioramento) delle politiche che ha sostenuto quando ha consigliato il candidato Biden e delle politiche che la sua amministrazione ha attuato.

 

«Non sono riusciti ad aprire tutte le scuole in 100 giorni, sottraendo ai bambini un massiccio livello di istruzione, che porterà alla perdita di molti anni di vita».

 

Molti nella sanità pubblica sostengono che prevenire è meglio che curare. Con questa metrica, le politiche del Chirurgo Generale rappresentano un fallimento catastrofico — cercando di rimediare alla propria negligenza medica e lesioni iatrogene.

 

«I bambini hanno bisogno di interazione umana»

Il consiglio del Chirurgo Generale formula solo generiche raccomandazioni per i politici, suggerendo di rafforzare le protezioni per garantire una maggiore sicurezza per i bambini che interagiscono con le piattaforme di social media, limitando l’accesso, richiedendo elevati standard di privacy per i dati dei bambini e conducendo ricerche.

 

Raccomanda alle aziende tecnologiche di condurre «valutazioni trasparenti e indipendenti» sull’impatto dei social media sui bambini e di «assumersene la responsabilità».

 

Ma Engel ha affermato che sarebbe difficile per le aziende tecnologiche svolgere tale ricerca con integrità.

 

«È come chiedere a una compagnia di sigarette di vedere se le sigarette provocano il cancro ai polmoni», ha detto. «E sappiamo come è andata a finire. È un ottimo esempio del perché abbiamo bisogno di una ricerca indipendente finanziata a livello federale. Abbiamo bisogno di parti non coinvolte per esaminare la situazione».

 

Il rapporto ha anche raccomandato alle famiglie di limitare l’uso dei social medi a da parte dei bambini, modellare un comportamento responsabile, garantire un coinvolgimento adeguato all’età e segnalare gli abusi online.

 

Engel ha affermato che questi erano tutti importanti e, nonostante la mancanza di ricerca causale, «c’è pochissimo vantaggio» nel consentire ai bambini di trascorrere molto tempo sui social media.

 

Ma ha anche raccomandato alle famiglie, agli educatori e ai politici di concentrarsi sulla messa a punto di pratiche positive per i bambini.

 

«Invece di concentrarsi sulla limitazione dell’accesso ai social media, perché non concentrarsi sulle cose che sappiamo essere buone per i bambini? Come parlare con loro, dare loro il tempo di giocare, essere interessati a loro» ha detto.

 

«[I bambini] hanno davvero bisogno di usare i loro corpi, questo è il numero uno, e il numero due, hanno assolutamente un disperato bisogno di interazione con gli altri per il loro sviluppo intellettuale».

 

Quindi, mettendo da parte tutte le connessioni tra ansia e social media, che potrebbero rivelarsi forti come suggerito (ancora non lo sappiamo), di sicuro abbiamo molte prove a sostegno del fatto che i bambini hanno bisogno dell’interazione umana per il loro sviluppo intellettuale.

 

 

Brenda Baletti

Phd.

 

 

© 26 maggio 2023, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Traduzione di Alessandra Boni

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

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Epidemie

I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio

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Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.

 

La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.

 

Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.

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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.

 

Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.

 

Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.

 

Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.

 

Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».

 

La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.

 

Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.

 

La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».

 

Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.

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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.

 

Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.

 

Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.

 

Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.

 

Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.

 

In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.

 

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Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni

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Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».   Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).   Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.   Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.   Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.

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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.   La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.   Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.   Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.   Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.   Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.

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Essere genitori

I bambini che libereranno Faccetta nera

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Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.

 

In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.

 

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Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)

 

E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».

 

Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.

 

Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.

 

Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…

 

Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

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Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.

 

La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.

 

Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.

 

Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.

 

Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.

 

Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?

 

E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?

 

In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.

 

Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.

 

In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

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Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…

 

Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?

 

Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.

 

Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.

 

Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.

 

Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

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Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.

 

 

Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.

 

Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».

 

 

Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.

C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?

 

Roberto Dal Bosco

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