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Liberati 100 studenti cattolici in Nigeria

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Il governo nigeriano ha liberato 100 degli studenti rapiti il 21 novembre dal collegio cattolico St. Mary di Papiri, nello Stato del Niger.

 

In un comunicato diffuso lunedì, il presidente Bola Tinubu ha ringraziato le forze di sicurezza per l’operazione e ha promesso di proseguire fino al rilascio dei rimanenti 115 ostaggi.

 

«Sono stato informato del rientro in sicurezza di 100 studenti della scuola cattolica nello Stato del Niger», ha dichiarato il Tinubu. «Mi congratulo con il governatore Umar Bago e con le nostre agenzie di sicurezza per l’impegno profuso nel riportare questi ragazzi dalle loro famiglie dopo il drammatico rapimento del 21 novembre».

 

Secondo la diocesi cattolica di Kontagora, altri 50 scolari erano già riusciti a fuggire autonomamente e a ricongiungersi con i familiari, come riportato da Aiuto alla Chiesa che Soffre.

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Le prime stime parlavano di circa 315 persone prese in ostaggio, la maggior parte trascinate via da uomini armati su una cinquantina di motociclette. In un’intervista alla BBC, il padre di uno degli studenti ha descritto l’orrore vissuto dai ragazzi.

 

«Li costringevano a marciare a piedi come bestiame», ha raccontato l’uomo sconvolto. «Quando qualcuno cadeva per la stanchezza, lo prendevano a calci e gli ordinavano di rialzarsi. I banditi erano in sella a decine di moto e li sorvegliavano».

 

Papa Leone XIV, subito dopo la messa per la solennità di Cristo Re, aveva lanciato un appello accorato per la loro liberazione, esprimendo «immensa tristezza» per l’ennesimo rapimento di massa in una regione già duramente colpita dalla persecuzione. «Provo profondo dolore soprattutto per i tantissimi bambini e ragazzi rapiti e per le loro famiglie angosciate», aveva detto il Pontefice. «Rivolgo un appello urgente affinché gli ostaggi vengano rilasciati immediatamente e invito le autorità a prendere decisioni rapide ed efficaci per la loro liberazione».

 

Poiché la maggior parte degli studenti risulta ancora nelle mani dei sequestratori, il presidente Tinubu ha ordinato di intensificare gli sforzi per salvarli tutti e per prevenire nuovi rapimenti.

 

«La mia direttiva alle forze di sicurezza è chiara: ogni studente e ogni cittadino nigeriano rapito deve tornare a casa sano e salvo», ha dichiarato. «Dobbiamo rendere conto di tutte le vittime».

 

«I nostri figli non possono più essere prede facili per terroristi senza scrupoli che vogliono interrompere la loro istruzione e infliggere traumi indicibili a loro e alle loro famiglie».

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente statunitense Donald Trump ha promesso di «annientare» i terroristi islamici in Nigeria, mentre l’ambasciatore USA all’ONU ha qualificato il massacro in atto contro i cristiani nel Paese come un «genocidio camuffato dal disordine».

 

Le angherie contro i cristiani in Nigeria si sono acuite dal 1999, quando 12 stati settentrionali hanno introdotto la sharia. L’emergere di Boko Haram nel 2009 ha innescato un’escalation drammatica, con il gruppo noto per il rapimento di centinaia di studentesse nel 2014 – 87 delle quali rimangono «sconosciute».

 

Tra il 2009 e il 2022, oltre 50.000 cristiani sono stati eliminati, secondo Open Doors. Un’analisi del 2024 registra più di 8.000 omicidi e migliaia di sequestri di fedeli nigeriani nel 2023, l’annata più cruenta per gli assalti islamici contro i cristiani.

 

Gli episodi recenti includono sequestri e uccisioni di preti e seminaristi cattolici. In un comunicato di luglio, la diocesi di Auchi (Edo) ha denunciato l’assalto armato al Seminario Minore dell’Immacolata Concezione, con la morte di una sentinella e il rapimento di tre seminaristi. L’International Society for Civil Liberties & Rule of Law ha documentato nella primavera 2023 oltre 50.000 vittime per motivi di fede cristiana dal 2009.

 

Sorprendentemente, nel discorso al Vaticano del mese scorso, il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha attenuato il ruolo dell’islam negli attacchi. La violenza «non è un contrasto religioso, bensì sociale, come i conflitti tra pastori e contadini. Va riconosciuto che molti musulmani nigeriani sono pure vittime di questa intolleranza», ha sostenuto.

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Parolin ha quindi insistito che «si tratta di frange estremiste che non distinguono nel colpire i loro bersagli. Impiegano la brutalità contro chiunque ritengano ostile».

 

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nunzio in Nigeria dal 1992 al 1998, ha contestato aspramente le parole di Parolin.

 

«Le parole vergognose del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin sul presunto “conflitto sociale” in Nigeria mistificano la realtà di una persecuzione feroce e genocida contro i Cattolici, martirizzati mentre Roma vaneggia di sinodalità e inclusività».

 

«No, Eminenza: i Cattolici nigeriani sono uccisi in odio alla Fede che essi professano, da parte di mussulmani e in obbedienza al Corano. Quegli stessi mussulmani che stanno trasformando le vostre chiese in moschee, con la vostra vile e cortigiana complicità, e che presto rovesceranno i governi per imporre la sharia agli “infedeli”» continua l’arcivescovo.

 

I dati della Commissione USAper la libertà religiosa internazionale (USCIRF) evidenziano numerosi assalti statali contro i cristiani. Nel suo report 2025, l’USCIRF ha caldeggiato la classificazione della Nigeria come «paese di particolare preoccupazione». Ha rilevato inoltre che «il governo nigeriano è lento o talora appare restio a reagire a questa violenza, fomentando un’atmosfera di impunità per i perpetratori».

 

La persecuzione anticristiana in Nigeria si è aggravata dopo il 1999, quando 12 stati del Nord hanno adottato la sharia. L’ascesa di Boko Haram nel 2009 ha segnato un’ulteriore escalation, con il gruppo noto per il rapimento di centinaia di studentesse nel 2014, di cui 87 risultano ancora disperse.

 

Come riportato da Renovatio 21, gli ultras della nazionale romena, a quanto pare più cristiani di Parolin, durante una recente partita di qualificazione ai mondiali a Bucarest hanno esposto un grande striscione con la scritta «DIFENDETE I CRISTIANI NIGERIANI».

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Sacerdote tradizionalista arrestato dopo aver benedetto una chiesa destinata alla demolizione

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Un sacerdote francese è stato trattenuto dalla polizia per più di un giorno dopo aver benedetto una chiesa che, stando alle informazioni disponibili, è destinata alla demolizione. Lo riporta LifeSite.     Lunedì, padre Matthieu Salenave è intervenuto in un podcasto francese per raccontare l’episodio, verificatosi nella cittadina di Mayenne.   Mentre aspergeva con acqua santa la chiesa di Saint-Gault, edificio risalente all’XI secolo, il sindaco si è avvicinato intimandogli di abbandonare il luogo. Padre Salenave si è allontanato in automobile all’arrivo delle forze dell’ordine. Ha proseguito verso il suo priorato, ma diverse ore dopo è stato raggiunto da circa dieci agenti che lo hanno arrestato. Ha trascorso le successive 36 ore in custodia con l’accusa di violenza nei confronti di un rappresentante eletto, accusa che respinge con forza.  

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La chiesa di Saint-Gault si trova nel comune di Quelaines-Saint-Gault. È in circolazione online una petizione che ha raccolto oltre 32.000 firme, rivolta al governo francese affinché intervenga per impedire la distruzione delle chiese storiche. Il testo sottolinea che migliaia di edifici religiosi abbandonati rischiano la demolizione, sebbene il «Piano Chiese» lanciato dal presidente Emmanuel Macron nel 2023 offra ancora possibilità di salvezza. Tuttavia, alcuni comuni avrebbero intensificato gli sforzi per abbatterle senza conseguenze.   L’arresto di don Salenave ha suscitato l’interesse di numerosi influencer sui social media. Il vicepresidente della sezione parigina dell’Associazione di Santa Genoveffa, un’organizzazione tradizionalista e controrivoluzionaria, ha invitato i cattolici a pregare per lui.   Nel corso dell’intervista concessa all’emittente francese Tocsin, Salenave ha riferito di aver trascorso la notte in commissariato e che i ritardi nell’udienza gli sono parsi intenzionali, finalizzati a «intimidirlo». Ha però descritto l’esperienza come una «prova» che ha sfruttato per glorificare Dio. Ha inoltre annunciato di aver presentato una denuncia alle autorità competenti.   Padre Salenave è un ex membro della Fraternità San Pio X (FSSPX). Attualmente fa parte della cosiddetta «Resistenza», legata al defunto vescovo Richard Williamson, anch’egli precedentemente nella FSSPX. Questo gruppo è particolarmente attivo in Francia, con figure principali come i domenicani di Avrillé e la Società degli Apostoli di Gesù e Maria (SAJM), alla quale si ritiene associato Salenave.   In un’altra apparizione sul podcast Tocsin, don Salenave ha raccontato di aver celebrato messe nei fienili durante la pandemia di COVID, paragonando quell’esperienza alle condizioni vissute dai cattolici al tempo della Rivoluzione francese.   L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, ha citato le parole di Salenave in una recente intervista al giornalista cattolico Stephen Kokx.   «Cosa impedisce ai sacerdoti di sostenere i fedeli in questa battaglia contro il globalismo, come alcuni hanno già cominciato a fare?», si è chiesto, riferendosi alle azioni di Salenave. «I cattolici devono riprendersi il proprio destino, liberandosi dalla dittatura invadente e mortale dell’élite e dal potere opprimente di un’autorità usurpata».   La FSSPX ha recentemente comunicato che procederà alla consacrazione di nuovi vescovi il 1° luglio, con o senza il consenso del Vaticano. In un’omelia appassionata pronunciata nella domenica di Sessagesima del fine settimana scorso, il vescovo Bernard Fellay della FSSPX ha affermato che sussiste uno «stato di necessità» per tali consacrazioni, poiché lo «spirito missionario» della Chiesa è stato «soffocato» dalle attuali autorità romane.   Viganò ha confidato a Kokx le sue speranze riguardo all’incontro previsto giovedì tra il Superiore Generale della FSSPX, padre Davide Pagliarani, e il cardinale Victor Manuel «Tucho» Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, incentrato su dottrina e Concilio Vaticano II.   «Spero che l’insistenza del Superiore Generale nel dialogare con Roma non miri principalmente a ottenere una regolarizzazione canonica, ma piuttosto a “metterli con le spalle al muro” – per così dire – affinché, da un lato, emerga chiaramente la volontà dei membri della FSSPX di riconoscersi figli della Chiesa cattolica e sudditi del Romano Pontefice; e dall’altro, venga messo a verbale il rifiuto dell’attuale Gerarchia di riconsiderare il Vaticano II e le sue gravissime deviazioni, rivelandolo per ciò che è: sovversivo ed eretico», ha commentato il prelato lombardo.

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Cristianofobia: il Parlamento Europeo infrange il tabù

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Il 21 gennaio 2026, il Parlamento europeo ha adottato la sua risoluzione annuale su «Diritti umani e democrazia nel mondo». Ma per la prima volta, l’istituzione riconosce esplicitamente il termine «cristianofobia» e denuncia la portata globale della persecuzione dei cristiani.

 

Si tratta di un importante passo avanti per la diplomazia europea. Adottando la risoluzione TA-10-2026-0014, i deputati hanno scelto di denunciare una realtà rimasta a lungo nell’ombra dei resoconti ufficiali: la discriminazione sistemica e la violenza mirata contro le popolazioni cristiane in tutto il mondo. Il testo sottolinea che il cristianesimo rimane «la religione più perseguitata al mondo», con oltre 380 milioni di persone vittime di abusi o discriminazioni a causa della loro fede.

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Un testo sostenuto da una coalizione di centro-destra

Mentre la relazione annuale sui diritti umani è tradizionalmente coordinata da un relatore principale – quest’anno, l’eurodeputato portoghese Francisco Assis (Gruppo S&D, Socialisti e Democratici) – la sezione specifica sulla cristianofobia è stata il risultato di un’intensa battaglia sugli emendamenti. Queste disposizioni sono state sostenute principalmente dal Partito Popolare Europeo (PPE) e dai gruppi Conservatori e Riformisti Europei (ECR).

 

Tra i principali esponenti di questa iniziativa c’erano l’eurodeputato olandese Bert-Jan Ruissen (ECR) e l’eurodeputato croato Davor Stier (PPE), che lavoravano da mesi con organizzazioni come Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN) per sancire questo riconoscimento nel diritto europeo. A loro si è unito il gruppo Patrioti per l’Europa (PfE), i cui membri francesi hanno ampiamente sostenuto il testo.

 

Nella votazione finale, è emersa un’ampia maggioranza. Oltre alla destra e ai conservatori, una parte significativa del gruppo Renew Europe (liberali) ha aderito al testo, ritenendo che la difesa della libertà religiosa sia un pilastro indivisibile dei diritti umani. Al contrario, i gruppi della sinistra radicale e alcuni Verdi hanno espresso riserve, temendo che questa specifica menzione avrebbe creato una «gerarchia» tra le vittime dell’odio religioso.

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Verso la nomina di un coordinatore europeo

L’articolo 83 della risoluzione è inequivocabile: chiede che alla lotta contro la cristianofobia siano concesse le stesse risorse istituzionali della lotta contro l’antisemitismo. Il Parlamento deplora un’«asimmetria istituzionale» e invita la Commissione europea a nominare con urgenza un coordinatore dedicato alla lotta contro la cristianofobia.

 

Il testo pone particolare enfasi sulla difficile situazione dei «cristiani orientali». Il considerando «N» specifica che queste comunità, tra le più antiche del mondo, subiscono «gravi persecuzioni, sfollamenti forzati e restrizioni alla loro libertà di credo». Per gli osservatori, questo chiarimento costringe l’Unione Europea ad adottare una posizione più dura nelle sue relazioni bilaterali con alcuni paesi del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, dove la pratica del cristianesimo può portare alla prigione o alla morte.

 

Un segnale forte per il futuro

Questo voto segna la fine di un tabù. Secondo l’indice 2026 pubblicato dalla ONG Open Doors, un cristiano su sette è attualmente perseguitato in tutto il mondo. Riconoscendo la cristianofobia, il Parlamento europeo non si basa più semplicemente sulle statistiche, ma fornisce un quadro giuridico e politico per l’azione. Questa risoluzione servirà ora da base per l’azione esterna dell’UE per il 2026.

 

Resta da vedere se la Commissione Europea seguirà queste raccomandazioni e se oserà finalmente fare della protezione dei cristiani una priorità della sua diplomazia.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Palestina, coloni israeliani attaccano una famiglia cristiana: donna ferita gravemente

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Gli estremisti hanno portato i loro capi di bestiame nei pressi della casa, poi hanno devastato i raccolti e lanciato pietre contro l’abitazione. I figli hanno cercato di difendersi, ma le forze di sicurezza li hanno arrestati proteggendo gli assalitori. Nel 2025 aumentate le violenze dei coloni. Nei giorni scorsi inaugurato nuovo insediamento a Beit Sahour.   Una donna cristiana palestinese è rimasta gravemente ferita in seguito ad un nuovo attacco sferrato da coloni israeliani contro la sua abitazione in Cisgiordania. Le violenze, ultime in un crescendo di assalti che hanno fatto registrare un numero record lo scorso anno, sono avvenute il 24 gennaio scorso alla periferia di Birzeit, cittadina a nord di Ramallah, poco distante dalla barriera militare di Atara. Gli estremisti ebraici hanno prima portato il loro bestiame al pascolo nei pressi della casa, poi hanno devastato di proposto i raccolti della famiglia e, infine, lanciato pietre verso le mura e le finestre.   A raccontare l’attacco ai media locali è Nafiz Emeid, figlio della 62enne Najat Jadallah Emeid che nell’assalto ha riportato gravi ferite alla testa e si trova ora ricoverata in una struttura per cure mediche. «Mia madre – spiega l’uomo al Middle East Eye (MME) – è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio». Lui stesso ha riportato ferite alle mani e diverse contusioni, mentre suo fratello Eid Emeid ha subito la frattura di una mano e di un dito cercando di allontanare i coloni dopo aver visto la madre a terra sanguinante e quasi priva di sensi.

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I coloni lo hanno aggredito lanciandogli pietre, per questo ha reagito scagliando a sua volta sassi contro gli assalitori e ferendone uno alla testa. Sorpresi dalla reazione di difesa, gli estremisti hanno chiamato l’esercito che è intervenuto arrestando i membri della famiglia cristiana. I soldati hanno fatto irruzione nella casa e hanno arrestato Eid, Nafiz e i loro cugini Saeb e Basem. In seguito hanno rilasciato solo Nafiz. «Non abbiamo attaccato i coloni, non li abbiamo aggrediti. Abbiamo difeso noi stessi, la nostra casa e la nostra terra – conclude Nafiz – dal loro barbaro attacco».   Nariman Koura, un’altra figlia di Najat, conferma che «questo non è il primo attacco» nei confronti della famiglia, ma è solo l’ultimo di una serie di episodi di intolleranza e prevaricazione, spesso compiuti con l’avallo di militari e autorità. «I coloni – prosegue la donna – portano regolarmente qui le loro pecore per molestarci e cercare di costringerci ad andarcene». Koura ha poi ammesso che la famiglia teme ulteriori attacchi, ciononostante è determinata a restare. «Non importa cosa faranno, non lasceremo – assicura – la nostra terra».   Dopo l’incidente, i coloni hanno iniziato a incitare alla violenza online, chiedendo la demolizione della casa e invocando attacchi contro Birzeit e Atara, omettendo qualsiasi riferimento all’aggressione alla madre anziana. Wadie Abunassar, coordinatore del Forum Cristiano della Terra Santa, ha condannato l’attacco e l’arresto dei membri della famiglia da parte dell’esercito che lascia «senza parole» in un contesto di crescente impotenza di fronte alla violenza dei coloni e alla protezione di cui beneficiano.   Secondo l’Alto Comitato Presidenziale per gli Affari Ecclesiastici, nel primo trimestre del 2025 si sono verificati 41 attacchi contro i cristiani, tra cui insulti verbali, sputi, lancio di pietre e aggressioni fisiche. Nel secondo trimestre si sono verificati 69 attacchi, tra cui profanazione di luoghi sacri, atti di vandalismo, sputi e insulti. Un caso emblematico è la cittadina palestinese di Taybeh, diventata lo scorso anno simbolo delle violenze degli estremisti ebraici.   Inoltre, fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni. Attivisti locali parlano di un «piano di pulizia etnica» contro i villaggi e le cittadine palestinesi.   Secondo la Commissione per la resistenza alla colonizzazione e al muro, la popolazione dei coloni in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, ha raggiunto i 770.420 abitanti alla fine del 2024, distribuiti in 180 insediamenti e 256 avamposti, 138 dei quali agricoli o pastorali. Tutti gli insediamenti nei territori palestinesi sono da considerarsi illegali secondo il diritto internazionale, mentre vengono sostenuti e alimentati dal governo israeliano del premier Benjamin Netanyahu sostenuto da movimenti dell’ultra-destra e pro-occupazione. L’escalation delle violenze è confermato anche dai dati dell’esercito e dalle forze di sicurezza israeliane (Shin Bet), secondo cui i raid e gli assalti sono aumentati del 27% nel 2025 rispetto all’anno precedente. Anche il numero di «gravi episodi» di matrice criminale «nazionalista» da parte di coloni estremisti, classificati dagli organismi di sicurezza israeliani come atti di terrorismo, è aumentato di oltre il 50%. Inoltre, gli attacchi, che si verificano con cadenza quasi quotidiana, rimangono in gran parte impuniti.   I funzionari del Comando Centrale Idf (le forze di sicurezza israeliane), responsabile della Cisgiordania e della Valle del Giordano, hanno dichiarato di provare un senso di «fallimento» per la loro incapacità di mitigare la crescente violenza. Nel corso del 2025, l’Idf e lo Shin Bet hanno registrato 867 episodi di «criminalità nazionalista», rispetto ai 682 dell’anno precedente, con un aumento del 27%. Oltre all’aumento generale degli attacchi dei coloni, nel 2025 si è registrato anche un aumento del numero di incidenti gravi, tra cui sparatorie, incendi dolosi e altri crimini violenti: 128 nell’ultimo anno, rispetto agli 83 del 2024 e ai 54 del 2023.

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Ad attacchi e violenze, si lega a doppio filo la politica espansionista del governo israeliano scandita da un riconoscimento crescente di insediamenti e avamposti illegali in territorio palestinese: la scorsa settimana, infatti, i coloni israeliani hanno inaugurato un nuovo insediamento sulla cima di una collina che si affaccia sulla città palestinese di Beit Sahour, in Cisgiordania, segnando il riconoscimento formale di quello che fino a poco tempo fa era un avamposto non autorizzato. Il nome ufficiale «Yatziv», che significa «stabile» in ebraico, ed è stato istituito con case prefabbricate a novembre ricevendo l’approvazione ufficiale il mese scorso. Imponenti le misure di sicurezza adottate dal governo, con soldati israeliani schierati intorno al sito mentre i coloni si riunivano per la cerimonia.   Beit Sahour, una comunità prevalentemente cristiana situata vicino a Betlemme e conosciuta in tutto il mondo come il biblico Shepherds’ Field, il Campo dei pastori, è famosa per essere il luogo dell’annuncio della nascita di Gesù.   Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne. Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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