Pensiero
Il sindacato del Nuovo Ordine Mondiale
Il video sta girando pazzamente su Telegram, quindi lo avrete visto.
La scena rappresentata è molto semplice: un comizio del 1° maggio di Landini, capo CGIL con cravatta rossa, attorniato da fedelissimi alternativamente con fazzolletto rosso al collo o mascherina rossa.
Landini parla di guerra (enunciando il teorema per cui la pace è «sconfiggere la logica di Putin», qualsiasi cosa voglia dire) e vaccini, sostenendo che investire in armi invece che nella sierizzazione di tutti i Paesi è una cosa sbagliata, cui bisogna rimediare.
Poi sgancia la formula magica, quella che tutte le antenne drizzare fa:
«… Vuol dire affermare un Nuovo Ordine Mondiale».
????1 MAGGIO 2022.
Landini parla di NUOVO ORDINE MONDIALE spudoratamente…non riesco a crederci… pic.twitter.com/z6ye0x0iH6
— jac (@JacPr4185774) May 2, 2022
Patapum.
Prendete il più grande artista del pianeta, Mel Gibson. Egli nel 1997 fece un film, titolo italiano Ipotesi di Complotto, che apriva proprio con un suo monologo sul tema di quelli che usano in pubblico l’espressione.
Il personaggio da lui interpretato, un tassista reso paranoico da esperimenti del programma di controllo mentale MK-Ultra (tutto verissimo: e qualche rivolo chissà che non sia arrivato anche da noi, nelle manipolazioni delle mente specie infantili viste di recente) dichiara che è impossibile che George Bush senior, in un suo discorso del 1990, abbia parlato di New World Order senza aspettarsi che una massa di persone che riconoscono l’espressione non si agitino assai. Perché, sia pure da nicchie, sono diversi decenni che c’è chi riconosce l’esistenza di un piano per un Nuovo Ordine Mondiale, e che non può sobbalzare ad ogni sua pubblica invocazione.
Bush 41 parlava degli Stati ex sovietici, e la cosa oggidì cade proprio a fagiuolo. Scandì le parole con tale chiarezza, con tale solennità, che un gruppo musicale dell’epoca, i Ministry, ci dedicò un memorabile pezzo di industrial-metal, chiamato appunto N.W.O., dove la voce di Bush padre era campionata e ripetuta macchinalmente. «A New World Order… A New World Order… A New World Order».
Bush padre mica era il solo. Nel corso di questi decenni la formula hanno pronunziata. Il presidente americano Woodrow Wilson. Winston Churchill. Henry Kissinger. Gordon Brown. Papa Benedetto XVI. Recentissimamente, A New World Order. Poi, ovviamente Bergoglio.
Ora nel club dei grandissimi arriva anche il Maurizio Landini, una carriera a capo degli operai metallurgici FIOM ora a capo del più acuminato dente della triplice. Su Wikipedia ci informano che il padre era «attivo nella Resistenza», e lui ha dovuto lasciare l’istituto geometri per «contribuire al sostentamento famigliare» per poi, negli anni Ottanta (quaranta anni fa!) smettere di lavorare per impegnarsi a tempo pieno dentro la struttura sindacale.
Ecco: bisogna avere fiducia nel sogno sindacale italiano: Landini ora è qualcuno che può dire in pubblico, su un palco attorniato da tizi che fanno di sì con la testa, «Nuovo Ordine Mondiale». Come i presidenti americani, come i papi.
Che bello sentire quest’espressione così netta, così carica di storia per tutti noi. Sono colpi di sincerità di cui essere grati. Sono quadretti che colpiscono indelebilmente il nostro cuore: abbiamo in Italia il sindacato del Nuovo Ordine Mondiale.
Non che non vi fossero già i segni, e da prima della pandemia.
Quattro anni fa Renovatio 21 già notava la strana tendenza dei sindacati a favorire le vaccinazioni, in particolare quelle degli anziani. Campagne di comunicazioni martellanti per i pensionati da sottoporre alla siringa – quegli stessi vecchietti che fini a pochi anni fa era medicalmente blasfemo proporre di inoculare. E invece, il paradigma, già prima del COVID, cambiava in fretta… e con
Non è la sola briciola che abbiamo raccolto nel percorso.
La primavera scorsa, nella giornata mondiale contro l’omotransfobia (c’è: il 17 maggio) la CGIL disse che il DDL Zan andava approvato senza modifiche, organizzando un solenne webinario alla presenza della «responsabile Politiche di genere della CGIL nazionale Susanna Camusso, i e le capogruppo del M5S, del PD e del Gruppo Misto al Senato –(…) e rappresentanti delle Associazioni LGBTI+».
Andiamo oltre.
Nel 2016 la CGIL portò l’Italia davanti davanti al Consiglio d’Europa, ove veniva lamentata l’applicazione dell’obiezione di coscienza come limite inaccettabile per il ricorso all’aborto.
In pratica: era messa in dubbio una facoltà del lavoratore, quella di lavorare secondo la propria coscienza, di fronte al diritto al feticidio, che per qualche motivo interessa il sindacato. La facoltà di astenersi da un lavoro ritenuto contrario alla propria coscienza dovrebbe essere una battaglia dell’ente preposto a difendere e potenziare i diritti del lavoratore: pensiamo, ad esempio, a quanti si sono recentemente rifiutati di caricare «aiuti» per l’Ucraina che invece erano armi.
E invece, il sindacato fa il contrario di quello che ti aspetti.
È successo, nello showdown definitivo della storia sindacale, con il COVID. Non possiamo dimenticare la lettera con cui i capi della triplice dicevano a Draghi di procedere con il green pass – ossia la più grande violazione dei diritti dei lavoratori mai esperita dalla Repubblica, con disintegrazione patente dell’articolo 1 della Costituzione.
Di più: nella loro lettera a Draghi, essi si dimostravano più draghiani del drago. Di fatto, invocano l’obbligo totale, l’mRNA per tutta la popolazione nazionale.
«In particolare Le ribadiamo il nostro assenso ad un provvedimento che, in applicazione della nostra Carta, il Governo decida di assumere finalizzato a rendere la vaccinazione obbligatoria quale trattamento sanitario per tutti i cittadini del nostro Paese».
Testuali parole. Di mezzo, lo capiamo, c’era la possibilità di sedersi con politici e industriali al tavolo del PNRR.
Ora, bisogna sapere che tra quei pazzerelli che credono nel Nuovo Ordine Mondiale, è diffusa da decenni l’idea che esso passerà attraverso un mutamento della riproduzione umana, in particolare tramite il controllo delle nascite, cioè la contraccezione e l’aborto. Celo.
Il controllo della popolazione, hanno detto dal giorno uno i complottisti del NWO stile Alex Jones, si servirà dei vaccini e dei loro obblighi. Celo.
La questione degli omotransessuali plus: ricordiamo il libro di Ralph. A. Epperson New World Order del 1990.
«I matrimoni omosessuali saranno legalizzati; ai genitori non sarà permesso crescere i propri figli (lo Stato lo farà;) tutte le donne saranno impiegate dallo Stato e non potranno più fare le casalinghe; il divorzio diventerà estremamente facile e il matrimonio monogino verrà gradualmente eliminato».
Quindi, il sindacato femministo-gender-NWO, celo pure lui.
Di dubbi di cosa sia diventato il sindacato ne abbiamo pochi. E di enti pubblici e privati che sono passacarte del padrone del mondo ce ne sono oggi a BZF.
Tuttavia, come non notare come oggidì tutto sia spudorato, slatentizzato, osceno, dall’etimo greco, fuori scena. Non è più nemmeno un teatrino.
Oramai la questione della rappresentazione è superata da un pezzo. Non hanno bisogno di dissimulare un granché. Ve lo abbiamo detto, ve lo ripetiamo: nessuno ha intenzione di parlare con voi, ripetono solo qualche storiella per la massa vaccina, quella che ancora li segue ruminando il salario e magari al massimo muggendo per tre secondi mentre la si porta al macello.
E ancora: quei minions che fanno andare su e giù la testa quando gli si dice che «essere contro la logica di Putin (…) vuol dire affermare un Nuovo Ordine Mondiale» ci fanno venire un pensiero abissale: vuoi vedere che, davvero, Putin è un’impaccio dal Nuovo Ordine Mondiale? Vuoi vedere che il Paese che ha rifiutato l’imperativo globale l’mRNA e si sta scontrando con un Paese dove stavano introducendo l’app elettronica del controllo totale della cittadinanza, magari davvero qualche problema lo sta creando ai padroni del vapore? Vuoi vedere che Putin è l’ultimo tappo da far saltare perché vinca il mondialismo della fine dei tempi?
Sono pensieri che, ad una certa, saltano fuori da soli.
Tuttavia, senza sondare abissi metastorici e metapolitici e pure metageopolitici, ci basta pensarla in termini molto sintetici.
Il nuovo paradigma delle cose prevede il «restringimento» dei diritti dell’individuo. O meglio, la loro cancellazione – i due anni di restrizioni pandemiche servono a questo.
Come abbiamo ripetuto, la trasformazione del cittadino da avente diritto ad utente (che al massimo gode di un accesso deciso dalla piattaforma) è pressoché completa. Lo Stato non esiste più come emanazione del popolo; il popolo esiste in quanto concessione dello Stato. Ribaltamento assoluto.
I diritti, lo stato di diritto, hanno perso la loro sacralità. Sono sospendibili, eliminabili. Il diritto non nasce con il cittadino, viene elargito, al massimo come facoltà temporanea, dal potere costituito.
Si tratta della disintegrazione, concettuale e fisica, della democrazia costituzionale. Lo abbiamo ribadito varie volte: le carte alla base delle varie «democrazie liberali» (USA, Germania, Italia) sono uscite dalla pandemia strappate in mille brandelli.
Ad esempio, la democrazia costituzionale italiana è basata su una carta chiamata, appunto, «Costituzione», con la C maiuscola. La Costituzione italiana, a lungo celebrata nella sinistra politica e sindacale come «la più bella del mondo» – sì, quella che all’articolo 1 parla di «Repubblica fondata sul lavoro» – è stata annichilita dall’urto pandemico.
Il lavoro non conta più. Il diritto non conta più. La Carta non conta più. Conta solo il potere e la sua imposizione. Cioè, la sottomissione della persona umana.
Questo è, tecnicamente, il più concreto effetto del cambio di paradigma globale che volendo possiamo chiamare Nuovo Ordine Mondiale.
Ora, è il caso di chiedersi chi abbia dato una mano ad arrivare fino a qui.
I camerieri della Cultura della Morte abbondano. Per quanto, ancora non sappiamo.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Bablu Miah via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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