Storia
La profezia di Zhirinovskij: Terza Guerra Mondiale innescata dall’escalation iraniana
La previsione del defunto statista russo Vladimir Zhirinovskij, secondo cui un conflitto incentrato sull’Iran avrebbe potuto scatenare la Terza Guerra Mondiale, è riemersa nel contesto della grande campagna militare statunitense e israeliana contro Teheran.
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il loro attacco congiunto nel fine settimana, affermando che l’obiettivo era impedire all’Iran di ottenere armi nucleari, accuse che Teheran ha negato, insistendo sul fatto che il suo programma è puramente pacifico.
Il video che contiene la previsione di Zhirinovskij, originariamente registrato nel 2022 poco dopo l’escalation del conflitto in Ucraina, mostra l’ex leader del Partito Liberal Democratico russo che lanciava l’allarme sulle tensioni in Medio Oriente mesi prima della sua morte.
【西行小宝】西行小宝
10/7 👀👉 1999年,已故俄罗斯政治家弗拉基米尔.日里诺夫斯基(Vladimir Zhirinovsky,1946-2022 年)预见到了乌克兰冲突,而他的预测似乎也延伸到了今天的以色列/巴勒斯坦局势。他预言了哈马斯的军事行动-这是最后一场战争,你将不会有2024大选(指乌克兰大选),因为将不会有 pic.twitter.com/tsLXQPP6FR— KSFAN (@KSFAN1) October 8, 2023
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«Non si tiene conto della situazione in Medio Oriente. Ci saranno eventi tali che tutti dimenticheranno cos’è l’Ucraina», afferma il politico nel filmato. «La questione riguarda la Terza Guerra Mondiale», continua Zhirinovskij, indicando l’Iran come un potenziale focolaio.
Aggiunge nel filmato che Israele prenderà inevitabilmente di mira gli impianti nucleari iraniani e sostiene che ciò provocherà una rapida rappresaglia da parte di Teheran, dando a Washington un pretesto per intervenire. Gli Stati Uniti, usando Israele come giustificazione, lanceranno quindi ampie campagne di bombardamenti, che potrebbero comportare l’impiego di «armi locali devastanti», afferma.
«L’Iran non è il Vietnam, né la Corea del Nord, né il Kosovo. Qui si sono verificati gli eventi più terribili», aggiunge Zhirinovskij.
Affermaziono simili erano state fatte dal Zhirinovskij nel 2019.
To everyone freaking out after Israel hit Iran and saying “Russia better take notes”…
Guys, come on. Russia took notes years ago.
Zhirinovsky called it all in 2019: who, when, how, and why.
You’re just catching up on headlines. We’ve been way past the analysis stage.Check… pic.twitter.com/ozU02Q6csX
— Rina Lu🇷🇺 (@rinalu_) June 13, 2025
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Gli attacchi israelo-americani contro l’Iran, insieme ai rinnovati attacchi israeliani contro il Libano, si sono intensificati da sabato, con morti segnalati che hanno superato quota 1.200. Il fuoco di missili e droni si è diffuso in Iran, Israele e nel Golfo.
Israele ha dichiarato di aver colpito obiettivi in Libano dopo che Hezbollah ha lanciato razzi in rappresaglia per l’assassinio della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, avvenuto nel corso di attacchi del fine settimana.
La risposta dell’Iran a quella che ha definito un’operazione di cambio di regime ha inoltre interrotto le spedizioni di petrolio greggio e gas naturale liquefatto attraverso lo Stretto di Ormuzzo, una delle principali rotte commerciali mondiali.
Zhirinovskij è scomparso tre anni fa per COVID, ma l’Ucraina ha deciso comunque di processarlo l’anno passato.
Dopo la sua morte, il Partito Liberal-Publico (LDPR) ha sviluppato un assistente virtuale basato sull’intelligenza artificiale, progettato per imitare lo stile oratorio pomposo di Zhirinovskij. Il bot può rispondere alle domande politiche con la sua voce, modellata sugli scritti e i discorsi archiviati del politico.
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Lo Zhirinovskij è noto alle cronache italiane anche per essersi presentato negli anni Novanta ad un raduno della Lega, dove fu fotografato sorridente con Umberto Bossi. Nelle cronache nazionali finì anche un suo incontro pubblico con Ilona Staller detta Cicciolina, e non sappiamo se lo chiamò «Cicciolino Zhirinovskij» come usava fare con gli onorevoli italiani.
Il personaggio, che all’epoca veniva presentato dalla stampa mondiale come un babau a significare l’ascesa del nazionalismo in Russia, finì perfino su Striscia la notizia, che per qualche ragione mandò in onda un filmato delle sue vacanze, in cui berciava e tirava qualche oggetto verso una scimmia.
Vladimir negli anni fece dichiarazioni tonitruanti, come la promessa di «bagnare gli stivali russi nell’oceano indiano» o quella di costruire enormi ventilatori che spingessero aria radioattiva verso i Paesi baltici. È altresì notissimo in Russia per un video elettorale in cui frustava un asino, un filmato che divenne una sorta di meme immortale della politica e della società del Paese.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Storia
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Geopolitica
«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia
Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.
Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.
Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.
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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.
L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.
Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.
La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.
Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.
L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.
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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».
Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.
Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.
Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.
Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.
Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.
Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.
Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.
Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.
Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.
Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.
Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.
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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.
Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.
Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).
Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.
Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.
Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.
Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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