Bioetica
McCullough: la vaccinazione COVID «dovrebbe essere interrotta immediatamente»
In un evento evento tenutosi il 27 ottobre a Phoenix, in Arizona, il dottor McCullough – famoso cardiologo divenuto specialista di COVID – McCullough ha posto all’attenzione del pubblico un documento del giugno 2021 di cui è stato coautore con un team internazionale di altri 56 scienziati chiamato «Vaccinazione di massa SARS-CoV-2: domande urgenti sulla sicurezza dei vaccini che richiedono risposte da agenzie sanitarie internazionali, autorità di regolamentazione, governi e sviluppatori di vaccini».
Gli autori hanno sollevato molte preoccupazioni, inclusi studi che dimostrano che la proteina spike patogena circola liberamente nel corpo. I ricercatori sono inoltre preoccupati per gli effetti collaterali a lungo termine.
«Non ci sono stati test per vedere se l’mRNA o il DNA adenovirale si incorpora nel genoma umano, se causa difetti alla nascita o cancro», ha detto.
«Non ci sono stati test per vedere se l’mRNA o il DNA adenovirale si incorpora nel genoma umano, se causa difetti alla nascita o cancro»
«Se non disponiamo dei meccanismi di sicurezza adeguati, pensiamo che saremo nei guai», ha continuato il cardiologo statunitense.
«Non ci sono stati comitati per la sicurezza. Questo è estremamente preoccupante».
McCullough ha dichiarato al sito pro-life canadeese LifeSiteNews che i comitati di monitoraggio della sicurezza dei dati (DSMB), i comitati di aggiudicazione degli eventi (EAC) e i comitati di etica umana «sono organismi di regolamentazione standard concordati dallo sponsor e dalle autorità di regolamentazione per supervisionare la sicurezza e l’integrità del programma di ricerca».
«Questi organismi avrebbero dovuto essere in vigore all’inizio del programma pubblico statunitense e avrebbero dovuto ricevere un rapporto sulla sicurezza mensile dal CDC/FDA».
«Non ci sono stati comitati per la sicurezza. Questo è estremamente preoccupante»
Come chiarisce il suo documento del giugno 2021, «i comitati di monitoraggio della sicurezza dei dati (DSMB) e i comitati di aggiudicazione degli eventi (EAC) dovrebbero adottare misure di mitigazione del rischio» in questi programmi.
«Se DSMB e EAC non lo fanno, chiederemo una pausa nella vaccinazione di massa», hanno scritto gli autori.
«Se DSMB ed EAC non esistono, la vaccinazione dovrebbe essere interrotta immediatamente”.
McCullough ha parlato di questo argomento altrove, evidenziandone la natura problematica sia eticamente che giuridicamente.
«La FDA e il CDC sono gli sponsor del programma», ha affermato.
«Non possono essere i giudici dei rapporti. Non possono. Ciò viola ogni legge normativa che conosciamo».
McCullough, cardiologo, internista ed epidemiologo con sede a Dallas, è ampiamente riconosciuto come uno dei maggiori esperti dell’infezione da COVID-19. Ha 51 pubblicazioni sottoposte a revisione paritaria sulla malattia, tratta i pazienti COVID come parte della sua pratica e si è ripreso dall’infezione.
Ex professore di medicina, si è rivolto al pubblico dal vivo e ha fatto molte apparizioni sui media per trasmettere e spiegare i dati scientifici relativi al nuovo coronavirus.
In una recente intervista con Robert F. Kennedy jr., il dottore ha affermato che «i vaccini stanno fallendo».
In un’intervista con l’avvocato tedesco Reiner Fuellmich ha invece parlato di «infertilità e cancro come possibili conseguenze del vaccino». Secono McCullough, «le morti legate alle vaccinazioni sono dieci volte il numero ufficiale».
Il medico non si è mai tirato indietro davanti alla necessità di denunciare una «collusione globale» per «causare tutti i danni e le morti possibili», per esempio con la proibizione e la demonizzazione dell’ivermectina.
Come riportato da Renovatio 21, McCullough non ha esistato a dire che «siamo nel mezzo della più grande catastrofe biologica della storia».
Mesi fa aveva dichiarato che il vaccino COVID è «bioterrorismo per iniezione» e ha causato almeno 50 mila morti negli USA.
Bioetica
La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».
Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.
E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.
Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.
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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.
Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.
Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.
Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi.
Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?
A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.
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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.
Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.
È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica.
Riguarda la verità.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
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Bioetica
Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale
La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.
Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?
Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile.
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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.
Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.
La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?
La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.
In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.
Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.
Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.
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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.
Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.
Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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