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Quei terroristi che ci chiamano «terroristi»

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Un pomeriggio di più di un lustro fa, chi scrive si trovava a Kiev.

 

Era in corso la fase acuta della guerra per il Donbass, l’area a maggioranza russa che combatteva per la separarsi dall’Ucraina. I personaggi coinvolti, da ambo le parti, avevano raggiunto, anche grazie a video inchieste e parodie che si vedevano su YouTube, una certa popolarità.

 

Tuttavia non fu la guerra mediatica su internet a colpirmi, ma come essa veniva raccontata sui canali nazionali ucraini. Ammetto di essere scoppiato in una risata incontenibile (in veneto si direbbe: «boresso») nel vedere che il TG, mandando in onda il busto di un comandante separatista che parlava, gli aveva piazzato un sottopancia eccezionale: Pinco Pallo, Terrorist.

 

Il sottopancia è quel titolo che viene messo in sovraimpressione quando un’intervistato inizia a parlare durante il servizio. Nome e cognome, poi la riga sotto in genere è dedicata alla professione, al partito, o a quello che serve al discorso.

 

La definizione di «terrorista» per il militante del Donbass era clamorosa. Non avevo visto niente di più arbitrario, di più fazioso in vita mia. «Terrorista»? Ma avevano per caso messo una bomba a Leopoli? Avevano fatto deragliare un treno a Kiev? Avevano avvelenato l’acqua potabile a Odessa?

 

«Terrorista?» de che? In fondo era divertente, come lo sono in genere le cose spudorate. Una scena del genere c’è in Zelig di Woody Allen, un film che è costruito come un falso documentario, e dove alla fine c’è, come niente fosse un’intervista ad un criminale nazista che tranquillo parla dalla libreria di casa, con il sottopancia che lo indica come SS-Obersturmbannführer o qualcosa del genere.  Davvero: imboressante.

 

Non esiste una definizione accettata di terrorismo

La cosa più tardi mi aveva però fatto ragionare.

 

Non esiste una definizione accettata di terrorismo. Quella che dà il dizionario (in genere una cosa come «l’uso sistematico della violenza per scopo politico») non è realmente accettata da nessuno: perché, nonostante i tentativi, nessuna definizione di terrorismo ha mai avuto il consenso di specialisti e di enti governativi.

 

Nel 1992 ci provò l’ONU stessa, con la Commissione delle Nazioni Unite per la Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale (CCPCJ), servendosi di una netta (e furba) formulazione dello studioso del terrorismo Alex P. Schmid – si tentò di far passare che il terrorismo costituisse «l’equivalente in tempo di pace di un crimine di guerra». La definizione fu respinta.

 

C’è una ragione anche pragmatica, da tenere conto. Il terrorista di oggi, diceva il saggio Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela.

 

Il terrorista di oggi, diceva Gheddafi, è lo statista di domani. Per questo il colonnello foraggiava tanti terroristi in giro per il mondo, per esempio Nelson Mandela

Lo stesso Craxi, negli anni Ottanta, difese il suo appoggio ad Arafat in Parlamento dicendo in sostanza che condannare il ricorso alle armi dell’OLP terrorista avrebbe portato a chiamare anche Mazzini «terrorista». (Aveva ragione: entrambi avevano il fine della creazione di un nuovo Stato, entrambi erano terroristi)

 

Quindi, chi è il terrorista?

 

Sono terroristi i talebani, a cui gli americani (e gli italiani, e i tedeschi, etc.) hanno appena riconsegnato le chiavi di un Paese ricchissimo di risorse, ora strapieno pure di armi (80 miliardi di dollari), di tecnologie avanzate di controllo demografico,  un narco-Stato basato sull’eroina che già ha iniziato le esecuzioni pubbliche?

 

C’è molta confusione, sì.

 

Sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask

Epperò una cosa è certa: sui giornali e telegiornali, la parola «terrorista» è usata in questi messi con grande abbondanza. Per i no-vax. I no-mask. I no-green pass. Insomma, chiunque si opponga al Nuovo Ordine Sanitario, chiunque possa voler far valere pacificamente i propri diritti, è ora bollato come «terrorista».

 

Non scherziamo. Qualche esempio?

 

Rainews 24: «Terrorismo, Lamorgese: pericolo lupi solitari e violenze da estremismo no-vax»

 

«J-Ax minacciato dai no vax, sono terroristi» titola l’ANSA.

 

Il Corriere: «Minacce dai no-vax, Bassetti: “Questo è un movimento organizzato, sono terroristi”».

 

«I no-vax danneggiano culturalmente il Paese e questa è la cosa peggiore: per questo motivo, si possono definire “culturalmente” dei terroristi» dice all’AdnKronos l’attore Mariano Rigillo. (Chi è?)

 

«Allarme terrorismo ISIS e no-vax» scrive Italia Oggi, in una giustapposizione che lascia, come la maglietta fine della canzone, lascia immaginare tutto.

 

Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità»

Potremo andare avanti per ore. Per il discorso mainstream, la parola no-vax e la parola «terrorista» si possono associare senza più pudore alcuno.

 

La faziosità, l’arbitrarietà, l’autistica propaganda che avanza con ostinazione impunita e mille volte quella che mi faceva ridere nei sottopancia di Kiev. Perché quelli non erano terrorista, ma avevano, per lo meno, un fucile automatico al collo. Qui abbiamo masse composite di cittadini comuni, dal ragazzo alla vecchietta, dal pensionato all’infermiera, dalla professoressa al barista, che scendono in piazza armati solo della propria voce e della consapevolezza di quelli che, fino a ieri, erano i propri diritti.

 

Se questi sono terroristi, bisogna dirlo a tutti coloro che si lamentano, vi è andata benissimo. Per molto, molto meno in questo Paese si scatenò quaranta anni fa quella che è lecito chiamare una «guerra civile a bassa intensità».

 

Migliaia di morti sparati, agguati, città come Padova che erano divenute quotidiani teatri di sangue.

 

Masse di giovani avevano imbracciato la violenza spinti da un puro impeto ideologico: e pensate che lusso.

 

I terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID

Non combattevano perché era stato tolto loro il lavoro, la libertà di movimento, la libertà di espressione, ogni diritto fondamentale.

 

No: avevano la pancia piena, e vivevano tranquilli in un mondo che aveva la caratteristica fantastica (ora sparita per sempre) che ad ogni modo la loro generazione se la sarebbe passata meglio di quella dei loro padri. I giovani viziati non difendevano niente: no, battevano i piedi perché volevano il «comunismo», la «dittatura del proletariato» o qualsiasi altra utopia pirla permettesse loro di svuotare la loro giovinezza.

 

Pensateci: a differenza dei vecchi terroristi, quelli che voi chiamate così oggi, nonostante siano dilaniati nel corpo, nell’onore e nella sopravvivenza, mai neanche lontanamente stanno pensando alla «compagna P38». Chi ha un’opinione opposta, probabilmente non è mai andato a farsi un giro il sabato durante la manifestazioni a vedere che la trasversalità dei partecipanti è totale, e di per sé esclude oggi qualsiasi deriva partitico-settaria, e quindi violenta.

 

Con evidenza, si può essere «terroristi pacifici», ci diranno. Il solito esercizio orwelliano di bispensiero: «la guerra è pace» etc.

 

Pensateci: i terroristi rossi erano per il PCI (il partito da cui deriva il PD) «compagni che sbagliano». I no-vax invece sono terroristi infami e disumani, e i loro sbagli sono, come disse con eloquenza Mario Draghi nella sua più enorme fake news, morti che si accumulano nel computo del COVID.

 

Dei terroristi di ieri, i veri terroristi, è piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori sono pieni anche i giornali

Il problema è che io non dimentico come dei terroristi di ieri, i veri terroristi, sia piena la nostra Repubblica, e di come di loro e dei loro cantori siano pieni anche i giornali.

 

Ai veri terroristi è stato concesso di scappare all’estero, dopo crimini efferati commessi in Patria.  Se ne stavano tranquilli in a Parigi, a vivere una vita dorata fra intellò e caffè letterari. L’assassino del macellaio diventa giallista acclamato. Il professore accusato di sovversione fa il filosofo dopo essere aiutato a fuggire via mare (ed essere stato pure votato in Parlamento grazie alla più geniale trovata elettorale del Pannella pre-Cicciolina). Dottrina Mitterand. La nostra diplomazia non fiata. Per diecine di anni.

 

Di recente Repubblica ha infilato Lotta Continua in una liste delle sigle del terrorismo, al pari delle Brigate Rosse. Questo gruppo è riuscito a piazzare nella stampa italiana un numero incredibile di nomi: l’ebreo con l’erre moscia Gad Lerner, il poeta dandy Erri De Luca, l’arabista Carlo Panella, lo scrittore Massimo Carlotto, il ginecologo abortista, ora radicale, Silvio Viale, per non parlare di Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, condannanti per l’omicidio del Commissario Calabresi.

 

Ma sono moltissime altre le sigle che erano in contiguità, morale o pragmatica (al punto, magari, da potere tentare trattative per la liberazione di Aldo Moro) con la lotta armata del terrorismo rosso.

 

Oggi Il Messaggero ha pubblicato un articolo in cui scrive che quando la Francia diede infine l’OK per il rimpatrio dei terroristi riparati a Parigi «sono emerse tutte le difficoltà che il dossier avrebbe incontrato tra giudici e burocrazia».

 

Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera

«La Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi, che si è riunita per valutare le richieste della difesa dei 10 ex terroristi che avevano sollevato questioni preliminari di costituzionalità, ha deciso di rinviare tutto al 12 gennaio 2022. Ancora tre mesi e mezzo per studiare il caso, ma, in contemporanea, per ottenere dall’Italia un supplemento di informazioni sulle domande di estradizione, così come sollecitato dalla procura e dalle difese».

 

Insomma, i terroristi, anche a distanza di mezzo secolo, la fanno franca.

 

Hanno rapinato, ucciso, tramato per «colpire al cuore lo Stato». Volevano sovvertire la Nazione, e non con le idee, non con i partiti e coi voti: con i mitra. Eppure, difficile ancora oggi metterli in galera.

 

Vi chiederete perché.

 

Vi dobbiamo dare una risposta sconvolgente, anche perché è l’unica che ci sovviene: perché il terrorismo rosso era uno strumento necessario all’ordine delle cose.

 

Perché ogni gruppo violento, come le Brigate Rosse, era in sostanza una buca delle lettere dove qualunque governo infilava messaggi e danari: il KGB, il Mossad, la CIA, i servizi cecoslovacchi… Tutto potevano essere, quindi, tranne che quello che dicevano di essere. Erano un ingranaggio del sistema, che si confaceva stupendamente all’umore sazio e mortifero dei dei baby boomer.

Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva

 

Il terrore era un ingrediente dell’Ordine costituito. I terroristi erano meri fornitori, meri galoppini del sangue che serviva al mondo per mantenere certi equilibri – specie quelli inconfessabili. La Democrazia Cristiana lo sapeva. Chiunque lo sapeva.

 

Ora, con il movimento contro la tirannia sanitaria siamo davanti all’esatto opposto. Nessuno li finanzia. Nessuno li «pastura». Nessuno li arma. Non vengono pescati da un singolo stagno settario (l’università, la fabbrica). Non hanno intenzioni violente. Non intendono rovesciare lo Stato. Vogliono solo i propri diritti, e poco più.

 

Tuttavia, costoro sono il vero problema. Costoro sono i portatori del «terrore».

 

Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino  che vuole solo difendersi dalla siringa

È buffo. Il giornalismo, riempito di ex terroristi e di loro ammiratori, chiama «terroristi» semplici cittadini che difendono il proprio corpo e la propria vita.

 

Di più: a chiamarli terroristi, ad equipararli ai tagliagole ISIS, è lo Stato. Quello stesso Stato che con i terroristi ha sempre trattato. Lo ha perfino rivendicato Paolo Mieli in un editoriale recente del Corriere di sdoganamento della «trattativa». Che male c’è, se lo Stato ha fatto una trattativa con la Mafia, prima o dopo gli attentati (quelli si terroristici) compiuti a Milano, Roma Firenze ad inizio anni Novanta?

 

Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Palestinesi (si chiama «Lodo Moro») per mettere l’Italia al riparo dalla pioggia di sangue della guerra transnazionale con lo Stato ebraico?

 

Che male c’è se lo Stato tratta con i terroristi Shabaabbi per farsi dare indietro una cooperante principiante nel frattempo convertitasi al loro tipo di Islam?

 

Brigatisti Rossi, mafiosi, palestinesi, islamisti del Corno d’Africa. Qualunque terrorista sanguinario può andare, ma non il cittadino  che vuole solo difendersi dalla siringa.

 

Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato»

Rimane una cosa da dire. Parliamo dello stesso Stato che una volta si poteva accusare apertamente (chissà, forse oggi ti dicono «complottista») di aver avuto una qualche connivenza con le cruente stragi di cui erano puntellati quegli anni. Ricordate? Si parlava di «Servizi segreti deviati», «Strategia della tensione». Quanti libri di sinceri progressisti, quante serate alla Festa dell’Unità, quanti film finanziati con l’articolo 8 sono stati riempiti con queste espressioni?

 

Qualcuno aveva il coraggio pure di dire: «Terrorismo di Stato». Massì, sussurravano i cospirazionisti dell’epoca (che a quel tempo erano giornalisti stimatissimi che al massimo si chiamavano benevolmente «pistaroli»): una parte profonda dello Stato conosce, financo pianifica le stragi terroriste sui treni, sulle stazioni, nelle banche, etc.

 

Una parte della politica (o forse, tutta) lo sapeva benissimo. Ma si tratta di un calcolo utilitaristico molto ragionato: sono vittime che vanno sacrificate all’altare della stabilità nazionale e mondiale. Il sacrificio umano, pensavano alcuni uomini mediocri che si credevano intelligenti in un partito cristiano dell’epoca, è un male minore a cui siamo disposti a cedere (da lì a poco, infatti, proprio loro firmarono la legge per l’aborto).

 

Ecco, una volta c’era una sinistra che parlava di Terrorismo di Stato.  Personalmente, non abbiamo dubbi nel pensare che avesse ragione.

 

Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista»

Ora, lo stesso Stato sospettato di terrorismo, lo stesso Stato collaboratore di terroristi, chiama il cittadino che non si vuol vaccinare «terrorista».

 

Bispensiero. Orwell. «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». Oppure, il bue che dice all’asino… Oppure, averci la faccia come…

 

Purtroppo il nostro disgusto non basta. Non è sufficiente aver presente il grado di menzogna. Bisogna tenere a mente come materialmente un Terrorismo di Stato possa arrivare ad agire. Anni fa, hanno dimostrato di non avere scrupoli. Bisogna, sì, avere un po’ paura: e questo è proprio il fine del terrorismo, soprattutto quello di Stato.

 

Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?

Del resto questa è l’era che viviamo: un’era spaventosa, l’ora della paura. Ma bisogna farsi coraggio.

 

Hanno sparso a piene mani il terrore del secolo, il COVID. E ora chiamano noi terroristi?

 

Siamo disposti davvero ad accettarlo?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

Stato

I cittadini dell’UE credono che la democrazia sia morta e sono pessimisti su tutto

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Secondo un nuovo sondaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini dell’UE ritiene che i loro anni migliori siano ormai alle spalle e che la vita in Europa diventerà sempre più difficile in futuro. Oltre due terzi vorrebbero che i loro leader adottassero politiche più aggressivamente nazionaliste.

 

Secondo un sondaggio condotto in 23 paesi dell’UE dall’agenzia di comunicazione FGS Global e pubblicato martedì da Politico, circa il 63% degli intervistati concorda sul fatto che «i nostri anni migliori sono ormai alle spalle», mentre il 77% ritiene che la vita nel proprio Paese «sarà più dura per la prossima generazione».

 

Nel complesso, il 65% degli intervistati ha affermato che il proprio Paese sta «andando nella direzione sbagliata», con un’opinione più diffusa nell’Europa centrale e occidentale. La Francia è il Paese più pessimista tra i rispondenti, con il 79% di concordi con questa affermazione, seguito dal Belgio con il 74% e dall’Ungheria con il 73%.

 

Solo i cittadini di Polonia, Lituania e Danimarca credono che le cose stiano andando bene, con i lituani più ottimisti. Il 38% ritiene che il Paese stia «andando nella direzione sbagliata».

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Il sondaggio non ha misurato la soddisfazione per la leadership dell’UE a Bruxelles. Tuttavia, il 76% degli intervistati ha affermato che la democrazia è in declino in tutta Europa. Alla domanda su due affermazioni, più della metà ha risposto che il sistema politico del proprio Paese «sta deludendo le aspettative dei cittadini e necessita di riforme radicali», piuttosto che «funziona abbastanza bene e non necessita di riforme significative».

 

La maggior parte degli intervistati vorrebbe che i propri leader perseguissero un percorso più nazionalista, con il 71% che afferma che i propri paesi «dovrebbero essere più assertivi nei confronti dei [propri] interessi nazionali, anche se ciò crea attriti con altri Paesi».

 

A Est, le prospettive sono più positive. Secondo l’istituto di sondaggi indipendente russo Levada , il 53% dei russi guarda al futuro «con calma e fiducia»». Questa percentuale sale al 68% tra i 18-24enni. La ricerca di Levada è da tempo considerata accurata e affidabile a livello internazionale.

 

Un sondaggio IPSOS del 2024 ha rilevato che l’86% degli intervistati cinesi si sente ottimista riguardo al futuro del proprio Paese.

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Pensiero

Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere

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Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.   Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.   Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.   Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.

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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.   Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.   Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.   Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.   Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.   Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.   Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.   Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.

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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.   La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.   Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.   Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.   Patrizia Fermani

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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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Stato

Quasi la metà della popolazione occidentale pensa che la democrazia sia «rotta»

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Quasi il 45% dei cittadini dei Paesi occidentali considera la democrazia nelle proprie nazioni «rotta» secondo i risultati di un’indagine IPSOS. Lo riporta Politico.

 

La ricerca, diffusa alla testata giornalistica, è stata realizzata a settembre e ha interessato 9.800 votanti di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna, Italia, Svezia, Croazia, Paesi Bassi e Polonia.

 

Dallo studio emerge che la popolazione di sette delle nove nazioni analizzate esprime insoddisfazione sul funzionamento della democrazia; Svezia e Polonia sono le uniche due eccezioni in cui la maggioranza degli interpellati nutre fiducia nel proprio modello di autogoverno.

 

In base all’indagine, circa il 60% dei partecipanti in Francia ha manifestato delusione per lo stato attuale, seguito da Stati Uniti (53%), Regno Unito (51%) e Spagna (51%). Gli intervistati hanno indicato la disinformazione, la corruzione, l’assenza di accountability dei leader politici e l’ascesa dei partiti radicali come le principali insidie al cammino democratico.

 

Nel Regno Unito e in Croazia, appena il 23% dei sondati ha espresso la convinzione che i rispettivi esecutivi li rappresentino adeguatamente.

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Lo studio rileva inoltre che, salvo la Svezia, una schiacciante maggioranza nei contesti esaminati paventa un aggravamento delle minacce all’autogoverno entro i prossimi cinque anni.

 

Gideon Skinner, direttore senior per la politica britannica di IPSOS, ha confidato a Politico che «c’è un’ansia diffusa sul funzionamento della democrazia, con i cittadini che si sentono inascoltati, specie da parte dei governi centrali. Nella maggior parte delle nazioni, aleggia un forte anelito a trasformazioni profonde».

 

L’illusione democratica sta insomma venendo percepita dai cittadini occidentali come, appunto, un’illusione – una simulazione accettata per inerzia e benefizio di salario.

 

Difficile che non sia così, quando vediamo gli Stati democratici chiedere il bando dei partiti più votati (come AfD in Germania) o quando rammentiamo quanto successe nel biennio pandemico, con tutte le Costituzioni nazionali calpestate e le famose «libertà democratiche» (dal libero pensiero, alla libera circolazione, alla libera associazione, alla libera espressione, all’autonomia del corpo) ridotte a pura barzelletta sotto il tallone di un sistema che aveva installato persino un sistema di apartheid biotico, un razzismo subcellulare con discrimanazioni mai prima vedute.

 

La popolazione, anche se continua a votare e a non rivoltarsi, sa la verità ultima: non siamo in una democrazia, siamo al massimo in una oligarchia, una plutocrazia dove comandano grandi interessi se non volontà oscure e violente.

 

No, non viviamo in una democrazia – e tutti lo sanno, e lo hanno accettato. Tuttavia non moltissimi continuano il pensiero: non siamo in una democrazia, ma neppure dovremmo esserci, perché il sistema corrotto può essere risolto solo con una forma di potere monarchico autoritario basato su principi morali condivisi e indistruttibili, con pene tremende per chi, al potere, trasgredisce (Carl Schmitt: tyrannum licet adulari, tyrannum licet decipere, tyrannumm licet occidere)

 

La democrazia – in ultima analisi concetto angloide imposto al mondo dopo la Seconda Guerra – con la sua dispotica finzione transnazionale, arriverà al capolinea?

 

 

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