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Papa Biden e i cristiani di sinistra

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Mentre gli Stati Uniti si stanno decisamente avviando verso la guerra civile, il presidente Joe Biden fa leva sui credenti di sinistra di tutte le confessioni. Considera gli elettori di Donald Trump persone che, ingannate nella fede, bisogna riportare sulla retta via. Continuando a strumentalizzare le religioni, il Partito Democratico divide il Paese, non in base alle confessioni, ma al modo di concepire la fede. Il presidente Biden aspira a riunire tutti i cittadini sotto il proprio magistero e proseguire nella direzione tracciata da Barack Obama. Di fatto, lungi dal placare gli animi, radicalizza suo malgrado il dibattito politico.

Joe Biden fa leva sui credenti di sinistra di tutte le confessioni. Considera gli elettori di Donald Trump persone che, ingannate nella fede, bisogna riportare sulla retta via

 

 

 

Ho precedentemente presentato i partigiani della cultura woke (risveglio) statunitense come «Puritani senza Dio»: una sintesi per sottolineare come molti di loro non credano in Dio. Vorrei precisarne meglio l’immagine, affrontando l’impronta dei credenti nella sinistra statunitense.

 

È un argomento raramente affrontato negli Stati Uniti (1) e completamente ignorato in Europa, dove si tralasciano sempre gli aspetti eccessivi che le religioni assumono a casa del nostro signore, gli USA.

 

Innanzitutto è opportuno precisare il contesto:

 

  • Gli Stati Uniti sono stati fondati da una setta puritana, i Padri Pellegrini, arrivati nel XVII secolo a bordo del Mayflower. Lasciarono l’Inghilterra, attraversarono l’Atlantico e trovarono un continente pressoché deserto, ove affermare la propria esigenza di purezza e costruire una «Città sulla collina» che illuminasse il mondo. Oggi gli Stati Uniti sono in realtà campioni mondiali della libertà religiosa, ma non della libertà di coscienza; basti questo esempio: la testimonianza di chi ha rinnegato la chiesa di appartenenza non è ammissibile in tribunale.

 

Il candidato democratico delle elezioni presidenziali del 2004, John Kerry, era un cattolico che aveva considerato la possibilità di farsi prete. Credette di poter contare sull’elettorato della propria comunità religiosa, ma non vi riuscì. I cattolici di sinistra non erano ancora organizzati. Il discorso di Kerry sull’aborto scioccò il futuro cardinale Burke, che chiese alla conferenza episcopale di rifiutare a Kerry l’eucarestia

  • Durante la guerra fredda il presidente Eisenhower volle fare degli Stati Uniti la nazione campione della Fede, un baluardo contro il «comunismo senza Dio» dei sovietici (2). Fece distribuire libri di propaganda «cristiana» a tutti i soldati e istituì al Pentagono un gruppo ecumenico di preghiera – oggi conosciuto come La Famiglia – e lo diffuse in tutto il mondo occidentale (3). Tutti i presidenti del Comitato dei capi di stato-maggiore ne hanno fatto e ne fanno parte, nonché numerosi capi di Stato e di governo stranieri.

 

  • Dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli statunitensi cominciarono a staccarsi dalle Chiese: oggi il 17% si dichiara agnostico, alcuni persino atei. Continua ad aumentare anche il numero di credenti che asseriscono di non appartenere ad alcuna particolare Chiesa. Il discorso politico non si rivolge più soltanto ai credenti di qualsiasi religione cristiana, né di altre religioni, ma anche ai non-credenti.

 

Un’evoluzione che trova per la prima espressione nella Convention del Partito Democratico del 2012: benché numerosi seminari fossero organizzati da gruppi religiosi, i testi presentati e adottati non menzionavano più Dio. Il Partito continuava a essere composto da una schiacciante maggioranza di credenti, ma voleva rivolgersi a tutti, prendendo atto del cambiamento degli statunitensi.

 

Il candidato democratico delle elezioni presidenziali del 2004, John Kerry, era un cattolico che aveva considerato la possibilità di farsi prete. Credette di poter contare sull’elettorato della propria comunità religiosa, ma non vi riuscì. I cattolici di sinistra non erano ancora organizzati. Il discorso di Kerry sull’aborto scioccò il futuro cardinale Burke, che chiese alla conferenza episcopale di rifiutare a Kerry l’eucarestia; dopo la disfatta contro George W. Bush, papa Benedetto XVI alluderà a una sua possibile scomunica de facto.

 

L’elezione nel 2008 del Democratico Barack Obama, presentata come vittoria delle organizzazioni dei neri, fu in realtà un’ancor più grande vittoria dei cristiani di sinistra, in preponderanza bianchi. Il capo di gabinetto, John Podesta, militante cattolico, aveva radunato tutte le conventicole dei cristiani di sinistra, protestanti e cattolici, per sostenere l’ascensione di Obama alla Casa Bianca.

L’elezione nel 2008 del Democratico Barack Obama, presentata come vittoria delle organizzazioni dei neri, fu in realtà un’ancor più grande vittoria dei cristiani di sinistra, in preponderanza bianchi

 

Anche l’approvazione della legge sull’obbligo dei lavoratori di contrarre un’assicurazione sanitaria con una società privata è, prima di tutto, una vittoria dei cristiani di sinistra contro quelli di destra. I primi volevano seguire i precetti della loro religione, i secondi preservarne i valori. Si noti che Gesù di Nazaret si è sempre rifiutato di dissertare sulla teoria: ha sempre insegnato attraverso l’esempio. Si noti anche che la scelta legislativa di Obama non è stata politica: non si è mai preoccupato delle richieste dei concittadini.

 

Obama è uomo di grande cultura religiosa, non soltanto cristiana, ma anche mussulmana. Non si sa molto sulla sua fede, ma si è sempre mostrato molto rispettoso di qualsiasi religione. Il che gli ha consentito di apparire dotato di saggezza e di federare a sé credenti di ogni provenienza.

 

Obama ha riformato l’Ufficio della Casa Bianca per Iniziative Religiose, creato dal predecessore George W. Bush. Ha fatto in modo che le sovvenzioni federali fossero equamente erogate ai culti. Nominò a capo dell’Ufficio il giovane Joshua DuBois, con il compito di coordinare i credenti di sinistra, e gli ha affiancato un Consiglio composto dalle figure religiose più prestigiose:

 

L’anno scorso queste personalità religiose hanno partecipato attivamente ai dibattiti sulle statue da demolire e alle manifestazioni Black Lives Matter

  •  reverenda Traci Blackmon, preposta al diritto alla sanità di tutti;
  •  reverenda Jennifer Butler, fondatrice di Faith in Public Life;
  • reverendo Jim Wallis, editore della rivista Sojourners e assistente spirituale del presidente;
  • pastore Michael McBride, per combattere l’uso delle armi e le violenze da parte della polizia sui neri;
  • la scrittrice di successo Rachel Held Evans, autrice di Un anno di femminilità biblica: come una donna liberata ha ritrovato se stessa seduta sul proprio tetto, con il capo coperto, e chiamando il proprio marito «padrone»;
  • il rabbino David Saperstein, direttore del Religious Action Center of Reform Judaism, designato ambasciatore degli Stati Uniti per la libertà di culto nel mondo;
  • Harry Knox, leader della Human Rights Campaign’s Religion and Faith Program, nonché direttore della Religious Coalition for Reproductive Choice, leader per la difesa dei diritti dei gay e del diritto di abortire;
  •  Rami Mashashibi, direttore dell’Inner-City Muslim Action Network, che dopo gli attentati dell’11 Settembre s’impegnò perché si facesse distinzione fra mussulmani e terroristi.

L’anno scorso queste personalità religiose hanno partecipato attivamente ai dibattiti sulle statue da demolire e alle manifestazioni Black Lives Matter.

 

Durante la sua campagna presidenziale contro Trump, Hillary Clinton non ha fatto che minimi accenni alla propria fede, ma si è molto spesso rivolta ai credenti, soprattutto evangelici. Impostando il proprio discorso sui precetti del cristianesimo, che imporrebbero di confessare il peccato originale della schiavitù e di accogliere tutti i migranti, non è riuscita a convincere gli elettori. Soltanto dopo la sconfitta elettorale Hillary Clinton ha annunciato di considerare di diventare pastora metodista.

Durante il mandato di Obama, i credenti di sinistra statunitensi hanno creduto – a torto o a ragione – che papa Francesco si rivolgesse in particolare a loro

 

Il suo rivale, Donald Trump, che invece non sembra assillato dalla religione, è riuscito ad attirare la maggioranza dei cristiani di destra, in particolare gli evangelici bianchi, presentandosi non come credente, ma come un «ragazzo che avrebbe fatto ciò che andava fatto» e avrebbe salvato i valori che i cristiani di sinistra trascuravano. I cristiani di destra ne hanno apprezzato la sincerità e l’hanno visto come un miscredente inviato da Dio per salvare l’America.

 

Durante il mandato di Obama, i credenti di sinistra statunitensi hanno creduto – a torto o a ragione – che papa Francesco si rivolgesse in particolare a loro. Hanno infatti interpretato la sua prima lettera apostolica, Evangelii gaudium (2013) – in cui esortava i fedeli a evangelizzare il mondo – una giustificazione del loro impegno politico laddove affrontava «l’opzione preferenziale per i poveri».

 

Tuttavia, contrariamente a quanto pensano i credenti di sinistra statunitensi, la Chiesa cattolica non ha mai insegnato a preferire alcuni uomini rispetto ad altri. I credenti di sinistra hanno soprattutto inteso l’enciclica Laudato si’ (2015) – dedicata alle questioni ambientali – un sostegno alla propria militanza ecologista. Nell’insieme, considerando tutte le confessioni di appartenenza, ritengono papa Francesco il leader religioso oggi più legittimo.

 

Joe Biden è il secondo presidente cattolico dopo John Kennedy. Ma mentre Kennedy doveva dimostrare la propria indipendenza e che non avrebbe accettato imposizioni da un papa straniero, Biden cerca invece in tutti i modi di essere incoronato da un papa adulato dai suoi elettori

Joe Biden è il secondo presidente cattolico dopo John Kennedy. Ma mentre Kennedy doveva dimostrare la propria indipendenza e che non avrebbe accettato imposizioni da un papa straniero, Biden cerca invece in tutti i modi di essere incoronato da un papa adulato dai suoi elettori. Durante la campagna presidenziale ha diffuso una clip in cui spiega quanto debba alla propria fede. Quando perse moglie e figlia in un incidente, poi un figlio malato di cancro, la fede gli permise di superare il dolore e di conservare la speranza.

 

All’inizio dell’articolo accennavo al gruppo di preghiera del Pentagono. Da quando il generale Eisenhower l’ha istituito, ogni anno viene organizzato a febbraio un incontro di preghiera con il presidente in carica degli Stati Uniti. Quest’anno tutti aspettavano il discorso del presidente Biden. Si è svolto in videoconferenza ed è durato quattro minuti: Biden ha condannato «l’estremismo politico» (allusione al predecessore) e decantato la fratellanza tra «americani».

 

Il nuovo presidente considera gli americani «buoni», l’ha proclamato nella cerimonia d’investitura. Il Partito Democratico ricerca la Giustizia sociale nella tradizione dei Social Gospel degli anni Venti del secolo scorso. Tutti gli americani avrebbero dovuto perciò seguirlo spontaneamente. Ma sfortunatamente i credenti di destra sono stati abbagliati da Donald Trump, uomo senza religione. Hanno votato questo miliardario senza rendersi conto di tradire la propria fede. Per questa ragione Biden ritiene sia suo dovere aprir loro gli occhi e perseguire, loro malgrado, anche la loro felicità.

 

Il presidente Biden non cerca di comprendere perché i credenti di destra abbiano votato Trump: ha sempre considerato questo voto un’anomalia intellettuale. E oggi tenta di equiparare il gruppo QAnon a una setta delirante che crede di vedere Satana ovunque a Washington. In ogni dichiarazione Biden si sforza di presentare la presidenza Trump come un errore, una deleteria parentesi senza futuro.

Il presidente Biden non cerca di comprendere perché i credenti di destra abbiano votato Trump: ha sempre considerato questo voto un’anomalia intellettuale

 

Per tutti i credenti di sinistra l’unica cosa che conta sono i provvedimenti presi dopo il 20 gennaio a favore dei migranti, delle donne, delle minoranze sessuali, e contro la violazione degli spazi sacri delle minoranze indiane.

 

Stiamo assistendo a un grosso equivoco. I credenti di sinistra pensano di dover imporre in nome di Dio le proprie convinzioni politiche, mentre il Partito Democratico pensa che non debba pensare in termini politici, ma sedurre gli elettori. La separazione tra Chiese e Stato continua istituzionalmente a esistere, ma non nella pratica quotidiana. Il problema si è spostato: non è più coesistenza fra diverse religioni, ma tra concezioni diverse della Fede.

 

San Bernardo, che predicò la seconda crociata, riconosceva che «l’inferno è lastricato di buone intenzioni». Ed è esattamente quanto sta accadendo ora negli Stati Uniti: i credenti di sinistra si comportano come fanatici.

Stiamo assistendo a un grosso equivoco. I credenti di sinistra pensano di dover imporre in nome di Dio le proprie convinzioni politiche, mentre il Partito Democratico pensa che non debba pensare in termini politici, ma sedurre gli elettori. La separazione tra Chiese e Stato continua istituzionalmente a esistere, ma non nella pratica quotidiana

 

Parlano di unità nazionale, ma hanno aperto una caccia alle streghe al cui confronto quella di McCarthy è poca cosa. Al Pentagono stanno licenziando centinaia di consiglieri; hanno tentato di destituire un’eletta della Camera dei Rappresentanti perché contesta la versione ufficiale degli attentati dell’11 Settembre; vogliono arrestare tutti i membri del movimento QAnon.

 

Dopo la presa del Campidoglio non stanno pacificando gli Stati Uniti, ma li stanno precipitando nella guerra civile.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

(1) American Prophets: The Religious Roots of Progressive Politics and the Ongoing Fight for the Soul of the Country, Jack Jenkins, HaperOne (2020.

(2) Modern Viking: the story of Abraham Vereide, pioneer in christian leadership, Norman Grubb, Zondervan (1961). Military chaplains: From religious military to a military religion, Harvey G. Cox, JR, Abingdon Press (1969). Washington: christians in the corridors of power, James C. Hefley & Edward E. Plowman, Tyndale & Coverdale (1975).

(3) The Family: the secret fundamentalism at the heart of American Power, Jeff Sharlet, HarperCollins (2008).

Dopo la presa del Campidoglio non stanno pacificando gli Stati Uniti, ma li stanno precipitando nella guerra civile.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «Biden, comandante dei “veri credenti”», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 febbraio 2021.

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagine di DonkeyHotey via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0). Modifica: immagine ritagliata.

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Politica

Il partito di Netanyahu afferma che si ricandiderà nonostante lo scetticismo di Trump

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Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano rimasto in carica più a lungo, si ricandiderà alle elezioni che si terranno entro la fine dell’anno, come annunciato dal suo partito Likud.

 

Martedì, Jonathan Karl, capo corrispondente di ABC News a Washington, ha affermato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump gli avrebbe detto di non essere sicuro se Netanyahu dovesse candidarsi per un altro mandato. «Ha avuto una carriera straordinaria. Vuole continuare?», ha detto il presidente, secondo quanto riportato da Karl.

 

Secondo il giornalista, Trump ha descritto Netanyahu come «un primo ministro in tempo di guerra» e ha insistito sul fatto che «vinceremo molto presto la guerra in un modo o nell’altro», riferendosi alla guerra contro l’Iran.

 

Il Likud ha risposto alla notizia con una breve dichiarazione pubblicata mercoledì su X, affermando che «il primo ministro Netanyahu si candiderà alle prossime elezioni e, con l’aiuto di Dio, vincerà».

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Netanyahu, 76 anni, tornato a ricoprire la carica di primo ministro nel dicembre 2022 dopo averla già ricoperta dal 1996 al 1999 e dal 2009 al 2021, aveva già espresso in passato l’intenzione di partecipare alle elezioni.

 

La data del voto non è stata ancora annunciata ufficialmente, ma secondo la legge israeliana dovrebbe tenersi entro il 27 ottobre. Si tratterà delle prime elezioni nel Paese da quando è stata lanciata l’operazione militare a Gaza in risposta alla sanguinosa incursione del gruppo armato palestinese Hamas il 7 ottobre 2023.

 

Un sondaggio pubblicato martedì dall’Israel Democracy Institute ha rivelato che il 61% degli israeliani non desidera una nuova candidatura di Netanyahu. La stessa percentuale di intervistati si è inoltre dichiarata favorevole all’introduzione di un limite di due mandati per i futuri primi ministri.

 

Netanyahu, attualmente sotto processo per corruzione, ha recentemente ricevuto aspre critiche dai suoi oppositori politici in Israele per la gestione di numerosi conflitti durante il suo mandato. Sostengono che il primo ministro non sia riuscito a raggiungere i suoi obiettivi di eliminare Hamas a Gaza, neutralizzare Hezbollah in Libano o contenere l’Iran, nonostante le sue affermazioni contrarie.

 

Anche i rapporti tra Trump e Netanyahu si sono apparentemente deteriorati, con il presidente statunitense che ha ammesso di aver definito il primo ministro israeliano «fottutamente pazzo» durante un’accesa telefonata all’inizio di giugno, a causa della sua riluttanza a porre fine agli attacchi contro il Libano durante i negoziati tra Washington e Teheran.

 

Il Likud è il principale partito di centro-destra e destra nazionalista in Israele. Fondato nel 1973, la sua ideologia ruota attorno al sionismo revisionista, al conservatorismo, a una forte sicurezza nazionale e a un’economia liberale orientata al libero mercato. Il partito sostiene il diritto storico del popolo ebraico sull’intera «Terra d’Israele» (Eretz Yisrael), compresi i territori della Cisgiordania (che gli israeliani chiamano Giudea e Samaria). Di recente Netanyahu ha lasciato capire il suo favore al progetto della «Grande Israele» (Eretz Yisrael Hashlemah) condiviso dai partiti ultrasionisti suoi alleati, e cioè l’annessione di gran parte del Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate (secondo il testo biblico della Genesi, 15, 18-21): un territorio immenso che comprende l’intero attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, ampie porzioni di Siria, Giordania, Iraq e parti dell’Egitto e dell’Arabia Saudita

 

Il sionismo revisionista, di cui il padre di Netanyahu, Benzion (1910–2012) , fu campione, sostiene il diritto storico del popolo ebraico sull’intera «Terra d’Israele» (Eretz Yisrael), ma in termini più ridimensionati, concentrandosi, secondo il pensiero del sionista revisionista ucraino Zeev Jabotinsky (1880–1940), sulla Cisgiordania e la Giordania. Dello Zabotinksy, noto per le sue lettere di ammirazione a Benito Mussolini, Benzione Netanyahu fu segretario personale e assistente personale negli anni Trenta, negli ultimi mesi di vita del leader sionista a Nuova York.

 

Dopo l’improvvisa morte dello Jabotinsky nel 1940, Benzion ne ereditò parzialmente il ruolo politico in America, diventando il direttore esecutivo del New Zionist Organization of America fino al 1948, facendo un intenso lavoro di lobbying presso le istituzioni statunitensi per la nascita dello Stato ebraico.

 

Netanyahu senior fu, fino alla sua morte a 102 anni, uno dei custodi più rigorosi e puristi del pensiero di Jabotinsky. I punti cardine della loro ideologia comune includevano il rifiuto fermo dell piano di spartizione dell’ONU del 1947: entrambi ritenevano che la terra non dovesse essere divisa e rivendicavano il diritto ebraico su entrambe le sponde del fiume Giordano (inclusa l’attuale Giordania

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Netanyahu senior e Zabotinsky condividevano inoltre la teoria del «Muro di Ferro»: Sulla scia del celebre saggio di Jabotinsky del 1923 (The Iron Wall), il Benzione riteneva che il conflitto con il mondo arabo fosse inevitabile e permanente. L’unica soluzione per garantire la sopravvivenza ebraica non era la diplomazia o le concessioni territoriali, ma la costruzione di una forza militare ed economica d’acciaio (un muro metaforico) che costringesse i vicini ad accettare l’esistenza di Israele per sfinimento.

 

Zabotinsky e Netanyahu possedevano una visione pessimistica della storia, in ispecie per il popolo giudaico. Noto storico esperto dell’Inquisizione spagnola, Benzion applicò la sua ricerca accademica alla politica. Condivideva con Jabotinsky l’idea che l’antisemitismo fosse una costante storica globale, convincimento che lo portò a rifiutare qualsiasi compromesso territoriale in cambio di «illusioni di pace»

 

Molti analisti storici e politici definiscono Benjamin «Bibi» Netanyahu come il «figlio ideologico di Benzion e il nipote ideologico di Jabotinsky».

 

Mentre altri leader della destra israeliana (come Menachem Begin) avevano un background legato alla rivolta armata sul campo dell’Irgun, Benjamin Netanyahu è cresciuto assorbendo il revisionismo politico e intellettuale del padre e del suo mentore. La dottrina della gestione del conflitto senza compromessi (il rifiuto dei trattati in stile Oslo), il focus sulle alleanze strategiche con le superpotenze globali e la visione della difesa della «Terra d’Israele» trovano le loro radici direttamente nel legame tra Benzion e Jabotinsky.

 

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Politica

I filoeuropei vincono le elezioni armene

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Secondo i risultati definitivi della Commissione elettorale centrale (CEC), il partito Contratto Civile del primo ministro armeno uscente Nikol Pashinyan, sostenuto dall’UE, ha ottenuto il 49,81% dei voti nelle elezioni parlamentari di domenica. Lo riporta RT.   Pashinyan ha rivendicato la vittoria mentre lo spoglio era ancora in corso, quando il vantaggio del suo partito era persino maggiore, affermando che sarebbe stato in grado di formare un nuovo governo senza dover ricorrere a una coalizione.   Le elezioni sono state presentate dai media occidentali come un punto di svolta nella traiettoria moderna del paese, ma sono state segnate dagli arresti di candidati dell’opposizione, da un’offerta di 50 milioni di euro da parte di Bruxelles, da forti pressioni sulla Chiesa apostolica armena e dal deterioramento degli scambi commerciali tra Russia e Armenia.

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Quattro partiti e blocchi hanno superato la soglia di sbarramento per ottenere seggi nel nuovo parlamento. Armenia Forte, fondato da Samvel Karapetyan, si è classificato secondo con il 23,29%. Karapetyan è sotto processo per presunto complotto di colpo di stato durante le proteste antigovernative del 2024-2025, mentre sei candidati del suo movimento sono stati arrestati nel fine settimana. Ha affermato che il suo partito è vittima di persecuzione politica.   L’Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan ha ottenuto il 9,94% dei voti, mentre Armenia Prospera, guidata dall’imprenditore Gagik Tsarukyan, ha superato di poco la soglia del 4%. La Commissione elettorale centrale dovrebbe pubblicare il suo rapporto finale sul voto entro la settimana, dopo aver esaminato le possibili irregolarità, che i partiti di opposizione hanno dichiarato di voler contestare.   I gruppi di opposizione hanno accusato il governo di Pashinyan di utilizzare tattiche scorrette per indebolire i suoi rivali. Oltre agli arresti inaspettati di candidati di Armenia Forte, un partito minore ha cercato di ottenere la squalifica definitiva del movimento di Karapetyan.   «Quando hanno visto che i risultati calavano drasticamente di minuto in minuto, hanno interrotto il conteggio e non abbiamo idea di quali cifre presenteranno domattina», ha dichiarato Karapetyan durante una conferenza stampa d’emergenza domenica sera. Ha affermato che le autorità hanno continuato a compiere «azioni illegali» durante lo spoglio e ha aggiunto che il suo blocco rilascerà una dichiarazione una volta che i risultati finali saranno stati riassunti.   Karapetyan ha anche affermato che Strong Armenia ha subito forti pressioni nell’ultimo mese, sostenendo che circa 75 membri del suo gruppo sono stati arrestati e oltre 700 sostenitori sono stati fermati.

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I seggi elettorali sono rimasti aperti solo in Armenia, poiché la legge elettorale del Paese non prevede il voto all’estero per le elezioni parlamentari. Tale misura esclude la diaspora, che supera di gran lunga la popolazione del paese. Tra i cinque e i sette milioni di armeni vivono all’estero, principalmente in Russia, negli Stati Uniti e in Francia. La popolazione residente in Armenia è di circa tre milioni di abitanti.   Per poter votare, i cittadini residenti all’estero devono essere presenti in Armenia il giorno delle elezioni. A marzo, Yerevan ha ulteriormente inasprito le regole, vietando il voto a coloro che hanno vissuto all’estero per più di 10 anni.   Le autorità armene hanno dichiarato che i cittadini maschi in età di leva che arriveranno dall’estero per votare saranno tenuti a frequentare l’addestramento militare, pena il perseguimento penale.   Sono state inoltre segnalate situazioni in cui ai giovani cittadini armeni di ritorno dalla Russia veniva richiesto di verificare la propria idoneità al servizio militare prima di poter votare. L’Armenia non consente il voto dall’estero e impone requisiti di residenza agli elettori. La Russia è il partner commerciale più importante per questo Paese post-sovietico senza sbocco sul mare e ospita circa 2 milioni di armeni, rispetto ai 3 milioni che vivono in Armenia.

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Le elezioni sono state anche interpretate come un referendum sul percorso geopolitico dell’Armenia. I critici sostengono che la svolta di Yerevan verso l’Occidente non sia riuscita a fornire garanzie di sicurezza significative, danneggiando al contempo le relazioni con la Russia, tradizionale alleato e principale partner economico del Paese.   La campagna si è svolta in un clima di crescenti tensioni tra Yerevan e Mosca. La Russia ha avvertito che una maggiore integrazione con l’UE sarebbe incompatibile con la permanenza dell’Armenia nell’Unione Economica Eurasiatica (UEE). Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato a maggio che l’uscita dal blocco potrebbe costare all’Armenia fino al 14% del PIL.   All’inizio di questo mese, l’ex presidente armeno Robert Kocharyan ha accusato il governo di Pashinyan di aver trasformato artificialmente l’Armenia in un nemico della Russia e di aver condotto il paese su una strada simile a quella dell’Ucraina.   Secondo il quotidiano francese Le Journal du Dimanche, i servizi segreti francesi avrebbero aiutato il governo armeno a bloccare le pubblicazioni online critiche nei confronti di Pashinyan.   Pashinyan ha ammesso di aver avuto una conversazione telefonica con il presidente francese Emmanuel Macron prima di proclamare pubblicamente la vittoria.

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Politica

Candace Owens appoggerebbe Tucker Carlson per la Casa Bianca

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La commentatrice conservatrice statunitense Candace Owens appoggerebbe il giornalista Tucker Carlson se si candidasse alla presidenza degli Stati Uniti, ma si candiderebbe lei stessa solo se gli elettori la accettassero come «dittatrice».

 

In un’intervista esclusiva al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) con Rick Sanchez, già giornalista CNN passato alla testata governativa russa RT, alla Owens è stato chiesto delle speculazioni negli Stati Uniti secondo cui un giorno potrebbe candidarsi alla Casa Bianca.

 

«Dico sempre ai miei ascoltatori che non mi candiderei mai alla presidenza. Mi candiderei solo a dittatore», ha affermato Owens. «Non ho a che fare con il Congresso, non ho a che fare con le lobby, non ho a che fare con Lindsey Graham che invoca un’altra guerra».

 

Candace ha scherzato dicendo che se gli elettori la volevano, avrebbero dovuto accettare la condizione che lei sarebbe diventata «dittatrice degli Stati Uniti», aggiungendo di non avere alcun interesse a breve termine per una carica politica a causa dell’«inautenticità» di Washington.

 

L’attivista ha affermato che sarebbe invece disposta a fare campagna elettorale per qualcuno come Tucker Carlson, qualora decidesse di candidarsi, aggiungendo che sarebbe pronta a girare il Paese per conto di Carlson, paragonando l’idea alla sua precedente collaborazione politica con Charlie Kirk.

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La Owens ha quindi affermato che Carlson, insieme a Megyn Kelly, era stata anche una delle poche voci conservatrici di spicco disposte a parlare onestamente del cambiamento di opinione di Charlie Kirk verso la fine della sua vita.

 

Owens si è inizialmente fatta conoscere alla fine degli anni 2010 esortando gli elettori afroamericani a smettere di sostenere i Democratici. In seguito è diventata una delle voci più autorevoli dei media conservatori, prima di rompere con il Daily Wire, diretto dall’ebreo Shapiro, a seguito di una disputa pubblica sulla guerra di Israele a Gaza e per aver usato l’espressione «Christ is King» («Cristo è Re»), considerata incredibilmente come slogan «antisemita»da tutti i supporter di Israele, pagati e non.

 

La Owens, sotto gli auspici del marito George Farmer, figlio di un Lord ed ex ministro britannico, si è convertita al cattolicesimo e sembra attenersi ad una linea di pensiero vicina a quella del tradizionalismo francese, che vede la Francia derivata dalla rivoluzione come uno Stato retto dalla perversione, con la pedofilia che impazza tra le élite occulte e nemmeno occulte.

 

Con estrema pervicacia Candace aveva raccontato in una serie del suo podcasto la storia di Brigitte Macron nata uomo, servendosi dei lavori di Xavier Poussard, giornalista e scrittore francese riparato a Milano, stranamente non oggetto di una denuncia diretta da parte della coppia presidenziale, come lo sono invece altri personaggi che hanno sostenuto l’incredibile tesi in questi anni. Una fra costoro ha scelto di chiedere l’asilo politico alla Russia.

 

Macron hanno denunziato la Owens negli USA – dove sono fortissime le leggi a protezione della libertà di parola – asserendo che porteranno prove inconfutabili del sesso femminile della première dame di Francia.

 

Le voci erano state respinte da Macron, noto per le sue smentite, ancora due anni fa.

 

 

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