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Storia

Rio 1904, la Rivolta dei vaccini

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Tra il 10 e il 16 novembre 1904 nella città di Rio de Janeiro, allora capitale del Brasile, vi fu una rivolta spaventosa. La causa di questa rivolta fu un tema che oggi, 117 anni dopo, pare ancora caldissimo: l’obbligo vaccinale.

 

Il governo infatti aveva passato una legge che imponeva la vaccinazione contro il vaiolo.

 

Nel giugno 1904, il governo presentò una proposta di legge che rendeva obbligatoria la vaccinazione della popolazione. La legge generò  accesi dibattiti tra legislatori e popolazione e, nonostante una forte campagna di opposizione, fu approvata il 31 ottobre.

 

L’innesco della rivolta fu la pubblicazione di un progetto per regolare l’applicazione del vaccino obbligatorio sul quotidiano A Notícia , il 9 gennaio 1904.

 

Il progetto rivelato dal giornale  richiedeva una prova di avvenuta  vaccinazione per l’iscrizione nelle scuole, per ottenere lavoro, per effettuare viaggi, per aver alloggio e anche per i matrimoni.

 

Il progetto prevedeva inoltre  il pagamento di multe per chi si opponeva alla vaccinazione.

 

Quando la proposta è trapelò alla stampa, la gente indignata iniziò  una serie di conflitti e manifestazioni che è durata circa una settimana. Le proteste iniziarono ben presto a dirigersi contro  i servizi pubblici in generale e verso i rappresentanti del governo, e contro la repressione delle forze dell’ordine. I disordini sfociarono addirittura in un tentato colpo di Stato da parte dei militari.

 

Il caos cessò solo quando il 16 novembre fu decretato lo stato d’assedio e la sospensione della vaccinazione obbligatoria.

 

Il bilancio finale fu di 945 persone arrestate a Ilha das Cobras, 30 morti, 110 feriti e 461 deportati nello stato di Acri.

 

Questa è la storia di quella che si ricorda come la Revolta da Vacina. La rivolta dei vaccini.

 

Innesco della rivolta

All’origine della rivolta vi fu la figura di un medico, Oswaldo Cruz. Di Cruz non è nota l’aderenza alla massoneria, che però permeava l’intera élite politico-economica brasiliana, lasciando simboli visibili perfino nei palazzi. Il Cruz era responsabile dei servizi igienico-sanitari della città, e aveva assunto la Direzione Generale della Sanità Pubblica (DGSP) con l’intenzione di combattere la febbre gialla, il vaiolo e la peste bubbonica.

 

A tal fine, ha chiesto al presidente Rodrigues Alves la più completa libertà di azione, oltre alle risorse per l’applicazione delle sue misure. Cruz così ottenne che il DGSP potesse invadere, ispezionare, ispezionare e demolire case ed edifici, oltre a disporre di un tribunale  speciale, dotato di un giudice appositamente nominato per risolvere i problemi e abbattere la resistenza.

 

Oswaldo Cruz

 

Cruz aveva in pratica messo in piedi una vera iatrarchia, una tirannia sanitaria in piena regola.

 

Le azioni del DGSP non furono mai ben accolte dalla popolazione, in particolare dai proprietari di stanze e condomini ritenuti insalubri, costretti a ristrutturarli o demolirli, e dagli inquilini costretti a ricevere operatori sanitari, a lasciare le case per la disinfezione, o addirittura ad abbandonare l’abitazione condannata alla demolizione.

 

 

Nel frattempo, i parlamentari eletti lavoravano ad un disegno di legge che rendesse obbligatorio il vaccino contro il vaiolo su tutto il territorio nazionale.

 

Il progetto di legge fu presentato il 29 giugno 1904 dal senatore Manuel José Duarte, e fu approvato con 11 voti contrari il 20 luglio, per entrare alla Camera il 18 agosto ed essere approvato a larga maggioranza alla fine di ottobre, diventando legge il 31 dello stesso mese.

 

 

L’idea di un obbligo vaccinale totale mostrò l’immenso gap tra i legislatori e la popolazione. Mentre i legislatori governativi sostenevano che la vaccinazione fosse di innegabile ed essenziale interesse per la salute pubblica, gli oppositori ritenevano che le modalità di applicazione del decreto vaccinale fossero truculente, e che i sieri e, soprattutto, i loro applicatori, fossero inaffidabili. Una situazione davvero non dissimile a quella odierna.

 

Durante la discussione delle legge vennero state inviate al Congresso diverse liste di firme contrarie all’obbligo. Due di questi sono stati organizzati dal Centro das Classes Operárias.

 

Un altro elenco comprendeva 78 soldati, per lo più allievi della scuola militare di Praia Vermelha. In tutto vennero aggiunte 15mila firme contro il progetto.

 

Dopo l’approvazione del disegno di legge, il 5 novembresi costituì la Lega contro il vaccino obbligatorio, in una riunione al Centro das Classes Operárias alla quale parteciparono duemila persone.

 

Qui si registrò grande irritazione popolare per le azioni del governo nel campo della sanità pubblica: ancora prima che i vaccini, l’invasione delle case, la richiesta di allontanamento dei residenti per la disinfezione e i danni causati agli utensili domestici furono  più volte citati come motivo di denunce.

 

C’era soprattutto il timore in relazione al vaccino stesso. Oltre alle preoccupazioni per la sicurezza, si espose l’idea che la campagna di vaccinazione prevedeva l’invasione della casa e ll’offesa all’onore dei capofamiglia assenti, in quanto si costringeva le figlie e la moglie a spogliarsi davanti a sconosciuti per l’applicazione del vaccino.

 

Le prime scintille 

Il 9 novembre 1904 fu pubblicato sul quotidiano A Notícia (Rio de Janeiro) un piano per regolare l’applicazione del vaccino obbligatorio.

 

Il progetto offriva l’opzione della vaccinazione da parte di un medico privato, ma il certificato avrebbe dovuto essere autenticato da un notaio.

 

Inoltre, erano previste multe per i refrattari e sarebbe richiesto un certificato di vaccinazione per l’iscrizione nelle scuole, l’accesso ai lavori pubblici, l’impiego nelle fabbriche, l’alloggio in alberghi, i viaggi, il matrimonio e, persino, il voto.

 

In pratica, l’intera vita civile del cittadino era sottomessa al vaccino.

 

La reazione fu immediata. Il 10 novembre, grandi raduni hanno occupato Rua do Ouvidor, Praça Tiradentes e Largo de São Francisco de Paula, dove oratori provenienti dal popolo comiziarono  contro la legge e la regolamentazione del vaccino.

 

I disordini iniziarono intorno alle sei del pomeriggio, quando un gruppo di studenti cominciò una manifestazione in Largo de São Francisco, dove si trovava la Scuola Politecnica. Gli studenti, probabilmente non estranei a certe usanze goliardiche, si produssero in cori umoristici e in rima.

 

Il gruppo camminò lungo Rua do Ouvidor, dove l’oratore, lo studente Jayme Cohen, predicava la resistenza ai vaccini.

 

Un capo della polizia ordinò quindi a Cohen di andare alla stazione di polizia. Qui vi fu la reazione popolare contro l’arresto.

 

Il gruppo, giunto a piazza Tiradentes, si trovò faccia a faccia con le piazze della cavalleria della polizia, scoppiando in fischi e grida: «Abbasso il vaccino!».

 

Partì quindi uno scontro con le forze di polizia per tentare di liberare il prigioniero. Vennero arrestate quindici persone, tra cui cinque studenti e due dipendenti pubblici.

 

Alle 19:30 la situazione tornò alla normalità, con la polizia rimasta di guardia a Praça Tiradentes.

 

L’indomani, 11 novembre, i manifestanti si radunarono nuovamente  in Largo de São Francisco, convocati dalla Liga Contra a Vacina Obbligatoria. Poiché i leader della Lega non partecipavano, gli oratori popolari fecero discorsi improvvisati.

 

Le autorità di polizia ricevettero l’ordine di intervenire e, avvicinandosi alla manifestazione, furono oggetto di fischi e provocazioni.

 

Quando la polizia cercò di eseguire gli arresti, scoppiarono gli scontri. I manifestanti usarono le macerie della riqualificazione urbana in corso e armandosi di oggetti di metallo, bastoni e pietre.

 

Ci fu allora la repressione della polizia da parte della polizia tra Piazza Tiradentes e Largo do Rosário. Diciotto persone furono state arrestate per uso di armi proibite.

 

Il 12 novembre ebbe luogo un altro incontro per discutere e approvare le basi della Lega. L’incontro era previsto per le otto di sera, presso la sede del Centro das Classes Operárias in Rua do Espírito Santo, vicino a Praça Tiradentes. Dalle cinque del pomeriggio, i manifestanti cominciarono a radunarsi nel Largo de São Francisco.

 

Un gruppo di ragazzi lavoratori diede il via giocosamente le manifestazioni. Montati su pezzi di legno prelevati dai cantieri, iniziarono a rappresentare gli eventi del giorno prima, simulando il pestaggio della popolazione da parte della cavalleria della polizia.

 

Secondo i giornali dell’epoca, all’incontro erano presenti circa quattromila persone di tutte le classi sociali, tra mercanti, operai, giovani militari e studenti. Nonostante la presenza di qualche leader con aspirazioni politiche, Il movimento aveva davvero un carattere dispersivo e spontaneo.

 

Alla fine dell’incontro, la folla marciò verso Rua do Ouvidor, dove acclamò il giornale Correio da Manhã, che lì aveva la sua sede, fischiando i giornali governativi (un’altra scena vista di recente).

 

Quindi, un gruppo dei contestatori si diresse verso Palácio do Catete , passando per Lapa e Glória. Lungo la strada, fischiò il ministro della Guerra, applaudì il 9° reggimento di cavalleria dell’esercito, fischiò e sparò contro la carrozza del comandante della brigata di polizia, generale Piragibe. Il palazzo era pesantemente sorvegliato.

 

La folla si voltò e tornò al centro. A Lapa, i manifestanti hanno nuovamente sparato contro la carrozza di Piragibe, che, revolver in mano, ordinò alle truppe di caricarli. Durante la giornata si vociferava che la casa del ministro della Giustizia fosse fatto oggetto di sassaiola, ma non era vero.

 

Tuttavia, la sua casa era sorvegliata dalla polizia, così come quella di Oswaldo Cruz. Ben presto, l’esercito entrò pronto e soldati di cavalleria e di fanteria furono inviati a guardia del quartiere Catete.

 

 

Guerriglia e tentato golpe

Domenica 13 novembre  il conflitto si era diffuso e assumeva un carattere più violento.

 

Un avviso nel Correio da Manhã del giorno prima aveva invitato la gente ad aspettare in Praça Tiradentes, dove si trovava il Ministero della Giustizia, i risultati della commissione che avrebbe esaminato il progetto di regolamentazione del vaccino.

 

Sempre durante l’incontro, alle due del pomeriggio, la carrozza del capo della polizia Cardoso de Castro arrivata sul posto fu oggetto di sassaiola.

 

Quando la polizia caricò la folla ed è scoppiato il conflitto. Gradualmente, i disordini si diffusero nelle strade adiacenti.

 

I tram furono attaccati, ribaltati e bruciati. I combustori a gas furono rotti e i cavi dell’illuminazione elettrica in Avenida Central vennero tagliati.

Tram ribaltato dalla popolazione in Praça da República durante la rivolta dei vaccini

 

Furono erette barricate su viale Passos e nelle strade adiacenti. In vua Senador Dantas, gli alberi appena piantati sono stati sradicati. A São Jorge, le prostitute scesero in strada e affrontarono la polizia: una di lorofu ferita al viso.

 

Vi furono attacchi alle stazioni di polizia e alla caserma di cavalleria a Frei Caneca, oltre che attacchi alle aziende del gas e il tram.

 

I conflitti si diffusero, raggiungendo Praça Onze , Tijuca , Gamboa , Saúde , Prainha , Botafogo , Laranjeiras , Catumbi, Rio Comprido e Engenho Novo.

 

Le autorità persero il controllo della regione centrale e dei quartieri periferici. A Saúde e Gamboa, le forze dell’ordine furono espulse dai residenti. 

 

Gli scontri continuarono di notte, con la città in parte al buio a causa delle lampade rotte. Vi furono sparatorie e venne arrestato il proprietario di un magazzino in Rua do Hospício, accusato di aver fornito kerosene ai manifestanti per bruciare i tram. Alla fine della notte, la Companhia Carris Urbanos aveva subito la distruzione di 22 tram, mentre la compagnia del gas riferiva che più di 100 combustori erano stati danneggiati e più di 700 erano stati resi inutili. Alla fine del conflitto, diverse persone e dodici poliziotti rimasero ferite; e vi fu almeno un morto.

 

L’Esercito e la Marina iniziarono a presidiare edifici e luoghi strategici. In una scena piuttosto controintuitiva, anche quando si fecero avanti per disperdere i manifestanti, le truppe dell’esercito sono state accolte da un forte applauso dai manifestanti. La situazione non pare diversa agli applausi che in alcune situazioni i manifestanti contro la dittatura sanitaria hanno riservato ai poliziotti, specie quando questi si producono nel gesto di togliersi il casco.

 

All’alba del 14 novembre, le sommosse ripresero. Durante il giorno, tendeva a concentrarsi in due roccaforti, una nel quartiere di Sacramento, vicino a piazza Tiradentes, via São Jorge, Sacramento, Regente, Conceição, Senhor dos Passos e Passos; e l’altro in Saúde, che si estende a Gamboa e Cidade Nova.

 

Durante la notte, duecento uomini tentarono di rapinare la 3a stazione di polizia urbana in Rua da Saúde, nelle vicinanze; la 2a stazione di polizia, in Rua Estreita de São Joaquim, fu presa dai manifestanti e poco dopo è stata abbandonata dall’arrivo delle truppe dell’esercito.

 

A Saúde si ebbero sparatorie tutto il giorno. Di notte, sempre a Saúde, grandi gruppi si radunarono e iniziarono a rompere i combustori, distruggere le linee telefoniche e erigere barricate. Le forze di polizia dovettero essere ritirate e sostituite da un contingente di 150 soldati della Marina.

 

Barricata eretta nel quartiere Saúde

 

In Rua do Regente ci fu un intenso conflitto tra manifestanti e cavalleria, provocando tre morti. A Prainha, il traghetto proveniente da Petrópolis fu  attaccato da un gruppo di oltre duemila persone, che perquisirono la stazione senza disturbare i passeggeri. Sul viale centrale, i vagoni dei Lavori Pubblici vennero ribaltati.

 

A Visconde de Itaúna ci fu uno scontro a fuoco tra guardie civili e soldati dell’esercito, comandati dal tenente Varela, del 22° battaglione di fanteria. I soldati arrestarono e ferirono alcune guardie sotto l’acclamazione dei manifestanti.

 

Nel corso della giornata i bollettini diffusi dal capo della polizia chiedevano alla «popolazione pacifica» di ritirarsi nelle proprie abitazioni affinché i «disturbi» potessero essere trattati con «il massimo rigore».

 

In vista della generalizzazione del conflitto e per intese tra i ministri della Giustizia, della Marina e dell’Esercito, la città fu divisa in tre zone di polizia, con l’intera costa di competenza della Marina, dell’Esercito e della parte settentrionale di Passos Avenue, tra cui São Cristóvão e Vila Isabel; e alla polizia la parte meridionale di Passos Avenue.

 

Il 38° battaglione di fanteria dell’esercito si chiamava Niterói. Treni partiti per raccogliere il 12° Battaglione di Lorena, a San Paolo, e il 28° Battaglione di São João del-Rei , Minas Gerais.

 

Allo stesso tempo, il militare Lauro Sodré e altri soldati stavano tramando un colpo di Stato. In un primo momento, il golpe era stato programmato per la notte del 17 ottobre 1904, data del compleanno di Lauro Sodré, al quale sarebbe passata la presidenza. La denuncia della congiura da parte della stampa costrinse però i ribelli a rimandare i loro piani.

 

La caricatura di Angelo Agostini, pubblicata su O Malho, mostra il generale Silvestre Travassos, uno dei cospiratori della Scuola Militare di Praia Vermelha, ferito a morte mentre i soldati in rivolta fuggono, e il generale Piragibe, comandante della Brigata di Polizia, alla guida delle forze ufficiali

 

Il colpo di stato fu inizialmente previsto per la parata militare del 15 novembre. Sarebbe toccato al generale Silvestre Travassos, uno dei capi del complotto, comandare le truppe in parata. Egli avrebbe quindi incitato le truppe a ribellarsi, e avendo l’adesione degli ufficiali già in mano, avrebbe imposto il consenso dei tentennanti e disarmato i refrattari. La rivolta dei vaccini, tuttavia, causò la sospensione della sfilata.

 

Così, il 14 novembre , si tenne una riunione al Clube Militar, alla quale parteciparono Lauro Sodré, Travassos, il maggiore Gomes de Castro, il deputato Varela, Vicente de Souza e Pinto de Andrade. Il ministro della Guerra prese atto dell’incontro e ordinò al presidente del club, il generale  Leite de Castro, di scioglierlo. Mentre si stava recando, dopo l’incontro, verso il centro della città, Vicente de Souza è stato arrestato in Rua do Passeio.

 

In serata una parte del gruppo che aveva partecipato all’incontro si recò alla Scuola Preparatoria e Tattica di Realengo cercando di sobillarla. La reazione del comandante, il generale Hermes da Fonseca, vanificò il piano e il maggiore Gomes de Castro e Pinto de Andrade furono arrestati.

 

L’altro gruppo, composto da Lauro Sodré, Travassos e Varela, ottenne l’appoggio della Scuola Militare Praia Vermelha senza grosse difficoltà.

 

Avvertito, il governo ha concentrato le truppe dell’Esercito, della Marina, della Brigata e dei Vigili del fuoco intorno al Palácio do Catete (allora sede della presidenza della Repubblica) e mandò un contingente ad affrontare la scuola militare ribelle, che si era messa in moto alle dieci con circa trecento cadetti.

 

Le due truppe si scontrarono sparandosi a via Passagem, che era completamente buia a causa delle lampade rotte. Durante la scaramuccia, una parte delle truppe governative si unì ai ribelli, il generale Travassos fu ferito, Lauro Sodré scomparve e, infine, entrambe le parti fuggirono, non sapendo cosa stesse accadendo all’altra.

 

Il generale Piragibe si recò a Catete per annunciare la fuga delle sue truppe, provocando la paura nel governo. Al presidente fu suggerito di ritirarsi su una nave da guerra con sede nella baia e organizzare la resistenza da lì. Il presidente Rodrigues Alves rifiutò  la proposta.

 

Poco dopo, fu  riferito che anche gli studenti si erano ritirati e sono tornati a scuola. La mattina del 15, i cadetti si arresero senza opporre resistenza e furono condotti in prigione.

 

La parte in rivolta subì più vittime, con tre morti e diversi feriti. Tra le truppe governative, trentadue furono feriti.

 

 

La rivolta continua

Le proteste popolari continuarono, iniziando all’alba del 15 e continuando per tutta la giornata. I maggiori focolai di rivolta si concentrarono a Saúde e Sacramento. Nella prima, dall’alto di una trincea, davanti al colle Mortona, sventolava una bandiera rossa.

 

In prossimità della seconda, su Rua Frei Caneca, fu realizzata una grande trincea. Circa 600 lavoratori delle fabbriche di tessuti Corcovado e Carioca e della fabbrica di calze São Carlos, tutti nell’Orto Botanico, eressero barricate e attaccarono la 19a Polizia Urbana, urlando contro il governo e la polizia.

 

Un caporale della guardia fuo ucciso e anche le tre fabbriche sono state attaccate e le finestre sono state rotte. Sono continuati gli attacchi alle stazioni di polizia, al gasometro, alle armi da fuoco e persino a un’impresa di pompe funebri a Frei Caneca. Vi furono  disordini a Meier, lo stesso giorno arrivarono battaglioni militari dal Minas Gerais e da São Paulo. Anche due battaglioni della forza pubblica di San Paolo arrivarono sul posto. Il governo dello stato di Rio de Janeiro offrì l’assistenza delle sue forze di polizia. A Saúde, la polizia ha ordinato alla Marina di attaccare i ribelli via mare, mentre le famiglie iniziarono ad evacuare il quartiere, per paura di un possibile bombardamento.

 

Il 16 novembre fu decretato lo stato d’assedio. Le operazioni repressive si sono concentrate nel distretto di Saúde, che il quotidiano governativo O Paiz ha definiva «l’ultima roccaforte dell’anarchismo».

 

Nel centro della città, specialmente nella roccaforte di Sacramento, continuarono le scaramucce tra la popolazione e la polizia, anche se con minore intensità che nei giorni precedenti. L’attrito ha provocato diverse lesioni. Al calar della notte, su Frei Caneca apparvero grandi barricate. Anche a Cidade Nova le azioni sono continuate.

 

Poco prima dell’assalto finale al distretto di Saúde, da effettuarsi via terra dal 7° battaglione di fanteria e via mare dalla corazzata Deodoro , fu arrestato Horário José da Silva, detto Prata Preta .

 

Caricatura di Prata Preta

 

Capoeirista e stivatore, Prata Preta è stato uno dei principali e più temuti capi della rivolta, guidando i manifestanti attraverso le barricate del distretto di Saúde. Prima del suo arresto, uccise un soldato dell’esercito e ferì due poliziotti. Quando venne portato alla stazione di polizia, fu  quasi linciato dai soldati. Dovette essere messo in una camicia di forza e, nonostante ciò, continuò a insultare e minacciare i soldati.

 

Verso le tre del pomeriggio, una truppa sbarcò e fece una prima trincea. La corazzata Deodoro si avvicinava, mentre l’esercito dell’esercito avanzava sul colle Mortona. A questo punto, le trincee erano state completamente abbandonate.

 

Fino al 20 novembre ci furono isolati focolai di rivolta. Il 18 novembre, si è verificata una sparatoria in una cava di Catete, che ha provocato la morte di un civile e due soldati, oltre a 80 arresti.

 

I delegati della polizia iniziarono a perlustrare i territori sotto la loro giurisdizione, arrestando sospetti e coloro che consideravano uomini del disordine, legati o meno alla rivolta che fossero.

 

Il 20 novembre ci fu un gran numero di arresti a Gávea. Il giorno successivo, il numero dei prigionieri su Ilha das Cobra sera già arrivato a 543. Quel giorno, il ministro della Giustizia ricevette la denuncia che “tre pericolosi anarchici” si erano imbarcati per Rio per agitare la classe operaia e ordinò che fossero prese misure per impedire lo sbarco.

 

Come atto finale, il 23 novembre, la polizia effettuò o un grande raid in una favela, mobilitando 180 soldati. Le baracche sulla collina furono spazzate via. Sulla via del ritorno, le truppe perquisirono gli alloggi e hanno arrestato diverse persone.

 

Sull’isola infine si contarono più di 700 prigionieri

 

Conclusione

Lo stesso giorno in cui il governo decretò lo stato d’assedio, la vaccinazione obbligatoria fu sospesa.

 

Spenta la causa scatenante, il movimento iniziò a declinare.

 

L’insurrezione militare, a sua volta, ebbe ripercussioni a Bahia, dove si sollevò una guarnigione che fu prontamente neutralizzata.

 

A Recife, l’agitazione della stampa favorevole alla rivolta provocò alcune innocue marce per la città. A Rio de Janeiro, la scuola Praia Vermelha fu   chiusa ei suoi studenti furono  esiliati nelle regioni di confine e poi licenziati dall’esercito.

 

Tra i civili, solo quattro furono perseguiti: Alfredo Varela, Vicente de Souza, Pinto de Andrade e Arthur Rodrigues.

 

In tutto furono  arrestate 945 persone. Di questi, 461 avevano precedenti penali e furono espulsi. I restanti 481 vennero rilasciati. Sette stranieri furono  espulsi.

 

Le vittime della successiva repressione furono generalmente gli individui più poveri, che avrebbero potuto prendere parte alla rivolta, sebbene la loro partecipazione non fosse sempre dimostrata.

 

I deportati furono stipati nelle navi-carcere e mandati ad Acri, mentre gli altri prigionieri furono mandati nell’isola di Cobras, dove subirono maltrattamenti.

 

Qui concludiamo la storia della Rivolta dei vaccini di Rio nel 1904.

 

Lasciamo al lettore di meditare su quanto la storia abbia ancora da insegnarci.

Storia

I Manciù, gli Inglesi e l’oppio

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Il 19 marzo 1853 un esercito di contadini, minatori e carbonai dai capelli lunghi entrò a Nanchino, l’antica capitale della Cina meridionale. Come racconta lo storico Stephen R. Platt nel libro Autumn in the Heavenly Kingdom, i ribelli Taiping massacrarono la popolazione mancese della città senza risparmiare donne né bambini.

 

Per la dinastia Qing, che regnava sulla Cina da oltre due secoli, era il segnale più chiaro di una crisi che veniva da lontano. Per capirla bisogna risalire a chi erano i mancesi e al perché tanti cinesi li considerassero ancora degli stranieri.

 

I mancesi erano un popolo guerriero della Manciuria, la regione a Nord-Est della Grande Muraglia. All’inizio del Seicento i loro capi riunirono le tribù in un unico Stato che prese il nome di Qing, cioè «puro». L’occasione per entrare in Cina arrivò nel 1644. Una rivolta contadina aveva travolto la dinastia Ming e i ribelli avevano preso Pechino. Un generale cinese aprì ai mancesi i passi della Grande Muraglia perché lo aiutassero a cacciare gli insorti. I mancesi presero la capitale ma non se ne andarono più: nasceva così l’ultima dinastia imperiale cinese, destinata a durare fino al 1912.

Era una minoranza di conquistatori che governava centinaia di milioni di cinesi Han. Il suo potere poggiava sulle Otto Bandiere, un’organizzazione militare che teneva i mancesi separati dal resto della popolazione, con guarnigioni proprie, stipendi garantiti dallo Stato e una lingua di corte diversa. Lo storico di Harvard Mark C. Elliott ha descritto questa sovranità etnica nel saggio The Manchu Way, costruito sui documenti scritti in mancese degli archivi imperiali.

 

A tutti i sudditi maschi fu imposto il segno della sottomissione: fronte rasata e codino. Nel 1645 l’obbligo scatenò rivolte in molte città del Sud, soffocate nel sangue. Per generazioni le società segrete continuarono a coltivare l’odio verso i dominatori del Nord con un motto che diceva tutto: rovesciare i Qing per restaurare i Ming.

 

Il Settecento fu il secolo d’oro dei Qing, che portarono l’impero alla sua massima estensione. Quando nel 1793 un’ambasceria britannica chiese di aprire il commercio con l’Inghilterra, l’imperatore rispose che il Celeste Impero non aveva bisogno di nulla. Ma la popolazione cresceva più in fretta delle terre coltivabili, i funzionari erano sempre più corrotti e le rivolte contadine si moltiplicavano. In questo impero già in affanno si inserì il commercio più cinico dell’Ottocento.

 

La Compagnia britannica delle Indie Orientali comprava in Cina tè, seta e porcellane pagando in argento. Per riequilibrare i conti cominciò a esportare a Canton l’oppio coltivato in Bengala. Il traffico che legava India, Inghilterra e Cina crebbe a dismisura nei primi decenni del secolo: milioni di cinesi diventarono dipendenti mentre l’argento prendeva la strada di Londra.

 

Nel 1839 l’imperatore mandò a Canton il commissario Lin Zexu (1785-1850) con l’ordine di stroncare il contrabbando. Lin fece sequestrare oltre mille tonnellate di oppio ai mercanti stranieri e le fece distruggere in pubblico. Scrisse anche una lettera alla regina Vittoria (1819-1901), chiedendole come potesse permettere ai suoi sudditi di vendere ad altri un veleno vietato in patria.

 

Così nel 1839 cominciò la prima guerra dell’oppio (1839-1842). Londra rispose con le cannoniere: il ministro degli Esteri Lord Palmerston (1784-1865) mandò la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti. In Parlamento il giovane William Gladstone (1809-1898) la definì la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare.

 

Nell’agosto 1842 i Qing dovettero firmare il Trattato di Nanchino: cessione di Hong Kong, apertura di cinque porti, un indennizzo di ventuno milioni di dollari d’argento. Sei di quei milioni servivano a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto a Canton. Lin Zexu fu destituito ed esiliato, capro espiatorio di una corte che non voleva ammettere la propria debolezza. Per i cinesi iniziava allora il «secolo dell’umiliazione»”, come lo chiama ancora oggi la propaganda di Pechino.

 

La sconfitta ebbe effetti devastanti nel Sud. L’indennizzo fu scaricato sui contadini con nuove tasse. Lo spostamento del commercio verso Shanghai lasciò senza lavoro migliaia di facchini e barcaioli della regione di Canton. Proprio lì viveva Hong Xiuquan (1814-1864), un maestro di villaggio che aveva fallito più volte gli esami per diventare funzionario. Dopo una bocciatura cadde in una grave malattia accompagnata da visioni. Anni dopo lesse un opuscolo cristiano e si convinse di essere il figlio minore di Dio, fratello di Gesù, chiamato a sterminare i «demoni» mancesi. La sua parabola è ricostruita da Jonathan D. Spence (1936-2021) nel libro Il figlio cinese di Dio.

 

La rivolta dei Taiping (1851-1864) nacque da qui. Hong fondò una setta religiosa che raccolse contadini poveri, minatori e banditi. Nel gennaio 1851 proclamò il Taiping Tianguo, il Regno celeste della grande pace. I seguaci si lasciavano crescere i capelli in segno di rifiuto del codino. Il programma era radicale: terra in comune, divieto di oppio, alcol e prostituzione, abolizione della fasciatura dei piedi, donne in armi. In due anni i ribelli arrivarono a Nanchino e ne fecero la loro capitale.

 

Il movimento però si divorò dall’interno. Nel 1856 una lotta per il potere tra i capi finì in un bagno di sangue con migliaia di morti nella capitale ribelle. I generali migliori se ne andarono o caddero in battaglia.

 

A salvare i Qing non fu l’esercito imperiale ma le élite confuciane delle province. Il funzionario Zeng Guofan (1811-1872) arruolò un’armata regionale fedele a lui più che al trono. Al suo fianco combatté l’«Esercito sempre vittorioso», guidato da ufficiali occidentali come il britannico Charles Gordon (1833-1885). L’ufficiale inglese Augustus Lindley (1840-1873), che invece si era unito ai ribelli, nella prefazione al suo libro Ti-Ping Tien-Kwoh definì l’intervento del suo governo un crimine nazionale mai condannato.

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Nel giugno 1864 Hong morì. A luglio Nanchino cadde e i suoi abitanti furono massacrati. I morti dell’intera guerra furono almeno venti milioni.

 

Nel 1856 cominciò la seconda guerra dell’oppio (1856-1860). Mentre la guerra civile infuriava, il sequestro di una nave a Canton offrì a Londra il pretesto per aprire un secondo fronte. Questa volta la Gran Bretagna aveva al fianco la Francia. Nel 1858 le due potenze strapparono i trattati di Tianjin: nuovi porti, ambasciate a Pechino, libertà per i missionari.

 

Quando l’anno dopo i cinesi respinsero la loro flotta, la vendetta fu totale. Nel 1860 le truppe anglo-francesi marciarono su Pechino, l’imperatore fuggì e in ottobre il Palazzo d’Estate fu saccheggiato e dato alle fiamme. Victor Hugo (1802-1885) riassunse l’impresa dei due «civilizzatori» europei in poche parole: «uno saccheggiò, l’altro incendiò».

 

Con la Convenzione di Pechino la Cina cedeva Kowloon, pagava nuovi indennizzi e accettava di fatto il commercio legale dell’oppio. Ottenuto tutto ciò che volevano, britannici e francesi scoprirono di preferire una dinastia debole ma obbediente a un regno ribelle imprevedibile. Da quel momento sostennero i Qing contro i Taiping con armi, ufficiali e denaro.

 

Fu il paradosso finale. La dinastia mancese sopravvisse grazie alle stesse potenze che l’avevano umiliata, pagando il prezzo di un Paese aperto con la forza ai loro mercanti. Ma l’idea di cacciare i Qing non morì con i Taiping.

 

Sun Yat-sen (1866-1925) era nato nella stessa regione di Canton e da ragazzo, affascinato dai racconti dei vecchi ribelli, si faceva chiamare «il secondo Hong Xiuquan».

 

Studiò medicina alle Hawaii e a Hong Kong, poi lasciò la professione per la politica. Nel 1894 fondò la sua prima società segreta con un obiettivo antico: rovesciare i mancesi. Quando il 10 ottobre 1911 una rivolta militare a Wuchang fece crollare il potere imperiale provincia dopo provincia, Sun si trovava negli Stati Uniti. Rientrò in fretta e il 1° gennaio 1912 fu proclamato a Nanchino primo presidente provvisorio della Repubblica cinese. Per questo ancora oggi è chiamato il padre della Cina moderna.

 

L’ultimo atto della dinastia ha il volto di un bambino. Puyi (1906-1967) salì al trono nel 1908 a meno di tre anni e abdicò nel febbraio 1912. Nel 1932 i giapponesi lo misero a capo del Manchukuo, lo Stato fantoccio creato nella Manciuria occupata. Nel 1934 lo incoronarono imperatore. L’erede dei conquistatori mancesi tornava a regnare sulla terra dei suoi antenati, ma solo di nome: il potere era nelle mani dell’esercito giapponese.

 

Catturato dai sovietici nel 1945, fu consegnato alla Cina di Mao Zedong (1893-1976) e passò quasi dieci anni in un campo di rieducazione. Graziato nel 1959, finì la vita lavorando nell’orto botanico di Pechino dopo aver scritto la propria autobiografia. Da quelle pagine Bernardo Bertolucci (1941-2018) trasse L’ultimo imperatore, il primo film occidentale girato nella Città Proibita, premiato con nove Oscar nel 1988.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: l’ultimo imperatore Puyi, il suo tutore Refinald Johnston, la principessa Wanrong nel Giardino Zhang.

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Storia

Nixon va da Mao. Cinquant’anni di ping pong

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La mattina del 21 febbraio 1972 lo Spirit of ’76 atterrò all’aeroporto di Pechino e Richard Nixon (1913-1994) scese la scaletta tendendo la mano a Zhou Enlai (1898-1976). L’inviato del più autorevole quotidiano newyorkese, che per quei servizi avrebbe vinto il Pulitzer, nel servizio del 21 febbraio intitolato A Quiet Greeting scrisse che quel giorno finiva una generazione di ostilità e iniziava un rapporto nuovo ma ancora indefinito tra la nazione più potente e quella più popolosa della Terra.   L’anticomunista per eccellenza, l’uomo della caccia alle streghe degli anni Cinquanta, preparava quel viaggio da tempo. Già nel 1967 aveva scritto che il mondo non poteva permettersi di lasciare la Cina per sempre fuori dalla famiglia delle nazioni. Proprio la sua reputazione lo proteggeva dall’accusa di debolezza: da qui nacque il detto solo Nixon poteva andare in Cina.   L’accoglienza, all’inizio, fu gelida. I cronisti di Hong Kong notarono un ricevimento corretto e cordiale, ma quasi ignorato dai quattro milioni di abitanti della capitale. Poi arrivò il colpo di teatro. Mao Zedong (1893-1976) convocò l’ospite a casa sua poche ore dopo l’atterraggio. Lo scrittore James Michener (1907-1997), al seguito della delegazione, raccolse lo stupore di un funzionario cinese: nessun capo di Stato era mai stato ricevuto da Mao il primo giorno. Qui comincia il ping pong. Da Washington si celebrava la svolta; da Pechino si mandavano segnali calibrati con cura. L’indomani l’organo del Partito uscì con una serie inedita di grandi fotografie in prima pagina, affisse sotto vetro in tutta la città. Gli analisti della CIA, che monitoravano la stampa cinese, registrarono che Pechino dava alla visita ampia copertura ma senza commenti, sospendendo quasi del tutto la propaganda antiamericana. Mao riassunse la cosa con una delle sue metafore: la pallina piccola muove la palla grande. La pallina era quella della squadra di tennistavolo americana invitata a Pechino l’anno prima. La palla grande era l’equilibrio della Guerra fredda, con l’Unione Sovietica da isolare.   Gli stessi analisti annotarono un dettaglio da cremlinologi: lo spazio concesso a Nixon era paragonabile soltanto a quello riservato al rumeno Nicolae Ceaușescu (1918-1989), con tre fotografie in prima pagina e altre sei nelle pagine interne. Washington, dal canto suo, puntava tutto sulla televisione. Al seguito del presidente viaggiavano ottantasette giornalisti americani, e le immagini della Grande Muraglia entravano in diretta nelle case degli elettori, in pieno anno di campagna presidenziale.   Il 28 febbraio, a Shanghai, le due parti firmarono un comunicato senza precedenti, che metteva nero su bianco le divergenze anziché nasconderle: «la parte cinese dichiara, la parte americana afferma». Su Taiwan Washington riconobbe che esiste una sola Cina. Le accuse di «svendita» dell’alleato Chiang Kai-shek (1887-1975), lanciate dalla stampa e dal Congresso, si persero presto nell’euforia dell’evento.   Venticinque anni dopo, il calendario volle essere beffardo. Il 19 febbraio 1997, due giorni prima dell’anniversario, morì Deng Xiaoping (1904-1997), l’uomo che aveva trasformato l’apertura politica di Mao in apertura economica. Bill Clinton (1946-) lo ricordò come la forza motrice della normalizzazione. Nello stesso messaggio auspicava una Cina politicamente stabile, economicamente aperta e rispettosa dei diritti umani. Madeleine Albright (1937-2022), alla vigilia di un viaggio a Pechino, fu più prudente e parlò di un bilancio misto, citando Tiananmen.   Dietro la cortesia diplomatica bruciava ancora la crisi dell’anno precedente. Washington aveva concesso il visto al presidente taiwanese Lee Teng-hui (1923-2020), e Pechino aveva risposto con lanci di missili nello Stretto. Clinton allora ordinò a due portaerei di dirigersi verso Taiwan. Per gli Stati Uniti fu una dimostrazione di forza. Per la Cina fu una lezione brutale, da cui nacque l’ossessione di poter affondare le portaerei americane.   A giugno il consigliere per la sicurezza nazionale Samuel Berger (1945-2015) celebrò il venticinquesimo del Comunicato davanti all’establishment della politica estera. Ammise che il consenso bipartisan sulla Cina si era sfaldato dopo il massacro di Tiananmen. Eppure vedeva nell’ideologia morente di Pechino i primi fremiti di cambiamento. La risposta cinese arrivò in ottobre con la visita di Stato di Jiang Zemin (1926-2022), la prima in dodici anni. La dichiarazione congiunta parlava di un partenariato strategico costruttivo, pur riconoscendo grandi differenze sui diritti umani. Soprattutto, apriva la strada all’ingresso della Cina nel commercio mondiale. Pechino incassava ciò che voleva: mercati e tecnologia, senza concessioni politiche.   Nixon, intanto, era morto nel 1994. Prima di andarsene aveva confidato al suo ex autore di discorsi William Safire (1929-2009) di non essere più così fiducioso: «potremmo aver creato un Frankenstein». Safire lo rivelò nel 2000, mentre il Congresso spalancava le porte commerciali a Pechino. Nessuno lo ascoltò.

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Al cinquantesimo anniversario si arrivò dopo un lungo processo di revisione. Nel 2018 Kurt Campbell (1957), futuro stratega asiatico di Joe Biden, firmò con un collega un saggio che fece epoca. Vi riconosceva che Washington aveva sopravvalutato la propria capacità di plasmare la Cina: né il bastone né la carota avevano funzionato. Da Pechino rispose Wang Jisi (1948), decano degli americanisti cinesi. Riconobbe l’onestà dell’autocritica, ma osservò che anche i cinesi faticavano ormai a riconoscere un’America sempre più imprevedibile.   Nel luglio 2020 il segretario di Stato Mike Pompeo (1963) scelse proprio la Nixon Library di Yorba Linda, dove il presidente è sepolto, per rievocare il Frankenstein e chiudere: «ed eccoci qui». L’ex ambasciatore Stapleton Roy (1935) gli ricordò che Nixon e Henry Kissinger (1923-2023) non si erano mai illusi di democratizzare la Cina: erano semplicemente pragmatici.   Da Pechino la stampa del Partito rovesciò l’accusa. Gao Zhikai, ex interprete che aveva accompagnato Nixon in una delle sue visite in Cina, sostenne che l’unica cosa appropriata per Pompeo, alla Nixon Library, sarebbe stata inginocchiarsi e chiedere scusa. Per gli analisti cinesi quel discorso sconfessava quarant’anni di dialogo: la colpa non era di Nixon, ma dei suoi eredi.   Il 21 febbraio 2022 la Casa Bianca lasciò passare l’anniversario quasi in silenzio. Pechino ne fece uno spettacolo, ma a modo suo. Lo stesso giorno annunciò sanzioni contro Lockheed Martin e Raytheon per le forniture di armi a Taiwan. Pochi giorni dopo l’ambasciatore Qin Gang (1966) si presentò nella stessa Nixon Library che aveva ospitato Pompeo. Paragonò la visita del 1972 allo sbarco sulla Luna e rese omaggio al vecchio amico del popolo cinese.   Il 28 febbraio, all’hotel Jinjiang di Shanghai dove era stato firmato il Comunicato, il ministro degli Esteri Wang Yi (1953) chiuse lo scambio. Definì Taiwan il nucleo del Comunicato e la Cina unica la pietra angolare dei rapporti, accusando gli americani di averne tradito lo spirito. Collegato in video c’era anche un Kissinger novantottenne, ultimo testimone della settimana che cambiò il mondo.   Cinquant’anni dopo, i due giocatori raccontano partite diverse. A Washington l’élite politica e finanziaria scommise che il commercio avrebbe cambiato il regime, e intanto ne finanziò l’ascesa. Per Pechino resta un atto notarile, la prova scritta che l’America ha riconosciuto una sola Cina, da esibire a ogni crisi. 

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La storica canadese Margaret MacMillan (1943), che a quella settimana ha dedicato un libro costruito sulle fonti di entrambi i Paesi, Nixon and Mao: The Week That Changed the World, si pone questa domanda: gli americani andarono a Pechino da supplici? Le sue risposte sono severe. Nixon e Kissinger, scrive, si spinsero troppo in là promettendo il ritiro delle truppe da Taiwan, un impegno che non potevano mantenere.    Il sinologo Roderick MacFarquhar (1930-2019), recensendo il libro, considerò come Nixon avesse bisogno della Cina più di quanto Mao di Washington. Da allora i presidenti americani di entrambi i partiti si guardarono bene dall’irritare Pechino. Eppure MacMillan non condanna quella scelta. Riconosce la visione e la determinazione dei quattro uomini che la resero possibile, Nixon, Mao, Kissinger e Zhou, e vede nell’apertura una possibile forza di stabilità per il mondo.    La pallina piccola ha davvero mosso la palla grande, ma non nella direzione immaginata da Washington.   Marco Dolcetta Capuzzo

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Geopolitica

«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia

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Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.

 

Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.

 

Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.

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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.

 

L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.

 

Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.

 

La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.

 

Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.

 

L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.

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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».

 

Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.

 

Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.

 

Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

 

 

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine

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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.

 

Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.

 

Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.

 

Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.

 

Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.

 

Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.

 

Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.

 

Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.

 

Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.

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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.

 

Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.

 

Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).

 

Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.

 

Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.

 

Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.

 

Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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