Stato
Quei terroristi che ci chiamano «terroristi»
Un pomeriggio di più di un lustro fa, chi scrive si trovava a Kiev.
Era in corso la fase acuta della guerra per il Donbass, l’area a maggioranza russa che combatteva per la separarsi dall’Ucraina. I personaggi coinvolti, da ambo le parti, avevano raggiunto, anche grazie a video inchieste e parodie che si vedevano su YouTube, una certa popolarità.
Tuttavia non fu la guerra mediatica su internet a colpirmi, ma come essa veniva raccontata sui canali nazionali ucraini. Ammetto di essere scoppiato in una risata incontenibile (in veneto si direbbe: «boresso») nel vedere che il TG, mandando in onda il busto di un comandante separatista che parlava, gli aveva piazzato un sottopancia eccezionale: Pinco Pallo, Terrorist.
Il sottopancia è quel titolo che viene messo in sovraimpressione quando un’intervistato inizia a parlare durante il servizio. Nome e cognome, poi la riga sotto in genere è dedicata alla professione, al partito, o a quello che serve al discorso.
La definizione di «terrorista» per il militante del Donbass era clamorosa. Non avevo visto niente di più arbitrario, di più fazioso in vita mia. «Terrorista»? Ma avevano per caso messo una bomba a Leopoli? Avevano fatto deragliare un treno a Kiev? Avevano avvelenato l’acqua potabile a Odessa?
«Terrorista?» de che? In fondo era divertente, come lo sono in genere le cose spudorate. Una scena del genere c’è in Zelig di Woody Allen, un film che è costruito come un falso documentario, e dove alla fine c’è, come niente fosse un’intervista ad un criminale nazista che tranquillo parla dalla libreria di casa, con il sottopancia che lo indica come SS-Obersturmbannführer o qualcosa del genere. Davvero: imboressante.
Non esiste una definizione accettata di terrorismo
La cosa più tardi mi aveva però fatto ragionare.
Non esiste una definizione accettata di terrorismo. Quella che dà il dizionario (in genere una cosa come «l’uso sistematico della violenza per scopo politico») non è realmente accettata da nessuno: perché, nonostante i tentativi, nessuna definizione di terrorismo ha mai avuto il consenso di specialisti e di enti governativi.
Nel 1992 ci provò l’ONU stessa, con la Commissione delle Nazioni Unite per la Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale (CCPCJ), servendosi di una netta (e furba) formulazione dello studioso del terrorismo Alex P. Schmid – si tentò di far passare che il terrorismo costituisse «l’equivalente in tempo di pace di un crimine di guerra». La definizione fu respinta.
C’è una ragione anche pragmatica, da tenere conto. Il terrorista di oggi, diceva il saggio Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela.
Il terrorista di oggi, diceva Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela
Lo stesso Craxi, negli anni Ottanta, difese il suo appoggio ad Arafat in Parlamento dicendo in sostanza che condannare il ricorso alle armi dell’OLP terrorista avrebbe portato a chiamare anche Mazzini «terrorista». (Aveva ragione: entrambi avevano il fine della creazione di un nuovo Stato, entrambi erano terroristi)
Quindi, chi è il terrorista?
Sono terroristi i talebani, a cui gli americani (e gli italiani, e i tedeschi, etc.) hanno appena riconsegnato le chiavi di un Paese ricchissimo di risorse, ora strapieno pure di armi (80 miliardi di dollari), di tecnologie avanzate di controllo demografico, un narco-Stato basato sull’eroina che già ha iniziato le esecuzioni pubbliche?
C’è molta confusione, sì.
Sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask
Epperò una cosa è certa: sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask. I no-green pass. Insomma, chiunque si opponga al Nuovo Ordine Sanitario, chiunque possa voler far valere pacificamente i propri diritti, è ora bollato come «terrorista».
Non scherziamo. Qualche esempio?
Rainews 24: «Terrorismo, Lamorgese: pericolo lupi solitari e violenze da estremismo no-vax»
«J-Ax minacciato dai no vax, sono terroristi» titola l’ANSA.
Il Corriere: «Minacce dai no-vax, Bassetti: “Questo è un movimento organizzato, sono terroristi”».
«I no-vax danneggiano culturalmente il Paese e questa è la cosa peggiore: per questo motivo, si possono definire “culturalmente” dei terroristi» dice all’AdnKronos l’attore Mariano Rigillo. (Chi è?)
«Allarme terrorismo ISIS e no-vax» scrive Italia Oggi, in una giustapposizione che lascia, come la maglietta fine della canzone, lascia immaginare tutto.
Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità»
Potremo andare avanti per ore. Per il discorso mainstream, la parola no-vax e la parola «terrorista» si possono associare senza più pudore alcuno.
La faziosità, l’arbitrarietà, l’autistica propaganda che avanza con ostinazione impunita e mille volte quella che mi faceva ridere nei sottopancia di Kiev. Perché quelli non erano terrorista, ma avevano, per lo meno, un fucile automatico al collo. Qui abbiamo masse composite di cittadini comuni, dal ragazzo alla vecchietta, dal pensionato all’infermiera, dalla professoressa al barista, che scendono in piazza armati solo della propria voce e della consapevolezza di quelli che, fino a ieri, erano i propri diritti.
Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità».
Migliaia di morti sparati, agguati, città come Padova che erano divenute quotidiani teatri di sangue.
Masse di giovani avevano imbracciato la violenza spinti da un puro impeto ideologico: e pensate che lusso.
I terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID
Non combattevano perché era stato tolto loro il lavoro, la libertà di movimento, la libertà di espressione, ogni diritto fondamentale.
No: avevano la pancia piena, e vivevano tranquilli in un mondo che aveva la caratteristica fantastica (ora sparita per sempre) che ad ogni modo la loro generazione se la sarebbe passata meglio di quella dei loro padri. I giovani viziati non difendevano niente: no, battevano i piedi perché volevano il «comunismo», la «dittatura del proletariato» o qualsiasi altra utopia pirla permettesse loro di svuotare la loro giovinezza.
Pensateci: a differenza dei vecchi terroristi, quelli che voi chiamate così oggi, nonostante siano dilaniati nel corpo, nell’onore e nella sopravvivenza, mai neanche lontanamente stanno pensando alla «compagna P38». Chi ha un’opinione opposta, probabilmente non è mai andato a farsi un giro il sabato durante la manifestazioni a vedere che la trasversalità dei partecipanti è totale, e di per sé esclude oggi qualsiasi deriva partitico-settaria, e quindi violenta.
Con evidenza, si può essere «terroristi pacifici», ci diranno. Il solito esercizio orwelliano di bispensiero: «la guerra è pace» etc.
Pensateci: i terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID.
Dei terroristi di ieri, i veri terroristi, è piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori sono pieni anche i giornali
Il problema è che io non dimentico come dei terroristi di ieri, i veri terroristi, sia piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori siano pieni anche i giornali.
Ai veri terroristi è stato concesso di scappare all’estero, dopo crimini efferati commessi in Patria. Se ne stavano tranquilli in a Parigi, a vivere una vita dorata fra intellò e caffè letterari. L’assassino del macellaio diventa giallista acclamato. Il professore accusato di sovversione fa il filosofo dopo essere aiutato a fuggire via mare (ed essere stato pure votato in Parlamento grazie alla più geniale trovata elettorale del Pannella pre-Cicciolina). Dottrina Mitterand. La nostra diplomazia non fiata. Per diecine di anni.
Di recente Repubblica ha infilato Lotta Continua in una liste delle sigle del terrorismo, al pari delle Brigate Rosse. Questo gruppo è riuscito a piazzare nella stampa italiana un numero incredibile di nomi: l’ebreo con l’erre moscia Gad Lerner, il poeta dandy Erri De Luca, l’arabista Carlo Panella, lo scrittore Massimo Carlotto, il ginecologo abortista, ora radicale, Silvio Viale, per non parlare di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, condannanti per l’omicidio del Commissario Calabresi.
Ma sono moltissime altre le sigle che erano in contiguità, morale o pragmatica (al punto, magari, da potere tentare trattative per la liberazione di Aldo Moro) con la lotta armata del terrorismo rosso.
Oggi Il Messaggero ha pubblicato un articolo in cui scrive che quando la Francia diede infine l’OK per il rimpatrio dei terroristi riparati a Parigi «sono emerse tutte le difficoltà che il dossier avrebbe incontrato tra giudici e burocrazia».
Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera
«La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi, che si è riunita per valutare le richieste della difesa dei 10 ex terroristi che avevano sollevato questioni preliminari di costituzionalità, ha deciso di rinviare tutto al 12 gennaio 2022. Ancora tre mesi e mezzo per studiare il caso, ma, in contemporanea, per ottenere dall’Italia un supplemento di informazioni sulle domande di estradizione, così come sollecitato dalla procura e dalle difese».
Insomma, i terroristi, anche a distanza di mezzo secolo, la fanno franca.
Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera.
Vi chiederete perché.
Vi dobbiamo dare una risposta sconvolgente, anche perché è l’unica che ci sovviene: perché il terrorismo rosso era uno strumento necessario all’ordine delle cose.
Perché ogni gruppo violento, come le Brigate Rosse, era in sostanza una buca delle lettere dove qualunque governo infilava messaggi e danari: il KGB, il Mossad, la CIA, i servizi cecoslovacchi… Tutto potevano essere, quindi, tranne che quello che dicevano di essere. Erano un ingranaggio del sistema, che si confaceva stupendamente all’umore sazio e mortifero dei dei baby boomer.
Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva
Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva.
Ora, con il movimento contro la tirannia sanitaria siamo davanti all’esatto opposto. Nessuno li finanzia. Nessuno li «pastura». Nessuno li arma. Non vengono pescati da un singolo stagno settario (l’università, la fabbrica). Non hanno intenzioni violente. Non intendono rovesciare lo Stato. Vogliono solo i propri diritti, e poco più.
Tuttavia, costoro sono il vero problema. Costoro sono i portatori del «terrore».
Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino che vuole solo difendersi dalla siringa
È buffo. Il giornalismo, riempito di ex terroristi e di loro ammiratori, chiama «terroristi» semplici cittadini che difendono il proprio corpo e la propria vita.
Di più: a chiamarli terroristi, ad equipararli ai tagliagole ISIS, è lo Stato. Quello stesso Stato che con i terroristi ha sempre trattato. Lo ha perfino rivendicato Paolo Mieli in un editoriale recente del Corriere di sdoganamento della «trattativa». Che male c’è, se lo Stato ha fatto una trattativa con la Mafia, prima o dopo gli attentati (quelli si terroristici) compiuti a Milano, Roma Firenze ad inizio anni Novanta?
Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Palestinesi (si chiama «Lodo Moro») per mettere l’Italia al riparo dalla pioggia di sangue della guerra transnazionale con lo Stato ebraico?
Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Shabaabbi per farsi dare indietro una cooperante principiante nel frattempo convertitasi al loro tipo di Islam?
Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino che vuole solo difendersi dalla siringa.
Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato»
Rimane una cosa da dire. Parliamo dello stesso Stato che una volta si poteva accusare apertamente (chissà, forse oggi ti dicono «complottista») di aver avuto una qualche connivenza con le cruente stragi di cui erano puntellati quegli anni. Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Quanti libri di sinceri progressisti, quante serate alla Festa dell’Unità, quanti film finanziati con l’articolo 8 sono stati riempiti con queste espressioni?
Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato». Massì, sussurravano i cospirazionisti dell’epoca (che a quel tempo erano giornalisti stimatissimi che al massimo si chiamavano benevolmente «pistaroli»): una parte profonda dello Stato conosce, financo pianifica le stragi terroriste sui treni, sulle stazioni, nelle banche, etc.
Una parte della politica (o forse, tutta) lo sapeva benissimo. Ma si tratta di un calcolo utilitaristico molto ragionato: sono vittime che vanno sacrificate all’altare della stabilità nazionale e mondiale. Il sacrificio umano, pensavano alcuni uomini mediocri che si credevano intelligenti in un partito cristiano dell’epoca, è un male minore a cui siamo disposti a cedere (da lì a poco, infatti, proprio loro firmarono la legge per l’aborto).
Ecco, una volta c’era una sinistra che parlava di Terrorismo di Stato. Personalmente, non abbiamo dubbi nel pensare che avesse ragione.
Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista»
Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista».
Bispensiero. Orwell. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». Oppure, il bue che dice all’asino… Oppure, averci la faccia come…
Purtroppo il nostro disgusto non basta. Non è sufficiente aver presente il grado di menzogna. Bisogna tenere a mente come materialmente un Terrorismo di Stato possa arrivare ad agire. Anni fa, hanno dimostrato di non avere scrupoli. Bisogna, sì, avere un po’ paura: e questo è proprio il fine del terrorismo, soprattutto quello di Stato.
Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?
Del resto questa è l’era che viviamo: un’era spaventosa, l’ora della paura. Ma bisogna farsi coraggio.
Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?
Siamo disposti davvero ad accettarlo?
Roberto Dal Bosco
Necrocultura
Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore
È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.
Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.
Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.
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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.
Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…
Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.
Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.
Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».
«In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.
Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».
Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».
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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».
Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.
Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.
Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.
Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.
Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.
Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.
Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.
Roberto Dal Bosco
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Immagine © European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni; modificata
Famiglia
Mons. Viganò sta con la famiglia nel bosco. Ma perché lo Stato si sta accanendo in questo modo?
Nell’esprimere il mio pieno sostegno alla Famiglia del Bosco, ricordo le immortali parole di Pio XI, che dovrebbero suonare di condanna per tutti coloro che si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei più elementari principi della civiltà e dell’umanità:
“La famiglia… pic.twitter.com/JkNALcXvVJ — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) March 12, 2026
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Stato
I cittadini dell’UE credono che la democrazia sia morta e sono pessimisti su tutto
Secondo un nuovo sondaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini dell’UE ritiene che i loro anni migliori siano ormai alle spalle e che la vita in Europa diventerà sempre più difficile in futuro. Oltre due terzi vorrebbero che i loro leader adottassero politiche più aggressivamente nazionaliste.
Secondo un sondaggio condotto in 23 paesi dell’UE dall’agenzia di comunicazione FGS Global e pubblicato martedì da Politico, circa il 63% degli intervistati concorda sul fatto che «i nostri anni migliori sono ormai alle spalle», mentre il 77% ritiene che la vita nel proprio Paese «sarà più dura per la prossima generazione».
Nel complesso, il 65% degli intervistati ha affermato che il proprio Paese sta «andando nella direzione sbagliata», con un’opinione più diffusa nell’Europa centrale e occidentale. La Francia è il Paese più pessimista tra i rispondenti, con il 79% di concordi con questa affermazione, seguito dal Belgio con il 74% e dall’Ungheria con il 73%.
Solo i cittadini di Polonia, Lituania e Danimarca credono che le cose stiano andando bene, con i lituani più ottimisti. Il 38% ritiene che il Paese stia «andando nella direzione sbagliata».
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Il sondaggio non ha misurato la soddisfazione per la leadership dell’UE a Bruxelles. Tuttavia, il 76% degli intervistati ha affermato che la democrazia è in declino in tutta Europa. Alla domanda su due affermazioni, più della metà ha risposto che il sistema politico del proprio Paese «sta deludendo le aspettative dei cittadini e necessita di riforme radicali», piuttosto che «funziona abbastanza bene e non necessita di riforme significative».
La maggior parte degli intervistati vorrebbe che i propri leader perseguissero un percorso più nazionalista, con il 71% che afferma che i propri paesi «dovrebbero essere più assertivi nei confronti dei [propri] interessi nazionali, anche se ciò crea attriti con altri Paesi».
A Est, le prospettive sono più positive. Secondo l’istituto di sondaggi indipendente russo Levada , il 53% dei russi guarda al futuro «con calma e fiducia»». Questa percentuale sale al 68% tra i 18-24enni. La ricerca di Levada è da tempo considerata accurata e affidabile a livello internazionale.
Un sondaggio IPSOS del 2024 ha rilevato che l’86% degli intervistati cinesi si sente ottimista riguardo al futuro del proprio Paese.
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