Le elezioni presidenziali siriane sono state una celebrazione della vittoria contro le aggressioni straniere. Una conferma dell’autorità di Bashar al-Assad, non tanto per le idee politiche, ma per il coraggio e la tenacia come capo di guerra. I perdenti di questa guerra, gli Occidentali, continuano a non accettarlo, perciò considerano anche queste ultime elezioni non valide, quindi mai avvenute. Si ostinano a considerare la classe dirigente siriana un’accolita di aguzzini che non vuole riconoscere i propri crimini.
Geopolitica
Le elezioni presidenziali nella Repubblica Araba Siriana
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21
Nella Repubblica Araba Siriana si sono appena svolte le elezioni presidenziali, a dispetto dell’ostilità degli Occidentali, che insistono a volere smembrare il Paese, nell’intento di rovesciarlo e instaurare un governo di transizione, sull’esempio di quanto accadde alla fine della seconda guerra mondiale con la Germania e il Giappone (1). Secondo gli osservatori internazionali, designati dai Paesi che hanno un’ambasciata in Siria, il voto si è svolto correttamente. Bashar al-Assad ha ottenuto la rielezione per un quarto mandato con un imponente numero di voti.
Sono fatti che meritano alcune spiegazioni. La sostanza di questo articolo avrebbe potuto essere scritta nel 2014, all’indomani delle precedenti elezioni presidenziali. Gli Occidentali non hanno cambiato posizione su nulla, nonostante la sconfitta militare.
Gli Occidentali non hanno cambiato posizione su nulla, nonostante la sconfitta militare.
Il contesto
Nel 2010, ossia prima della guerra, la Repubblica Araba Siriana era uno Stato in forte sviluppo demografico ed economico. Il suo presidente era il capo di Stato arabo più popolare nel Paese e nella regione. Si spostava con la moglie in qualunque località della Siria senza scorta. In Occidente era considerato un esempio positivo di semplicità e modernità.
Quando, in base a false informazioni, le Nazioni Unite autorizzarono gli Occidentali a intervenire in Libia, la rete televisiva del Qatar, Al-Jazeera, per mesi esortò invano i telespettatori siriani a sollevarsi contro il partito Baas.
Dopo la caduta della Jamahiriya Araba Libica sotto le bombe della NATO, in Siria gruppi armati distrussero i simboli dello Stato e attaccarono civili. Come già in Libia, anche in Siria nelle strade si rinvennero corpi smembrati. Alla fine, su incitazione di Al-Jazeera, di Al-Arabiya e dei Fratelli Mussulmani, i siriani cominciarono a manifestare contro Bashar al-Assad, non per una ragione precisa, ma solo perché che non era «un vero mussulmano», ma un «infedele alauita». Mai fu rivendicato il diritto alla democrazia, un concetto che gli islamisti aborrono.
Le Nazioni Unite trasferirono in Turchia, come «rifugiati», soldati armati del Gruppo dei Combattenti Islamici in Libia (GCIL) − issato al potere a Tripoli dalla NATO − che in seguito fonderanno l’Esercito Siriano Libero
Ciononostante, cominciarono a nascere altre manifestazioni, organizzate dal PNSS (Partito Nazionalista Sociale Siriano), che denunciavano l’organizzazione amministrativa e il ruolo illecito dei servizi segreti. Le Nazioni Unite trasferirono in Turchia, come «rifugiati», soldati armati del Gruppo dei Combattenti Islamici in Libia (GCIL) − issato al potere a Tripoli dalla NATO − che in seguito fonderanno l’Esercito Siriano Libero (2).
Ebbe così inizio la “guerra civile”, accompagnata dal coro dei dirigenti occidentali che scandivano «Bashar deve andarsene» (non «Democrazia!»).
Per due anni la popolazione siriana dovette confrontarsi con due versioni dei fatti. Da un lato i media siriani, che denunciavano un attacco esterno ma non davano conto delle manifestazioni contro l’organizzazione statale; dall’altro i media arabi che annunciavano l’imminente caduta del «regime» e l’instaurazione di un governo della Confraternita dei Fratelli Mussulmani. Di fatto, soltanto una piccola parte della popolazione sosteneva quest’organizzazione segreta. I disordini facevano più vittime fra la polizia e l’esercito che tra la popolazione civile. Gradatamente i siriani si resero conto che, quali che fossero i torti della loro Repubblica, era questa a proteggerli, non certo gli jihadisti.
Gradatamente i siriani si resero conto che, quali che fossero i torti della loro Repubblica, era questa a proteggerli, non certo gli jihadisti
Durante i tre anni di questa «guerra civile», gli jihadisti, armati e coordinati dalla NATO a partire da Izmir (Turchia), inquadrati da ufficiali turchi, francesi e britannici, occupavano le campagne, mentre l’Esercito Arabo Siriano difendeva la popolazione, radunatasi nelle città.
Su richiesta della Siria, nel 2014 intervenne l’aviazione russa per bombardare le installazioni sotterranee costruite dagli jihadisti. L’Esercito Arabo Siriano poté così cominciare a riconquistare il proprio territorio. Sempre nel 2014, la NATO favorì la trasformazione di un gruppo jihadista iracheno, che assunse il nome di Daesh, Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (3). In un anno, gli jihadisti stranieri che combattevano contro la Repubblica Araba Siriana divennero oltre 250 mila: assurdo continuare a chiamare questo conflitto «guerra civile».
Nel 2014 la Repubblica Araba Siriana istituì il ministero per la Riconciliazione, guidato dal leader del PNSS, Ali Haïdar. Nei successivi sette anni di guerra la Repubblica si adoperò per amnistiare i siriani che avevano collaborato con gli invasori e per reintegrarli nella società.
In un anno, gli jihadisti stranieri che combattevano contro la Repubblica Araba Siriana divennero oltre 250 mila: assurdo continuare a chiamare questo conflitto «guerra civile»
Oggi il Paese è diviso in quattro parti: la parte essenziale controllata dal governo di Damasco; a nord-ovest il governatorato di Idlib − ove sono raggruppati gli jihadisti − protetto dall’esercito d’occupazione turco; a nord-est la zona d’occupazione dell’esercito statunitense e delle milizie kurde; infine a sud l’altopiano del Golan, che Israele, con atto unilaterale, si annesse prima della guerra.
La posizione delle potenze straniere
Secondo il diritto internazionale, la presenza in Siria di Russia e Iran è legale; invece Israele, Turchia e Stati Uniti ne occupano illecitamente parti di territorio.
Gli Stati Uniti, che avevano radunato la più grande coalizione militare della storia − paradossalmente denominata «Amici della Siria» − non sono riusciti a mantenere coesi i Paesi aderenti, che progressivamente hanno riacquistato autonomia e ricominciato a perseguire obiettivi propri:
Secondo il diritto internazionale, la presenza in Siria di Russia e Iran è legale; invece Israele, Turchia e Stati Uniti ne occupano illecitamente parti di territorio
- Il Pentagono voleva distruggere lo Stato siriano, conformemente alla dottrina Rumsfeld/Cebrowski (4).
- La Turchia sperava di annettere territori ottomani perduti, definiti dal “giuramento nazionale” del 1920 (5).
- Il Regno Unito cercava di ristabilire gli interessi imperiali.
- La Francia desiderava ripristinare il mandato affidatole nel 1922 dalla Società delle Nazioni (6).
Dopo dieci anni di guerra, in cui hanno parlato le armi, è ora evidente che il popolo siriano vuole mantenere la Repubblica e che quest’ultima è entrata nell’orbita della Russia. Gli Occidentali non riusciranno, nel breve e medio termine, a plasmare il Paese a proprio piacimento
Dopo dieci anni di guerra, in cui hanno parlato le armi, è ora evidente che il popolo siriano vuole mantenere la Repubblica e che quest’ultima è entrata nell’orbita della Russia. Gli Occidentali non riusciranno, nel breve e medio termine, a plasmare il Paese a proprio piacimento. Era lecito aspettarsi che le potenze occidentali prendessero atto della sconfitta e cambiassero atteggiamento mentale. Nient’affatto. In politica, come nella scienza, le dottrine non spariscono perché sconfitte o smentite, ma solo quando sparisce la generazione che le sostiene.
Gli Occidentali insistono perciò a diffondere false notizie e ad accusare il presidente al-Assad, nonché la Repubblica, di essere dei carnefici, proprio come il III Reich definiva Charles De Gaulle un servo degli ebrei e degli inglesi, a capo d’una banda di mercenari e seviziatori.
Appena prima delle elezioni siriane, Washington e Bruxelles hanno concordato una posizione comune: lo scrutinio non può essere legittimo perché contrario alla risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ebbene, questo testo (7), adottato sei anni fa, non cita mai le elezioni presidenziali. Stabilisce invece che il futuro della Siria spetta unicamente ai siriani e conferma la legittimità della lotta della Repubblica contro i gruppi jihadisti. Si dà il caso che alla risoluzione siano seguite in Svizzera, e poi parallelamente in Russia, trattative tra le parti in causa siriane. Le delegazioni avevano convenuto di riformare la Costituzione, ma non vi sono riuscite. I Collaboratori della NATO (gli «oppositori») hanno progressivamente deposto le armi, sicché oggi non ci sono delegati titolati a portare avanti i negoziati.
Era lecito aspettarsi che le potenze occidentali prendessero atto della sconfitta e cambiassero atteggiamento mentale. Nient’affatto. In politica, come nella scienza, le dottrine non spariscono perché sconfitte o smentite, ma solo quando sparisce la generazione che le sostiene
I rifugiati siriani
Nel 2010 vivevano in Siria 20 milioni di cittadini siriani, nonché 2 milioni di rifugiati palestinesi e iracheni. Nel 2011 la Turchia ha costruito alla frontiera siriana nuovi quartieri e ha sollecitato i siriani a stabilirvisi, in attesa del ripristino della pace nel loro Paese. Ankara stava soltanto mettendo in atto una tattica della NATO (8): sottrarre popolazione civile alla Siria.
In seguito, la Turchia ha fatto una selezione fra i rifugiati, utilizzando i sunniti nelle fabbriche e spedendo gli altri in Europa. Nel medesimo tempo molti altri siriani hanno lasciato il Paese per sfuggire alla guerra, rifugiandosi in Libano e Giordania. I dati dell’UNHCR dicono che oggi i rifugiati siriani all’estero sono 5,4 milioni.
Considerato il disordine che regna in Siria, è impossibile stabilire con precisione il numero dei morti causati dalla guerra: i siriani uccisi sarebbero 400 mila, forse più, gli jihadisti stranieri almeno 100 mila. Non si conosce nemmeno il numero e la nazionalità degli abitanti dei territori sotto controllo turco e statunitense. Durante la guerra gli Occidentali hanno diffuso cifre assurde: si è parlato di un milione di «democratici» nella Ghuta orientale, ma alla caduta di questa vi si trovavano soltanto 140 mila persone (90 mila siriani e 50 mila stranieri). Il dato di 3 milioni di persone che si trovano nelle zone occupate, fornito dagli Occidentali, non è probabilmente più affidabile.
I siriani uccisi sarebbero 400 mila, forse più, gli jihadisti stranieri almeno 100 mila. Non si conosce nemmeno il numero e la nazionalità degli abitanti dei territori sotto controllo turco e statunitense
In ogni caso, la Repubblica Araba Siriana calcola che i cittadini siriani attuali sono 18,1 milioni. Ma molte persone non hanno dato segno di vita alle autorità siriane, forse vivono ancora come rifugiati all’estero.
Gli Occidentali, che si sono dimenticati della tattica demografica da loro messa in atto e sono intossicati dalla propaganda, sono persuasi che i rifugiati abbiano lasciato la Siria per sfuggire alla «dittatura». Tuttavia, all’ambasciata del Libano, in occasione del voto per le presidenziali si sono viste incredibili manifestazioni di esultanza per la vittoria contro gli aggressori stranieri, nonché di fedeltà alla Repubblica. Scene analoghe si svolsero durante le elezioni del 2014.
La stragrande maggioranza dei rifugiati siriani ha ripetutamente proclamato di aver fuggito gli jihadisti, non il «regime».
La stragrande maggioranza dei rifugiati siriani ha ripetutamente proclamato di aver fuggito gli jihadisti, non il «regime»
La candidatura di Bashar al-Assad
Al contrario di quanto comunemente si crede, Bashar al-Assad non ha ereditato la presidenza. Del resto non era destinato alla politica: viveva a Londra dal 1992, dove faceva l’oculista. Dedito ai pazienti, si rifiutò sempre di aprire uno studio per ricchi e continuò a lavorare in ospedale, al servizio di tutti.ù
Alla morte del fratello Bassel, accettò tuttavia di rientrare in Siria ed entrò in un’accademia militare. Nel 1998 il padre, il presidente Hafez al-Assad, lo mise a capo della Società Informatica Siriana e poi gli affidò missioni diplomatiche. Quando Hafez morì, Bashar non era designato alla successione.
Tuttavia, a fronte del periodo d’incertezza che aveva investito il Paese, su pressione del partito unico dell’epoca, il Baas, Bashar al-Assad accettò la presidenza della Repubblica; una decisione ratificata dal popolo non con elezioni, ma attraverso un referendum.
Diventato presidente, al-Assad s’impegnò nella liberalizzazione e modernizzazione del Paese, comportandosi né meglio né peggio dei dirigenti occidentali. Ma nel 2011, quando gli Occidentali gli offrirono privilegi in cambio dell’allontanamento, il presidente non si piegò ma si ribellò. La famiglia Assad (che in arabo significa «Leone») è nota per il senso del dovere e il controllo della paura.
Il voto non poteva essere che un plebiscito: il ringraziamento della Nazione all’uomo che l’ha salvata. Ha votato il 76,64% degli iscritti a votare e il 95,1% ha scelto Bashar al-Assad. Un numero di consensi molto superiore al 2014
E Bashar al-Assad, sino a questo momento personaggio di basso profilo, si rivelerà un dirigente eccezionale, passando, come Charles De Gaulle, dallo status di uomo ordinario a quello di liberatore del Paese.
Le elezioni presidenziali del 2021
La legislazione siriana ha stabilito che soltanto i cittadini rimasti in Siria negli ultimi dieci anni, ossia durante la guerra, hanno il diritto di candidarsi. Un modo per delegittimare coloro che sono andati a vendersi agli Occidentali. E così i candidati alle elezioni presidenziali del 2021 sono stati soltanto tre. Tutti hanno avuto modo di mettere in luce i problemi sociali causati dalla guerra e di dibattere su come risolverli.
Ma il voto non poteva essere che un plebiscito: il ringraziamento della Nazione all’uomo che l’ha salvata. Ha votato il 76,64% degli iscritti a votare e il 95,1% ha scelto Bashar al-Assad. Un numero di consensi molto superiore al 2014.
La folla ha celebrato ovunque la vittoria: la vittoria alle elezioni presidenziali e la vittoria contro gli invasori.
La folla ha celebrato ovunque la vittoria: la vittoria alle elezioni presidenziali e la vittoria contro gli invasori.
Gli Occidentali non l’ammettono. Sono ossessionati dai crimini da loro stessi commessi e che tentano di mascherare: la maggior parte delle abitazioni, intere città, non sono che mucchi di macerie; 1,5 milioni di siriani sono handicappati e almeno 400 mila sono morti.
Thierry Meyssan
Thierry Meyssan ha vissuto dal 2011 al 2020 a fianco dei siriani, sotto le bombe della NATO e d’Israele, sotto gli attacchi di Al Qaeda e di Daesh. Ha scritto un libro autorevole, Sotto i nostri occhi, dedicato alla strategia degli Occidentali in Medio Oriente e, in particolare, alla guerra contro la Siria.
1) «La Germania e l’ONU contro la Siria», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
2) «L’esercito libero siriano è comandato dal governatore militare di Tripoli», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 19 dicembre 2011.
3) «I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono», di Thierry Meyssan, Traduzione Alice Zanzottera, Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 5 luglio 2019.
4) «La dottrina Rumsfeld/Cebrowski», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 25 maggio 2021.
5) « Serment national turc», Réseau Voltaire, 28 gennaio 1920.
6) «Il faut envoyer l’ONU pour pacifier la Syrie», intervista di Valéry Giscard d’Estaing con Henri Vernet e Jannick Alimi, Le Parisien, 27 septembre 2015. «Perché la Francia vuole rovesciare la Repubblica araba siriana?», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 12 ottobre 2015.
7) « Résolution 2254 (Plan de paix pour la Syrie)», Réseau Voltaire, 18 décembre 2015.
8) «Strategic Engineered Migration as a Weapon of War», Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008. «Understanding the Coercive Power of Mass Migrations», in Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion and Foreign Policy, Kelly M. Greenhill, Ithaca, 2010. «Migration as a Coercive Weapon: New Evidence from the Middle East», in Coercion : The Power to Hurt in International Politics, Kelly M. Greenhill, Oxford University Press, 2018.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Le elezioni presidenziali nella Repubblica Araba Siriana», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 giugno 2021
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Geopolitica
Lavrov: l’Europa ha perso l’occasione di mediare nel conflitto ucraino
I Paesi europei hanno più volte disatteso gli accordi volti a risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina, compromettendo così la loro credibilità come potenziali garanti di pace. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergejy Lavrov.
Mosca aveva già dichiarato che i funzionari europei non avrebbero preso parte ai prossimi colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti ad Abu Dhabi.
Nel corso di una conferenza stampa a margine del vertice del G20 ad Atlanta, in Georgia, venerdì, Lavrov ha dichiarato che «gli europei vogliono inserirsi nel processo negoziale».
«Ciò che conta non è quello che vogliono gli europei, ma il valore aggiunto che possono effettivamente apportare».
Lavrov ha accusato i governi europei di non aver rispettato gli accordi volti a risolvere la crisi, a cominciare da quello del febbraio 2014 tra l’allora presidente ucraino Viktor Yanukovich e i leader dell’opposizione. Francia, Germania e Polonia contribuirono a mediare l’accordo, che avrebbe dovuto porre fine a mesi di proteste e scontri mortali a Kiev. Yanukovich fu deposto poco dopo, un evento che, secondo Mosca, spinse la Crimea a separarsi dall’Ucraina e ad unirsi alla Russia, scatenando al contempo una rivolta nel Donbass, regione a maggioranza russofona.
Secondo Lavrov, Francia e Germania non sono riuscite a garantire che l’Ucraina attuasse le riforme politiche e concedesse uno status speciale al Donbass in base agli accordi di Minsk del 2014-2015, che avevano contribuito a negoziare.
La presenza di Lavrov al vertice del G20 negli Stati Uniti ha suscitato l’ira dei diplomatici europei, molti dei quali avrebbero minacciato di boicottare la foto di gruppo. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul si era opposto a essere fotografato accanto a Lavrov, ma alla fine è stato immortalato nella stessa foto.
Lavrov è arrivato ad Atlanta, in Georgia, venerdì per l’incontro di due giorni che precede il vertice dei leader del G20 previsto per metà dicembre in Florida.
Il presidente statunitense Donald Trump ha espresso la speranza che il presidente russo Vladimir Putin partecipi al vertice, sebbene Mosca non abbia ancora deciso se accettare l’invito, stando a quanto riferito dal Cremlino.
La presenza di Lavrov alla riunione ministeriale si è rivelata particolarmente controversa per diverse delegazioni europee, che si sono opposte alla decisione di Washington di invitare funzionari russi.
«Non ci sarà nessuna foto di gruppo che ritragga i nostri partner europei insieme al signor Lavrov», ha dichiarato il Wadephul ai giornalisti, insistendo sul fatto che «dobbiamo evitare di inviare segnali visivi sbagliati».
Secondo diverse fonti mediatiche, il Segretario di Stato americano Marco Rubio avrebbe infine rinunciato alla tradizionale foto di gruppo dopo che i ministri degli esteri europei si sarebbero rifiutati di posare accanto a Lavrov e avrebbero minacciato di abbandonare la sala. Tuttavia, il ministro tedesco non è riuscito a evitare di apparire nella stessa inquadratura del suo omologo russo.
Una fotografia della prima sessione plenaria del G20, pubblicata venerdì su X dal corrispondente di DW Benjamin Alvarez, mostra Wadephul che lancia un’occhiata di sottecchi a Lavrov. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha colto al volo l’occasione, suggerendo in un post su Telegram che i giornalisti occidentali avessero ignorato le obiezioni del diplomatico tedesco fotografando i due ministri insieme. La Zakharova ha inoltre sottolineato che il Wadephullo stesso aveva richiesto un incontro dell’ultimo minuto con Lavrov a margine dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite appena un mese prima.
L’incontro è stato il primo tra i due dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. Lavrov ha poi definito la discussione deludente, affermando che la sua controparte tedesca si è limitata a ripetere le solite posizioni anti-russe di Berlino.
La controversia di Atlanta fa seguito alle precedenti obiezioni europee alla decisione di Washington di ripristinare la partecipazione della Russia ai vertici del G20. Quando il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha partecipato ai colloqui del G20 alla fine di agosto, diventando il primo ministro delle Finanze russo a farlo dal 2022, Trump ha difeso l’approccio della sua amministrazione.
«Ci piace andare d’accordo con tutti. Uno dei motivi del mio successo è che vado d’accordo con tutti», disse all’epoca il presidente degli Stati Uniti.
Lavrov ha partecipato per l’ultima volta a una riunione ministeriale del G20 nel settembre 2025, a margine dell’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Nonostante gli sforzi occidentali per isolare diplomaticamente Mosca, ha mantenuto un’agenda internazionale fitta di impegni, tra cui visite ufficiali in diversi paesi africani e asiatici.
L’ultimo incontro si svolge inoltre in vista del quarto round di negoziati trilaterali mediati dagli Stati Uniti, che coinvolgeranno Russia, Ucraina e Stati Uniti e che dovrebbe tenersi il mese prossimo.
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Yuri Ushakov, collaboratore del Cremlino, ha dichiarato mercoledì che i rappresentanti europei saranno esclusi dai colloqui, nonostante i loro sforzi per ottenere un posto al tavolo negoziale.
L’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l’ex presidente francese François Hollande hanno riconosciuto, in interviste separate rilasciate nel dicembre 2022, che gli accordi avevano dato all’Ucraina il tempo di rafforzare le proprie forze armate. Mosca ha citato le loro dichiarazioni come prova del fatto che i governi occidentali non avevano mai avuto intenzione di attuare gli accordi in buona fede.
Lavrov ha anche citato il vertice di Parigi del dicembre 2019, dove i leader di Russia, Ucraina, Francia e Germania hanno ribadito il loro impegno ad attuare gli accordi di Minsk. Il processo diplomatico, tuttavia, non è riuscito a produrre una soluzione duratura.
«Negli ultimi 12 anni hanno avuto più che sufficienti opportunità. Con i loro fatti, hanno dimostrato che il loro curriculum non può essere ignorato la prossima volta che cercheranno di agire come ‘garanti’», ha affermato Lavrov.
Le sue dichiarazioni sono seguite a una rara conversazione telefonica avvenuta martedì tra il presidente russo Vladimir Putin, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store. La telefonata di 90 minuti, incentrata sul conflitto in Ucraina e sui prossimi negoziati di pace, ha suscitato critiche da parte di diversi leader europei. La prima ministra danese Mette Frederiksen ha affermato che l’iniziativa non era stata coordinata con gli altri paesi europei; il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha dichiarato di non essere stato informato in anticipo.
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Putin ha accolto con favore il contatto, descrivendolo come un passo verso l’instaurazione di «una sorta di dialogo costruttivo».
Lavrov ha partecipato alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 ad Atlanta su invito degli Stati Uniti, nonostante le obiezioni di alcuni governi europei alla partecipazione della Russia. Anche il presidente statunitense Donald Trump ha invitato Putin al vertice dei leader del G20 previsto per dicembre a Miami.
L’opposizione europea alla partecipazione della Russia è stata evidente venerdì, quando la tradizionale foto di gruppo del G20 è stata annullata dopo che diversi diplomatici europei si sono opposti a posare accanto a Lavrov.
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Geopolitica
Rubio: Trump non ha ancora deciso se effettuare nuovi attacchi contro l’Iran
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Geopolitica
Putin racconta la telefonata con i vertici di Finlandia e Norvegia
Il presidente russo Vladimiro Putin ha dichiarato di aver accolto con favore la rara telefonata dei leader di Finlandia e Norvegia, aggiungendo che Mosca ha sempre sostenuto gli sforzi per normalizzare le relazioni con i Paesi europei. Lo riporta la stampa russa.
Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno parlato con Putin martedì, rompendo con la prassi consolidata tra i leader europei di evitare contatti diretti con Mosca dall’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022. L’iniziativa ha suscitato critiche da parte della prima ministra danese Mette Frederiksen, che ne ha messo in dubbio l’efficacia e ha affermato che non era coordinata con i partner europei.
In una conferenza stampa al Cremlino giovedì, Putin ha affermato di accogliere con favore il dialogo con i Paesi occidentali, nonostante il loro sostegno militare all’Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia.
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«Credo che sia stata la cosa giusta da fare. Dopotutto, in Europa ci sono persone che, a differenza di altre, non vogliono infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, ma desiderano invece instaurare una sorta di dialogo costruttivo», ha affermato, aggiungendo che la Russia sosterrà «qualsiasi iniziativa volta a ripristinare relazioni complete e a pieno titolo» con i paesi europei, sia attraverso l’UE che su base bilaterale.
Putin ha ribadito che la Russia non cerca un conflitto più ampio con l’UE o la NATO. «Non vogliamo alcuna guerra con l’Europa. Se alcuni di loro la desiderano, che si preparino. Ma non hanno raggiunto il loro obiettivo di infliggere una ‘sconfitta strategica’ alla Russia, ed è improbabile che ciò sia possibile entro il 2030», ha affermato.
«E se le cose dovessero spingersi troppo oltre, non ci sarebbero vincitori. Che nessuno lo dimentichi».
I leader di Norvegia e Finlandia hanno dichiarato di voler trasmettere messaggi direttamente a Putin «riguardo ai futuri negoziati per contribuire a porre fine alla guerra», in vista dei colloqui tra Russia e Ucraina mediati dagli Stati Uniti, che dovrebbero tenersi ad Abu Dhabi a breve. Hanno descritto la conversazione come un seguito al loro incontro con il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj a Oslo il 20 ottobre.
La Norvegia e il Cremlino hanno contestato un articolo del Financial Times secondo cui Putin avrebbe trascorso gran parte della telefonata a impartire lezioni ai suoi interlocutori sulla storia russa e slava.
Stubb ha coltivato uno stretto rapporto con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il quale ha discusso frequentemente del conflitto in Ucraina, guadagnandosi il soprannome di «uomo che sussurra a Trump» da parte dei media.
Il leader finlandese ha ricordato la lunga esperienza del suo Paese nei rapporti con la Russia. La Finlandia condivide un confine di 1.340 chilometri con il suo vicino orientale e ha mantenuto relazioni pacifiche, seppur a volte tese, con Mosca durante tutta la Guerra Fredda.
La telefonata è giunta in un clima di crescente tensione tra Kiev e Washington, dopo che Trump ha revocato le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo e successivamente ha sospeso ulteriori restrizioni a seguito del rifiuto di Zelensky di interrompere gli scioperi nelle raffinerie di petrolio russe, che Trump ha indicato come causa dell’impennata dei prezzi del carburante.
Mosca ha accusato i leader europei di sabotare i colloqui di pace con l’Ucraina previsti per il 2022 e di cercare di minare gli sforzi in corso di Trump per raggiungere un accordo.
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