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Storia

Vaccinismo e nudismo

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Un sito chiamato Informazione Cattolica ha ripubblicato un paragrafo di un nuovo libro di Roberto De Mattei (1948-), I sentieri del male. Congiure, cospirazioni, complotti, uscito per i tipi di Sugarco in questo 2022.

 

Il brano messo online si intitola «Le origini del movimento “no-vax”». A Renovatio 21 e ai suoi lettori, quindi, la cosa sembrerebbe interessantissima.

 

«Due studiosi francesi, Françoise Salvadori e Laurent-Henri Vignaud, rintracciano le origini del movimento antivaccinista in quell’orizzonte teosofico e naturista che caratterizzò soprattutto la Germania e l’Inghilterra tra la fine Ottocento e primi del Novecento» attacca l’articolo.

 

Stop. Già qui, le braccia (quelle) cadono rovinosamente al suolo: ma come, fine Ottocento? Novecento? Ogni possibile storia dell’antivaccinismo (e delle vaccinazioni tout court) per parlare delle proteste parte dai primissimi anni dell’Ottocento, a ridosso dell’attività di Edward Jenner (1749-1823). Tuttavia si può andare anche al primo Settecento, quando comunità di bostoniani si rivoltarono contro la variolizzazione, la pratica antesignana della vaccinazione, operata dal medico e pastore protestante Cotton Mather (1663-1728).

 

La tesi che si vuole dimostrare qui parrebbe essere un’altra. L’antivaccinismo verrebbe da un’intelligentsja tardo ottocentesca che ha radici nello spiritualismo se non nella stregoneria: «Anna Kingsford, occultista e “animalista” antelitteram, collegava la vaccinazione alla vivisezione e si propose di uccidere, attraverso le arti magiche, gli scienziati che compivano esperimenti contro gli animali».

 

Chiunque abbia frequentato anche minimamente il mondo antivaccinista non ha mai sentito parlare della Kingsford e dei suoi propositi di strega, che al massimo possono essere conosciuta da qualche animalista, che non possiamo dire che abbondino in maniera significativa tra i no-vax.

 

Il De Mattei, ad ogni modo, ne approfitta per infilarci al volo la famosa «guerra occulta» parigina tra Josef-Antoine Boullan (1824-1893) e Stanislas de Guaita (1861-1897), la lotta esoterica tra due stregoni satanisti o parasatanisti descritta nel romanzo L’abisso del romanziere decadentista Joris-Karl Huysmans (1848-1807). Si tratta di una storia che può riemergere alla mente di qualche studioso di cose religiose, tuttavia non sappiamo cosa c’entri qui, anche se è pur vero che per fare una caccia alle streghe da qualche parte ci vogliono, appunto, le streghe.

 

Il De Mattei tirando in ballo il fondatore dell’Antroposofia Rodolfo Steiner (1861-1925), «fondò la “medicina antroposofica” che avversava la vaccinazione, nella convinzione che essa ostacolasse l’evoluzione spirituale dell’uomo e i cicli della reincarnazione». La realtà è che, pur citato molto nel mondo del dissenso al vaccino (talvolta con aforismi attribuiti non proprio esattissimi), è esiguo il numero di passaggi dedicato dallo Steiner ai vaccini nei suoi testi; certo, il fatto che le scuole steineriane potrebbero non richiedere l’obbligo vaccinale, cosa che ha smosso qualche azione da parte di figure di potere sanitario nazionale, contribuisce a sovraesporre Steiner come maestro dell’antivaccinismo. Tuttavia, è bene vedere che, anche qui siamo in pieno Novecento, lontanissimi dalla possibile nascita dei movimenti antivaccinisti in tutto il mondo.

 

Tuttavia, il 74enne professore in pensione ci stupisce inserendo un nome mai udito prima, tale Richard Ungewitter (1869-1958), che troviamo descritto come «uno degli apostoli dell’antivaccinismo, ma anche uno dei primi organizzatori del movimento nudista, che ai primi del Novecento divenne una pratica popolare in Germania». Dello Ungewitter, pur avendo negli anni scandagliato la storia dell’antivaccinismo mondiale, non sapevamo nulla, e neppure del suo ruolo per la causa naturista. Siamo spiazzati. Antivaccinismo e nudismo vanno quindi a braccetto?

 

Il De Mattei prosegue facendo i nomi anche del naturopata Adolf Just (1859-1936), del teorico delle colonie agricole razziste Willibald Huntschel (1858-1947) e di tale Edgar Dacqué (1878-1945), tutti nomi che molto difficilmente anche le associazioni antivacciniste più antiche hanno mai sentito. Siamo informati, tuttavia, che tutti costoro «furono fautori della Nacktkultur, la “cultura del nudismo” collegata all’adorazione del sole, simbolo del ritorno alla mistica della natura».

 

Non è finita: ecco che è citato il Julius Streicher (1885-1946), questo sì un nome conosciuto a chi studia la storia, il quale era uno dei vertici del movimento nazista finito poi condannato a morte a Norimberga. Lo Streicher, scrive l’ex docente dell’Università dei Legionari di Cristo, «fu come Ungewitter un grande propagatore del nudismo e l’autore di una violenta campagna contro i sieri e i vaccini».

 

Per un momento rimaniamo interdetti: vuoi vedere che non avevamo capito niente? Dietro il rifiuto della siringa, si cela il rifiuto del vestito? Dietro la resistenza all’obbligo mRNA, si nasconde la resistenza al costume da bagno e financo alla mutanda?

 

Poi ci sovviene una cosa. Andando a leggere sul suo sito, si apprende che il De Mattei «è stato allievo e assistente ordinario del filosofo Augusto Del Noce e dello storico Armando Saitta, ma si considera innanzitutto discepolo del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, che ha personalmente frequentato nell’arco di vent’anni (1976-1995) ».

 

Per i tanti che non lo conoscessero, il Plinio (1908-1995) fu una figura, per alcuni controversa, appartenente al mondo cattolico brasiliano. Riguardo al suo seguito, Wikipedia riporta che «il 18 aprile 1985 la Conferenza Episcopale Brasiliana dichiarò in un comunicato stampa (…) “il carattere esoterico, il fanatismo religioso, il culto nei confronti del capo e fondatore, l’abuso del nome di Maria Santissima”». Per Il Foglio, giornale per cui ha scritto lungamente il De Mattei, «nel 1985 la Conferenza episcopale brasiliana dichiarò fuori dalla comunione ecclesiale il movimento».

 

Purtuttavia, non sono queste cose che qui rilevano, né lo sono le altre voci che si inseguono riguardo alle pratiche dei seguaci del personaggio (esistono da decenni pubblicazioni interi siti che ne parlano con dovizie di particolari).

 

Ad essere interessanti qui sono piuttosto certi pensieri di Plinio, di cui De Mattei si professa discepolo: riguardo al nudismo ebbe parole di fuoco. Nel libro Rivoluzione e Controrivoluzione, considerato il capolavoro plinico, l’intellettuale carioca tuona ancora trattando del «crollo delle tradizioni dell’Occidente nel campo dell’abbigliamento, corrose sempre più dal nudismo».

 

In un articolo del 1974, comparso sulla Fohla de S. Paulo e poi ripubblicato in Italia sulla rivista Cristianità, il filosofo paulista si interrogava guardando letteralmente dentro l’abisso: «in materia di costumi da bagno, la rivoluzione nell’abbigliamento ha avuto molto meno rispetti. E con una cadenza che ha conosciuto poche e irrilevanti esitazioni, la moda è arrivata fino al bikini. Sarà stato il bikini a ispirare e a precorrere il vestito a due pezzi?». Domande che, poste da un cittadino del Brasile delle spiagge e dei sambodromi, riecheggiano con una forza cosmica.

 

Segue un’impepata di notizie dell’epoca a base di varie categorie umane che si sono denudate: «cinque giornalisti sono comparsi completamente nudi di fronte agli 800 mila spettatori di un programma televisivo svedese (…) a Montevideo, nell’elegante quartiere di Carrasco, due giovani sono stati arrestati perché passeggiavano nudi (…) All’Università della Carolina del Sud (…) 510 studenti hanno sfilato nudi nel campus (…) l’università della Carolina del Nord ha organizzato una sfilata con 895 studenti nudi. A Necog Dochs, nel Texas (…) una sfilata di 1500 studenti nudi».

 

Gente nuda dappertutto. Anzi di più: «il nudismo è entrato in politica». C’è da mettersi le mani sui capelli, anche quando non ne si hanno più: «a questo punto si impone una domanda: dove arriveremo?» si chiede sconsolato il brasileiro. «Non fa meraviglia che questa domanda irriti coloro che da tanto tempo stanno dirigendosi di spalle verso l’abisso. L’abisso? Sì, l’abisso».

 

Dunque l’abisso del nudismo si manifesta enantiodromicamente con l’abisso dell’antivaccinismo?

 

Questa è la vera domanda. Possiamo provare a rispondere verificando, più che con i libri, con la realtà.

 

Prendiamo quindi il caso di Cap d’Adge, nel dipartimento dell’Hérault, in Francia, il paradiso del nudismo globale, descritto lo scorso agosto da un irresistibile articolo del notista politico del Corriere Fabrizio Roncone. Cap d’Adge, si dice, diede a Michel Houellebecq l’ispirazione per il suo romanzo Piattaforma.

 

Il Village naturiste della località balneare francese negli anni Novanta (proprio nel tempo in cui moriva il Plinio, ma non c’è nessuna correlazione) subì il pendìo necessariamente scivoloso che lo portò oltre, divenendo luogo di scambismo e di orge belluine, ciclicamente descritte dai giornalisti mainstream negli immancabili articoli di prurigine estiva.

 

Quindi, c’è da immaginarsi che il Valhalla mediterraneo dei lubrichi ignudi brulichi di individui no green pass come nemmeno alle manifestazioni del sabato che abbiamo visto un in tutte le città d’Italia e d’Europa nel biennio pandemico.

 

E invece… scopriamo che il «pass sanitaire», la versione francese del nostro green pass, cioè il certificato di avvenuta vaccinazione, era richiesto da una quantità di camping di nudisti.

 

«Il pass sanitaire sarà richiesto solo all’ingresso dei campeggi e delle residenze di vacanza, una sola volta e per tutta la durata del soggiorno. È il provvedimento adottato dal governo e dai professionisti,» scriveva Naturisme Webzine nell’estate 2021, puntualizzando su «casistiche particolari e adeguamenti a seconda del sito». Veniva quindi stilata la lista dei villaggi dove si poteva entrare vestiti del solo green pass: «È stato Euronat a dare le informazioni per primo, lunedì 19 luglio, seguito a breve da altre strutture, grandi o piccole, come Messidor, La Sablière o il CHM Montalivet. E, ora, il provvedimento è ufficiale, convalidato dalla FNHPA (federazione nazionale degli hotel all’aperto)».

 

Insomma, l’ordine al nudismo organizzato è stato chiaro e univoco: no agli indumenti, sì al certificato vaccinale, il quale però essendo elettronico, avranno ragionato i naturisti, non può nemmeno essere usato come foglia di fico.

 

E Cap d’Adge, città celeste del nudismo non teosofico-antroposofico-nazista? Ecco che siamo informati che laggiù «il pass sanitario non potrà essere richiesto ai clienti dei campeggi che offrono solo pernottamento. Sui siti pubblici, come le aree naturiste di Port Leucate o Cap d’Agde, e l’Ile du Levant, il pass sanitaire non sarà richiesto all’ingresso dell’area, ma agli ingressi degli stabilimenti interessati (ristoranti, etc.)». Cioè: come un centro commerciale dove puoi entrare nella struttura ma non nei bar o i negozi. Ad occhio e croce, direi che ad aderire, vaccinandosi con dosi plurime, potrebbe essere stata una cifra vicina al 100% dei nudisti.

 

E quindi? Vuoi vedere che il nudismo… è invece correlato al vaccinismo?

 

A questo punto il Re è nudo. Il vaccino, pure. Siringhe senza veli, che dormon nude in attesa della dissoluzione dell’umanità, dell’apocalisse. È l’abisso di cui parlava il catto-filosofo do Brazil poco sopra. È la risposta all’eterna domanda cattolica «ma dove andremo a finire»: andremo a finire verso sterminate distese di pelle umana che scopertissima si offre al solleone e all’ago mRNA.

 

Dopo aver chiarito questo punto, ci premerebbe dire due parole sul resto.

 

L’antivaccinismo non nasce con oscuri intellettuali europei di fine Ottocento, che vivono per lo più sui libri letti da chi legge solo libri.

 

L’antivaccinismo nasce con il vaccino, immediatamente: perché esso nasce non dalla riflessione filosofica, ma dal tragico dato di realtà dei bambini morti dopo l’inoculazione. Ciò è vero a partire dall’ora zero, dal padre della vaccinazione Edward Jenner.

 

Chi nel corso della storia – prima, dopo, durante l’opera di Jenner e dei suoi seguaci, anche italiani, tutti massoni (ci arriviamo fra un attimo) – si è rivoltato subito contro le politiche vaccinali adottate dagli Stati perché posto davanti al costo umano che esse avevano. Ecco perché, il movimento antivaccinista è un vero movimento di popolo, del tipo più autentico possibile – e, forse proprio per questo, mai arrivato in due secoli davvero al potere.

 

Perché passano i secoli, ma la composizione del popolo antivaccinista, in ogni Paese, non è cambiata di molto. Per lo meno prima dell’enigmatica accelerazione subita con la pandemia, che ha portato a quella «vaccinazione universale» già teorizzata nell’Ottocento, il movimento antivaccinista era quasi interamente composto da genitori che hanno avuto i figli danneggiati dai sieri. Ciò non è disputabile: molti di loro, nell’era pre-COVID, hanno magari anche ottenuto indennizzi previsti dallo Stato per il danno da vaccino, con la famosa legge 210/92.

 

Il danno da vaccino, e non una sua astrusa concettualizzazione da parte di personaggi sconosciuti, e ciò che ha animato la protesta da sempre, in tutto il mondo. Ciò è vero anche e soprattutto nel Brasile summenzionato, teatro nel 1907 di un vero moto antivaccinista, la Revolta da vacina, che stava per sfociare in un vero e proprio golpe. In un mondo dove per due anni si è parlato di rivolte no-vax, Renovatio 21 è stata praticamente una delle uniche realtà a ricordare l’episodio storico, che dimostra come l’antivaccinismo non è nato ieri con internet, e – puntualizziamo qui – che nulla ha a che fare con esoteristi e nazisti.

 

Il popolo brasiliano, a partire proprio quello più povero, si era levato contro chi ti entrava in casa accompagnato da soldati per bucare il corpo tuo e quello dei tuoi bambini, talvolta pure denudando (sì! È riportato proprio così!) le ragazze in assenza del padre. Il popolo brasiliano si era levato dopo aver visto quali effetti collaterali potevano saltare fuori dai sieri venefici. Ciò è vero ancora oggi: ai tempi della legge Lorenzin si poteva notare che alcuni paesini rurali italiani avevano percentuali di bambini vaccinati bassissime, e l’unica spiegazione che ci potevamo dare è che in quella località, dove si conoscono tutti, era accaduto un danno da vaccino di cui la popolazione non poteva dubitare… Il danno da vaccino, per chi vi sta intorno – famiglia, parenti conoscenti – è un’infallibile red pill.

 

E poi, allo storico della religione De Mattei, che cita teosofi e antroposofi, vorremo chiedere come mai non è citato, per lo meno nel brano indicato, l’elephant in the room della storia della vaccinazione: la massoneria. Magari di essa, nel libro dedicato ai misteri e ai complotti che non abbiamo ancora avuto occasione di leggere, si parla. Tuttavia, è ben bizzarro parlare delle origini del movimento no-vax senza notare come, all’origine del movimento pro-vax – che, ribadiamo, era combattuto dall’antivaccinismo già agli inizi del XIX secolo – vi sia una quantità smodata di grembiulati, e soprattutto in Italia.

 

I nomi li abbiamo fatti in un pezzo dell’anno passato, Massoneria e vaccinismo, che per coincidenza ci fu chiesto dal Brasile pure di tradurre in portoghese («Maçonaria e a vacinação»).

 

L’articolo, che conteneva non pochi elementi di storia religiosa, molto pubblici e molto anteriori a Steiner e compagnia, come la falsa omelia del «vescovo di Goldstat» (diocesi inesistente) scritta in realtà dal medico ultravaccinatore Luigi Sacco (1769-1836) per spingere i cattolici alla vaccinazione. L’articolo di Renovatio 21 è stato di recente ripubblicato da Tosatti e Blondet, non sappiamo se in reazione a questo nuovo racconto dell’antivaccinismo nudista partita su Informazione Cattolica.

 

Stabilire quindi che nella storia dei vaccini non vi sia l’ombra di una trama oscura e complessa, no, non crediamo sia possibile. E questo sia guardando indietro nel tempo, sia ponendo gli occhi e la mente su cosa sta accadendo ora.

 

Parimenti, sostenere che il movimento antivaccinista sia originato da carneadi esoterici e non da persone in carne ed ossa che hanno sofferto la tragedia infinita del danno vaccinale – o che, appreso il dramma dai racconti del prossimo, vogliono evitarselo ed evitarlo soprattutto ai loro figli – è dire qualcosa che, in fondo, può perfino ferirci.

 

Dopo essere entrati in contatto con tante famiglie che hanno perduto la salute – o la vita stessa – della loro prole consegnandola inconsapevolmente al Moloch vaccinale, il pensiero che la battaglia contro la siringa assetata di sangue derivi dai libri e non dalla carne e dall’anima e dal dolore ci diviene offensivo, se non semplicemente ridicolo.

 

Perché questa storia, iniziata centinaia di anni fa, non è finita, anzi: il vaccino è oggi divenuto il battesimo del principe di questo mondo a cui l’intera umanità si deve sottomettere. La sua corsa ora reclama ancora più sangue, ancora più morte – andando, giocoforza, ad aumentare il numero di coloro che si sveglieranno e capiranno la necessità di combattere l’abominio che affligge i figli di Dio.

 

Questo non è un complotto. Questo non è un libro. Questa è la verità. La nuda verità.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Intelligence

La CIA declassifica gli avvertimenti dell’intelligence precedenti all’11 settembre

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La CIA ha declassificato decine di briefing di intelligence destinati al presidente che mostrano come i funzionari statunitensi fossero stati avvertiti anni prima dell’11 settembre che Osama bin Laden e la rete di Al-Qaeda stavano valutando attacchi sul territorio americano con aerei dirottati o caricati di esplosivo, e che stavano anche cercando di sviluppare armi biologiche, chimiche e nucleari.

 

Venerdì, in occasione del 25° anniversario dell’11 settembre, l’agenzia ha reso pubblici 71 documenti del President’s Daily Brief (PDB). La raccolta, di oltre 100 pagine, costituisce la più ampia pubblicazione di materiale di intelligence presidenziale della CIA relativo agli attentati e comprende valutazioni che vanno dal 1998 fino al periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001.

 

Tra i documenti più rilevanti figura un memorandum del settembre 1998 sulle intenzioni di Bin Laden. L’Intelligence indicava che la sua «opzione preferita» era quella di colpire gli Stati Uniti «sul loro stesso suolo, a Washington», scriveva la CIA, avvertendo che la sua rete «avrebbe potuto far schiantare un aereo carico di esplosivo contro una città statunitense».

 

Tre mesi dopo, un altro briefing segnalava che Bin Laden e i suoi alleati stavano preparando attacchi negli Stati Uniti, tra cui un piano per dirottare un aereo di linea americano durante le festività natalizie.

 

Il materiale ora reso pubblico evidenzia anche una preoccupazione costante per le armi non convenzionali. Una valutazione del febbraio 1998 affermava che Bin Laden e altri estremisti cercavano di procurarsi sostanze chimiche, biologiche e nucleari non specificate. Nel maggio 1999 la CIA valutò che Bin Laden stesse perseguendo «una varietà di opzioni» per sviluppare questo tipo di armi. Un successivo briefing di giugno riferiva che i tirocinanti in un campo afghano avevano prodotto e testato «decine di sostanze chimiche tossiche e tossine biologiche» e che gli agenti avevano sperimentato l’aggiunta di materiale radioattivo agli esplosivi.

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L’avvertimento più noto è datato 6 agosto 2001, quando l’allora presidente George W. Bush ricevette un briefing intitolato «Bin Laden determinato a colpire gli Stati Uniti». Il documento affermava che Bin Laden desiderava attaccare gli Stati Uniti da anni, citava attività sospette compatibili con i preparativi per dirottamenti aerei e segnalava che l’FBI stava conducendo circa 70 indagini su possibili attività legate ad Al-Qaeda nel Paese.

 

Nell’estate del 2001, come ricordò in seguito l’allora direttore della CIA George Tenet, il sistema di intelligence era «in stato di massima allerta».

 

La Commissione sull’11 settembre ha rilevato che molti funzionari sapevano che «qualcosa di terribile era in programma», ma le carenze nella condivisione delle informazioni, nelle politiche e nella preparazione hanno impedito che i segnali d’allarme frammentari si traducessero in azioni concrete.

 

Bin Laden divenne noto durante la guerra sovietica in Afghanistan, quando Washington destinò miliardi di dollari all’armamento dei mujahidin antisovietici attraverso il Pakistan. I funzionari statunitensi hanno negato di aver finanziato direttamente Bin Laden, ma la guerra appoggiata dagli Stati Uniti contribuì a creare l’infrastruttura e l’ambiente militante da cui in seguito emerse Al-Qaeda.

 

Il più grave attentato terroristico nella storia degli Stati Uniti, che causò la morte di 2.977 persone, spinse Washington a lanciare la Guerra al Terrore, con l’invasione dell’Afghanistan nel giro di poche settimane e dell’Iraq meno di due anni dopo. In patria, il PATRIOT Act ampliò in misura rilevante i poteri del governo in materia di sorveglianza sui propri cittadini.

 

Renovatio 21 l’11 settembre ha pubblicato un articolo con le storie meno note, e i loro recenti sviluppi, del mega-attentato che ha cambiato il mondo.

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Immagine di Robert J. Fisch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

 

 

 

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Persecuzioni

Sulla scia della Rivoluzione francese: i martiri di settembre

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Il 2 e 3 settembre 1792, mentre risuonavano La Marsigliese, Ah! ça ira , La Carmagnole e altri canti adottati dalla Rivoluzione francese, folle fanatiche massacrarono numerosi sacerdoti e religiosi a Parigi. Considerati nemici della nazione e dichiarati estranei al corpo nazionale, furono messi a morte per la loro lealtà alla Chiesa. Il loro sangue, ritenuto «impuro» dalla logica rivoluzionaria, divenne il sangue dei martiri. Un fatto storico che non deve essere dimenticato.   Il 2 settembre, a mezzogiorno, il cannone d’allarme tuonò sul Pont-Neuf; una grande bandiera nera fu issata sul Municipio di Parigi. Questo spettacolo era presumibilmente inteso a radunare legioni di eroi contro le truppe austriache e prussiane che si avvicinavano alla capitale. Il suo scopo principale, tuttavia, era quello di mobilitare una banda di assassini contro i prigionieri della Comune.  

I massacri all’abbazia

La maggior parte dei sacerdoti arrestati di recente era stata condotta o alla prigione dell’abbazia di Saint-Germain o a quella del convento carmelitano. Erano trascorse circa due ore da quando la campana aveva smesso di suonare. Gli assassini e la folla fanatica si erano radunati nel cortile del monastero, in attesa dell’arrivo dei prigionieri.   «Arrivammo all’abbazia», scrisse l’abate Sicard. «Il cortile era gremito di una folla immensa. Le nostre carrozze furono circondate; uno dei nostri compagni pensò di poter fuggire; aprì la portiera e si precipitò in mezzo alla folla; fu immediatamente massacrato. Un secondo uomo fece lo stesso tentativo; si fece strada tra la folla e stava per scappare; ma i carnefici si avventarono su questa nuova vittima, e altro sangue sgorgò. Neanche un terzo uomo fu risparmiato. La carrozza si diresse verso la sala del comitato; anche un quarto uomo cercò di uscire, e ricevette un colpo di sciabola… I carnefici si accanirono con la stessa furia sulla seconda carrozza» (1).   «Devono essere tutti uccisi, sono dei mascalzoni!» gridarono gli astanti. La quarta carrozza conteneva solo cadaveri… I corpi dei morti furono gettati nel cortile. I dodici prigionieri ancora in vita scesero per entrare nella commissione civile; due furono immolati non appena misero piede a terra. La commissione non ebbe il tempo di condurre nemmeno il più piccolo interrogatorio. Una moltitudine armata di picche, spade e sciabole si precipitò dentro, afferrò e uccise i prigionieri… Erano le cinque del pomeriggio. Arrivò Billaud-Varenne, il viceprocuratore della Comune. Camminò sui cadaveri, fece un breve discorso alla folla e concluse così: « Popolo , state immolando i vostri nemici; state facendo il vostro dovere» (2).   Ventuno sacerdoti erano appena periti in questo modo, al loro arrivo nel cortile dell’abbazia.

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I massacri al Carmelo

Nel carcere di Carmes, il posto di guardia era stato cambiato a partire da mezzogiorno. Le nuove guardie erano uomini dall’aspetto sinistro, con berretti rossi e armati di picche. Alle due, il commissario di sezione ordinò ai prigionieri di recarsi in giardino per la passeggiata quotidiana. Persino gli anziani e i malati furono costretti ad uscire.   «Ci ​​ritirammo», disse un prigioniero, «in fondo, dietro un pergolato; altri si rifugiarono in un piccolo oratorio in un angolo del giardino, dove iniziarono a recitare i vespri » (3). Improvvisamente, si udirono grida provenire dalla direzione di Rue Cassette e Rue Vaugirard. « A questo punto, Vostra Grazia», esclamò l’Abbé de la Pannonie, rivolgendosi a Monsignor du Lau, Arcivescovo di Arles, «penso che ci uccideranno». «Mio caro amico», rispose l’arcivescovo, «se questo è il momento del nostro sacrificio, ringraziamo Dio di dovergli offrire il nostro sangue per una causa così nobile » .   I prigionieri non si sbagliavano. Pochi istanti prima, nella chiesa di Saint-Sulpice, trasformata in sala delle deliberazioni della sezione del Lussemburgo, un commerciante di vino, Louis Prière, era balzato sul pulpito, che allora fungeva da tribuna, e aveva dichiarato che non si sarebbe mosso finché i prigionieri, e soprattutto i sacerdoti detenuti nel convento carmelitano, non fossero stati liberati. Di conseguenza, l’assemblea aveva deciso, a maggioranza, «di purificare le prigioni versando il sangue di tutti i detenuti» (4). Una folla di uomini furiosi si riversò quindi fuori dalla chiesa in disordine e si imbatté in un gruppo di uomini armati di sciabole e picche insanguinate che provenivano dall’abbazia. I due gruppi si unirono e fecero irruzione nel convento carmelitano.   «Vedemmo per primi sette o otto giovani entrare furiosi», scrisse l’abate Berthelet. «Ognuno di loro aveva una cintura foderata di pistole, oltre a quella che teneva nella mano sinistra, mentre nella destra brandiva una sciabola» (5). Gli assassini colpirono dapprima l’abate de Salins con le sciabole, mentre era assorto nella lettura; poi, ferendo o uccidendo chiunque incontrassero sul loro cammino, si precipitarono verso il fondo del giardino, gridando: «l’ arcivescovo di Arles! L’arcivescovo di Arles! ». Monsieur du Lau era inginocchiato davanti all’oratorio. Si alzò e si rivolse agli assalitori: «sono io quello che cercate », disse loro. Un violento colpo di sciabola lo colpì in fronte. Un secondo colpo, proveniente da dietro, gli spaccò il cranio. Altri tre colpi lo fecero cadere a terra, dove rimase privo di sensi. Poi una picca gli fu conficcata nel petto e gli assassini lo calpestarono. (6)   Mentre gli assassini organizzano una vera e propria caccia all’uomo nel giardino, un buon numero di prigionieri entra in chiesa. Si mettono in fila vicino all’altare, si danno l’assoluzione a vicenda e recitano le preghiere per i moribondi.   Nel frattempo, uno dei capi si sedette a un tavolino vicino alla porta che dava sul giardino. Fece portare la lista dei sacerdoti imprigionati, chiamò a sé i nomi dei prigionieri, chiese a ciascuno se si rifiutasse ancora di prestare giuramento e, ricevuta una risposta affermativa, lo rimandò in giardino, dove il prigioniero fu immediatamente massacrato tra urla furiose, tra le quali si poteva udire il grido: «viva la nazione!».   Grazie al caos, diversi sacerdoti riuscirono a fuggire attraversando il giardino e scavalcando il muro di cinta. Quasi 120 sacerdoti persero la vita in meno di due ore.   Il giorno seguente, 76 sacerdoti perirono nel seminario di Saint-Firmin e 3 sacerdoti furono immolati nel carcere di La Force. Scene non meno orribili si verificarono in altre prigioni parigine: il Châtelet, la Conciergerie, la torre di Saint-Bernard, il Bicêtre e la Salpêtrière. (7)

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Circolare inviata dalla Comune di Parigi alle province

Mentre a Parigi scorreva il sangue, il 3 settembre il comitato di esecuzione e vigilanza della Comune inviò la seguente circolare a tutti i comuni di Francia:   «La Comune di Parigi si affretta a informare i suoi fratelli in tutti i dipartimenti che una parte dei feroci cospiratori detenuti nelle carceri è stata messa a morte dal popolo; atti di giustizia che ha ritenuto indispensabili per frenare, attraverso il terrore, le legioni di traditori rinchiusi entro le sue mura, proprio nel momento in cui stava per marciare contro il nemico: e senza dubbio la nazione si affretterà ad adottare questo utilissimo e necessario metodo.» (8)   Insoddisfatta di questa sanguinosa missione, la Comune inviò emissari nei dipartimenti per eseguire i suoi ordini. Il 3 settembre, i rivoluzionari parigini arrivarono a Reims e arrestarono quattro sacerdoti, che furono presto massacrati dalla folla (9) .Il giorno seguente, a Meaux, sette sacerdoti furono messi a morte nelle stesse circostanze (10). Il 3 settembre, a Versailles, fu ordinata l’esecuzione di 44 sacerdoti. Tra questi c’era il vescovo di Mende, M. de Castellane, che, si dice, ascoltò le confessioni di tutti i prigionieri (11).   Su tutte le strade, gruppi di sacerdoti, in fuga dalla furia degli assassini e diretti verso i confini, venivano attaccati, maltrattati, massacrati, percossi con pietre o bastoni e gettati nei fiumi. (12)   «Nei dipartimenti», disse Taine, «giorni come il 2 settembre si contano a centinaia. Ovunque, la stessa febbre, lo stesso delirio indicano la presenza dello stesso virus; e questo virus è il dogma giacobino. Grazie ad esso, l’assassinio si maschera da filosofia politica; i peggiori attacchi diventano legittimi, perché sono atti del sovrano legittimo, incaricato di provvedere al bene pubblico». (13)     NOTE 1) Relation de l’abbé Sicard, riprodotto da Dom Leclercq, Les Martyrs, vol. XI, p. 70 2) Relation de Méhée de Latouche, riprodotto da Lenotre, pp. 178–182 3) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot. 4) Il verbale originale di questa sessione fu ritrovato negli Archivi del Palazzo di Giustizia da Dom Leclercq e pubblicato da lui per la prima volta nel 1912, in Les Martyrs, vol. XI, p. 67. 5) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot, riprodotto da Lenôtre, p. 253 6) Guillon, Les Martyrs de la foi, vol. III, p. 39 7) Vedi Taine, Les Origines, vol. VI, pp. 56–57; Mortimer-Ternaun, Histoire de la Terreur, vol. III, pp. 399, 592, 602–606. Nel 1901, per ordine di Sua Eminenza il Cardinale Richard, fu avviata un’inchiesta preliminare per la canonizzazione dei sacerdoti messi a morte per la loro fede durante i massacri di settembre del 1792. La ricerca del Vescovo de Teil portò alla presentazione di un elenco di 217 martiri. Vedi questo elenco in Leclercq, op. cit., p. 137 ss. 8) Citato da Papon, Histoire de la révolution vol. VI, pag. 277 9) Picot, Memorie, VI, 220 10) Ibid., 221 11) Ibid., 222 12) Ibid., 223 13) Taine, Les Origines, vol. VI, p. 65   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Intelligence

Decapitazioni di massa in Manciuria: crimini giapponesi della Seconda Guerra Mondiale emergono dai docuimenti sovietici

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Il 9 agosto 1945, una famigerata unità dell’esercito giapponese giustiziò decine di prigionieri civili nella città di Hailar, proprio il giorno in cui l’Unione Sovietica lanciò un’offensiva contro lo stato fantoccio imperiale giapponese del Manciukuò. La storia è stata rilanciata in questi giorni da testate governative russe.

 

In occasione della Giornata della Vittoria sul Giappone, le autorità russe hanno pubblicato per la prima volta documenti storici che descrivono dettagliatamente gli eccidi. I documenti furono compilati dal servizio di controspionaggio militare sovietico (SMERSH), che indagò sui crimini e assicurò alla giustizia alcuni dei responsabili.

 

I documenti provengono dagli archivi sono custoditi da tre istituzioni distinte: l’Archivio Centrale del Servizio di Sicurezza Federale (CA FSB) conserva le trascrizioni degli interrogatori, i fascicoli personali e le dichiarazioni relative al passato di ufficiali e personale medico giapponesi; l’Archivio Militare Statale Russo (RGVA) conserva i documenti operativi militari relativi all’offensiva transbaikaliana dell’Armata Rossa sovietica in Manciuria nell’agosto del 1945; l’Archivio di Stato della Federazione Russa (GARF) conserva i documenti ufficiali dello Stato, le raccolte di prove e la documentazione legale internazionale relativi ai 12 principali criminali di guerra giapponesi processati dall’Unione Sovietica per crimini contro l’umanità nella Cina nord-orientale.

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Hailar, all’epoca una città di circa 40.000 abitanti, oggi parte della regione cinese della Mongolia Interna, fu teatro di alcuni dei combattimenti più feroci del conflitto sovietico-giapponese, iniziato il 9 agosto 1945. Un importante complesso fortificato giapponese nella zona, costruito con il lavoro forzato dei cinesi durante l’occupazione, è stato in seguito trasformato in un parco commemorativo.

 

I crimini descritti nei documenti diffusi dal Servizio di sicurezza federale russo (FSB) si sono verificati altrove, in una prigione segreta della polizia dove le autorità giapponesi detenevano residenti locali sospettati di nutrire simpatie filo-sovietiche.

 

La Manciuria aveva una storia complessa di insediamenti russi. La sua popolazione comprendeva operai ferroviari, monarchici fuggiti dalla rivoluzione bolscevica e persino «fascisti» russi convinti, desiderosi di allearsi con le potenze dell’Asse.

 

Nonostante si trovassero su fronti opposti durante la Seconda Guerra Mondiale, l’URSS e il Giappone evitarono lo scontro militare diretto per gran parte del conflitto più sanguinoso della storia umana. Le forze sovietiche fermarono un tentativo giapponese di espansione in Mongolia nel 1939, ma in seguito entrambe le potenze si concentrarono sui rispettivi nemici principali: la Germania nazista per Mosca e gli Stati Uniti per Tokyo.

 

La sconfitta delle potenze dell’Asse in Europa nel maggio del 1945 modificò gli equilibri strategici, mentre Mosca era anche sotto pressione per onorare l’impegno preso con i suoi alleati di entrare in guerra nella regione Asia-Pacifico.

 

Nel giro di poche settimane, le forze dell’Armata Rossa, sopraffecero l’Armata del Kwantung giapponese in Manciuria, creando una credibile minaccia di invasione delle isole principali del Giappone.

 

Il Giappone alla fine scelse di arrendersi agli americani, complici le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che alcuni, anche a Tokyo, sostengono fossero degli avvertimenti diretti ai russi di modo da impedire l’invasione sovietica dell’Hokkaido che avrebbe quantomeno spezzato in due il Paese, come poi avvenuto in Germania e in Corea.

 

Con l’aggravarsi della prospettiva di una guerra con l’URSS nel 1944, le autorità di occupazione giapponesi in Manciuria compilarono liste di cittadini sovietici e altri «sovversivi» e iniziarono ad arrestare coloro che erano considerati una minaccia. Il 9 agosto, un’altra ondata di arresti fu seguita da esecuzioni sommarie.

 

L’organizzazione incaricata dell’operazione era il Tokumu Kikan, o Organizzazioni di Servizio Speciale, una rete di unità militari e civili d’élite specializzate in Intelligence umana e attività di quinta colonna. L’organizzazione decentralizzata traeva origine da una forza creata nel 1904 dall’ufficiale dei servizi segreti giapponesi Akashi Motojiro per condurre operazioni segrete contro l’Impero russo. Fu ristabilita nel 1919, quando Tokyo perseguì i suoi piani di espansione nel continente asiatico.

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Il tenente colonnello Amano Isamu, a capo della sezione Tokumu Kikan di Hailar, ordinò l’uccisione di 43 persone il 9 agosto 1945, con l’assistenza della polizia locale comandata dai giapponesi.

 

Tre settimane dopo, in seguito al crollo del regime di occupazione, gli abitanti del luogo riesumarono i corpi per poter seppellire i propri parenti. Gli investigatori dello SMERSH hanno accertato che molti dei uccisi erano cittadini sovietici residenti ad Hailar.

 

Il rapporto completo, redatto dal generale di divisione Pyotr Popov, comandante dello SMERSH a Hailar, conteneva oltre 100 pagine di documenti e una raccolta di fotografie. L’FSB ha declassificato e pubblicato circa il 20% del materiale, inclusi estratti del referto del medico legale, trascrizioni di interrogatori di testimoni e sospettati, una descrizione della prigione segreta e gli aggiornamenti che Popov inviò a Mosca nel corso delle indagini.

 

Secondo i documenti, le forze sovietiche vennero a conoscenza di due fosse comuni riesumate dalla popolazione locale, mentre 19 corpi erano ancora in attesa di sepoltura, consentendo agli investigatori di effettuare le dovute autopsie. Tutti i uccisi furono identificati come russi ed ebrei, ad eccezione di un uomo di etnia mongola.

 

I messaggi lasciati sui muri delle celle offrono uno spaccato della vita delle persone detenute nel Tokumu Kikan. Molte iscrizioni contengono semplicemente i nomi delle vittime, tra cui una con la scritta «Gosha K». Altre includono dettagli biografici, date di incarcerazione e denunce di torture, malnutrizione e morti all’interno del carcere.

 

Un giovane di nome Vinokhodov ha lasciato un messaggio di addio dicendo: «Morire per la causa, provo un certo sollievo», lasciando intendere di simpatizzare con l’Unione Sovietica.

 

Secondo il referto forense, i prigionieri sono stati uccisi mediante decapitazione netta, eseguita con mano ferma da un professionista. Le prove suggeriscono che almeno uno dei carnefici fosse un abile spadaccino.

 

I documenti affermano che diverse vittime non furono completamente decapitate, con la testa rimasta attaccata al corpo tramite un lembo di pelle all’altezza della gola. Sebbene gli investigatori sovietici non abbiano commentato questo fatto, esso riveste un significato nella tradizione culturale giapponese.

 

Il seppuku tradizionale, una forma cerimoniale di auto-sventramento che fungeva anche da pena capitale tra i samurai, veniva solitamente eseguito con l’aiuto di una seconda persona. L’assistente tagliava la testa al morente per porre fine alle sue sofferenze. Un taglio tecnicamente difficile, che lasciava la testa parzialmente attaccata, era considerato prova di eccezionale abilità con la spada e aveva lo scopo di preservare la dignità della persona giustiziata.

 

Il seppuku era stato messo al bando già nel 1945, ed è altamente improbabile che un ufficiale dell’Impero giapponese intendesse concedere ai suoi prigionieri una morte onorevole. Una spiegazione più plausibile è che il boia volesse mettersi in mostra, pensano ora i russi.

 

Un episodio tristemente noto durante il massacro di Nanchino del 1937 coinvolse due ufficiali giapponesi che, secondo alcune fonti, si sfidarono a chi riuscisse a uccidere per primo 100 persone con una spada. I giornali giapponesi dell’epoca ritrassero le vittime come combattenti sul campo di battaglia, sebbene i ricercatori abbiano concluso che si trattasse quasi certamente di prigionieri di guerra.

 

Nel novembre del 1945, un tribunale militare sovietico condannò a morte il personale militare e di polizia giapponese coinvolto negli arresti di massa e nelle esecuzioni di Hailar. Tra i giustiziati tramite fucilazione figuravano Amano, capo del Tokumu Kikan, e il maggiore generale Haseki Kageyama, comandante della gendarmeria provinciale.

 

Il loro destino contrastava con quello di molti altri ufficiali giapponesi, compresi gli ex allievi della Tokumu Kikan, che furono in seguito integrati nell’ordine postbellico sostenuto dagli Stati Uniti. Ex nemici, tra cui individui implicati in crimini di guerra, offrirono le loro conoscenze ed esperienze a Washington all’inizio della Guerra Fredda.

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Un esempio è quello del capo dei servizi segreti imperiali giapponesi Arisue Seizo. Il generale Charles Willoughby, che dirigeva l’intelligence militare statunitense sotto il generale Douglas MacArthur, reclutò Arisue per dare il via alle operazioni anticomuniste in Asia.

 

La Russia si impegnò a fondo nello sviluppo della Manciuria alla fine del XIX secolo, nel tentativo di ottenere un maggiore accesso ai mercati cinesi. Tuttavia, la sconfitta russa nella guerra russo-giapponese e il crollo dell’Impero russo durante la prima guerra mondiale ridussero drasticamente l’influenza del paese in Estremo Oriente.

 

Harbin, uno dei principali centri di insediamento russo in Manciuria, divenne un polo di attrazione sia per coloro che non volevano avere nulla a che fare con il nuovo Stato sovietico, sia per chi cercava attivamente di minarlo. Alcuni giovani emigrati russi in Manciuria giunsero a credere che il fascismo potesse offrire una via per la restaurazione della Russia, creando un’organizzazione che al suo apice, negli anni ’30, contava circa 20.000 membri.

 

La comunità russa in Manciuria rimase tuttavia profondamente divisa sull’Unione Sovietica. Secondo lo storico Sergej Smirnov, negli anni Venti circa 120.000 persone nella regione erano cittadini sovietici o simpatizzavano con il nuovo stato, mentre oltre 100.000 avevano opinioni opposte.

 

Questa divisione si riflette anche nei documenti recentemente desecretati, che identificano un «emigrato bianco» di cognome Kaevich come membro della polizia giapponese che prese parte al massacro di Hailar.

 

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