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Geopolitica

Come fermare la spirale verso la guerra

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il conflitto ucraino si sta trasformando in guerra fra Occidente da un lato, Russia e Cina dall’altro. Entrambe le parti sono persuase che l’una voglia la rovina dell’altra. Ma la paura è cattiva consigliera. Si potrà preservare la pace solo se ognuno dei contendenti riconoscerà i propri errori. C’è bisogno di una svolta radicale, perché oggi né la linea di condotta occidentale né le azioni della Russia corrispondono alla realtà.

 

 

Nessun responsabile politico desidera la guerra nel proprio Paese. Le guerre sono in genere frutto della paura. Ogni campo teme, a torto o a ragione, l’altro. Ovviamente non mancano mai soggetti che spingono verso la catastrofe, ma sono solo dei fanatici estremamente minoritari.

 

Questa è esattamente la situazione in cui ci troviamo oggi. La Russia è convinta, a torto o a ragione, che l’Occidente voglia distruggerla; l’Occidente è altrettanto fortemente convinto che la Russia persegua fini imperialisti e voglia distruggerne le libertà. Nell’ombra, un esiguo gruppo, gli straussiani, auspica lo scontro.

 

Per fugare i malintesi dobbiamo ascoltare le narrazioni di entrambi i campi.

 

Mosca ritiene che il rovesciamento del presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovich fu un colpo di Stato orchestrato dagli Stati Uniti. È la prima divergenza. Gli Stati Uniti infatti interpretano i fatti del 2014 come una «rivoluzione», la rivoluzione dell’Euromaidan o della Dignità. Otto anni dopo, molte testimonianze occidentali comprovano l’implicazione del dipartimento di Stato USA, della CIA, della NED [National Endowment for Democracy], della Polonia, del Canada, nonché della NATO.

 

Le popolazioni della Crimea e del Donbass rifiutarono di riconoscere la legittimità della nuova classe al potere, formata anche da molti nazionalisti integralisti, discendenti degli sconfitti della seconda guerra mondiale.

 

La Crimea – che al momento della dissoluzione dell’URSS aveva già votato per referendum l’annessione alla nascente Russia indipendente – sei mesi prima che la restante parte della Repubblica sovietica d’Ucraina si pronunciasse per l’indipendenza, si espresse con un nuovo referendum.

 

Per quattro anni la Crimea fu rivendicata sia dalla Russia sia dall’Ucraina. Mosca faceva valere il fatto di aver pagato tra il 1991 e il 1995 al posto di Kiev le pensioni e gli stipendi ai funzionari della Crimea. La Crimea continuava di fatto a essere russa, sebbene la si considerasse territorio ucraino. Alla fine il presidente russo Boris Eltsin, mentre in Russia imperversava una crisi economica gravissima, risolse il contenzioso consegnando la Crimea a Kiev.

 

La Crimea votò però una Costituzione che le riconosceva l’autonomia in seno all’Ucraina, ma Kiev non la riconobbe. Con il secondo referendum, quello del 2014, la popolazione di Crimea proclamò a larghissima maggioranza l’indipendenza. Il parlamento di Crimea chiese allora l’annessione alla Federazione di Russia, che però non acconsentì. Per rafforzare la continuità del proprio territorio, la Russia ha costruito, senza consultare l’Ucraina, un gigantesco ponte sul Mar d’Azov che collega il territorio metropolitano alla penisola di Crimea, privatizzando di fatto il piccolo mare.

 

In Crimea c’è il porto di Sebastopoli, indispensabile alla marina militare russa che, praticamente inesistente nel 1990, nel 2014 è tornata a essere una potenza.

 

Gli Occidentali hanno riconosciuto il referendum sovietico in Ucraina del 1990, ma non quello del 2014. Ma il diritto all’autodeterminazione dei popoli vale anche per gli abitanti della Crimea. Gli Occidentali asseriscono che, durante le operazioni di voto, sul posto c’erano molti soldati russi senza uniforme. È vero, ma i risultati dei referendum del 1990 e del 2014 sono simili. Non c’è ragione di sospettare la frode.

 

Gli Occidentali, per sottolineare che non accettavano l’«annessione», hanno adottato sanzioni collettive contro la Russia, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Queste sanzioni violano la Carta delle Nazioni Unite, che attribuisce questo potere esclusivamente al Consiglio di Sicurezza.

 

Anche le oblast’ di Donetsk e di Lugansk si sono rifiutate di riconoscere la legittimità del governo uscito dal colpo di Stato del 2014: hanno proclamato la propria autonomia, definendosi resistenti contro i «nazisti» di Kiev. Equiparare i nazionalisti integralisti ai nazisti è storicamente giustificato, ma impedisce ai non-ucraini di capire gli avvenimenti.

 

Il nazionalismo integralista fu creato in Ucraina nei primi anni del XX secolo da Dmytro Dontsov, originariamente filosofo di sinistra, passato gradualmente all’estrema destra. Durante la prima guerra mondiale fu un agente al soldo del secondo Reich, poi partecipò al governo ucraino di Symon Petljura, nato in seguito alla Rivoluzione russa del 1917. Partecipò alla Conferenza di pace di Parigi e accettò il Trattato di Versailles.

 

Nel periodo fra le due guerre Dontsov esercitò il proprio magistero sulla gioventù ucraina, facendosi promotore del fascismo e in seguito del nazismo. Divenne violentemente antisemita, sostenendo il massacro degli ebrei molto prima delle autorità naziste, che fino al 1942 parlarono solo di espulsione.

 

Durante la seconda guerra mondiale Dontsov rifiutò di assumere la direzione dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), che affidò al discepolo Stepan Bandera, affiancato da Yaroslav Stetsko. Quasi tutti i documenti sull’attività di Dontsov in seno al nazismo sono stati distrutti. Non si sa cosa fece durante la guerra, salvo che partecipò attivamente all’Istituto Reinhard Heydrich, dopo l’assassinio di quest’ultimo. I giornali di quest’organizzazione antisemita gli diedero molto spazio.

 

Alla Liberazione, protetto dai servizi segreti anglosassoni, fuggì in Canada, poi negli Stati Uniti. La sua virulenza non scemò nemmeno negli ultimi anni di vita: evoluto verso una forma di misticismo vichingo, predicò lo scontro finale con i «moscoviti». Oggi i libri di Dontsov, in particolare il Nazionalismo, sono una lettura obbligatoria per i miliziani, soprattutto per quelli del Reggimento Azov. Durante la seconda guerra mondiale i nazionalisti integralisti ucraini massacrarono almeno tre milioni di concittadini.

 

Washington interpreta questi fatti storici in modo diverso: i nazionalisti integralisti commisero sicuramente errori, ma si battevano per l’indipendenza sia contro i nazisti tedeschi sia contro i bolscevichi russi. La CIA ha dunque fatto bene ad accogliere Dontsov negli Stati Uniti e ad arruolare Stepan Bandera a Radio Free Europe. E meglio ancora ha fatto a creare la Lega Anticomunista Mondiale attorno al ministro nazista ucraino Yaroslav Stetsko, nonché al capo dell’opposizione al comunismo cinese, Chiang Kai-shek. Secondo Washington sono fatti che in ogni caso appartengono al passato.

 

Nel 2014, con il presidente Petro Poroshenko, il governo di Kiev ha tagliato gli aiuti ai «moscoviti» del Donbass. Ha smesso di pagare le pensioni e i salari dei funzionari. Ha vietato l’uso del russo, parlato da metà degli ucraini, e lanciato operazioni militari punitive contro questi «subumani», che in dieci mesi hanno causato 5.600 morti e 1,5 milioni di profughi. Al cospetto di questi orrori, Germania, Francia e Russia hanno imposto gli Accordi di Minsk, per ricondurre a ragione il governo di Kiev e proteggere le popolazioni del Donbass.

 

Prendendo atto che i primi Accordi non avevano prodotto risultati, la Russia fece avallare dal Consiglio di Sicurezza l’Accordo di Minsk 2. È la risoluzione 2202 del 12 febbraio 2015, adottata all’unanimità. Nella dichiarazione di voto gli Stati Uniti articolarono la loro interpretazione dei fatti: i «resistenti» del Donbass erano solo «separatisti», sostenuti militarmente da Mosca; specificarono anche che l’Accordo di Minsk 2 non sostituiva gli Accordi di Minsk 1, del 5 e 19 settembre 2014, ma vi si aggiungeva.

 

Gli Stati Uniti esigevano perciò il ritiro delle truppe russe senza uniforme presenti in Donbass. Germania e Francia fecero aggiungere una dichiarazione comune, cofirmata dalla Russia, che garantiva l’applicazione «obbligatoria» dell’insieme degli «impegni».

 

Poco tempo dopo però il presidente Poroshenko dichiarò di non voler applicare alcunché e rilanciò le ostilità; una posizione reiterata dal governo del presidente Zelensky. Nei sette anni successivi alla risoluzione 2202 vi furono altre vittime: 12 mila secondo Kiev, 20 mila secondo Mosca.

 

In questi anni Mosca non è intervenuta. Il presidente Vladimir Putin non solo ha ritirato le proprie truppe, ma ha vietato a un oligarca di mandare mercenari a sostenere le popolazioni del Donbass, che sono state così abbandonate dai garanti degli Accordi di Minsk, nonché dagli altri membri del Consiglio di Sicurezza.

 

In Russia la politica funziona così: prima di annunciare qualsiasi cosa si deve essere in grado di compierla. Mosca ha quindi preparato in silenzio le successive mosse.

 

Addestrata dalle sanzioni che la colpiscono dall’annessione della Crimea, si aspettava che, in caso di un suo intervento per far applicare la risoluzione 2202, gli Occidentali le rafforzassero. Mosca ha perciò preso contatto con altri Stati colpiti da sanzioni, in particolare con l’Iran, per aggirare le misure già in atto e prepararsi a farlo con quelle future.

 

Chi si reca regolarmente in Russia sa che l’amministrazione Putin stava da tempo incrementando un’autarchia alimentare – compresi carne e formaggi – prima inesistente. Per quanto riguarda il sistema bancario, la Russia si è avvicinata alla Cina; un’iniziativa che tutti abbiamo ritenuto essere un piano contro il dollaro. In realtà Mosca si stava preparando all’esclusione dal sistema SWIFT.

 

Quando il presidente Putin ha inviato in Ucraina l’esercito, ha specificato che non intendeva dichiarare una «guerra» per annettere l’Ucraina, ma condurre un’«operazione speciale» in forza della risoluzione 2202 e della propria «responsabilità nella protezione» delle popolazioni del Donbass.

 

Com’era prevedibile gli Occidentali hanno reagito con sanzioni economiche che per due mesi hanno perturbato gravemente l’economia russa. Poi le parti si sono invertite e le sanzioni si sono rivelate proficue per la Russia, che già da tempo vi si era preparata.

 

Gli Occidentali hanno mandato in Ucraina una grande quantità di armi, poi vi hanno dispiegato consiglieri militari e qualche forza speciale. Per l’esercito russo, tre volte inferiore a quello ucraino per numero di soldati, sono iniziate le difficoltà. Per garantire un ricambio di uomini, senza tuttavia sguarnire il sistema nazionale di difesa, le forze armante hanno così decretato una mobilitazione parziale.

 

La NATO  ha da parte sua predisposto un piano per mobilitare un gruppo centrale di Stati, cui si aggiunge un gruppo di alleati più distanti, in modo da ripartire su un numero di partner il più possibile allargato lo sforzo finanziario necessario per sfinire la Russia.

 

Mosca ha risposto annunciando che a un ulteriore passo degli Occidentali risponderà usando nuove armi.

 

Le forze armate russe e cinesi posseggono lanciamissili ipersonici, che gli Occidentali non hanno. In pochi minuti Mosca e Pechino possono distruggere qualsiasi obiettivo in ogni parte del mondo. Gli Occidentali non hanno per il momento strumenti per impedirlo. Un divario che non sarà colmato almeno fino al 2030, secondo i generali statunitensi.

 

a Russia ha già annunciato che obiettivo prioritario sarebbe il ministero degli Esteri britannico, ritenuto la mente che guida i nemici, nonché il Pentagono, il braccio armato. Qualora attaccassero, le forze armate russe e cinesi distruggerebbero innanzitutto i satelliti di comunicazione strategica degli Stati Uniti (CS3), che in poche ore sarebbero privati della capacità di guidare missili nucleari, quindi di rispondere.

 

Ci sono pochi margini di dubbio sull’esito di una guerra di simile portata.

 

Quando la Russia parla di attaccare con armi nucleari, non intende bombe atomiche strategiche come quelle sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki, ma armi tattiche utili a distruggere obiettivi delimitati, come Whitehall e Pentagono. Le magniloquenti dichiarazioni del presidente Biden sul rischio che la Russia farebbe correre al mondo sono dunque insussistenti.

 

Non è escluso che ci si possa imbarcare in uno scontro di tale portata. Negli Stati Uniti un piccolo gruppo di politici non-eletti, gli Straussiani, è determinato a provocare l’apocalisse. Sono convinti che gli Stati Uniti, pur non potendo più dominare il mondo intero, possano continuare a tenere in pugno gli alleati. Per farlo devono essere pronti a sacrificarne una parte: danneggiarli in modo che gli Stati Uniti continuino a essere i primi (non i migliori).

 

Come in ogni conflitto le popolazioni hanno paura, ma un pugno di individui le spinge verso la guerra.

 

La Russia ha organizzato quattro referendum per l’autodeterminazione e l’annessione: nelle due repubbliche del Donbass, nonché nelle due oblast’ di Novorossia. Il G7, i cui ministri degli Esteri hanno partecipato all’Assemblea Generale dell’ONU a New York, ha immediatamente dichiarato che i referendum non possono essere validi perché si svolgono in situazione di guerra. Un’opinione discutibile. Hanno poi denunciato una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, nonché dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Queste sono invece falsità. Per definizione, il diritto dei popoli all’autodeterminazione non contrasta con la sovranità e l’integrità dello Stato da cui vogliono separarsi.

 

Sono principi che del resto tutti i membri del G7, a esclusione del Giappone, si sono impegnati a difendere firmando l’Atto finale di Helsinki.

 

È particolarmente esecrabile constatare come il G7 interpreti il diritto a proprio favore, in particolare quello dell’autodeterminazione dei popoli.

 

Per fare un esempio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato l’occupazione illegale da parte del Regno Unito dell’arcipelago delle Ciago, ordinandone la restituzione all’Isola Mauritius entro il 22 ottobre 2019. Non solo la restituzione non è mai avvenuta, ma una delle isole Ciago, Diego Garcia, è data in uso agli Stati Uniti, che vi alloggiano la più grande base militare dell’Oceano Indiano.

 

Altro esempio, nel 2009 la Francia ha illegalmente trasformato la colonia di Mayotte in dipartimento. Parigi ha organizzato un referendum, violando le risoluzioni 3291, 3385 e 31/4 dell’Assemblea Generale, che affermano l’unità delle Comore e vietano l’indizione di referendum in una sola delle sue parti, lo Stato delle Comore o la colonia francese di Mayotte. Ed è proprio per evitare la decolonizzazione che la Francia ha indetto il referendum; nelle Mayotte la Francia ha infatti installato una base militare della marina, ma soprattutto una base militare d’intercettazione e Intelligence.

 

Dal punto di vista russo, se questi referendum fossero internazionalmente riconosciuti metterebbero fine alle operazioni militari. Respingendoli, gli Occidentali prolungano il conflitto. Intendono aspettare che il resto della Novorossia cada nelle mani della Russia. Ebbene, se Odessa tornasse russa, Mosca dovrebbe accettare anche l’adesione della Transnistria, contigua alla Federazione di Russia. Ma la Transnistria non appartiene all’Ucraina, bensì alla Moldavia, da qui l’attuale nome di Repubblica Moldava del Dnestr.

 

La Russia si rifiuta di accogliere un territorio moldavo, che certamente ha ragioni storiche per proclamarsi indipendente. Ma non ha accettato nemmeno l’adesione dell’Ossezia e dell’Abkhazia, che hanno anch’esse ragioni storiche per proclamarsi indipendenti, però sono georgiane. Né la Moldavia né la Georgia hanno commesso crimini paragonabili a quelli dell’Ucraina moderna.

 

Alla fine di quest’esposizione prendiamo atto che i torti sono da entrambe le parti, ma non sono ripartiti in uguale misura. Gli Occidentali hanno riconosciuto il colpo di Stato del 2014; hanno tentato di fermare il massacro conseguente, ma alla fine hanno permesso ai nazionalisti integralisti di perseverare; hanno armato l’Ucraina invece di costringerla a rispettare gli Accordi di Minsk 1 e 2.

 

La Russia ha invece costruito senza concertazione un ponte che chiude il Mar di Azov. La pace potrà essere preservata solo se i due campi riconosceranno i propri errori.

 

Ne saremo capaci?

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

Immagine di Amakuha via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

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Geopolitica

Trump: non c’è una scadenza» per la fine della guerra con l’Iran

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Gli Stati Uniti non hanno stabilito alcuna scadenza per la conclusione della guerra contro l’Iran, ha dichiarato il presidente Donald Trump.

 

Queste affermazioni contrastano con quanto sostenuto in precedenza dallo stesso Trump, poco dopo gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio, secondo cui i combattimenti sarebbero durati «dalle quattro alle cinque settimane». Inoltre, nel corso dell’ultimo mese aveva ripetutamente sostenuto che la guerra sarebbe finita «molto presto».

 

Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato mercoledì a Fox News che non c’è «una scadenza» e non c’è fretta di porre fine al conflitto.

 

«La gente dice che voglio che finisca in fretta a causa delle elezioni di metà mandato, ma non è vero», ha affermato Trump.

 

Secondo un sondaggio AP-NORC pubblicato all’inizio di questa settimana, il gradimento di Trump sull’economia è sceso a un nuovo minimo del 30%, mentre la carenza di energia provocata dalla guerra con l’Iran continua a far salire i prezzi.

 

Martedì il presidente ha prorogato a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran, mantenendo però il blocco statunitense dei porti iraniani.

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L’annuncio è arrivato poche ore prima della scadenza della tregua di due settimane tra le due parti. In precedenza, lo stesso giorno, l’Iran aveva rinunciato ai colloqui con una delegazione americana in Pakistan, sostenendo che qualsiasi discussione sarebbe stata inutile finché fossero continuate le «intimidazioni» di Washington.

 

Trump ha dichiarato a Fox News che non c’è «alcuna pressione temporale» per quanto riguarda il cessate il fuoco o la fissazione di una nuova data per i colloqui con Teheran. Il suo obiettivo è «ottenere un buon accordo per il popolo americano», ha aggiunto.

 

«Il blocco spaventa con più dei bombardamenti», ha affermato Trump. «Sono stati bombardati per anni, ma odiano il blocco».

 

Il presidente ha inoltre definito il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghachi «un uomo intelligente», che «sarà presente quando riprenderanno i colloqui».

 

L’Iran ha dichiarato di essere pronto a combattere gli Stati Uniti «fino alla vittoria completa». L’inviato di Teheran a Pechino, Abdolreza Rahmani Fazli, ha dichiarato che non ci saranno colloqui finché continuerà il blocco americano dello Stretto di Ormuzzo, che rappresenta circa il 25% del commercio mondiale di petrolio greggio. Ciò che gli americani si aspettano dall’Iran «non è il dialogo, ma la resa», e questo non accadrà, ha insistito.

 

Da quando Trump ha annunciato una tregua a tempo indeterminato, Teheran ha ulteriormente rafforzato il suo controllo sullo stretto, sequestrando almeno due navi e scortandole verso porti iraniani, secondo quanto riportato giovedì da Reuters.

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Geopolitica

L’UE approva un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina

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L’Unione Europea ha formalmente approvato un prestito di emergenza di 90 miliardi di euro per l’Ucraina per il biennio 2026-2027 e ha adottato il suo ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, ha annunciato giovedì la presidenza dell’euroblocco.   Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha dichiarato in un comunicato che l’intensificarsi della pressione sulla Russia rientra in una strategia «volta a raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina».   Gli ambasciatori dell’UE hanno approvato mercoledì il pacchetto di prestiti e sanzioni dopo che l’Ungheria ha revocato il suo veto in seguito alla vittoria elettorale del politico filo-europeo Peter Magyar, che a breve assumerà la guida del governo.   Il controverso prestito a Kiev è stato al centro di una lunga e aspra disputa con l’Ungheria. Viktor Orban, il presidente uscente del governo ungherese, ha congelato l’erogazione dei fondi ucraini in risposta all’interruzione delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, risalente all’epoca sovietica, avvenuta a gennaio. Orbán ha definito la mossa una manovra politicamente motivata, volta a favorire il partito di Magyar nelle elezioni parlamentari del 12 aprile.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa Zelens’kyj era arrivato a minacciare «di morte» l’Orban, ricevendo persino un rimprovero dall’UE.

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Il ministro delle Finanze cipriota Makis Keravnos, il cui Paese detiene attualmente la presidenza dell’UE, ha dichiarato che l’erogazione dei fondi inizierà «il prima possibile». «Promesso, mantenuto, implementato», ha dichiarato il Costa in un post su X.   La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che l’UE «agirà rapidamente su entrambi i fronti», intensificando la pressione sulla Russia e aumentando gli aiuti a Kiev.   La responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato a X che il blocco fornirà all’Ucraina «ciò di cui ha bisogno per resistere».   L’approvazione è arrivata dopo che l’Ucraina ha riavviato il flusso di petrolio russo verso l’UE attraverso l’oleodotto Druzhba, sotto la pressione di Ungheria, Slovacchia (fortemente dipendente dall’energia russa) e dei suoi sostenitori europei. Kiev aveva interrotto le forniture, sostenendo che le infrastrutture fossero state danneggiate dagli attacchi russi, un’accusa che Mosca ha respinto come «bugie».   Il prestito di 90 miliardi di euro, garantito da un finanziamento congiunto dell’UE e rimborsabile solo se Kiev riceverà riparazioni di guerra dalla Russia, è stato approvato dopo il fallimento dei piani per il sequestro dei beni sovrani russi congelati in Occidente.   La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha avvertito che i fondi potrebbero essere utilizzati impropriamente da funzionari ucraini corrotti, mentre il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha affermato che l’UE stava «mettendo le mani nelle tasche dei propri contribuenti» per prolungare il conflitto.

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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Lavrov: «satanismo dilagante» nell’UE

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Secondo il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in alcuni Stati membri dell’UE dilaga il satanismo, citando la loro connivenza con le «pratiche blasfeme» delle autorità ucraine presso il monastero ortodosso di Kiev-Pechersk Lavra.

 

Dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, il governo di Kiev ha intensificato la repressione contro la Chiesa ortodossa ucraina, accusandola di avere legami con Mosca. Da allora, le autorità ucraine hanno condotto numerose perquisizioni nei monasteri e avviato decine di procedimenti penali contro il clero con l’accusa di collaborazionismo, oltre a procedere al sequestro di beni.

 

Allo stesso tempo, il governo di Volodymyr Zelens’kyj ha appoggiato la Chiesa ortodossa ucraina, rivale della Chiesa ortodossa russa, che quest’ultima considera scismatica.

 

Intervenendo mercoledì a un ricevimento del ministero degli Esteri russo dedicato alla Pasqua ortodossa, Lavrov ha affermato che la leadership ucraina ha rinnegato «le proprie radici spirituali e civili». «La Chiesa ortodossa ucraina è perseguitata da oltre un decennio, con chiese occupate, vandalizzate e clero e parrocchiani molestati», ha affermato.

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Particolarmente «oltraggiosa e disgustosa» è l’iniziativa delle autorità ucraine di creare un «inventario e ispezionare le sacre reliquie in termini di valore storico e scientifico» presso il monastero di Kiev-Pechersk Lavra.

 

Secondo Lavrov, il ministero della Cultura ucraino ha utilizzato questa formula burocratica per nascondere le sue pratiche blasfeme legalizzate, mentre diversi paesi europei hanno chiuso un occhio su questi sviluppi o li hanno addirittura appoggiati direttamente.

 

«Anche in questi Paesi il satanismo è dilagante», ha concluso il ministro degli esteri russo.

 

Lo scorso marzo sono emerse le prime notizie di funzionari governativi e poliziotti ucraini che si sono introdotti con la forza nelle catacombe di quello che è considerato il monastero più importante del paese e luogo di sepoltura di diversi santi cristiani.

 

Non si tratta della prima volta che Lavrov insinua l’esistenza di tendenze sataniche in Occidente.

 

Come riportato da Renovatio 21, parlando a febbraio, dopo che il dipartimento di Giustizia statunitense aveva reso pubblica una grande quantità dei cosiddetti «dossier Epstein», il ministro degli esteri russo aveva affermato che il materiale aveva «svelato il volto dell’Occidente». «Ogni persona di buon senso sa che questo va oltre ogni comprensione ed è puro satanismo», aveva detto il Lavrov all’epoca.

 

Il regime Zelens’kyj a inizio 2023 aveva tolto la cittadinanza a sacerdoti della Chiesa Ortodossa d’Ucraina (UOC). Vi era stato quindi un ordine di cacciata dalla cattedrale della Dormizione dell’Abbazia delle Grotte di Kiev proprio per il Natale ortodosso. Una tregua di Natale sul campo di battaglia proposta da Putin era stata sdegnosamente rifiutata da Kiev.

 

Dall’inizio del conflitto tra Mosca e Kiev, le autorità e gli attivisti ucraini hanno sequestrato i luoghi di culto della Chiesa Ortodossa Ucraina e li hanno consegnati alla «Chiesa ortodossa dell’Ucraina», sostenuta dal governo. L’esempio più doloroso è quello dei monaci della Chiesa ortodossa ucraina sono stati sfrattati dal luogo ortodosso più sacro del Paese, la Lavra di Kiev, teatro dell’eroica resistenza dei fedeli e dei religiosi dell’OCU.

 

A fine 2023 il Patriarca di tutte le Russie Kirill aveva inviato un appello a papa Francesco, Tawadros II di Alessandria (leader della Chiesa copta ortodossa), all’allora arcivescovo di Canterbury Justin Welby (capo della cosiddetta Comunione anglicana), all’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e ad altri rappresentanti di organizzazioni internazionali, per chiedere il loro aiuto e porre fine alla persecuzione del vicegerente della Lavra, il metropolita Pavel, poi liberato con una cauzione di circa 820 mila euro.

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Come riportato da Renovatio 21, la Lavra occupata dagli ucraini era già stata oggetto di uno scandalo quando un famoso chef aveva registrato un programma televisivo di cucina al suo interno.

 

«Zelens’kyj sta perpetrando un genocidio del popolo ucraino. Ciò a cui stiamo assistendo ora e ciò a cui stiamo assistendo ora è la continuazione delle politiche terroristiche di Zelens’kyj contro il popolo ucraino. Zelens’kyj è un demone nel corpo di un essere umano. Puoi chiamarlo come vuoi, un senza Dio, un terrorista e così via. Il succo delle sue azioni è lo stesso. Zelens’kyj sta seguendo la volontà di un demone», aveva affermato il parlamentare Artem Dmitruk dopo un raid degli ucraino contro la Lavra lo scorso anno, fuggito dal Paese a causa della persecuzione della Chiesa ortodossa ucraina.

 

Il Dmitruk, parlamentare della Rada (il Parlamento monocamerale ucraino) legato all’ortodossia costretto a fuggire dal Paese a causa delle sue opinioni, ora ricercato dalle autorità ucraine, in passato aveva indicato come la Cattedrale della Trasfigurazione di Chernigov, una delle più antiche chiese ortodosse dell’Ucraina, risalente agli inizi dell’XI secolo, sarebbe stata trasformata in un cinema improvvisato.

 

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Immagine di UN Geneva via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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