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Quei terroristi che ci chiamano «terroristi»

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Un pomeriggio di più di un lustro fa, chi scrive si trovava a Kiev.

 

Era in corso la fase acuta della guerra per il Donbass, l’area a maggioranza russa che combatteva per la separarsi dall’Ucraina. I personaggi coinvolti, da ambo le parti, avevano raggiunto, anche grazie a video inchieste e parodie che si vedevano su YouTube, una certa popolarità.

 

Tuttavia non fu la guerra mediatica su internet a colpirmi, ma come essa veniva raccontata sui canali nazionali ucraini. Ammetto di essere scoppiato in una risata incontenibile (in veneto si direbbe: «boresso») nel vedere che il TG, mandando in onda il busto di un comandante separatista che parlava, gli aveva piazzato un sottopancia eccezionale: Pinco Pallo, Terrorist.

 

Il sottopancia è quel titolo che viene messo in sovraimpressione quando un’intervistato inizia a parlare durante il servizio. Nome e cognome, poi la riga sotto in genere è dedicata alla professione, al partito, o a quello che serve al discorso.

 

La definizione di «terrorista» per il militante del Donbass era clamorosa. Non avevo visto niente di più arbitrario, di più fazioso in vita mia. «Terrorista»? Ma avevano per caso messo una bomba a Leopoli? Avevano fatto deragliare un treno a Kiev? Avevano avvelenato l’acqua potabile a Odessa?

 

«Terrorista?» de che? In fondo era divertente, come lo sono in genere le cose spudorate. Una scena del genere c’è in Zelig di Woody Allen, un film che è costruito come un falso documentario, e dove alla fine c’è, come niente fosse un’intervista ad un criminale nazista che tranquillo parla dalla libreria di casa, con il sottopancia che lo indica come SS-Obersturmbannführer o qualcosa del genere.  Davvero: imboressante.

 

Non esiste una definizione accettata di terrorismo

La cosa più tardi mi aveva però fatto ragionare.

 

Non esiste una definizione accettata di terrorismo. Quella che dà il dizionario (in genere una cosa come «l’uso sistematico della violenza per scopo politico») non è realmente accettata da nessuno: perché, nonostante i tentativi, nessuna definizione di terrorismo ha mai avuto il consenso di specialisti e di enti governativi.

 

Nel 1992 ci provò l’ONU stessa, con la Commissione delle Nazioni Unite per la Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale (CCPCJ), servendosi di una netta (e furba) formulazione dello studioso del terrorismo Alex P. Schmid – si tentò di far passare che il terrorismo costituisse «l’equivalente in tempo di pace di un crimine di guerra». La definizione fu respinta.

 

C’è una ragione anche pragmatica, da tenere conto. Il terrorista di oggi, diceva il saggio Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela.

 

Il terrorista di oggi, diceva Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela

Lo stesso Craxi, negli anni Ottanta, difese il suo appoggio ad Arafat in Parlamento dicendo in sostanza che condannare il ricorso alle armi dell’OLP terrorista avrebbe portato a chiamare anche Mazzini «terrorista». (Aveva ragione: entrambi avevano il fine della creazione di un nuovo Stato, entrambi erano terroristi)

 

Quindi, chi è il terrorista?

 

Sono terroristi i talebani, a cui gli americani (e gli italiani, e i tedeschi, etc.) hanno appena riconsegnato le chiavi di un Paese ricchissimo di risorse, ora strapieno pure di armi (80 miliardi di dollari), di tecnologie avanzate di controllo demografico,  un narco-Stato basato sull’eroina che già ha iniziato le esecuzioni pubbliche?

 

C’è molta confusione, sì.

 

Sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask

Epperò una cosa è certa: sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask. I no-green pass. Insomma, chiunque si opponga al Nuovo Ordine Sanitario, chiunque possa voler far valere pacificamente i propri diritti, è ora bollato come «terrorista».

 

Non scherziamo. Qualche esempio?

 

Rainews 24: «Terrorismo, Lamorgese: pericolo lupi solitari e violenze da estremismo no-vax»

 

«J-Ax minacciato dai no vax, sono terroristi» titola l’ANSA.

 

Il Corriere: «Minacce dai no-vax, Bassetti: “Questo è un movimento organizzato, sono terroristi”».

 

«I no-vax danneggiano culturalmente il Paese e questa è la cosa peggiore: per questo motivo, si possono definire “culturalmente” dei terroristi» dice all’AdnKronos l’attore Mariano Rigillo. (Chi è?)

 

«Allarme terrorismo ISIS e no-vax» scrive Italia Oggi, in una giustapposizione che lascia, come la maglietta fine della canzone, lascia immaginare tutto.

 

Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità»

Potremo andare avanti per ore. Per il discorso mainstream, la parola no-vax e la parola «terrorista» si possono associare senza più pudore alcuno.

 

La faziosità, l’arbitrarietà, l’autistica propaganda che avanza con ostinazione impunita e mille volte quella che mi faceva ridere nei sottopancia di Kiev. Perché quelli non erano terrorista, ma avevano, per lo meno, un fucile automatico al collo. Qui abbiamo masse composite di cittadini comuni, dal ragazzo alla vecchietta, dal pensionato all’infermiera, dalla professoressa al barista, che scendono in piazza armati solo della propria voce e della consapevolezza di quelli che, fino a ieri, erano i propri diritti.

 

Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità».

 

Migliaia di morti sparati, agguati, città come Padova che erano divenute quotidiani teatri di sangue.

 

Masse di giovani avevano imbracciato la violenza spinti da un puro impeto ideologico: e pensate che lusso.

 

I terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID

Non combattevano perché era stato tolto loro il lavoro, la libertà di movimento, la libertà di espressione, ogni diritto fondamentale.

 

No: avevano la pancia piena, e vivevano tranquilli in un mondo che aveva la caratteristica fantastica (ora sparita per sempre) che ad ogni modo la loro generazione se la sarebbe passata meglio di quella dei loro padri. I giovani viziati non difendevano niente: no, battevano i piedi perché volevano il «comunismo», la «dittatura del proletariato» o qualsiasi altra utopia pirla permettesse loro di svuotare la loro giovinezza.

 

Pensateci: a differenza dei vecchi terroristi, quelli che voi chiamate così oggi, nonostante siano dilaniati nel corpo, nell’onore e nella sopravvivenza, mai neanche lontanamente stanno pensando alla «compagna P38». Chi ha un’opinione opposta, probabilmente non è mai andato a farsi un giro il sabato durante la manifestazioni a vedere che la trasversalità dei partecipanti è totale, e di per sé esclude oggi qualsiasi deriva partitico-settaria, e quindi violenta.

 

Con evidenza, si può essere «terroristi pacifici», ci diranno. Il solito esercizio orwelliano di bispensiero: «la guerra è pace» etc.

 

Pensateci: i terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID.

 

Dei terroristi di ieri, i veri terroristi, è piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori sono pieni anche i giornali

Il problema è che io non dimentico come dei terroristi di ieri, i veri terroristi, sia piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori siano pieni anche i giornali.

 

Ai veri terroristi è stato concesso di scappare all’estero, dopo crimini efferati commessi in Patria.  Se ne stavano tranquilli in a Parigi, a vivere una vita dorata fra intellò e caffè letterari. L’assassino del macellaio diventa giallista acclamato. Il professore accusato di sovversione fa il filosofo dopo essere aiutato a fuggire via mare (ed essere stato pure votato in Parlamento grazie alla più geniale trovata elettorale del Pannella pre-Cicciolina). Dottrina Mitterand. La nostra diplomazia non fiata. Per diecine di anni.

 

Di recente Repubblica ha infilato Lotta Continua in una liste delle sigle del terrorismo, al pari delle Brigate Rosse. Questo gruppo è riuscito a piazzare nella stampa italiana un numero incredibile di nomi: l’ebreo con l’erre moscia Gad Lerner, il poeta dandy Erri De Luca, l’arabista Carlo Panella, lo scrittore Massimo Carlotto, il ginecologo abortista, ora radicale, Silvio Viale, per non parlare di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, condannanti per l’omicidio del Commissario Calabresi.

 

Ma sono moltissime altre le sigle che erano in contiguità, morale o pragmatica (al punto, magari, da potere tentare trattative per la liberazione di Aldo Moro) con la lotta armata del terrorismo rosso.

 

Oggi Il Messaggero ha pubblicato un articolo in cui scrive che quando la Francia diede infine l’OK per il rimpatrio dei terroristi riparati a Parigi «sono emerse tutte le difficoltà che il dossier avrebbe incontrato tra giudici e burocrazia».

 

Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera

«La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi, che si è riunita per valutare le richieste della difesa dei 10 ex terroristi che avevano sollevato questioni preliminari di costituzionalità, ha deciso di rinviare tutto al 12 gennaio 2022. Ancora tre mesi e mezzo per studiare il caso, ma, in contemporanea, per ottenere dall’Italia un supplemento di informazioni sulle domande di estradizione, così come sollecitato dalla procura e dalle difese».

 

Insomma, i terroristi, anche a distanza di mezzo secolo, la fanno franca.

 

Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera.

 

Vi chiederete perché.

 

Vi dobbiamo dare una risposta sconvolgente, anche perché è l’unica che ci sovviene: perché il terrorismo rosso era uno strumento necessario all’ordine delle cose.

 

Perché ogni gruppo violento, come le Brigate Rosse, era in sostanza una buca delle lettere dove qualunque governo infilava messaggi e danari: il KGB, il Mossad, la CIA, i servizi cecoslovacchi… Tutto potevano essere, quindi, tranne che quello che dicevano di essere. Erano un ingranaggio del sistema, che si confaceva stupendamente all’umore sazio e mortifero dei dei baby boomer.

Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva

 

Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva.

 

Ora, con il movimento contro la tirannia sanitaria siamo davanti all’esatto opposto. Nessuno li finanzia. Nessuno li «pastura». Nessuno li arma. Non vengono pescati da un singolo stagno settario (l’università, la fabbrica). Non hanno intenzioni violente. Non intendono rovesciare lo Stato. Vogliono solo i propri diritti, e poco più.

 

Tuttavia, costoro sono il vero problema. Costoro sono i portatori del «terrore».

 

Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino  che vuole solo difendersi dalla siringa

È buffo. Il giornalismo, riempito di ex terroristi e di loro ammiratori, chiama «terroristi» semplici cittadini che difendono il proprio corpo e la propria vita.

 

Di più: a chiamarli terroristi, ad equipararli ai tagliagole ISIS, è lo Stato. Quello stesso Stato che con i terroristi ha sempre trattato. Lo ha perfino rivendicato Paolo Mieli in un editoriale recente del Corriere di sdoganamento della «trattativa». Che male c’è, se lo Stato ha fatto una trattativa con la Mafia, prima o dopo gli attentati (quelli si terroristici) compiuti a Milano, Roma Firenze ad inizio anni Novanta?

 

Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Palestinesi (si chiama «Lodo Moro») per mettere l’Italia al riparo dalla pioggia di sangue della guerra transnazionale con lo Stato ebraico?

 

Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Shabaabbi per farsi dare indietro una cooperante principiante nel frattempo convertitasi al loro tipo di Islam?

 

Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino  che vuole solo difendersi dalla siringa.

 

Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato»

Rimane una cosa da dire. Parliamo dello stesso Stato che una volta si poteva accusare apertamente (chissà, forse oggi ti dicono «complottista») di aver avuto una qualche connivenza con le cruente stragi di cui erano puntellati quegli anni. Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Quanti libri di sinceri progressisti, quante serate alla Festa dell’Unità, quanti film finanziati con l’articolo 8 sono stati riempiti con queste espressioni?

 

Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato». Massì, sussurravano i cospirazionisti dell’epoca (che a quel tempo erano giornalisti stimatissimi che al massimo si chiamavano benevolmente «pistaroli»): una parte profonda dello Stato conosce, financo pianifica le stragi terroriste sui treni, sulle stazioni, nelle banche, etc.

 

Una parte della politica (o forse, tutta) lo sapeva benissimo. Ma si tratta di un calcolo utilitaristico molto ragionato: sono vittime che vanno sacrificate all’altare della stabilità nazionale e mondiale. Il sacrificio umano, pensavano alcuni uomini mediocri che si credevano intelligenti in un partito cristiano dell’epoca, è un male minore a cui siamo disposti a cedere (da lì a poco, infatti, proprio loro firmarono la legge per l’aborto).

 

Ecco, una volta c’era una sinistra che parlava di Terrorismo di Stato.  Personalmente, non abbiamo dubbi nel pensare che avesse ragione.

 

Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista»

Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista».

 

Bispensiero. Orwell. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». Oppure, il bue che dice all’asino… Oppure, averci la faccia come…

 

Purtroppo il nostro disgusto non basta. Non è sufficiente aver presente il grado di menzogna. Bisogna tenere a mente come materialmente un Terrorismo di Stato possa arrivare ad agire. Anni fa, hanno dimostrato di non avere scrupoli. Bisogna, sì, avere un po’ paura: e questo è proprio il fine del terrorismo, soprattutto quello di Stato.

 

Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?

Del resto questa è l’era che viviamo: un’era spaventosa, l’ora della paura. Ma bisogna farsi coraggio.

 

Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?

 

Siamo disposti davvero ad accettarlo?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

Pensiero

Cos’è lo Stato e chi lo controlla?

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.

 

Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema. 

 

Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente. 

 

È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano. 

 

In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo. 

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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.

 

Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.

 

Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese. 

 

Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.

 

Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti. 

 

Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.

 

Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa. 

 

Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.

 

Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.

 

Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.

 

A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale. 

 

Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright MillsPhilip H. BurchG. William Domhoff e Carroll Quigley.

 

Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.

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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie ​​della sovranità dei consumatori. 

 

Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo. 

 

Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti. 

 

Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene. 

 

Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe. 

 

Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato. 

 

Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile. 

 

Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi. 

 

«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».

 

Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale. 

 

Jeffrey A. Tucker

Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.

 

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Vance avverte: «crescente interesse per il socialismo» negli USA.

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Il Partito Repubblicano statunitense deve affrontare le pressioni economiche che gravano sugli americani, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha affermato il vicepresidente JD Vance.   Vance ha rilasciato queste dichiarazioni giovedì in un’intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell’istruzione, l’accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.   «La nostra risposta a tutto ciò non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo», ha affermato Vance.   Il vicepresidente ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che ciò creerà posti di lavoro per la classe media. Ha inoltre citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell’amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.

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«Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è questo: se non riusciamo a fare le cose per bene, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi», ha detto Vancem aggiungendo che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: «Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone».   Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla facoltà di giurisprudenza della Marquette University ha mostrato che l’inflazione e il costo della vita rappresentano la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37 % degli intervistati.   Le pressioni economiche sono state aggravate dall’aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dai dazi imposti da Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l’acquisto di un immobile. Secondo i dati citati da Forbes, a giugno il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari.   La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani americani. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39 % degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54 % che nutriva un’opinione positiva del capitalismo e all’81 % che favoriva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.   La divisione si è fatta più evidente anche nella politica elettorale, con i candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è fatto conoscere grazie a un programma incentrato sull’accessibilità economica dell’edilizia abitativa.   In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche attuate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l’aumento del costo della vita.   Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia di economia. Il sondaggio di Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull’economia pari al 30 % e sull’inflazione e il costo della vita al 22 %, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.   Il socialismo è rimasto per decenni, se non per secoli, un argomento tabù negli USA. Ciò è in parte paradossale: è uno dei pochi grandi paesi industrializzati dove un partito socialista di massa non si è mai affermato stabilmente, eppure il dibattito sul socialismo attraversa la storia americana fin dall’Ottocento e continua a essere centrale nella politica contemporanea.   Il rapporto tra gli Stati Uniti e il socialismo è storicamente marginale e complesso, poiché la nazione si è fondata sui principi del libero mercato, dell’individualismo e della proprietà privata. Questa forte identità legata alla mobilità sociale individuale, unita alle divisioni etniche tra i lavoratori immigrati e al radicato anticomunismo della Guerra Fredda, ha impedito la nascita di un partito socialista di massa paragonabile a quelli europei.   Nonostante questo rifiuto ideologico, il socialismo ha influenzato periodicamente la storia americana. Nell’Ottocento esistevano comunità utopiche socialiste (come quella di New Harmony, fondata da Robert Owen) e movimenti operai influenzati dal marxismo, portati soprattutto da immigrati europei.   Nei primi del Novecento, Eugene V. Debs riuscì a raccogliere un consenso significativo alla guida del Socialist Party of America, mentre negli anni Trenta la Grande Depressione spinse il governo a introdurre con il New Deal riforme assistenziali vicine alla socialdemocrazia – o, si pensava in Italia, al corporativismo fascista. Debs ottenne quasi il 6% dei voti alle presidenziali del 1912, e diversi sindaci e amministratori locali socialisti vennero eletti in varie città.   Successivamente, negli anni Sessanta, i movimenti per i diritti civili e contro la guerra riaccesero forti istanze di giustizia sociale.

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In epoca contemporanea si assiste a una riscoperta del termine, specialmente tra i Millennials e la Gen Z. Oggi il socialismo viene associato soprattutto alla richiesta di una sanità universale, di un’istruzione gratuita e di un welfare più robusto, dinamica che ha permesso a organizzazioni come i Democratic Socialists of America di trovare spazio e visibilità all’interno del Congresso.   Gli storici hanno proposto diverse spiegazioni per l’«eccezionalismo americano» nel rifiuto del socialismo, come il sistema elettorale maggioritario a turno unico che penalizza fortemente i terzi partiti, a differenza dei sistemi proporzionali europei, una tradizione culturale forte di individualismo, mobilità sociale percepita («chiunque può arricchirsi») e la diffidenza verso lo Stato centrale.   Vi è stata poi l’ondata di repressione politica: la Prima Guerra Mondiale portò a leggi come l’Espionage Act, usate per incarcerare lo stesso Debs, seguirono la «Red Scare» del primo dopoguerra e, più tardi, il maccartismo degli anni Cinquanta, che associò il socialismo al comunismo sovietico e lo rese politicamente tossico per decenni.   Vi era poi l’assenza di un partito operaio autonomo: i sindacati americani si sono storicamente appoggiati soprattutto al Partito Democratico, invece di formare un proprio partito di classe come in Gran Bretagna o Germania.   Le politiche riformiste «cuscinetto» del New Deal di Roosevelt negli anni Trenta introdusse elementi di welfare state (previdenza sociale, tutele sindacali, regolamentazione economica) che assorbirono parte della domanda sociale che altrove alimentava i partiti socialisti, senza però adottare la retorica o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.   Per gran parte del Novecento, «socialismo» e «comunismo» sono stati usati quasi come sinonimi nel discorso pubblico americano, identificati con il nemico geopolitico primario del dopoguerra, l’Unione Sovietica. Questo ha reso il termine un’arma retorica efficace contro qualsiasi proposta di espansione del ruolo dello stato, indipendentemente dal suo effettivo contenuto (l’Obamacare, ad esempio, venne etichettato «socialista» da alcuni critici pur essendo un sistema basato su assicurazioni private).   Negli ultimi quindici anni si osserva un cambiamento significativo, specialmente tra le generazioni più giovani. Bernie Sanders, senatore indipendente che si definisce «socialista democratico» (nel senso europeo di socialdemocrazia scandinava, non di socialismo marxista classico), ha avuto un impatto notevole nelle primarie democratiche del 2016 e 2020.   Diversi sondaggi degli ultimi anni mostrano che una quota significativa di americani under 30 esprime un giudizio più favorevole sul socialismo rispetto alle generazioni precedenti, sebbene la maggioranza continui a preferire un’economia di mercato.   Al contempo, resta una forte reazione contraria: il termine viene ancora usato in chiave polemica dal Partito Repubblicano, e la maggioranza degli americani anziani mantiene un’associazione negativa con la parola.  

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
 
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Maresciallo, io confesso

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Maresciallo, confesso.

 

Sono passati quarant’anni e più, ma la colpa mi pesa sulla coscienza. Mi stia ad ascoltare, lei è uomo di esperienza, mi deve capire e mi capirà.

 

Quarant’anni fa ero appena un ragazzino. Avevo degli amici di infanzia, cresciuti insieme nello stesso quartiere di questa nostra grande città del Nord Italia.

 

Finita la scuola si bighellonava, Maresciallo. Si buttava il tempo in interminabili partite di calcio, ci si trovava alle due di pomeriggio e via fino all’ora di cena. Che vita, Maresciallo, che roba.

 

Ma vado al dunque.

 

Eravamo dei ragazzetti qualunque, con poche risorse. Anche per comprare un pallone di cuoio ci tassavamo, e dovevamo aspettare del tempo. Non perché si era poveri, mi capisca. Grazie a Dio i nostri genitori lavoravano e non ci facevano mancare nulla, figuriamoci un pallone. Ma così, per puntiglio, per non chiedere. È difficile da spiegare. E’ come se volessimo sentirci liberi. Fare un po’ quel che si voleva. Comprare un pallone di cuoio è una superfluità, se ne può fare a meno. Noi volevamo prendercelo da soli, in comune, senza render conto ad altri che a noi stessi e al nostro gruppo.

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Capisco la sua perplessità, Maresciallo: lei sente puzzo di anarchia, di testa matta. Lei pensa che ci sia una tendenza al delitto. Fosse un lombrosiano mi tasterebbe le bozze frontali. Non importa che cos’è un lombrosiano, Maresciallo. No, non la sto prendendo in giro. Quando mai. Le chiedo scusa se ho detto qualcosa che l’ha urtata.

 

Adesso vado al dunque, stia attento.

 

Il dunque è che per comprare un pallone, o qualsiasi altra cosa, occorre denaro. E noi, noi ragazzini, sa che cosa facevamo? Sceglievamo un punto di passaggio e disponevamo sul marciapiede in bell’ordine dei fumetti: albi di guerra, topolini, e altri giornaletti che avevamo già letto e riletto. Qua e là qualche giocattolo.

 

Occupazione di spazio pubblico, Maresciallo, e intralcio alla circolazione. E poi, questo è più grave ancora, ci mettevamo a sedere sullo scalino di una vetrina e vendevamo. Sì, senza licenza. Prezzo vile, si capisce. Cento, duecento lire al pezzo, una miseria. Ma senza scontrino, senza fattura, totalmente esentasse. Eravamo nascosti al fisco. Crescendo, ricordo, c’eravamo fatti perfino molesti, turbavamo la quiete pubblica, si dice così? Invece di seguire con lo sguardo i passanti, puntavamo attivamente la vecchia e magnificavamo la merce a voci, appellandoci ai nipotini e offrendo sconti su modeste quantità.

 

Quanto mi vergogno a confessarle queste cose, Maresciallo.

 

Per me oggi è un sollievo sapere che nella mia città, nella grande città del Nord Italia, tutto questo non si può nemmeno più immaginare. Ma ce li vede dei tredicenni su un marciapiede a fare commercio? Viene solo da ridere.

 

Le confesso anche che il ricordo di questi fatti mi si era cancellato dalla mente, finché non ho sentito di quei tre ragazzini di Pradamano, provincia di Udine, che vendevano la limonata per comprarsi dei motorino. E che motorini, poi: dei vecchi Ciao.

 

Ah, Maresciallo. Si vede proprio che sono romeni. Degli italiani, me lo faccia dire, una roba del genere oggigiorno non l’avrebbero mai fatta. E la premeditazione, poi. Alzarsi alle cinque del mattino per spremere i limoni e fare il caffè. E le angurie. La mamma di uno dei tre che cuoce i muffin, la sorella i biscotti. Se non è associazione a delinquere, questa.

 

Bene ha fatto il cittadino zelante a segnalarli, e meglio ancora la polizia a piombare al domicilio per far firmare l’informativa al genitore o a chi ne fa le veci, e a chiudere d’imperio baracca e burattini. Ma dico io, si può pensare di passarla liscia senza la licenza per som-mi-ni-stra-zio-ne di bevande e alimenti?

 

Ecco, l’enormità di questa cosa mi ha fatto tornare indietro negli anni, e ora mi sento colpevole per quello che ho fatto nella mia gioventù. Non è molto diverso, vero? Credo che una sanzioncella, un lavoro socialmente utile me li meriti. Quanto meno per espiazione.

 

Oh, andiamo, gliel’ho detto io per primo che sono passati quarant’anni. Che cosa significa che non può? Lei mi lascia scontento, lo sa? Va bene, come vuole Maresciallo, non insisto.

 

Se mi fa compagnia, però prenderei qualcosa al baracchino qui fuori, un caffè. Tanto si è fatto tardi, lei deve fare la nottata e io, con questa agitazione, ormai non dormo più.

 

Questo baracchino non è mica tranquillo, lo sa lei? Ogni tanto c’è una rissa, escono i coltelli, si dice che c’è qualche giro di droga. Però la licenza per la som-mi-ni-stra-zio-ne di bevande e alimenti ce l’ha. Scherzo, naturalmente. sediamoci qui. Che serata, si sta proprio bene.

 

Posso aprirmi con lei, Maresciallo? In confidenza. In questa storia di Udine qualcosa continua a non tornarmi.

 

Vede, questi tre ragazzini hanno commesso un’irregolarità, e andavano fermati. Su questo non ho dubbi. Ma perché allora, mi domando, si sono mobilitati in tanti per regalargli i motorini che volevano? Non vorrei sembrarle sofistico, però è come se la gente volesse in qualche modo riparare un’ingiustizia. Era giusto far chiudere il baracchino, ma allo stesso tempo è stato ingiusto. Non so spiegarmi bene.

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E la vuole sapere un’altra? A me, il fatto che questi ragazzini e le loro famiglie abbiano rifiutato l’offerta è sembrato ancora più giusto. Giusto e bello.

 

È come se avessero detto: aspettate, non ci siamo, stiamo parlando di due cose diverse. Noi volevamo darci da fare per comprare un motorino. Per questo ci siamo svegliati alle cinque, per questo abbiamo allestito il baracchino. Per questo abbiamo messo la lavagnetta con l’insegna «I tre amici», i prodotti e i prezzi. Siamo stati tutto il giorno sotto il sole, ad aspettare e vendere ai passanti. Se fossimo riusciti a racimolare i soldi necessari ne avremmo intanto preso uno, di Ciao, fosse pure vecchio e scassato, tirando sul prezzo, e sarebbe stato tutto nostro. L’avremmo usato a turno, ma avremmo potuto anche demolirlo a martellate o buttarlo in un dirupo. 

 

Se ce ne regalate tre, se ci date i soldi per comprarli, non sarà la stessa cosa. Non saranno mai nostri.

 

Mi spiego, Maresciallo? E qui si capisce quanto stupide e futili siano queste «gare di solidarietà» di cui ci si riempie la bocca. Secondo me tutti la vedono in modo sentimentale e credono che si parli di una storia con dei ragazzetti ingenui e dei sogni nel cassetto. Si commuovono, si agitano, aprono i portafogli perché smaniano per il lieto fine.

 

E invece qui si sta parlando di qualcosa di più serio: di dignità, di indipendenza e di libertà. Almeno, a me sembra così.

 

C’è ancora un altro pensiero che non riesco a far tacere. Ha sentito il commento del sindaco? Ha detto: hanno avuto un’idea fantastica, bella, che dimostra il loro spirito di iniziativa e il loro sogno. Ma ci sono delle norme che tutti siamo chiamati a rispettare, e spetta agli adulti spiegare il significato e il senso delle stesse. Giusto, bravo, non si poteva dire di meglio.

 

Ma qui casca l’asino: qual è il significato e il senso di una norma che vieta a dei tredicenni di vendere della limonata per tirare su qualche soldo? Non mi dica, per favore, che servono garanzie di igiene e sicurezza degli alimenti. Forse il baracchino qua ci garantisce qualcosa? Che ne sappiamo noi se la miscela di questo caffè è stata conservata tra i topi? Eppure l’autorizzazione ce l’ha.

 

Non voglio metterla a disagio, lei che è un uomo di legge. Però me lo lasci dire: a me sembra che lo Stato sia un poco come quelle suocere che mettono il naso dappertutto. Le stanze devono essere spazzate con la scopa a fiocco, il polpettone va cotto in teglia e non in forno, le lenzuola vanno stirate partendo dal fondo, in vacanza si va all’albergo Miramonti, e guai se con la tazzina col bordo oro si accoppia il cucchiaino a punta.

 

Io non so se tutto questo ha un senso e un significato. Quello che vedo è la prepotenza e la volontà di disciplinare ogni cosa ad ogni costo. La chiamano la mania del controllo, mi pare. E così è lo Stato. Le regole si moltiplicano e invadono ogni spazio vitale. Su tutto lo Stato vuole dire la sua, imporre norme e autorizzazioni. Il messaggio è: tu, cittadino, non puoi fare quello che vuoi: devi chiedere permesso e farlo come dico io. Tutto questo, si capisce, in nome di interessi pubblici: salute, igiene, sicurezza, e via di questo passo. Però manca l’aria, Maresciallo, manca l’aria.

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Le regole vengono fatte rispettare non perché abbiano un senso, ma perché sono regole. Ma questo è giusto? Lo chiedo a lei.

 

Se tutto è stabilito nei dettagli, se posso andare solo dove mi portano i binari, dov’è la libertà? Ma questa è vita? Qualcuno un pochino più importante di me ha detto che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Non voglio fare il teologo e nemmeno l’anarchico, so che lo sta pensando: ma se lo Stato si infila dappertutto e costringe il cittadino a servirlo, chi è il padrone e chi è lo schiavo?

 

Oh, Maresciallo, guardi un po’, mi è arrivata una notizia sul cellulare. Sembra che i ragazzini abbiano accettato i motorini in regalo. Beh, era ovvio. Dice che faranno una festa per ringraziare chi ha dimostrato solidarietà. Il presidente della Confcommercio, pensi un po’, auspica che un domani diventino imprenditori. Che bello.

 

Ecco fatto, faccenda sistemata, l’ordine è ristabilito. Tutto è rientrato nella cornice e non se ne parlerà più. Lo so che è stupido, Maresciallo, ma mi lascia un senso di malinconia. Lo trovo un peccato.

 

Ma sì, ha ragione lei, almeno abbiamo fatto quattro chiacchiere. Lasci, lei è mio ospite, ci mancherebbe.

 

Però, come si è fatto buio, d’improvviso. E guardi un po’ che falce di luna, sembra una fettina di limone. Non pare anche a lei?

 

Buonanotte, Maresciallo, io torno a casa che inizio a sentire un po’ di freddo.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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