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Geopolitica

Trump caccia Zelens’kyj dalla Casa Bianca

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Al leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj è stato chiesto di lasciare anticipatamente la Casa Bianca senza firmare un accordo che garantisca agli Stati Uniti i diritti sulle risorse naturali del Paese né di tenere la conferenza stampa congiunta programmata.

 

L’incontro tra Zelens’kyj e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il vicepresidente JD Vance si è rapidamente trasformato in uno scontro apertamente ostile, durante il quale presidente ha accusato Zelens’kyj di ingratitudine e riluttanza a negoziare la fine del conflitto in Ucraina.

 

L’idea di un accordo che coinvolgesse le terre rare dell’Ucraina era stata inizialmente lanciata da Zelens’kyj lo scorso autunno, e il presidente degli Stati Uniti ha accettato la sua offerta all’inizio di questo mese. C’erano stati alcuni tira e molla nelle ultime settimane, mentre il leader ucraino cercava di assicurarsi termini più favorevoli. Ci si aspettava che i due leader avrebbero firmato una versione dell’accordo venerdì.

 

Nonostante il governo ucraino abbia esaminato e dato il via libera all’accordo mercoledì, a quanto pare l’accordo è rimasto in sospeso dopo l’acceso scambio di battute alla Casa Bianca di venerdì.

 

La giornata non era iniziata male: Trump aveva accolto Zelens’kyj ironizzando sulla sua consueta mise.

 

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Poi, l’incontro nello Studio Ovale, con la stampa, e il disastro geopolitico conseguente.

 

Bisogna vedere tutto il video per capire: per una buona mezz’ora di incontro fatto dinanzi alla stampa, sembrava tutto andasse bene. Poi, d’un tratto, l’incontro si è trasformato in una catastrofe diplomatica senza precedenti (davvero, mai visto prima qualcosa così).

 

L’incontro si è inasprito quando Trump ha detto a Zelens’kyj che avrebbe dovuto negoziare la pace con la Russia, dopodiché il leader ucraino si è impuntato e ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a sostenere il suo Paese. Vance si è presto unito alla mischia, ribadendo le osservazioni di Trump secondo cui Zelens’kyj non era riuscito a mostrare abbastanza rispetto e gratitudine verso gli Stati Uniti.

 

 

A più riprese Trump e Vance hanno accusato Zelens’kyj di ingratitudine, nonché di non rispettare lo Studio Ovale, e quindi il presidente e gli USA stessi.

 

Zelens’kyj si era lanciato in una tirata contro Vance, lanciando frusti talking point di propaganda antiputiniana – di quelli che fino a qualche mese fa magari potevano in qualche modo reggere dinanzi alla politica e alla stampa della menzogna bideniana – e questo ha provocato la reazione di presidente e vicepresidente americano.

 

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Trump in particolare sembra aver perso le staffe quando Zelens’kyj è sembrato alludere minacciosamente ad un pericolo per gli USA qualora questi non continuassero l’aiuto a Kiev contro la Russia.

 

«Non dirci come dovremo sentirci» si è inalberato il biondo presidente. «Stai giocando d’azzardo con la Terza Guerra Mondiale».

 

Secondo alcuni osservatori, durante il diverbio con Vance a Zelens’kyj sarebbe scappata una parolaccia nella sua lingua madre, il russo, che gli americani hanno tradotto come un insulto al vicepresidente. Tuttavia, come già spiegato anni fa da Renovatio 21, «suka», che in russo significa scrofa (potremo anche dire: «troia») è un’interiezione rafforzativa, simile a «dai!».

 

 

Ciononostante, la scena è davvero inaudita: mai si era visto alzare la voce alla Casa Bianca, per giunta nello studio ovale, per giunta dinanzi alla stampa.

 

Secondo quanto riportato, Trump avrebbe cacciato Zelens’kyj dalla Casa Bianca. Lo staff presidenziale avrebbe quindi pasteggiato con il pranzo che era stato preparato per Zelens’kyj e la sua delegazione.

 

Il tweet ufficiale della Casa Bianca riporta le parole di Trump: «Ha mancato di rispetto agli Stati Uniti d’America nel loro amato Studio Ovale. Può tornare quando sarà pronto per la Pace».

 

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Il canale Fox News ha citato un membro anonimo dello staff della Casa Bianca che affermava che la delegazione ucraina stava «implorando di ricominciare, ma Rubio e Waltz li hanno informati che Zelens’kyj deve lasciare la Casa Bianca» e che il leader ucraino potrebbe «tornare quando sarà pronto per la pace».

 

Secondo alcuni commentatori, il segretario di Stato Marco Rubio nelle scorse settimane aveva ottenuto la promessa di Zelens’kyj per l’accordo delle terre rare, comunicandolo al presidente Trump: invece, Zelens’kyj avrebbe chiesto in cambio a Washington l’impiego di truppe terrestri. La scena allo Studio Ovale ha quindi alienato anche Rubio, che ha un passato da neocon, e che si è sentito tradito e ora deve ritenere che Zelens’kyj non è un attore con cui trattare, in quanto inaffidabile.

 

A mollare Zelens’kyj anche una delle figure politiche più sfacciatamente filoucraine del Senato USA (arrivando al punto di chiedere la morte di Putin), il senatore Lidsey Graham, che si è detto orgoglioso del presidente Trump dicendo che gli USA non dovrebbero mai più trattare con Zelens’kyj.

 

«Trump aveva pienamente intenzione di firmare l’accordo sui minerali oggi. Sono stati preparati due raccoglitori ufficiali: il Segretario del Tesoro Scott Bessent e la sua controparte ucraina e i due presidenti si sarebbero seduti a un tavolo da conferenza nella East Room e poi avrebbero strombazzato il loro successo sui podi» ha riportato la CBS. «Nessuno di questi drammi è stato premeditato. I funzionari di Trump erano increduli che alcuni organi di stampa suggerissero che potesse esserlo stato».

 

In seguito al fiasco della Casa Bianca, Zelens’kyj ha parlato negli studi di Fox News, esprimendo amarezza per l’accaduto. Trump ha parlato dal giardino con un cappello MAGA in testa dicendo che l’ucraino aveva «esagerato molto».

 

 

Trump durante l’incontro ha segnalato la sua intenzione di stare nella NATO dicendo però che gli alleati europei devono fare di più.

 


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La reazione di questi al disastro di Zelens’kyj è stata pavloviana.

 

Il primo ministro spagnolo Sanchez ha detto «Ucraina, la Spagna è con voi»; il ministro degli Esteri francese Barrot ha detto che la Russia di Putin è l’aggressore, c’è una necessità: l’Europa, ora è finito il tempo delle parole, è tempo di agire; il cancelliere tedesco Scholz ha detto che l’Ucraina può contare sulla Germania e sull’Europa; la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha detto «siate forti, siate coraggiosi, siate senza paura, non siete mai soli, caro presidente Zelens’kyj»; il presidente lituano ha detto che l’Ucraina non sarà mai sola; il primo ministro portoghese ha detto che l’Ucraina può contare sul sostegno portoghese; il presidente della Repubblica Ceca ha detto «siamo con l’Ucraina più che mai. È tempo che l’Europa intensifichi i suoi sforzi»; il capo della politica estera dell’UE Kallas ha detto «oggi è diventato chiaro che il mondo libero ha bisogno di un nuovo leader. Spetta agli Stati Uniti, agli europei, accettare questa sfida»; il primo ministro polacco Tusk ha pubblicato su X, «Caro Zelens’kyj, cari amici ucraini, non siete soli»; il presidente francese Macron ha affermatoche la Russia è l’aggressore e l’Ucraina è il popolo aggredito. Abbiamo fatto bene ad aiutare l’Ucraina e a sanzionare la Russia 3 anni fa, e a continuare a farlo.

 

Dall’altro versante, si registrano le reazioni dell’ex presidente russo Demetrio Medvedev che ha scritto su X che «il porco insolente ha finalmente ricevuto una bella sberla nello Studio Ovale. E Trump ha ragione: il regime di Kiev sta “giocando con la Terza Guerra Mondiale”», aggiungendo «Per la prima volta, Trump ha detto la verità in faccia al pagliaccio della cocaina».

 

Il presidente ungherese Vittorio Orban ha ringraziato ancora una volta Trump per la sua lotta per la pace.

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Geopolitica

I carri israeliani prendono di mira un’area vicina alle forze di pace spagnole in Libano

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I carri armati israeliani hanno colpito un’area in cui operano le forze di pace spagnole della missione ONU nel Libano meridionale, ha riferito la stessa UNIFIL, avvertendo che episodi di questo genere stanno diventando «inquietantemente frequenti».   La Forza di interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha comunicato che lunedì due carri armati Merkava si sono mossi da una posizione dell’esercito israeliano all’interno del territorio libanese, spingendosi più a nord. I peacekeepers hanno intimato ai mezzi di fermarsi, ma uno dei carri ha comunque sparato tre colpi, con due proiettili che sono caduti a circa 150 metri dalla posizione delle forze ONU. Non si sono registrati feriti.   Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno smentito la ricostruzione dell’UNIFIL, affermando che l’operazione era diretta contro «infrastrutture terroristiche» di Hezbollah e che non ha messo in pericolo il personale delle Nazioni Unite. Secondo i militari israeliani, poco dopo l’attacco l’UNIFIL avrebbe chiesto la cessazione del fuoco sostenendo che l’azione fosse avvenuta vicino ai propri uomini, ma un’indagine preliminare avrebbe escluso la presenza di caschi blu nella zona in quel momento.  

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Non si tratta del primo incidente che coinvolge il contingente spagnolo – uno dei più numerosi nella missione, con oltre 600 soldati –, il quale ha più volte denunciato molestie e interferenze da parte delle forze israeliane, che considererebbero la loro presenza «indesiderata» perché testimoni delle operazioni nel sud del Libano.   A seguito degli attacchi la Spagna aveva chiesto che la UE sospendesse l’accordo di libero scambio con Israele. Sia la Spagna che l’Irlanda – altro Paese che offre soldati all’UNIFIL – hanno riconosciuto formalmente lo Stato palestinese all’inizio del 2024.   Le tensioni hanno riguardato anche il contingente UNIFIL italiano: nell’ottobre 2024 una postazione italiana fu colpita dagli israeliani al punto che i nostri soldati furono costretti a riparare nel bunker. Vi furono all’epoca proteste del governo di Roma.   Come riportato da Renovatio 21, i soldati italiani colpiti hanno poi avuto misteriosi danni alla cute e allo stomaco.   La frontiera tra Israele e Libano resta estremamente tesa nonostante il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore nel novembre 2024 per porre fine a oltre un anno di scontri transfrontalieri, scatenati dagli attacchi di Hezbollah in solidarietà con i palestinesi di Gaza. L’accordo prevede che l’esercito libanese smantelli le infrastrutture militari di Hezbollah e assuma il controllo delle aree sotto influenza del gruppo nel sud.   Il presidente libanese Joseph Aoun ha dichiarato domenica che Beirut proseguirà la campagna per disarmare i gruppi armati, nonostante la persistenza di attacchi israeliani.   Minacce all’UNIFIL sono state fatte direttamente dal primo ministro degli Stati degli ebrei Benjamino Netanyahu.

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Immagine di Israeli Defence Forces Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Geopolitica

Trump dice che la Groenlandia serve per i missili dello scudo stellare Golden Dome

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che l’America deve prendere il controllo della Groenlandia nell’interesse della sicurezza nazionale, poiché l’isola riveste un ruolo essenziale per la realizzazione del sistema di difesa missilistica noto come Golden Dome («Cupola d’Oro»).

 

Nelle ultime settimane le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia si sono fatte sempre più pressanti: il presidente insiste con determinazione sull’acquisizione del territorio dalla Danimarca, non escludendo il ricorso alla forza per annettere l’isola. Mercoledì ha fornito una nuova motivazione, sostenendo che il possesso della Groenlandia sia indispensabile affinché il progetto Golden Dome possa essere portato a termine.

 

«Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale. È vitale per la Cupola d’Oro che stiamo costruendo. La NATO dovrebbe farci da apripista per ottenerla», ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social.

 

Trump ha presentato l’iniziativa Golden Dome all’inizio dell’anno precedente. Il sistema, che prevede componenti spaziali e opzioni per attacchi preventivi, ha un costo stimato superiore ai 542 miliardi di dollari distribuiti su un periodo di vent’anni.

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Trump ha inoltre sostenuto che la NATO diventerebbe «molto più formidabile ed efficace con la Groenlandia nelle mani degli Stati Uniti», aggiungendo che senza il controllo americano il blocco «non sarebbe una forza efficace o un deterrente».

 

Il presidente ha ribadito la sua tesi secondo cui, in assenza di un intervento statunitense, la Groenlandia finirebbe nelle mani di Russia o Cina – affermazione smentita sia da Mosca e Pechino sia da funzionari locali.

 

Trump ha rilanciato i suoi piani di annessione della Groenlandia fin dall’inizio del secondo mandato, intensificando nelle scorse settimane la pressione per acquisire il territorio autonomo danese «in un modo o nell’altro». Sebbene Copenaghen abbia manifestato disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti nel quadro della NATO, mantiene ferma la posizione che il futuro dell’isola debba essere deciso dalla sua popolazione, la quale nel 2008 ha votato per conservare lo status di autonomia all’interno del Regno di Danimarca.

 

Come riportato da Renovatio 21, il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, ha riaffermato martedì, durante una conferenza stampa congiunta con la premier danese Mette Frederiksen, l’impegno dell’isola verso la Danimarca e l’Unione Europea. Trump ha replicato dichiarando: «Questo sarà un grosso problema per lui».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Geopolitica

Stati del Golfo esortano gli Stati Uniti a non attaccare l’Iran: conseguenze disastrose per il mercato del petrolio

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I principali Paesi arabi del Golfo stanno esercitando pressioni private sugli Stati Uniti affinché rinuncino a qualsiasi attacco militare contro l’Iran, avvertendo che un’azione del genere potrebbe scatenare una grave instabilità regionale e turbare gravemente il mercato petrolifero mondiale. Lo riporta il Wall Street Journal.   L’Arabia Saudita, l’Oman e il Qatar stanno guidando questa iniziativa diplomatica riservata, cercando di influenzare l’amministrazione Trump mentre valuta opzioni militari contro Teheran, in un contesto di diffuse proteste antigovernative in Iran. La campagna di lobbying è scattata dopo che la Casa Bianca avrebbe invitato gli alleati regionali a prepararsi a una possibile azione statunitense.   Nelle comunicazioni private, i Paesi del Golfo hanno sottolineato che un tentativo di rovesciare il regime iraniano comporterebbe conseguenze serie per i mercati del petrolio. La principale preoccupazione riguarda un possibile blocco dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo cruciale tra Iran e Oman attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale.

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«Non nutrono alcun affetto per il regime iraniano, in nessuna forma o aspetto, ma provano anche una grande avversione per l’instabilità», ha dichiarato al WSJ l’ex ambasciatore statunitense in Arabia Saudita Michael Ratney.   I leader del Golfo temono inoltre che la caduta del governo attuale possa trasferire il potere al più radicale Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) o sfociare in un caos nazionale generalizzato. Secondo le fonti, i funzionari sauditi hanno assicurato a Teheran che non parteciperanno a eventuali scontri tra Stati Uniti e Iran e non autorizzeranno l’uso del loro spazio aereo per attacchi aerei americani.   Sebbene Trump non abbia ancora preso una decisione definitiva, ha pubblicato sui social media che «AIUTI IN ARRIVO» per i manifestanti iraniani, incoraggiandoli a impossessarsi delle istituzioni statali.   Nel frattempo, Teheran ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di «condannare incondizionatamente» le minacce americane di ricorso alla forza, accusando Washington e Israele di aver fomentato i disordini.

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Immagine di Ali Rostami via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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