Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Superlega, supersì. Contro il Deep State del calcio

Pubblicato

il

 

 

Premessa: Renovatio 21 sostiene il mondo Ultras, il quale – come abbiamo ripetuto varie volte – si è dimostrato in questi ultimi anni, dal supporto ad Alfie Evans fino ad episodi locali che abbiamo testimoniato direttamente, una vera oasi di umanità rimasta al mondo moderno.

 

Premessa 2: Renovatio 21 detesta gli Agnelli, i quali – come abbiamo accennato varie volte – amici dei Rockefeller e di Kissinger, si sono dimostrati fedeli importatori della Cultura della Morte in Italia (cfr. il caso degli aborti di Seveso e Susanna Agnelli in tandem con Emma Bonino). Andrea Agnelli anche epidermicamente non ci sta simpatico, tuttavia invitiamo il lettore a realizzare che la piovra agnellica è molto più grande e tentacolare: mentre il quarantacinquenne presidente della Juve veniva picchiato dai giornali di mezzo mondo e dalla UEFA, Evelina Christillin, signora molto vicina alla Real Casa dai tempi dell’Avvocato, veniva rieletta componente femminile del Consiglio FIFA.

 

Premessa: Renovatio 21 sostiene il mondo Ultras, il quale – come abbiamo ripetuto varie volte – si è dimostrato in questi ultimi anni, dal supporto ad Alfie Evans fino ad episodi locali che abbiamo testimoniato direttamente, una vera oasi di umanità rimasta al mondo moderno

Ciò detto, spendiamo due parole sull’isteria del momento, quella su cui addirittura si aprono i telegiornali, con buona pace dei morti di COVID, pardon, dei contagiati, dei lavoratori autonomi allo stremo, della situazione generale di collasso nazionale: la Superlega. Quella specie di NBA che vogliono farsi i grandi club europei, quelli che si somigliano per fatturato e potere calcistico. Ma più che all’NBA, bisogna pensare all’Eurolega del Basket, che è esattamente il modello che vogliono implementare Juve, Real Madrid e compagni, copiandone persino il nome.

 

Il giornale più letto del Paese, La Gazzetta dello Sport, ha pubblicato titoli a nove colonne «SuperLega, Super no!» un giorno e il giorno dopo un bel «fermatevi», che suonava come una di quelle invocazioni dei Papi davanti a conflitti bellici sul nascere.

 

Siccome la Gazzetta è del gruppo RCS, non bastava: oggi sul Corriere, in prima pagina, c’è un intervista al patron del Torino, che casualmente è il padrone del Corriere e della Gazzetta, Urbano Cairo – e la fotina con un bel volto sorridente dell’editore intervistato non manca. All’interno del giornale eccoti la paginata intera, e non nella sezione «Sport», ma quella chiamata «Primo Piano», a pagina dodici. La foto qui è a mezza figura, con il presidente-editore-intervistato antisuperleghista che incede sul campo del Torino fiero e potente: «Un attentato alla salute del calcio italiano. Pensano ai loro interessi».

 

Già, gli interessi: nessun conflitto di interessi se il primo quotidiano nazionale intervista il suo editore. «Hanno costruito un’operazione ai danni di tutta la serie A – dice il presidente Cairo, che tutti ricordiamo per quel controverso video di sprono ai suoi venditori di pubblicità in pieno lockdown – Marotta, AD dell’Inter, si deve dimettere dalla FIGC». La mano è più leggera con il presidente del Milan: «stimo Scaroni», il noto ex AD di ENI e Enel «lasci il consiglio di Lega». Non siamo in grado di capire quanta la pubblicità le multinazionali guidate un tempo dallo stimato Scaroni finisca sui giornali RCS, ma non è questo il punto.

 

La loro idea è quella di fare un’altra Champions – o, più concretamente, di produrre la disruption della UEFA, la disintermediazione tra le squadre (e, ad un certo punto, tutti i tifosi) e l’istituzione politica al comando

Nonostante la il supporto popolare – con il nome della banca JP Morgan speso immediatamente per creare una trama da dare in pasto ai sovranisti pallonari – la reazione scomposta è stata tutta dalla parte dell’establishment e dei suoi coboldi istituzionali. Che hanno lanciato, quelle sì, minacce immediate ai club: vi escludiamo dal campionato nazionale. Qualcosa che mai i club superleghisti avevano immaginato, perché la loro idea è quella di fare un’altra Champions – o, più concretamente, di produrre la disruption della UEFA, la disintermediazione tra le squadre (e, ad un certo punto, tutti i tifosi) e l’istituzione politica al comando.

 

La vacca sacra è tutta lì: la regina è nuda. Se l’Europa si accorge che può fare a meno della UEFA, il mondo capisce che può fare a meno della FIFA? E magari l’Italia della FIGC?

 

La portata è simbolica, ma non solo. È l’avvio di una autonomia dei club (quelli che generano i profitti, quelli per cui i tifosi vivono) rispetto al potere centrale. È una secessione: si chiama appunto Super Lega,  anche se la Lega secessionista era quella vetero-bossiana di vent’anni fa. Squadre del Sud in effetti non ce ne sono, e i napoletani sono incazzatissimi…

 

Alcuni giornalisti favorevoli alla scissione parlano di interessi economici, diritti, etc. Solo in parte questo è vero: al momento, più che per danaro (la UEFA avrebbe già messo sul piatto 7 miliardi, cioè il doppio del budget offerto da JP Morgan, così, di colpo) si combatte il principio che si possa fare a meno del Deep State del Pallone. La Superlega è di per sé un evento trumpiano. È la minaccia di una rivolta dei soggetti all’autorità centrale.

La vacca sacra è tutta lì: la regina è nuda. Se l’Europa si accorge che può fare a meno della UEFA, il mondo capisce che può fare a meno della FIFA? E magari l’Italia della FIGC?

 

Vi è, e chi se non Renovatio 21 può sottolinearvelo, qualcosa di più: la UEFA, la FIFA, non gestiscono solo un business di miliardo. Esse hanno un potere politico, anzi geopolitico, piuttosto evidente. Se le masse mondiali amano alla follia il calcio, chi controlla il calcio ha qualche manopola sulle masse mondiali, e può rispondere a stimoli che vengono da Stati nazioni o organismi transnazionali.

 

Ricordiamo, anche se non lo fa nessuno, gli strani mondiali Giappone-Corea del 2002: la piccola Corea arrivò perfino in semifinale, dopo non una, ma due partite, i quarti con la Spagna e gli ottavi con l’Italia, arbitrate in modo scandaloso. Memento Byron Moreno, l’arbitro che distrusse l’Italia, poi arrestato nel 2010 all’aeroporto JFK di Nuova York con 6 chili di cocaina. Condannato per traffico internazionale di droga, Moreno fu liberato dopo neanche due anni. In Ecuador, tuttavia, trovò un’indagine per evasione fiscale.

 

È l’avvio di una autonomia dei club (quelli che generano i profitti, quelli per cui i tifosi vivono) rispetto al potere centrale. È una secessione: si chiama appunto Super Lega

La Corea era una squadretta asiatica che però rappresentava la nazione ospitante in pieno boom di Samsung, LG, Hyunday etc. Il popolo coreano fu galvanizzato, si riversava in piazza in massa ad ogni vittoria, e immaginiamo solo questo quanto abbia compattato il consenso del turbolento governo di Seoul, che all’epoca si stava proponendo come vero player mondiale non solo nella manifattura in lizza per soppiantare il Giappone, con chiarissimo eco di propaganda anche verso la Nord Corea (schema già visto: quanto ha fatto, nel percorso di riunificazione tedesca, il mondiale di Italia ’90 vinto dalla Germania unita). È in quegli anni che la Corea arrivò a superare l’Italia nel PIL.

 

Questo è solo un esempio che buttiamo là, ma ci sono fenomeni più contingenti. Il lettore lo sa che il prossimo mondiale si giocherà in un paesino dove non c’è il calcio e nemmeno c’è la gente, ma solo tantissimi idrocarburi e tantissimi soldi?

 

Il lettore sa che oltre 6500 lavoratori migranti sono morti per i mondiali di calcio 2022? La cifra è stata pure confermata dai sultani locali. La squadra norvegese Tromsø IL ha chiesto in una dichiarazione  il boicottaggio della Coppa del Mondo 2022, in relazione alle notizie di «schiavitù moderna» e alla «quantità allarmante di morti». Il club ha esortato la Federcalcio norvegese a sostenere un tale boicottaggio.

 

La Superlega è di per sé un evento trumpiano. È la minaccia di una rivolta dei soggetti all’autorità centrale.

Le accuse di corruzione della FIFA da parte del Qatar vanno indietro di quasi dieci anni. Il culmine fu, nel 2019, l’arresto di Michel Platini.

 

E poi, il terrorismo: in reazione alla crisi diplomatica con l’Arabia Saudita del 2017 riguardo al sostegno al terrorismo da parte del governo del Qatar (una leva che hanno usato i sauditi: il bue che dice cornuto all’altro bue), il presidente della Federcalcio tedesca, Reinhard Grindel, ha dichiarato nel giugno 2017 che «le federazioni calcistiche del mondo dovrebbero concludere che i tornei importanti non possono essere tenuti in paesi che sostengono attivamente il terrorismo», e che la Federcalcio tedesca avrebbe parlato con la UEFA e il governo tedesco per valutare se boicottare il torneo in Qatar nel 2022.

 

Tanto per capire che il calcio non è fatto solo di sciarpate e diritti TV, di Diletta Leotta e calciomercato. Il calcio è potere. Vi sorprendete che l’establishment continentale e mondiale, il Deep State pallonaro, sia andato in panico.

 

Tocca dire che ci manca Diego Armando Maradona: «piuttosto che appartenere alla famiglia FIFA preferisco essere orfano». Vogliamo essere figli della UEFA?

Tocca dire che ci manca Diego Armando Maradona: «piuttosto che appartenere alla famiglia FIFA preferisco essere orfano».

 

E quanti, anche fra noi, vorrebbero il coraggio e l’impudenza del pibe de oro, per dire «piuttosto che appartenere alla famiglia UEFA preferisco essere orfano»?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

Immagine di NomadSoul1 con licenza Envato Elements codice T8PCDMF3B4

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Zelens’kyj accusa Trump di dichiarazioni «totalmente false»

Pubblicato

il

Da

Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha affermato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilasciato dichiarazioni «totalmente false» quando ha attribuito l’aumento dei prezzi del diesel in America agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, accusandolo di «distogliere l’attenzione dall’Iran».

 

Le dichiarazioni di Zelens’kyj giungono nel mezzo di una crescente disputa con Trump, che ha ripetutamente accusato Kiev di esacerbare la crisi energetica globale con continui attacchi alle infrastrutture petrolifere russe.

 

Storicamente, la Russia è stata il secondo esportatore mondiale di gasolio, dopo gli Stati Uniti, rappresentando circa il 10% delle esportazioni globali. Le interruzioni delle forniture russe hanno ristretto il mercato globale, facendo aumentare i prezzi anche in paesi che non importano carburante direttamente dalla Russia, compresi gli Stati Uniti.

 

«Il volume delle esportazioni di diesel dalla Russia è talmente trascurabile da non avere alcun impatto sui prezzi negli Stati Uniti. Si tratta di un’informazione totalmente falsa», ha affermato il leader ucraino durante la sua partecipazione al podcast «The Diary of a CEO» di Steven Bartlett, giovedì.

 

Se a Trump importa così tanto dei prezzi dell’energia negli Stati Uniti, allora «perché le aziende americane esportano energia?», ha chiesto retoricamente Zelensky. «Beh, perché come può il presidente degli Stati Uniti vietare le esportazioni del settore privato?… L’energia si vende e genera profitti».

Lo Zelens’kyj ha accusato Trump di «distogliere ingiustamente l’attenzione dall’Iran» e si è lamentato del fatto che «tutto si sposta su di noi e io, in quanto leader del nostro Paese, divento il bersaglio». Secondo lo Zelens’kyj, «la radice del problema» risiede nello Stretto di Ormuzzo, dove le esportazioni di petrolio greggio e altro traffico marittimo si sono ridotti al minimo in seguito all’inizio della campagna militare israelo-americana contro l’Iran a febbraio.

 

All’inizio di questo mese, lo Zelens’kyj aveva criticato aspramente quella che aveva definito una «decisione debole» dell’amministrazione Trump, dopo che Washington aveva temporaneamente sospeso le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo per alleviare la crisi globale dei carburanti. Mosca ha accettato di fornire immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio ai mercati americani e globali, seguite da 500.000 tonnellate a novembre, un altro milione di tonnellate poco dopo e potenzialmente altri 3 milioni di tonnellate, a seconda della capacità delle raffinerie.

 

Washington ha raggiunto l’accordo con Mosca dopo che lo Zelens’kyj aveva ripetutamente ignorato le richieste di Trump di interrompere gli attacchi alle raffinerie russe. «Abbiamo detto: potete fare quello che volete alla Russia, ma non colpite le raffinerie, perché questo è un problema mondiale che ha causato», ha raccontato il presidente americano all’inizio di questo mese. «E cosa fa? Va a fare rifornimento di gasolio», si è lamentato Trump, accusando Zelensky di voler «creare problemi al mondo».

 

Trump ha anche affermato di aver trovato più difficile trattare con lo Zelens’kyj che con il presidente russo Vladimiro Putin, suggerendo che l’Ucraina dovrebbe avere un nuovo leader che non ostacoli gli sforzi di mediazione di Washington. L’aumento dei prezzi del carburante è diventato una questione interna sempre più pressante per Trump in vista delle elezioni di medio termine del 3 novembre.

 

A settembre, i prezzi del diesel negli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record, superando i 6,50 dollari al gallone, con punte di oltre 8 dollari in alcune zone della California.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che Zelens’kyj stava sfidando direttamente Trump rifiutando un accordo volto ad alleviare la carenza globale di gasolio.

 

Negli ultimi mesi, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi a lungo raggio contro obiettivi in Russia, comprese infrastrutture civili ed energetiche, a fronte delle continue battute d’arresto sul fronte. Mosca ha denunciato gli attacchi come atti di terrorismo e ha risposto con attacchi contro installazioni ucraine legate all’ambito militare.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Saeima via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Il Cremlino: Melania Trump ha coordinato il cessate il fuoco tra Russia e Ucraina nella città di prima linea

Pubblicato

il

Da

Mosca e Kiev hanno concordato un cessate il fuoco temporaneo nella città di Alyoshki, in prima linea nella regione russa di Kherson, per consentire la consegna di aiuti umanitari e l’evacuazione dei civili, a seguito della mediazione coordinata dalla First Lady statunitense Melania Trump, come confermato dal Cremlino.   Situata vicino alla linea del fronte nella regione di Kherson, che ha votato per l’annessione alla Russia in un referendum del 2022, Aljoshki è rimasta per mesi isolata da rifornimenti essenziali e servizi di base a causa dell’assedio ucraino. Attacchi di droni e mine posizionate a distanza hanno ostacolato le consegne di aiuti e le operazioni di evacuazione, lasciando intrappolati nella città un numero stimato tra 1.500 e 2.000 civili, molti dei quali anziani.   La Casa Bianca ha annunciato l’accordo venerdì, affermando che entrambe le parti avevano concordato di sospendere tutte le operazioni militari ad Alyoshki a partire dal 29 ottobre per consentire la consegna di aiuti umanitari e preparare l’evacuazione dei civili attraverso un corridoio sicuro designato.   Melania Trump, che in precedenza aveva espresso la volontà di sostenere gli sforzi umanitari ad Aljoshki, ha descritto la situazione come «disastrosa», definendo la città una «città di prima linea in guerra sull’orlo del disastro».   «La popolazione rimanente è composta principalmente da anziani che necessitano urgentemente di cure mediche, medicinali, cibo e acqua potabile», ha affermato. Rappresentanti civili provenienti da Russia e Ucraina valuteranno le esigenze dei residenti e contribuiranno a organizzare le evacuazioni verso l’uno o l’altro Paese, a seconda dei desideri dei residenti, ha affermato la first lady. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che i funzionari militari stanno lavorando per coordinare i tempi del cessate il fuoco. Ha accolto con favore gli sforzi di Melania Trump, riconoscendole un «contributo significativo» all’operazione umanitaria. Peskov ha inoltre riconosciuto il lavoro della commissaria russa per i diritti umani Yana Lantratova e del suo omologo ucraino Dmitrij Lubinets nell’organizzazione dell’operazione.   Mosca ha accusato Kiev di aver deliberatamente creato la crisi umanitaria prendendo di mira le vie di rifornimento dei civili e ostacolando la consegna degli aiuti.   L’inviato del Ministero degli Esteri russo, Rodion Miroshnik, aveva precedentemente descritto la situazione come un «blocco medievale con metodi moderni», accusando le forze ucraine di impedire ai residenti di andarsene.   Il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo statunitense, Donald Trump, hanno discusso della crisi durante una telefonata all’inizio di questo mese. Secondo il Cremlino, i due leader hanno concordato che la commissaria russa per i diritti umani, Yana Lantratova, manterrà i contatti con l’ufficio di Melania Trump in merito agli sforzi umanitari.   Come riportato da Renovatio 21, un anno fa Melania aveva rivelato di essere in contatto diretto con Putin da mesi, nell’ambito di un’iniziativa diplomatica riservata per riunire i bambini ucraini sfollati a causa del conflitto con le loro famiglie. Il contatto è iniziato dopo aver inviato una lettera a Putin nell’agosto 2025. «Mi ha risposto per iscritto, esprimendo la sua disponibilità a collaborare direttamente con me», ha detto. Da allora, i due hanno mantenuto un «canale di comunicazione aperto» incentrato sul benessere dei bambini.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr  
 
Continua a leggere

Geopolitica

Macron attacca Trump per le parole sulle rivolte francesi

Pubblicato

il

Da

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «stupide» e «inaccettabili» le dichiarazioni dei leader stranieri sui disordini che stanno sconvolgendo la Francia, in un’apparente frecciata al presidente statunitense Donald Trump, che ha attribuito la responsabilità delle violenze alle politiche di frontiera lassiste di Parigi.

 

Nel fine settimana centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, dando vita a scontri con la polizia, incendi dolosi e saccheggi. Quasi 2.400 persone sono state arrestate, circa 1.000 agenti sono rimasti feriti, centinaia di negozi sono stati saccheggiati ed edifici dati alle fiamme, con danni stimati in «centinaia di milioni di euro».

 

Trump ha affermato che «migranti, jihadisti e comunisti» avevano «conquistato, saccheggiato e bruciato» la Francia, accusando Macron di non essere riuscito a mettere in sicurezza i confini, esortando i leader europei a «chiudere le frontiere», prima di sfruttare i disordini per mobilitare i repubblicani in vista delle elezioni di midterm del 3 novembre, avvertendo che le scene di «campanili in fiamme e incendi furiosi» erano «ciò che i democratici radicali vogliono fare all’AMERICA» con la loro agenda migratoria.

 

Mercoledì, parlando con i giornalisti, Macron ha accusato soggetti esterni di aver manipolato le informazioni sugli eventi a proprio vantaggio. «C’è stata una manipolazione delle informazioni da parte di potenze straniere, che ha dato origine a commenti inaccettabili e stupidi da parte di molte persone, compresi leader stranieri», ha affermato.

 

«Ci sono state persone che hanno affermato che siamo stati invasi da orde di migranti e islamisti, il che è completamente falso… Queste persone mi irritano.» Alla domanda se si riferisse a Trump, Macron ha risposto: «Tra gli altri».

Le autorità francesi hanno attribuito la responsabilità delle violenze principalmente a gruppi radicali di estrema sinistra e a criminali opportunisti, senza tuttavia collegarne l’organizzazione agli immigrati, che sono invece pienamente visibili nei video. Nel frattempo, i politici di tutto lo spettro politico francese hanno incolpato Macron e il suo governo per i disordini, accusando l’amministrazione di aver indebolito i servizi pubblici e di non essere riuscita a mantenere l’ordine.

 


Iscriviti al canale Telegram

Macron ha rilasciato queste dichiarazioni durante un viaggio in Medio Oriente che si è rifiutato di rimandare nonostante le turbolenze interne, lasciando al suo governo il compito di gestire le conseguenze. Il vertice dell’Eliseo ha cercato di difendere la sua decisione, insistendo sul fatto che cambiare i suoi piani avrebbe denotato «nervosismo» e di aver fornito al suo governo una «tabella di marcia sufficiente».

 

Tuttavia, a soli sei mesi dalle elezioni presidenziali francesi e con il suo indice di gradimento ai minimi storici del 15%, il viaggio non ha fatto altro che alimentare la percezione di una presidenza zoppa, con Macron che ha letteralmente abbandonato la scena mentre Parigi e altre città bruciavano. La sua assenza ha suscitato critiche per il «presidente assente» e ha lasciato che i rivali Marine Le Pen, in testa ai sondaggi del primo turno per le elezioni di aprile 2027 con il 32-36% dei consensi, e Jean-Luc Mélenchon, dominassero il dibattito in patria.

 

Nel frattempo, il primo ministro Sébastien Lecornu ha imposto il coprifuoco in vista di nuove proteste, vietando gli assembramenti nei pressi dei luoghi simbolo di Parigi, tra cui il Louvre e gli Champs-Élysées, per tre giorni. La Francia prevede inoltre di schierare 1.000 agenti antiterrorismo a supporto delle forze di polizia sabato 24 ottobre. Giovedì Lecornu incontrerà i sindaci delle città colpite dalle rivolte per coordinare gli sforzi volti a prevenire ulteriori violenze.

 

Nel suo intervento, Macron ha anche respinto le ipotesi di interferenze straniere nelle proteste, citando la mancanza di prove. Le sue dichiarazioni sono giunte dopo una raffica di speculazioni da parte dei media occidentali, che cercavano di attribuire la responsabilità delle rivolte, diffusesi dalla Francia al Belgio, all’Italia, al Portogallo e all’Albania, a ingerenze esterne, con la Russia ancora una volta indicata come la solita sospettata.

Aiuta Renovatio 21

Testate giornalistiche come il Financial Times e il Telegraph, citando fonti «anonime», hanno riferito che diversi governi dell’UE avevano chiesto alle agenzie di intelligence di indagare su un possibile coinvolgimento russo. Il Financial Times ha esteso la lista dei sospettati a Iran e Algeria, affermando che alcuni funzionari avevano addirittura richiesto un’indagine formale da parte dell’UE.

 

Anche i funzionari europei si sono uniti alle accuse reciproche. Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha suggerito che le rivolte fossero parte di una «guerra ibrida» condotta attraverso i social media da un attore non identificato. Il primo ministro albanese Edi Rama, che in passato ha lavorato direttamente con George Soros, si è spinto oltre, accusando apertamente i servizi segreti russi e iraniani. Eppure, a quanto pare, le accuse non sono riuscite a convincere nemmeno Bruxelles. Secondo Euronews, la Commissione europea ha rifiutato di avviare un’indagine, adducendo prove insufficienti.

 

Queste speculazioni seguono uno schema ormai consolidato, in cui i funzionari dell’UE invocano la «guerra ibrida» e la presunta «minaccia russa» in un clima di turbolenza interna. Proprio questa settimana, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha accusato Mosca e Minsk di «strumentalizzare la migrazione», collegandole alla crisi estiva di Ceuta, in Spagna, dove circa 70.000 migranti hanno attraversato il confine dal Marocco, scatenando un’emergenza alle frontiere e ripercussioni politiche sulle politiche migratorie dell’UE. Tuttavia non ha presentato alcuna prova che colleghi i due Paesi alla crisi, che invece è stata da altri connessa a manovre dello Stato di Israele, degli Stati Uniti e del Marocco.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di © European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni

 

Continua a leggere

Più popolari