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Bioetica

Vaccini ai sanitari, l’obiezione necessaria

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L’obbligo per gli operatori sanitari di sottoporsi alla cosiddetta vaccinazione contro la COVID-19, corredato da sanzioni che arrivano al licenziamento, è stato dunque stabilito dal decreto ora convertito pedissequamente in legge da un Parlamento ridotto da tempo ad aula sorda e grigia.

 

La conversione del decreto è avvenuta in tutta fretta per arginare l’opposizione crescente ad una normativa draconiana e stupida quanto illegittima. Non si tratta infatti di una opposizione dettata da un qualche pretestuoso antagonismo politico: quel rifiuto è fondato su principi e diritti costituzionalmente garantiti, va anche oltre il conflitto tra norma positiva e fedeltà a convinzioni personali profonde, oltre il nesso sempre pericolante tra legge e giustizia, tra nomos e dike, per investire in pieno il problema dei limiti del potere politico e l’arbitrio delle maggioranze nella cosiddetta democrazia rappresentativa.

 

La conversione del decreto è avvenuta in tutta fretta per arginare l’opposizione crescente ad una normativa draconiana e stupida quanto illegittima

Sappiamo che ogni singola legge dello Stato, per assolvere la propria funzione regolatrice, esige di essere obbedita, e che la sanzione serve a garantirne la osservanza, al di là degli interessi contrapposti.

 

Del resto, l’esistenza di interessi divergenti rispetto alla legge è cosa non solo normale, ma anzi fisiologica, implicita proprio nella necessità che eventuali resistenze siano piegate con l’obbligo di osservanza in nome di un superiore interesse pubblico. Ma tutto questo vale soltanto se il conflitto non coinvolge interessi in sé tanto oggettivamente rilevanti da essere già stati riconosciuti e garantiti dallo stesso ordinamento, o da doverlo essere.

 

La realtà di antinomie interne ad un sistema normativo e legittimate da esso è ben rappresentata in seno al diritto penale dalla previsione delle cause di giustificazione o di non punibilità. Esemplare per tutti il caso della legittima difesa dove, nel bilanciamento di interessi contrapposti, viene riconosciuto come prevalente dallo stesso ordinamento l’interesse alla vita o all’incolumità di chi è nella necessità di difendersi dalla offesa ingiusta e, nel conflitto tra il valore della vita dell’aggressore e quello dell’aggredito, prevale il primo per una esigenza evidente di superiore giustizia.

 

Quel rifiuto è fondato su principi e diritti costituzionalmente garantiti, va anche oltre il conflitto tra norma positiva e fedeltà a convinzioni personali profonde

Ora è anche evidente come le circostanze storiche, gli straordinari sviluppi e le nuove prospettive aperte dalla ricerca scientifica e dall’avanzamento tecnico, persino l’irrompere prepotente di nuove irrazionali sovrastrutture ideologiche e la pervasività di poteri ad esse collegati, abbiano messo sul tappeto nuovi conflitti tra norme preesistenti e nuove situazioni giuridiche, e quindi nuove possibilità di opposizione.

 

Sicché, accanto ai valori che, rispecchiando esigenze profonde e connaturate nell’uomo, scandiscono la storia dell’etica, altri possono essere messi in luce da movimenti di idee, esperienze storiche, maturazioni di ordine filosofico, religioso, politico, economico etc., insomma dall’instancabile divenire della storia umana che dà forma appunto a valori nuovi, o forma nuova a valori noti.

 

In modo speculare, di fronte alle norme nuove con cui il legislatore affronta fenomeni e problemi nuovi, può corrispondere la necessità di tenere fermi i valori assoluti presidiati dalle norme già esistenti che anche la coscienza individuale intende tenere fermi.

 

La realtà di antinomie interne ad un sistema normativo e legittimate da esso è ben rappresentata in seno al diritto penale dalla previsione delle cause di giustificazione o di non punibilità. Esemplare per tutti il caso della legittima difesa

D’altra parte l’umanesimo e quindi la modernità hanno inteso valorizzare con la personalità individuale quella libertà morale rivendicata come il fiore all’occhiello dai lumi, ma che in realtà era stata portata in luce dal cristianesimo insieme alla dignità dell’uomo quale creatura superiore voluta da Dio.

 

Su questo sfondo ha preso forma giuridica l’obiezione di coscienza, quale figura di contraddizione interna all’ordinamento, ma codificata da esso. Non come espressione del conflitto teorico tra legge positiva e legge non scritta naturale o divina superiore. E tanto meno come risoluzione del conflitto tra individuo e Stato a vantaggio del primo, o trionfo cervellotico del ridicolo vietato vietare sessantottardo. Ma quale risultato del bilanciamento tra l’interesse difeso dalla norma positiva e quello anch’esso riconosciuto dall’ordinamento e portato alla luce dalla coscienza individuale. Dove quest’ultima non ha e non deve avere un asfittico respiro individualistico o di parte, ma riflettere un interesse riconoscibile come oggettivo, che non affonda nelle sabbie mobili dell’arbitrio, della ideologia partitica o in miserabile ribellismo di maniera.

 

Anche la legge che Antigone rivendica come superiore per la propria coscienza è in realtà radicata nella coscienza collettiva: Eteocle è stato sepolto «secondo diritto e rito» (dike e nomos), dove il «rito» è la consuetudine morale che si proietta nel gesto eticamente obbligato.

 

Su questo sfondo ha preso forma giuridica l’obiezione di coscienza, quale figura di contraddizione interna all’ordinamento, ma codificata da esso

In altre parole, le ragioni che hanno portato al riconoscimento giuridico della obiezione di coscienza non investono propriamente l’antico problema del rapporto tra legge positiva e principi appartenenti ad un ideale superiore di giustizia. Quelle ragioni sono invece iscritte nel recinto dei valori già oggettivamente riconosciuti dall’ordinamento, il cui conflitto latente in un determinato momento, per contingenze o coincidenze temporali viene alla luce per essere poi intercettato dalla coscienza individuale che se ne fa portatrice.

 

La legittimazione dell’obiezione di coscienza è riconoscimento del conflitto fisiologico fra norme attive all’interno dell’ordinamento e fra diversi interessi di riferimento, e sta ad indicare anche la vitalità di un sistema giuridico non cristallizzato su una visione monocola della realtà.

 

Già la obiezione di coscienza introdotta per la prima volta in Italia in merito al servizio militare obbligatorio, traeva origine dalle devastanti ricadute anche psicologiche di una mostruosa esperienza bellica e dallo stesso ripudio della guerra quale mezzo di composizione delle controversie internazionali sancito dalla stessa Costituzione. Dunque, ancora una volta, dal conflitto interno tra norme del medesimo ordinamento. Conflitto tra l’altro precario, se quella solenne professione di pacifismo costituzionale non ha impedito all’Italia, in eterno vassallaggio, di entrare nelle guerre scellerate dei compagni di merende democratiche.

 

In altre parole, le ragioni che hanno portato al riconoscimento giuridico della obiezione di coscienza non investono propriamente l’antico problema del rapporto tra legge positiva e principi appartenenti ad un ideale superiore di giustizia. Quelle ragioni sono invece iscritte nel recinto dei valori già oggettivamente riconosciuti dall’ordinamento

Con la legge 194 la questione della obiezione di coscienza si è ripresentata de plano, perché ancorata ad un principio superiore difficilmente contestabile quale quello della conservazione della vita umana. Ha poi via via interessato altri ambiti, vicini o limitrofi, dalla cosiddetta fecondazione medicalmente assistita, alle pratiche sostanzialmente eutanasiche e da ultimo alla legittimazione delle unioni omosessuali.

 

Fra gli altri, ed è quello che qui ci interessa particolarmente, già dal 1993 è stata riconosciuta la obiezione di coscienza da parte di operatori impegnati nella ricerca per la sperimentazione sugli animali. Dunque di fronte a nuove realtà divenute giuridicamente rilevanti si sono profilate e hanno trovato riconoscimento correlative istanze oppositive.

 

Va in ogni caso ricordato che il bilanciamento degli interessi presuppone e implica anche il riconoscimento di una gerarchia dei valori stravolti. Valga per tutti l’esempio recentissimo della sentenza della Cassazione che ha attribuito alla testimone di Geova, salvata in sala parto grazie ad una trasfusione d’urgenza, il diritto di essere risarcita dal medico che aveva ordinato quella trasfusione per strappare la donna a morte certa.

 

Quando la gerarchia dei valori viene rispettata, si vede come le norme e i principi di superiore civiltà invocati per giustificare l’opposizione acquistino la funzione di katechon di fronte alle derive etiche che irrompono attraverso le derive della politica.

 

La protesta dei sanitari di fronte alla imposizione per decreto dell’obbligo di sottoporsi a vaccinazione, obbligo assistito da sanzioni che arrivano a travolgere il diritto del lavoro e al lavoro, si iscrive perfettamente nel quadro di una obiezione di coscienza legittima perché coerente con i principi ormai incardinati nell’ordinamento e che non può non essere riconosciuta dal diritto positivo.

Fra gli altri, ed è quello che qui ci interessa particolarmente, già dal 1993 è stata riconosciuta la obiezione di coscienza da parte di operatori impegnati nella ricerca per la sperimentazione sugli animali. Dunque di fronte a nuove realtà divenute giuridicamente rilevanti si sono profilate e hanno trovato riconoscimento correlative istanze oppositive

 

Le ragioni di ordine morale o filosofico che legittimano il diritto di sottrarsi a questo comando vessatorio, e sostanzialmente incostituzionale, sono chiare e inconfutabili, perché attingono ad una pluralità di principi già incardinati nell’ordinamento.

 

Ora la politica ha avvolto tutta la vicenda cosiddetta pandemica nell’unica idea dominante della inoculazione a tappeto di vaccini, che sotto un nome suggestivo e rassicurante raccolgono farmaci della cui efficacia e innocuità le case produttrici non garantiscono un bel nulla, essendo stata saltata la sperimentazione che, di conseguenza, viene fatta direttamente sui beneficiari.  In un circolo vizioso della cui spregiudicatezza e della cui irresponsabilità la politica sembra non avere neppure sentore, o, peggio, di esserne sfacciatamente la promotrice. Ormai tanto convinta che il suddito, mentalmente depresso e assuefatto, sia incapace di qualunque valutazione critica, e di qualunque reazione significativa.

 

Cosa che ha permesso al presidente del Consiglio di affermare senza remore e in spregio ad ogni logica che i vaccinati saranno in ogni caso ancora contagiabili data l’efficacia temporale limitata dei «vaccini» e le nuove ineludibili varianti che li renderanno praticamente inutili. Insomma pare proprio che si sia aperta la strada della infinita vaccinazione perpetua. Dove il confine tra l’impostura, la malafede e il tragicomico è difficile da misurare.

 

Se l’uomo della provvidenza con tanta nonchalance non si cura del senso del proprio discorso o è perché non se ne rende conto, il che sarebbe molto preoccupante, o perché quello che dice rispecchia sinceramente un piano di sottomissione che niente ha a che fare con un qualche obiettivo veramente sanitario, il che è ovviamente ancora più preoccupante.

 

La protesta dei sanitari di fronte alla imposizione per decreto dell’obbligo di sottoporsi a vaccinazione, obbligo assistito da sanzioni che arrivano a travolgere il diritto del lavoro e al lavoro, si iscrive perfettamente nel quadro di una obiezione di coscienza legittima perché coerente con i principi ormai incardinati nell’ordinamento e che non può non essere riconosciuta dal diritto positivo

In questo quadro il rifiuto degli operatori sanitari di sottoporsi alla vaccinazione obbligatoria risponde ad una esigenza di difesa rispetto ad una norma vessatoria e cervellotica. Difesa che è a vantaggio di tutti e che si fonda su principi giuridici di rango e di contenuto superiore.

 

Come abbiamo visto, fin dal 1993 la legge 772 consente ai ricercatori di sottrarsi materialmente ad ogni forma di sperimentazione sugli animali, in quanto offensiva della dignità che va riconosciuta ad ogni essere vivente. Un principio che non può non valere a maggior ragione per la sperimentazione sull’uomo. Quella appunto che viene realizzata nell’acquiescenza generale con la inoculazione su larga scala di un farmaco detto vaccino anti COVID-19, e che le stesse case produttrici ammettono essere in via di sperimentazione appunto attraverso la campagna vaccinale. Il problema della dignità dell’uomo non viene evidentemente in discussione, anche perché nell’ecologismo d’accatto dei darwiniani più evoluti anche di rango accademico, l’uomo occupa il primo posto fra gli animali più dannosi per la natura, e dunque è imparagonabile all’animale vero e proprio, soggetto usuale delle relative malfamate sperimentazioni scientifiche.

 

Questo l’approdo culturale del progressismo scientista e positivista ora percorso dal fuoco ecologista ma disposto a riconoscere la dignità morale della zanzara.

 

Dopo secoli in cui è stata fatta sventolare la bandiera della dignità umana che non può essere profanata in alcun modo, dopo che l’imperativo kantiano che impone di fare dell’uomo un fine e non un mezzo, l’opposizione degli operatori sanitari ha un valore che travalica la richiesta di categoria, perché ci riguarda tutti. Noi che avevamo scoperto con orrore cosa avesse potuto significare la sperimentazione nel tempo in cui la praticava, con il consenso politico, un certo dottor Mengele di cui ultimamente si sente parlare sempre meno.

 

Dunque la protesta e il rifiuto degli operatori sanitari torna a vantaggio di chiunque, attraverso i noti raggiri mediatici, è indotto ad assumere il ruolo di cavia inconsapevole in questa triste quanto oscura vicenda.

 

Le ragioni di ordine morale o filosofico che legittimano il diritto di sottrarsi a questo comando vessatorio, e sostanzialmente incostituzionale, sono chiare e inconfutabili, perché attingono ad una pluralità di principi già incardinati nell’ordinamento

A questo motivo fondamentale, che da solo giustifica il rifiuto di sottoporsi alla inoculazione del farmaco, si aggiungono molti altri motivi altrettanto forti e non meno legittimi. Anzitutto quello che riguarda la sua possibile pericolosità, tema che viene eluso o liquidato da produttori e promotori politici con la favola bella del bilancio costi benefici. Dove i costi non vengono per nulla indicati, e i benefici sono quelli che dovremmo ricavare dalla stringente logica draghiana di cui sopra.

 

Sul piano etico più generale, aleggia sempre inquietante lo spettro di una pratica di ricerca tutta fondata sull’utilizzo dei feti vivi abortiti e che alimenta sinistramente la macabra filiera corrispondente.

 

Infine la vaccinazione obbligatoria non manca di contraddire platealmente la Costituzione, che vieta qualsiasi trattamento sanitario senza il previo consenso informato del soggetto interessato.

 

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di come la degenerazione della politica, in mano ad avventurieri senza scrupoli che sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità di maggioranze parlamentari ottuse o ottusamente conniventi, stia producendo la distruzione inesorabile di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati

Questo è stato paradossalmente l’argomento impugnato da chi, a partire dal caso Englaro, ha preteso che anche la somministrazione di cibo e acqua necessari per assicurare la sopravvivenza di un disabile, sia da considerare trattamento sanitario e come tale condizionato al consenso vero o presunto del paziente. Tesi farisaica che stravolge il senso di una norma costituzionale nata per salvare le vite da trattamenti invasivi arbitrari, e non per garantire la morte di un congiunto diventato scomodo. Eppure essa è stata accolta, grazie alla solita maggioranza illuminata, nella normativa sul cosiddetto «testamento biologico».

 

Ora la stessa maggioranza illuminata stabilisce la somministrazione obbligatoria di un farmaco più o meno sconosciuto la cui inefficacia è implicitamente ammessa dai suoi massimo propagandisti, e sulla cui innocuità è steso il più assoluto complice silenzio. Insomma viene imposto un trattamento sanitario che la Costituzione dichiara inammissibile.

 

Siamo di fronte all’ennesimo esempio di come la degenerazione della politica, in mano ad avventurieri senza scrupoli che sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità di maggioranze parlamentari ottuse o ottusamente conniventi, stia producendo la distruzione inesorabile di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati.

 

Se tante ombre sono stese su tutta questa vicenda cosiddetta pandemica, sulle cause e sugli effetti, sugli sviluppi e sulle aspettative, sulle finalità che vi si sono connesse, sempre più chiaro emerge dalle incongruenze, illogicità, manipolazioni, omissioni, che la volontà politica punta ad obbiettivi che nulla sembrano avere a che fare con il bene comune, e tanto meno, appunto, con le conquiste di Civiltà.

 

Ogni opposizione a quest’ultima trovata dei nuovi tiranni in giacca e cravatta significherà che quella volontà di emancipazione non è ancora morta.

Ogni opposizione a quest’ultima trovata dei nuovi tiranni in giacca e cravatta significherà che quella volontà di emancipazione non è ancora morta

 

La causa degli operatori sanitari minacciati da una legge forcaiola e pericolosa è la causa di tutti, perché tutti siamo davanti alla medesima minaccia.

 

 

Patrizia Fermani

 

 

 

 

 

Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni.

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Bioetica

Una madre e i medici sudcoreani condannati dopo che un neonato nato vivo è stato messo nel congelatore per morire

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Una donna sudcoreana sulla ventina, identificata con il cognome Kwon, è stata condannata insieme a due medici per l’omicidio del suo neonato. Lo riporta LifeSite.

 

Come prevedibile, la stampa mainstream sta presentando la vicenda, che era emersa lo scorso anno, come prova della necessità dell’aborto tardivo legale.

 

«La donna voleva interrompere la gravidanza a 36 settimane, ma i pubblici ministeri hanno affermato che il bambino è nato vivo e poi è stato ucciso», ha riferito la BBC. Naturalmente, «interrompere la gravidanza» avrebbe comportato anche l’uccisione dello stesso bambino, dopo che avrebbe potuto sopravvivere fuori dall’utero.

 

Il bambino era nato vivo tramite parto cesareo e i medici lo hanno messo in un congelatore. Il bambino è così morto assiderato. La Kwon, che insistette di non sapere «che la procedura sarebbe stata eseguita in quel modo» (come disse la BBC), è stata condannata a tre anni di carcere con sospensione condizionale; il chirurgo che aveva operato e il direttore dell’ospedale sono stati condannati a quattro e sei anni di carcere.

 

Il caso ha attirato enorme attenzione pubblica in Corea del Sud. Kwon aveva caricato un vlog su YouTube nel 2024 in cui descriveva la sua esperienza di quello che lei chiamava aborto a 36 settimane; il video aveva suscitato indignazione pubblica, accuse di infanticidio e richieste di un’indagine ufficiale. Il ministero della Salute e del Welfare richiese un’indagine di polizia, che ha scoperto che il bambino era nato vivo e successivamente ucciso.

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Quando si è scoperto che il bambino era nato vivo, la polizia ha cambiato l’indagine da «aborto non regolamentato» a omicidio – il che, come il caso evidenzia in modo agghiacciante, è una distinzione senza alcuna differenza. Tuttavia, la stampa mainstream sottolinea che queste condanne segnano «la prima volta che vengono mosse accuse di omicidio contro donne che chiedevano un’interruzione di gravidanza in fase avanzata e contro i medici coinvolti nella procedura».

 

L’indagine della polizia ha rivelato che l’ospedale aveva falsificato i propri registri, registrando la morte del bambino, morto nel congelatore, come un feto morto. L’ospedale gestiva un’attività di aborto e, secondo i pubblici ministeri, «avrebbe ricevuto un totale di 1,4 miliardi di won (816.260 dollari) per praticare aborti su oltre 500 pazienti», la maggior parte delle quali, come Kwon, era stata presentata all’ospedale da intermediari.

 

Al processo, sia il direttore dell’ospedale che il chirurgo curante hanno confessato di aver ucciso il bambino della Kwon, ed entrambi sono stati immediatamente arrestati. La Kwon ha affermato di non aver saputo di essere incinta fino al settimo mese e di aver cercato di abortire perché aveva bevuto alcolici, fumato e non aveva un reddito stabile.

 

Ma il giudice ha stabilito che la Kwon era stata informata dal personale medico che il suo bambino era sano e aveva sentito il battito cardiaco tramite un’ecografia; è stato anche confermato che la Kwon era consapevole che il suo bambino sarebbe nato vivo tramite taglio cesareo. Il giudice, tuttavia, le ha inflitto una pena più mite a causa della mancanza di supporto per Kwon nella «fase avanzata della gravidanza» e della confusione che circonda il regime abortivo della Corea del Sud.

 

La Corte Costituzionale della Corea del Sud ha annullato il divieto di aborto nel Paese nel 2019 e ha raccomandato ai legislatori di approvare emendamenti che consentano l’aborto fino a 22 settimane (la prima settimana di vita di un bambino fuori dall’utero è di 21 settimane). Il Parlamento ha avuto tempo fino alla fine del 2020 per modificare le leggi sull’aborto. Il governo dio Seul ha proposto un disegno di legge che legalizza l’aborto su richiesta fino a 14 settimane, con il feticidio consentito fino a 24 settimane in caso di stupro o specifiche condizioni di salute.

 

«Tuttavia, quel disegno di legge è rimasto bloccato in Parlamento, a causa dell’opposizione dei legislatori conservatori per motivi religiosi», ha riferito la BBC. «Quando la rimozione del divieto è entrata in vigore nel 2021, il Paese non aveva alcuna legislazione in vigore per regolamentare l’aborto». Pertanto, l’aborto è ora praticato in un vuoto giuridico.

 

L’aborto è depenalizzato e non regolamentato: il Paese estremo orientale, dove spopolano sette protestanti di ogni genere, è ora un Far West del feticidio.

 

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Bioetica

Il Lussemburgo vuole sancire l’aborto nella sua Costituzione

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Seguendo l’esempio della Francia, il Granducato del Lussemburgo si prepara a sancire il «diritto» all’aborto nella sua legge fondamentale. Spinto da una coalizione guidata dal Partito Cristiano Sociale, il Paese sta sprofondando in una deriva ideologica che volta le spalle alla tutela della vita e all’eredità cristiana del Vecchio Continente.   «C’è qualcosa di marcio nello stato di Danimarca», fece dire Shakespeare a Marcello. Ma sembra che l’elenco sia ben lungi dall’essere limitato al paese di Amleto: sotto l’impulso del déi Lénk (partito di sinistra) e sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare, il Granducato di Lussemburgo ha compiuto, il 3 marzo 2026, un primo passo decisivo verso l’inserimento della libertà di aborto nella sua Costituzione.   Questa votazione, che ha avuto luogo alla Camera dei Deputati, segna un nuovo passo avanti nella secolarizzazione radicale che sta dilagando in Europa, dopo la Francia del 2024.

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Un tradimento delle radici cattoliche

Per chi sostiene una cultura della vita, lo shock rimane profondo. Il CSV, storico partito cristiano-sociale, ha votato a stragrande maggioranza (circa 16 membri su 21), nonostante la sua eredità cattolica. Accettando questa iscrizione per consolidare la sua coalizione con il Partito Democratico (DP) e altri, sembra allontanarsi dai suoi valori fondanti.   Come può un partito che si dichiara cristiano contribuire a stabilire come principio costituzionale ciò che per molti resta un crimine, una tragedia umana e un attentato alla vita innocente?   Consacrando questa libertà nella legge fondamentale, lo Stato non si limita più a depenalizzare l’aborto a determinate condizioni (come dal 1978, con recenti allentamenti): lo protegge in modo permanente da qualsiasi arretramento politico, presentandolo come una conquista irreversibile.

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Una grande rottura antropologica

Guidata in particolare dalla ministra per le Pari Opportunità, Yuriko Backes (DP), questa riforma mira a posizionare il Lussemburgo come un «pioniere» dei diritti sociali. Tuttavia, inverte la gerarchia: l’autonomia individuale prevale sul diritto naturale alla vita, spezzando il legame intergenerazionale che obbliga i più forti a proteggere i più deboli.   Segno di un generale calo di interesse, il dibattito è stato relativamente calmo, nonostante alcuni accesi scambi di opinioni. Le obiezioni morali rimangono discrete o timide. Eppure, la costituzionalizzazione dell’aborto cambia radicalmente la situazione.   Per non parlare della negazione della legge naturale che questa pratica implica, essa minimizza anche il trauma psicologico per molte donne e la mancanza critica di alternative reali – massicce politiche pro-maternità – che potrebbero offrire una vera alternativa all’aborto.   Una cosa è certa: mentre l’Europa si trova ad affrontare un inverno demografico senza precedenti , la scelta del Lussemburgo suona come un’ammissione di resa. Di fronte a questo diktat ideologico, cattolici e attivisti pro-life hanno il dovere di testimoniare che ogni vita umana è un dono del Creatore, dal concepimento alla morte naturale, un dono che nessuna maggioranza parlamentare può legittimamente abolire.

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Circoncisione, scoppia l’incidente diplomatico: il Belgio convoca l’ambasciatore americano

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Giorni fa Belgio ha convocato l’ambasciatore statunitense Bill White dopo che questi ha accusato le autorità del Paese di molestare la comunità ebraica. Si tratta di un importante sviluppo che porta alla luce il cortocircuito della circoncisione, che è di fatto una mutilazione genitale infantile al pari dell’infibulazione ma che, specie in ambito delle comunità ebraiche gode di un qualche status privilegiato, mentre va ricordato come essa abbia una sua storia precipua anche negli Stati Uniti d’America.

 

In un post su X White aveva chiesto al Belgio di ritirare l’azione penale nei confronti di tre mohel (figure religiose ebraiche che praticano circoncisioni) sospettati di aver eseguito tali procedure ad Anversa – antica capitale del taglio dei diamanti, attività principale di una nutrita comunità di famiglie ebraico-ortodosse – senza una licenza medica.

 

«Fermate questa inaccettabile molestia nei confronti della comunità ebraica qui ad Anversa e in Belgio», ha scritto White, aggiungendo che i mohel stavano «facendo ciò per cui sono stati addestrati per migliaia di anni».

 

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White ha inoltre accusato il ministro della Salute belga Frank Vandenbroucke di essere stato «molto maleducato» e di essersi rifiutato di stringergli la mano o di posare per una fotografia durante il loro primo incontro. «Era chiaro che non ti piaceva l’America», ha scritto White.

 

Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha condannato le dichiarazioni di White. «Qualsiasi insinuazione che il Belgio sia antisemita è falsa, offensiva e inaccettabile. Il Belgio condanna l’antisemitismo con la massima fermezza», ha scritto Prevot su X.

 

«Gli attacchi personali contro un ministro belga e l’ingerenza in questioni giudiziarie violano le norme diplomatiche fondamentali», ha aggiunto. Il Prevot ha precisato che, secondo la legge belga, solo i medici qualificati sono autorizzati a eseguire circoncisioni e ha affermato che si asterrà dal commentare il caso specifico.

 

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In seguito lo White ha dichiarato ai giornalisti che «non c’era bisogno di scuse» da parte sua e ha espresso la speranza che il Belgio «legalizzerebbe questo processo in modo che queste persone possano riprendere la loro vita».

 

Il ministro degli Esteri israeliano Gedeone Saar ha appoggiato White, citando quello che ha descritto come «un forte e continuo aumento degli attacchi antisemiti in Belgio», esortando il Prevot a «guardarsi attentamente allo specchio e riconoscere la realtà».

 

In risposta, il Prevot ha messo in guardia contro «l’uso inflazionistico del termine antisemitismo» e ha respinto le affermazioni di un diffuso sentimento antiebraico in Belgio – sì, persino nel «laico» (cioè, massonico) Regno del Belgio l’accusa di antisemitismo sembra essersi stinta sino a non significare più nulla, se non la protervia dell’accusatore, che è spesso giudeo o schierato per qualche ragione con gli interessi dello Stato di Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, accuse di antisemitismo al Paese ospitante erano state mosse anche dall’ambasciatore USA a Parigi, Kushner, palazzinaro giudeo padre del genero di Trump Jared, ex galeotto e grande finanziatore di Netanyahu in Israele (in America, invece, sosteneva il Partito Democratico).

 

La circoncisione è un tema che nessuno vuole dibattere, tuttavia la sua rivoltante contraddizione talvolta emerge dalla cronaca.

 

È bizzarro come il mondo «laico», che ritiene il battesimo dei bambini come una forzatura religiosa su di una persona che non può decidere in autonomia, non abbia niente da dire contro questa oscena mutilazione genitale infantile – e dobbiamo ancora trovare qualcuno che ci convinca del fatto che la circoncisione sia diversa dall’infibulazione, quella sì, per qualche motivo, invisa alla società.

 

«Il taglio genitale non terapeutico priva il bambino, quando diventerà l’adulto, dell’opportunità di rimanere geneticamente immodificato (o intatto)» hanno scritto due bioeticisti oxoniani i due bioeticisti Lauren Notini e Brian D. Earp «Plausibilmente, la persona le cui “parti private” saranno permanentemente influenzate dal taglio dovrebbe avere la possibilità di valutare se è ciò che desidera, alla luce delle loro preferenze e valori a lungo termine»

 

Di fatto, l’individuo circonciso perde per sempre la sua integrità, vedendosi amputata una parte del corpo straordinariamente ricca di terminazione nervose, che sono quelle che danno il piacere durante l’atto sessuale. Notoriamente, l’infibulazione – condannata da tutte le società occidentali – agisce nello stesso identico modo.

 

C’è poi la questione della sicurezza dell’operazione mutilativa: i casi di bambini morti per circoncisione abbondano, anche in Italia, Nel 2023 bambino nigeriano è morto pochi giorni fa in zona Castelli Romani dopo una circoncisione fatta in casa. A Tivoli, nel 2018, morì un altro bambino nigeriano di appena due anni: aveva subito la circoncisione da parte di un sedicente medico; in quel caso, almeno, si salvò il gemello, portato d’urgenza in ospedale. Reggio Emilia, marzo 2019: neonato di famiglia ghanese, cinque mesi, morto dopo «diverse ore di agonia». Monterotondo, provincia di Roma, tre mesi prima: bimbo nigeriano di due anni morto per lo stesso motivo. Genova, aprile 2019, neonato morto nel quartiere Quezzi, e condannato a otto anni di carcere il nigeriano 34enne che aveva eseguito il taglio del prepuzio. Torino, giugno 2016: bebè di genitori ghanesi, circonciso in casa, morto in ospedale. Treviso, ottobre 2008: bimbo di due mesi morto per emorragia. Bari, luglio 2008: bambino deceduto per grave emorragia, «causata probabilmente da circoncisione fatta a domicilio».

 

Secondo dati ripetuti in questi giorni da tutti i giornali, le circoncisioni clandestine in Italia costituirebbero il 40% del totale. Su più di 15.000 circoncisioni richieste all’anno solo 8.500 vengono eseguite su territorio nazionale, mentre 6.500 operazioni di taglio del prepuzio sono effettuate nei Paesi d’origine dove gli immigrati tornano per «turismo etnico» (talvolta, come si è appreso, anche quando si dichiarano «rifugiati» e stanno facendo il percorso burocratico per essere riconosciuti tali totalmente a spese del contribuente italiano).

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Secondo una sigla di medici stranieri operanti in Italia, il 99% delle famiglie musulmane circoncide il bambino quando ha ancora pochi mesi. La realtà è che tuttavia la circoncisione è di fatto istituzionalizzata grazie agli accordi tra lo Stato italiano e la minoranza ebraica.

 

Come riportato in passato da Renovatio 21, grazie alla legge 101 del 1989 che ratifica l’intesa tra l’Italia e le comunità ebraiche italiane, i maschi di religione ebraica e musulmana possono usufruire di alcuni progetti «clinico-culturali» ed essere circoncisi per 400 euro da un medico in regime di attività libero professionale. La prestazione è da considerarsi al di fuori dei LEA (Livelli essenziali assistenziali). Tra i sottoscrittori il Policlinico Umberto I di Roma, l’Associazione internazionale Karol Wojtyla, la Comunità ebraica di Roma e il Centro islamico culturale d’Italia.

 

La pressione ebraica si dice abbia fatto cambiare rotta anche all’Islanda, che aveva tentato di liberarsi della pratica barbara. Si tratta della stessa procedura per cui ora, per aver parlato della circoncisione, Kennedy è definito «antisemita».

 

«Ogni individuo, non importa di che sesso o di quanti anni dovrebbe essere in grado di dare il consenso informato per una procedura che è inutile, irreversibile e può essere dannosa», aveva dichiarato nel 2018 la deputata Silja Dögg Gunnarsdóttir, 44 anni, del Partito progressista dell’Althing, il Parlamento islandese. «Il suo corpo, la sua scelta». «Autonomia» corporale: è lo slogan delle femministe e dell’aborto. È un dogma inscalfibile del mondo moderno.

 

Il disegno di legge non passò, perché le microcomunità ebraiche e musulmane alzarono un polverone: «l’impatto di questa legge sarebbe sentito molto al di là dei confini dell’Islanda», scriveva una lettera dello spaventatissimo Comitato degli affari esteri della Camera dei Rappresentanti, spiegando che la «mossa renderebbe l’Islanda la prima e unica nazione europea a mettere fuori legge la circoncisione. Mentre le popolazioni ebraiche e musulmane in Islanda possono essere poco numerose, il divieto di questo paese sarebbe sfruttato da coloro che alimentano la xenofobia e l’antisemitismo in Paesi con popolazioni più diversificate».

 

La circoncisione nel mondo è tollerata, forse, anche per la sua straordinaria diffusione presso la popolazione americana. Contrariamente a ciò che possono pensare beceramente alcuni, la questione in nessun modo è legata ai rapporti tra l’ebraismo e gli USA. La fonte della pratica è la stessa dei cereali che con probabilità il lettore consuma il mattino: John Harvey Kellogg (1852-1943).

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Il Kellogg era un dottore nutrizionista, oltre che un imprenditore di successo e un gran cultore dell’eugenetica. Tuttavia, un pensiero lo ossessionava: quello della riduzione della masturbazione presso la popolazione maschile.

 

Ecco quindi che raccomandò la circoncisione come rimedio: si taglia subito il prepuzio al bambino e lui non si toccherà crescendo. La cosa ancora più allucinante è che anche i cereali da lui commerciati (da qualche mese di proprietà della Ferrero) avevano in teoria lo stesso scopo: erano sostanze che riteneva «anafrodisiache» e che quindi andavano impiegate in massa per scoraggiare l’onanismo.

 

Kellogg, che come si è visto godeva di una certa influenza, era convinto sostenitore anche del vestirsi di bianco e dei clisteri, da praticare soprattutto se si erano assorbiti veleni come tè, caffè, cioccolato. Il Kelloggo, inoltre, scoraggiava il mescolarsi tra le razze: a fine carriera si dedicò alla creazione di una «Race Betterment Foundation, («Fondazione per il miglioramento della razza»), che propalava pure eugenetica razzista americana (registri genetici, sterilizzazioni delle «persone mentalmente difettose»), di quella che poi piacque assai allo Hitler, che – cosa poco nota – prese alcune leggi degli Stati americani come suo modello per la Germania nazionalsocialista.

 

L’America odierna, e il mondo tutto, si trova quindi ancora alle prese con l’eredità di questo tizio: circoncisione e colazione con cereali tostati. L’eugenetica, nel frattempo, la si fa con le provette.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’attuale segretario alla Saluta USA Roberto Kennedy jr. fu sommerso di critiche ed improperi quando osò ricordare studi esistenti che ipotizzano una correlazione tra la circoncisione e l’autismo.

 

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