Gender
Un «gruppo di studio» vaticano sta disgregando la fede e la morale
Parlare di «disintegrazione» è un termine fin troppo debole per descrivere la relazione finale del Gruppo di Studio n. 9 sui «criteri teologici e metodologie sinodali per un discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche». In realtà, si dovrebbe parlare di annientamento: non rimane nulla né della teologia né della morale.
Ricordiamo che, tra le due sessioni del Sinodo sulla Sinodalità, Papa Francesco ha istituito dieci gruppi di studio che avrebbero dovuto presentare la loro relazione finale entro giugno 2025. Tuttavia, la morte di un pontefice e la sua elezione hanno ritardato i lavori, che ora sono in fase di completamento. Il Gruppo n. 9 ha presentato la sua relazione, che è davvero straordinaria.
Una lezione sulle cose
Dopo aver delineato la loro metodologia – che verrà analizzata in seguito – gli autori del rapporto del gruppo di studio n. 9 forniranno due esempi di applicazione del loro metodo: il caso di persone religiose che provano attrazione per persone dello stesso sesso e quello della «nonviolenza attiva». È il primo di questi che ci interessa.
Il principio guida degli autori è così formulato: «Offrire una riflessione puramente “astratta” e/o “generale'” avrebbe portato il documento a ricadere in una prospettiva di risoluzione dei problemi , o in quella di coloro che pretendono di dedurre le azioni dalla semplice applicazione delle norme, o addirittura in quella di coloro che prendono posizione in una controversia – precisamente le prospettive che il nostro documento intende trascendere».
Di cosa si tratta, dunque? «Il nostro obiettivo è condurre un esercizio di discernimento sulle narrazioni – nonostante il limite di non avere le persone presenti come interlocutori diretti – identificando le fasi di sviluppo all’interno di queste narrazioni».
Le storie scelte dagli autori
Si tratta di due testimonianze «selezionate tra i numerosi contributi ricevuti in merito a questa problematica emergente», spiega il rapporto. Prima di considerare come affrontarle, analizziamo le narrazioni.
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Testimonianza dal Portogallo
Quest’uomo, di cui non viene specificata l’età, descrive un difficile percorso nella sua giovinezza, dovuto al suo ripiegamento su se stesso, legato a un’omosessualità vissuta in solitudine, ma inizia a sentire «l’intensa e amorevole chiamata di Cristo» verso la sua integrità e pienezza, verso l’integrazione di ogni parte di sé nello sguardo amorevole di Dio.
Prosegue: «incontrare l’uomo che ora è mio marito 20 anni fa, all’età di 19 anni, è stata un’esperienza trasformativa», perché può condividere i suoi «valori fondamentali». Spiega: «La mia sessualità non definisce la mia vita, ma ne è parte integrante; senza riconoscerla, non posso essere completo». Da allora, il testimone vive la sua vita «in profonda pace con Dio, che mi conosce fin dal grembo di mia madre».
L’uomo racconta le sue passate difficoltà: «ho assistito agli effetti devastanti delle “terapie di conversione” e alla disgregazione delle famiglie, che mi sono sembrati un attacco alla creazione sensibile e innocente di Dio. Queste esperienze sono profondamente dolorose perché offendono la dignità intrinseca di chiunque provi semplicemente amore per un’altra persona dello stesso sesso».
La logica deriva da queste false premesse: «il vero peccato non è stato il mio amore, ma la mia mancanza di fiducia nel Suo [di Cristo] desiderio che io conduca una vita appagante», osserva. E ancora: «sebbene io sia in una relazione omosessuale, credo sinceramente che il segno di Dio nella mia vita risieda nei doni che mi ha dato: fedeltà e coraggio, essenziali per costruire una vita di fede e servizio condivisa con mio marito».
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Testimonianza dagli Stati Uniti
Questa seconda testimonianza è ancora più sconvolgente e mostra la progressiva scomparsa, tra i cattolici, di una corretta valutazione del peccato di omosessualità.
Il testimone inizia affermando: «La mia sessualità non è né una perversione, né un disordine, né una croce da portare; è un dono di Dio. Vivo un matrimonio felice e appagante e prospero pienamente come cattolico apertamente gay», afferma questo nuovo testimone. E non esita ad aggiungere: «Ringrazio Dio per la mia sessualità e per il mio posto nella vita. Se potessi scegliere di essere gay, lo farei, perché è un modo potente e meraviglioso per riflettere l’immagine di Dio nel mondo».
Il resto è altrettanto spaventoso e doloroso: «oggi ringrazio Dio per mio marito, che ho conosciuto cinque anni fa. È stato la più grande fonte di apprendimento e grazia nella mia vita. (…) Siamo orgogliosi di costruire la nostra famiglia insieme».
Il testimone spiega il forte sostegno ricevuto alla Fordham University, un’università «cattolica» legata ai gesuiti: «professori, amici e colleghi sostenevano in modo schiacciante le persone LGBTQ, e il dipartimento stesso contava circa un terzo di persone LGBTQ. (…) Leggere la Bibbia nel suo contesto mi ha fatto capire che le interpretazioni tradizionaliste hanno poco da dire sulle relazioni omosessuali contemporanee e che affermano la vita».
L’uomo iniziò quindi a frequentare parrocchie «con ministeri LGBTQ, dove gli omosessuali sono accolti come membri a pieno titolo, ma possono anche cantare nel coro, servire come ministri durante la Messa o insegnare catechismo». Questo lo portò «a considerare la mia sessualità come una benedizione, non come un peso». Concluse questa sezione affermando che «il Corpo di Cristo è incompleto senza i suoi membri LGBTQ».
La persona in questione ammette di frequentare una chiesa episcopale (protestante), ma di partecipare anche alla messa cattolica: «la mia parrocchia mi accetta per come sono. Quando mio marito mi accompagna, ci sediamo insieme come marito e marito e ci sentiamo a casa. Sono coinvolta nella vita parrocchiale e i sacerdoti, così come gli altri parrocchiani, mi rispettano».
Il discernimento sinodale del gruppo di studio n. 9
Ascoltando le due testimonianze
Occorre tenere presente che i membri del gruppo di studio volevano fornire un modello per l’intera Chiesa. La lettura rivela un dossier interamente orientato all’errore.
Il rapporto sottolinea che «in questo contesto, risulta decisivo il rapporto personale con Cristo, che ci ama tutti nella nostra totalità e integrità », un’affermazione molto ambigua, poiché è necessario distinguere tra tendenze e atti peccaminosi.
Il testo osserva che «la storia testimonia la scoperta che il peccato, alla sua radice, non risiede nella relazione di coppia (omosessuale), ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».
La testimonianza, commenta il rapporto, «mostra come lo studio della teologia abbia aperto nuovi orizzonti per un’interpretazione contestuale della Bibbia, andando oltre le letture tradizionaliste, o persino fondamentaliste».
Ricordiamo che il Catechismo della Chiesa Cattolica , che dovrebbe essere normativo per gli autori, afferma: «Basandosi sulla Sacra Scrittura, che li presenta come gravi depravazioni (cfr. Gen 19,1-29; Rom 1,24-27; 1 Cor 6,10; 1 Tim 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati”». Saranno condannati per questa descrizione completamente eterodossa?
E per concludere questo paragrafo: «in definitiva, questa testimonianza sottolinea come la comunità cristiana, a tutti i livelli – locale e universale – possa rappresentare un luogo decisivo di ‘guarigione e inclusione’ attraverso pratiche di accoglienza e ospitalità».
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La sfida: esperienze, pratiche e know-how
Gli autori individuano «resistenze e difficoltà legate alla perpetuazione di schemi preesistenti e riduttivi» – riferendosi all’immutabile dottrina rivelata – ma anche «segni di inizio di sviluppo e cambiamento», capaci di stabilire prospettive del tutto nuove, per un discernimento più profondo dell’esperienza di fede delle persone omosessuali.
Questa osservazione solleva interrogativi sulle radici di atteggiamenti che si rifiutano di riconoscere la condizione degli individui (solitudine, mancanza di speranza, persino depressione), nonché sulla «disgregazione della separazione tra fede e sessualità».
Tra gli aspetti positivi, occorre sottolineare «la stabilità di una sana relazione affettiva»; «il potere liberatorio di un incontro personale con Cristo, che ci ama così come siamo»; «il contributo specifico di una teologia capace di aprire una lettura contestuale ed ermeneutica della Bibbia».
Il punto successivo ci svela un trucco di magia: la completa scomparsa di una dottrina ancora insegnata dalla Chiesa.
Il testo inizia «individuando una difficoltà nel coordinare la pratica pastorale e l’approccio dottrinale», una difficoltà che esiste solo per coloro che hanno già rinnegato la dottrina . «Queste posizioni polarizzate (…) causano profonde sofferenze (…) e scatenano conflitti all’interno della Chiesa».
«La sfida (…) è quella di andare oltre il modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”» – immutabilmente rivelato . «Il compito consiste nel riscoprire una feconda circolarità tra teoria e prassi, riconoscendo che la riflessione teologica stessa procede dalle esperienze del “bene” iscritto nel sensus fidei fidelium».
Possibili vie per il discernimento sinodale
Il culmine di tutti questi sforzi saranno le vie tracciate per travisare ulteriormente la dottrina e la morale nelle sabbie mobili del personalismo, una nuova ermeneutica delle Sacre Scritture e dello storicismo che mostra l’umanità – redenta in questo caso – lanciata verso il progresso.
«Consapevoli del ruolo centrale della Parola di Dio nella vita della Chiesa, è essenziale dedicare del tempo ad approfondire la nostra comprensione dei passi biblici che – direttamente o indirettamente – vengono invocati per interpretare il significato dell’omosessualità nella prospettiva dell’antropologia biblica. È necessario andare oltre la mera ripetizione della loro presentazione attuale e tenere conto delle intuizioni derivanti da diverse letture esegetiche».
Mosè, San Paolo, l’intera Tradizione e persino il Catechismo , sono tutti in errore. Devono essere reinterpretati per i credenti di oggi, anche se ciò significa far loro dire l’opposto di ciò che pensavano e dicevano.
Attingendo a una distinzione insegnata ovunque ma riscoperta « tra atti omosessuali e condizione o tendenza omosessuale », combinata con « una prospettiva proveniente dalle scienze psicologiche», la comunità cristiana deve chiedersi: «Come possiamo comprendere meglio l’esperienza umana e morale dei credenti che provano attrazione per persone dello stesso sesso, basandoci (…) anche su un approccio transdisciplinare?»
Poiché la Sacra Scrittura è chiaramente incompleta, le scienze psicologiche devono venirle in aiuto, e di fatto sostituirla, al fine di «progettare e gestire un ministero pastorale che si lasci mettere in discussione da questa testimonianza».
Infine, ultimo ma non meno importante , «è necessario affrontare con parrhesia la questione che si ripropone costantemente: possiamo parlare di ‘matrimonio’ in riferimento a persone con attrazioni omosessuali, assimilando la loro relazione all’unione matrimoniale eterosessuale senza riconoscerne le differenze?»
Introdurre il concetto di matrimonio per gli omosessuali è il penultimo tocco distruttivo alla morale, prima dell’ultimo che si propone di chiedersi «come la comunità cristiana è chiamata a interpretare e affrontare le questioni relative agli impegni educativi nei confronti dei bambini nella vita familiare, ecclesiale e sociale, riguardo alle unioni di fatto tra credenti dello stesso sesso».
In altre parole, queste unioni di fatto non vengono messe in discussione e l’educazione di bambini poveri all’interno di tali «unioni» è pienamente accettata. Basta solo interpretarla…
Il titolo preannunciava una disgregazione della fede e della morale: a quanto pare, non esagerava.
Per i lettori interessati, le basi di questa annientamento, esposte nelle prime due parti del testo, vengono analizzate di seguito.
La metodologia
Questa relazione inizia descrivendo la metodologia utilizzata. Il punto di partenza è l’osservazione dell’inadeguatezza dei «nostri attuali paradigmi operativi», ovvero del nostro modo di praticare la fede cattolica. Il documento si propone di indicare il percorso per superare tale inadeguatezza. Il processo viene brevemente descritto prima di essere spiegato in dettaglio:
«Il riconoscimento di questioni che oggi consideriamo “controverse” può rappresentare, in una prospettiva positiva, l’emergere di esperienze che spingono la Chiesa a cogliere ed esprimere, a un livello inedito e più profondo, la propria appropriazione e articolazione, nel presente momento storico e nella diversità di contesti e situazioni, del messaggio senza tempo del Vangelo destinato a tutti».
Ma «per essere autentico e fruttuoso, l’ascolto di queste esperienze richiede un’attenta integrazione e valorizzazione di ciò che possiamo imparare da esse attraverso il contributo delle discipline umanistiche, delle scienze sociali e delle scienze naturali», rendendo queste ultime uno spazio teologico…
Conversione relazionale e dinamiche sociali
La prima parte descrive in dettaglio le basi di questo cambio di paradigma in termini di filosofia personalista. Si possono individuare altre influenze: la fenomenologia, attraverso l’importanza del «corpo vissuto» e del «volto dell’altro»; la filosofia del linguaggio e della relazione (Martin Buber); e anche l’ermeneutica e la storicità: «la verità universale dell’umano (…) si trova nelle forme concrete delle diverse culture».
Il processo sinodale come implementazione di 3 dinamiche che favoriscono un cambio di paradigma
Questo sviluppo si basa su diversi modelli provenienti dalle scienze dell’educazione e dalla filosofia sociale, come le «comunità di pratica» di Étienne Wenger e l’apprendimento situato di Jean Lave; il legame tra teoria e pratica – sottolineato più volte – rimanda a John Dewey; infine, l’interdisciplinarità e la transdisciplinarità richiamano alla mente Edgar Morin. Ci troviamo di fronte a un quadro concettuale connesso alle scienze dell’educazione, alla filosofia personalista e alla dottrina sociale.
Conversione relazionale
Anche in questo caso, le fonti sono facilmente identificabili. Il metodo di questa conversione fonde l’etica delle relazioni e della responsabilità (Emmanuel Levinas, Martin Buber). Il testo evoca inoltre il «mezzo» o la comunicazione nel tempo, riecheggiando Jürgen Habermas.
Per quanto riguarda il «tempo intermedio», il «tempo prospettico» e la continuità delle relazioni nella storia, questi concetti rimandano a Paul Ricoeur. Il legame circolare tra teoria e pratica riflette il pragmatismo di John Dewey e la sua co-costruzione del significato: «concepire insieme la struttura… entro la quale possono emergere i problemi».
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Principi pastorali e cambio di paradigma
Principio della cura pastorale
Il documento afferma che questo principio pastorale è la chiave del cambiamento in atto nella Chiesa: l’annuncio del Vangelo non è solo dottrinale, ma anche relazionale. Il testo si rifà a Dei Verbum (l’annuncio della Parola), Gaudium et Spes (la necessità di comprendere i segni dei tempi), Ad Gentes (contestualizzazione e inculturazione) e Lumen Gentium, che definisce la Chiesa come Popolo di Dio in missione.
Cambio di paradigma
L’espressione si ripete circa quindici volte. Per aiutare il lettore, è necessario spiegarla. Si riferisce al desiderio di allontanarsi dal metodo «preconciliare» che separava la teologia dalla vita. Pertanto, in una Chiesa sinodale missionaria, è essenziale comprendere l’importanza delle relazioni, della storia delle persone, dell’esperienza e dell’azione concreta. – Una grande scoperta!
Infine, non dobbiamo dimenticare un punto centrale: la fede è comunitaria, la relazione con Dio costruisce un «noi» ecclesiale.
Il testo appare profondamente personalista, intriso di fonti filosofiche discutibili, zeppo di riferimenti a dottrine pedagogiche, formando un insieme alquanto indigesto, in cui gli elementi cattolici appaiono quasi come corpi estranei, e si propone come una guida al corretto utilizzo della sinodalità per risolvere le «questioni emergenti».
L’obiettivo, in realtà, non è risolvere il problema, bensì sfidare la dottrina e adattarsi francamente al mondo. Ciò ha richiesto il passaggio attraverso le Assemblee sinodali, che hanno fornito a teologi e prelati rivoluzionari le basi per le loro speculazioni: l’omosessualità, presente nella società contemporanea e vissuta da alcuni fedeli. Attraverso il processo sinodale in corso, essa deve ora essere accettata e riconosciuta come un dono di Dio.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Bambino di 7 anni torturato a morte da «mamme transgender»
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Ex star della NBA vogliono iscriversi al campionato femminile
L’ex giocatore NBA Enes Kanter Freedom, alto 2,08 metri e con undici stagioni alle spalle (Utah Jazz, Oklahoma City Thunder, New York Knicks, Portland Trail Blazers e Boston Celtics), ha annunciato di volersi candidare al draft (‘evento annuale in cui le squadre scelgono i nuovi giocatori giovani provenienti dai college o da altre nazioni) del campionato di pallacanestro femminile WNBA del 2027.
In un video pubblicato su X ha dichiarato di aver esaminato le linee guida della lega femminile e di ritenersi idoneo: «Se dichiarare chi sei è tutto ciò che serve, allora soddisfo ogni requisito». Ha poi inviato una lettera formale alla commissioner Cathy Engelbert per entrare nel pool dei giocatori.
After careful consideration and reviewing the current eligibility guidelines,
I’m officially declaring myself a @WNBA prospect.If simply declaring who you are is all that’s required, then I meet every single requirement necessary to compete in the WNBA.
My team and I have… pic.twitter.com/msncUZUT1J
— Enes Kanter FREEDOM (@EnesFreedom) August 7, 2026
Let “The Transition” to the @WNBA begin.
Rules Are Rules!#LetFreedomPlay pic.twitter.com/EWWjrl7DaL
— Enes Kanter FREEDOM (@EnesFreedom) August 11, 2026
Officially official, @WNBA
I have officially declared for the 2027 #WNBA Draft.
Rules are rules!#LetFreedomPlay pic.twitter.com/d1iXjPxqSY
— Enes Kanter FREEDOM (@EnesFreedom) August 10, 2026
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Subito dopo è arrivata la dichiarazione di Royce White, altro ex NBA (pochi minuti di gioco nella sua carriera) e oggi candidato repubblicano al Senato. Lo White, che è nero, ha affermato di identificarsi «a volte come donna ai fini del basket professionistico» e di voler inseguire una carriera in WNBA.
EXCLUSIVE: Former NBA first-round pick Royce White says he’s declaring for the 2027 WNBA Draft, claiming he now identifies as transgender for the purpose of playing professional basketball.
The 6-foot-8 former Houston Rockets draft pick follows fellow former NBA player Enes… pic.twitter.com/yUI8NdoiaX
— Fox News (@FoxNews) August 8, 2026
Il Kanter Freedom aveva già nel 2023 ironizzato: «Dato che sono stato ostracizzato dalla NBA, dovrei mettermi una parrucca, identificarmi come donna e dominare la WNBA?». L’obiettivo dichiarato è evidenziare l’ambiguità delle regole.
Enes ha giocato per varie squadre NBA, tra cui gli Utah Jazz di Salt Lake City, dove il direttore di Renovatio 21 ha avuto modo di vederlo e forse pure, ma si ricorda non benissimo, stringergli la mano in un ascensore quando glielo presentò un amico comune.
L’attivismo politico non è una novità per il personaggio, che ha aggiunto legalmente il cognome Freedom (libertà in inglese) nel novembre 2021, in occasione del ottenimento della cittadinanza statunitenseper simboleggiare la sua lotta per i diritti umani e la libertà di espressione, dopo essere diventato un esiliato politico ed essere perseguito dal governo turco d’Erdogan a causa delle sue forti critiche.
Nel corso di questi anni, il cestista ha criticato apertamente le violazioni dei diritti umani in Cina, in particolare il trattamento degli uiguri e l’uso del lavoro forzato. Si è espresso anche su Turchia, Russia, Iran, Corea del Nord e Venezuela. Il governo di Ankara lo aveva reso apolide e oggetto di mandati di cattura internazionali: va ricordato che a partire dalla seconda elementare, Kanter ha frequentato scuole affiliate a Hizmet, parte del movimento di Fetullah Gulen, prima alleato poi acerrimo nemico di Erdogan. Anche la stella calcistica dell’Inter Hakan Sukur, gulenista che pure ebbe l’Erdogano (e il Guleno) alle sue nozze, si trova in una situazione non dissimile, e farebbe ora il tassista in Silicon Valley.
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Il Collective Bargaining Agreement della WNBA stabilisce semplicemente che «solo le giocatrici che sono donne sono eleggibili». Non definisce però cosa si intenda per «donna» né fornisce criteri medici o biologici chiari sulla partecipazione di persone transgender. Questa lacuna è al centro del dibattito acceso dopo le dichiarazioni della giocatrice Indiana Fever Sophie Cunningham, che ha chiesto di proteggere le atlete biologiche negli spogliatoi e in campo.
Nella storia della WNBA l’unica figura apertamente transgender e non binaria è stata Layshia Clarendon (AFAB, nata femmina), che ha giocato per dodici stagioni e si è ritirata nel 2024. Nessun uomo biologico ha mai gareggiato nella lega come donna.
La mossa di Kanter Freedom e White ha riacceso lo scontro tra chi chiede politiche basate sul sesso biologico per preservare equità e sicurezza, e chi sostiene l’autoidentificazione. La commissioner Engelbert ha annunciato discussioni interne. Intanto i due ex NBA insistono: «Le regole sono regole». La WNBA si trova ora a dover chiarire, sotto i riflettori, chi può davvero calcare i suoi campi.
Si tratta, ad ogni modo, di un momento d’oro per la WNBA, che offre generalmente, come tanti sport femminili, ore ed ore di noia e gioco inguardabile – il lettore di Renovatio 21 ricorderà la notizia del misterioso lancio in campo di vibratori colorati lo scorso anno.
La Cunningham aveva destato interesse internazionale, divenendo di fatto un meme, quando in una partita di settimane fa aveva protestato ad un fallo semplicemente puntando l’indice contro l’avversaria per 22 secondi netti, senza proferire parola.
LOL Sophie Cunningham finger pointing full video is hilarious 😆 pic.twitter.com/dVc39adDSp
— Lucy (@TheLucyShow1) June 28, 2026
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La bionda occhiocerulea Cunningham, che è in squadra nelle Indiana Fever con Caitlin Clark, un’altra campionessa bianca bersagliata in un campionato dove le negre sono la maggioranza, è stata oggetto di un fallo terrificante da parte di DiJonai Carrington, che in seguito all’espulsione ha parlato di «white privilege», privilegio bianco.
WNBA player DiJonai Carrington blames “white privilege” after being ejected for a hard foul on Sophie Cunningham.
Carrington was given a Flagrant 2 foul and was immediately ejected.
She then apparently rushed to the locker room so she could blame “white privilege.” pic.twitter.com/f97XWEXlEx
— Collin Rugg (@CollinRugg) August 8, 2026
La situazione quindi si sta spostando dall’asse sessuale a quella razziale. Tutto questo caos polemico ha fatto arrivare finalmente, dicono gli osservatori, un po’ di attenzione per il basket femminile, la cui spettacolarità è seriamente discutibile, ma le cui zuffe (vere irresistibili catfight tra spilungone) stanno ora offrendo materiale da popcorni.
La Cunningham nel frattempo si gode la popolarità, al punto da improvvisarsi miss portacartelli ai grandi incontro di MMA dell’UFC.
Sophie Cunningham as a ring girl at UFC 329 pic.twitter.com/TyMA5n5wll
— Hater Report (@HaterReport) July 12, 2026
Non nascondiamo che vedere Kanter e White giocare con delle donne non ci dispiacerebbe, e pensiamo che la naturale conseguenza di questo non potrebbe che essere un campionato di fatto «misto». Cosa che, chiediamoci perché, non potrebbe avvenire nel caso l’NBA ammettesse tra le sue squadre delle donne…
Una volta entrati gli uomini, è chiaro che le squadre «femminili», con gli sponsor e la voglia di vincere alle calcagna, non potrebbero che aumentare il numero di maschi in campo: abbiamo visto questo pendìo scivoloso in Italia con il numero di giocatori stranieri in ogni squadra (e il risultato è una nazionale che non va ai mondiali da 12 anni).
E quindi, avremmo alla fine due campionati maschili… Questo, cosa dice dell’intera questione gender?
E ancora più doloroso: che cosa dice dello sport femminile?
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Immagine di Enes Kanter via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Gender
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