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Tribù amazzonica fa causa al New York Times: «non siamo porno-dipendenti»
Una remota tribù sudamericana ha fatto causa al New York Times, a TMZ e a Yahoo per diffamazione in seguito a una serie di articoli che sostenevano che la comunità indigena sarebbe caduta nella dipendenza dalla pornografia dopo aver ottenuto l’accesso a Internet. Lo ha riferito il Courthouse News Service (CNS).
I Marubo vivono in circa due dozzine di villaggi remoti nell’estremo ovest della valle del fiume Javari, in Brasile. La popolazione della tribù è stimata in circa 2.000 persone. Nel 2022, sono state donate alla tribù 20 antenne satellitari Starlink per la connessione internet, che hanno consentito comunicazioni più semplici tra insediamenti distanti e l’accesso a internet.
Nel 2024, un giornalista e fotografo del New York Times aveva visitato i Marubo e in seguito aveva pubblicato un articolo che descriveva gli adolescenti come «incollati ai loro telefoni» e «minorenni che guardano pornografia». Ulteriori articoli di TMZ e altri, raccolti da Yahoo News, ripubblicarono o riformularono parti dell’articolo e affermarono che la tribù era diventata dipendente da contenuti sessualmente espliciti.
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Martedì scorso il leader della comunità Enoque Marubo e l’attivista brasiliana Flora Dutra, che ha avuto un ruolo chiave nel connettere la tribù a Internet, hanno intentato una causa presso un tribunale di Los Angeles contro il NYT, TMZ e Yahoo News, accusandoli di diffamazione e reati correlati.
«Il New York Times ha descritto i Marubo come una comunità incapace di gestire l’esposizione a internet, sottolineando le accuse secondo cui i loro giovani sarebbero stati consumati dalla pornografia poco dopo averne avuto accesso», hanno dichiarato i querelanti, secondo quanto riportato dal CNS. Le dichiarazioni sono state descritte come «infiammatorie» e suggerivano che «i Marubo fossero precipitati in un declino morale e sociale».
Il giornalista e il fotografo sono stati invitati a soggiornare in uno dei villaggi per una settimana, ma se ne sono andati dopo meno di due giorni: «appena il tempo sufficiente per osservare, comprendere o interagire rispettosamente con la comunità», si legge nella denuncia.
L’articolo di TMZ, che includeva un filmato della Dutra che consegnava i dispositivi Starlink ai Marubo, avrebbe portato alle minacce di morte di quest’ultima e al fallimento della startup da lei co-fondata, NAVI Global, che un tempo era stata valutata 3 milioni di dollari.
Il giornalista del New York Times ha poi pubblicato un articolo di follow-up intitolato «No, una remota tribù amazzonica non è diventata dipendente dal porno». Il giornale ha poi insistito sul fatto che l’articolo originale non avesse mai affermato esplicitamente tale affermazione.
Secondo CNS, la popolazione Marubo e la Dutra chiedono 180 milioni di dollari di danni, di cui 100 milioni di dollari a titolo punitivo.
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Macron vuole la censura europea: no alla «libertà di parola americana»
Il presidente francese Emmanuel Macron ha respinto quella che ha definito «libertà di parola americana», difendendo il controverso Digital Services Act (DSA) dell’UE, che i funzionari statunitensi hanno etichettato come uno strumento di censura.
Mercoledì, parlando con i giornalisti durante un viaggio in Spagna, Macron ha detto di aver chiesto all’UE di applicare il DSA «in modo molto più esteso, molto più rapido e molto più energico» per contrastare la disinformazione.
«La cosiddetta “libertà di parola” americana – almeno per come esiste oggi ed è stata promossa da alcuni – è l’opposto della libertà di parola», ha affermato, sostenendo che le libertà individuali comportano responsabilità e rispetto per le libertà altrui. «Lo so bene quando cammino per strada: la mia libertà non può significare che sono libero di picchiarti, insultarti o vandalizzare lo spazio pubblico che appartiene a tutti. Eppure, questa è l’idea che alcune persone hanno di “libertà di parola”», ha aggiunto.
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«Finché non riterremo responsabili coloro che diffondono contenuti sui social media, non saremo in grado di regolarli», ha detto il leader francese. «Quando qualcuno scrive qualcosa – quando un giornalista scrive qualcosa di completamente falso o un redattore lo pubblica – può essere chiamato a risponderne».
Come riportato da Renovatio 21, ad inizio anno Macron aveva dichiarato che «la libertà di parola è una pura stronzata», magari aspettandosi i 92 minuti di applausi della Corazzata Kotmkin di Fantozzi, ma questi non sono arrivati.
Adottato nel 2022, il DSA obbliga piattaforme come Facebook, X, TikTok, Google e YouTube a contrastare i contenuti illegali, ad aumentare la trasparenza su pubblicità e algoritmi, a proteggere i minori e a valutare e mitigare rischi sistemici come la disinformazione. Le piattaforme più grandi hanno obblighi ulteriori e possono essere multate fino al 6% del fatturato annuo globale in caso di violazioni.
Nel dicembre 2025 l’UE ha inflitto la prima sanzione ai sensi del DSA, ordinando a X di Elon Musk di pagare 120 milioni di euro. Il mese scorso il governo statunitense ha appoggiato il ricorso di X, sostenendo che il blocco aveva ecceduto i propri poteri prendendo di mira un’azienda americana.
«Non tollereremo che la Commissione Europea si impegni in un’eccessiva ingerenza normativa nel tentativo di controllare i motori americani dell’innovazione e della crescita economica», ha dichiarato Brett Shumate, assistente del procuratore generale della Divisione civile del Dipartimento di Giustizia.
Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno la UE aveva accusato il social muskiano di antisemitismo e pedopornografia. Musk aveva risposto chiedelo l’abolizione dell’UE, definita come «Quarto Reich».
Funzionari statunitensi hanno accusato l’UE di erodere la libertà di parola e di tentare di mettere a tacere le voci dissenzienti per ragioni politiche. «L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per la spazzatura», ha scritto a dicembre su X il vicepresidente JD Vance.
L’anno scorso gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a funzionari europei e a responsabili di gruppi di monitoraggio online, tra cui Thierry Breton, ex commissario per il mercato interno e uno dei principali artefici del DSA. Breton ha paragonato la misura al maccartismo, la campagna dell’era della Guerra Fredda contro sospetti comunisti e presunti sovversivi.
La censura in Europa aveva subito un’accelerazione decisiva la scorsa estate, quando sulla scia delle elezioni europee, i vertici dell’Unione stanno lavorando per rendere ancora più controverso il DSA, che molti osservatori hanno definito come una legge di censura radicale.
L’Unione Europea ha iniziato a far leva sul DSA per intensificare la repressione di quella che definisce «disinformazione» sullecampagne di vaccinazione.
L’espansione delle maglie della censura da parte dell’Europa è risalente, e ha trovato fiato soprattutto durante gli anni pandemici, nei quali sono stati mandati avanti appalti per la realizzazione elettronica del sistema.
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Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk due anni fa aveva raccontato che X (già Twitter) ha respinto la richiesta di Bruxelles di censurare segretamente le opinioni sulla piattaforma, ricevendone in risposta una persecuzione ai sensi del DSA.
Come riportato da Renovatio 21, l’Europa si sta scagliando contro i colossi della pornografia web con il pretesto della protezione dei minori ma con il fine, nemmeno tanto dissimulato, di introdurre sistemi di identificazione digitale di precisione per tutti i cittadini, il famoso portafoglio UE.
Sullo sfondo, l’avvio dell’euro digitale, la piattaforma di controllo che ingollerà mezzo milione di europei comandandone per sempre le esistenze. Il credito sociale della Repubblica Popolare Cinese al confronto sembrerà una mite misura liberale.
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Immagine di European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni
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