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Transessualismo a scuola, l’ascesa della carriera alias non si ferma

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Molte scuole italiane hanno approvato la carriera alias. Molte altre si apprestano a farlo, altre ancora saranno bersaglio di pressioni crescenti e di questo passo cederanno per emulazione. L’ordine è: alias per tutti, reclutamento a tappeto. Ne avevamo parlato in un nostro precedente articolo.

 

Il colpo da maestro di una propaganda ben organizzata consiste nell’enfatizzare fenomeni marginali, del tutto minoritari nel mondo reale, fino a farli diventare artificiosamente questioni di interesse pubblico. Anzi, questioni di vita o di morte in seno a una società frastornata, resa orfana degli strumenti della logica e del pensiero.

 

È così che, a dispetto del senso delle proporzioni – e, prima ancora, del senso primitivo del bene e del male – questi fenomeni prendono corpo proprio grazie alle chiacchiere che vi si sprecano attorno e che risuonano dappertutto, dalle accademie alle sagrestie. Cavalcati con sussiego dal benpensante trasversale, assumono una consistenza che non hanno, poi si propagano per contagio indotto, poi si affermano sulla pubblica piazza come esigenza impellente di un’intera collettività. Pronti al debutto con l’abito formale del «diritto», oggi acquistabile per pochi spiccioli al mercatino delle pulci.

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La transizione di genere è una moda che, a causa dei danni procurati, ha imboccato la via del tramonto nella parte del mondo in cui era stata lanciata, ma è in trionfante ascesa nell’altra parte di mondo, quella che si ostina ad alimentarsi dei rifiuti altrui nonostante la loro manifesta tossicità.

 

La cosiddetta carriera alias è un pezzo importante di quella moda: serve a reclutare adepti, a fidelizzarli all’ambiente alternativo che lavora nel settore da decenni, a incanalarli precocemente lungo la strada senza ritorno delle terapie ormonali e della chirurgia affermativa. Per questo si sta espandendo nelle scuole come una macchia d’olio. Conta sulla fragilità dei più giovani, psico-fisicamente disintegrati e lasciati a fluttuare nel nulla cosmico apparecchiato per loro; conta sulla cedevolezza degli adulti in totale disarmo cognitivo; conta sulla ignavia delle istituzioni incapaci di comprendere il senso del diritto perché, forse, ormai il diritto ha perduto il suo senso per tramutarsi definitivamente in un’arma contundente a servizio del potere di turno.

 

Gli ideatori della carriera sono i legali della Rete Lenford, impegnati nella promozione dei diritti LGBTQ+. Tra i loro obiettivi dichiarati, quello di «…provocare un cambiamento delle norme giuridiche in senso più avanzato e quindi una trasformazione sociale verso l’inclusione e la non discriminazione». Cioè, più che operare secondo diritto dentro la cornice dell’ordinamento positivo, vogliono esercitare attività di pressione per forzarne l’assetto. Ce lo dicono, non ne fanno mistero, è la missione a cui si sono votati.

 

Il modello di regolamento di carriera alias proposto dalla Rete per le scuole prevede che qualsiasi alunno sostenga, in un dato momento, di non sentirsi a proprio agio nel «sesso assegnato alla nascita» possa comunicare al dirigente di voler assumere entro il contesto scolastico una identità elettiva, ovvero pretendere di essere chiamato da tutti, e indicato nei documenti interni, con un nome diverso dal proprio. Giovanni potrà diventare Serena, Lucia potrà diventare Ernesto, e preside, docenti, compagni, bidelli, segretari, saranno tenuti ad assecondare la sua volontà sovrana.

 

Sopra i quattordici anni – sempre secondo il modello proposto dalla Rete – non sarà neppure necessario che i genitori siano messi al corrente della scelta del figlio, che indosserà a scuola una identità parallela come una volta si indossava il grembiule, e si appresterà in autonomia a inaugurare una nuova vita. Non sarà lasciato solo nel suo viaggio, ovviamente: persone premurose si prenderanno cura di lui e lo sosterranno nella carriera intrapresa, destinata a proseguire verso la modificazione dei connotati fisici in via farmacologica e chirurgica.

 

Vale la pena di mettere in fila alcuni fatti e alcune osservazioni per cercare di fare luce su un fenomeno di costume che in Italia si fa strada incontrastato sulle ali della mistificazione. Le sue implicazioni sono tante, e sono enormi.

 

Come si diceva, i paesi anglosassoni che a quel costume avevano dato i natali hanno ingranato una risoluta marcia indietro.

 

Dopo la recente chiusura della clinica Tavistock di Londra, il più grande centro al mondo nel trattamento della disforia di genere sui minori attivo dal 1989, il National Health Service ha comunicato che in Gran Bretagna non potranno più essere somministrati bloccanti della pubertà (puberty blocker) ai minorenni.

 

La spallata finale al gigantesco business sanitario legato alle transizioni precoci, già scricchiolante, l’hanno data i messaggi trapelati da una chat interna del WPATH (World Professional Association for Transgender Health), considerato la principale autorità scientifica globale sulla «medicina di genere», i cui standard di cura «hanno plasmato le linee guida, le politiche e le pratiche di governi, associazioni mediche, sistemi sanitari pubblici e cliniche private in tutto il mondo, OMS compresa». OMS compresa. Ne scrive Marina Ferragni qui e qui e si invita caldamente il lettore a non trascurare la lettura di questi due articoli fondamentali e sconvolgenti: trattasi di un dovere morale.

 

Dalle conversazioni degli spregiudicati membri della chat del WPATH (chirurghi, medici, terapisti vari) risulta chiaramente come i trattamenti farmacologici e chirurgici inflitti ai minori consistessero in pratiche improvvisate, dalle conseguenze imprevedibili e di sicuro incomprese nella loro vera entità dai giovani pazienti, alcuni dei quali affetti da conclamati ritardi mentali o patologie psichiatriche.

 

Vi si trovano descrizioni raccapriccianti delle cruente tecniche di mutilazione (cosiddetta chirurgia correttiva: falloplastiche e vaginoplastiche) sperimentate per manomettere irreversibilmente i loro organi sessuali; condite con cinici commenti degli esecutori di quegli esperimenti, concordi nell’auspicare un approccio il più possibile precoce ai protocolli perché, si sa, prima si interviene meglio è.

 

Tanto orrore non poteva evidentemente perpetuarsi indisturbato, ed è venuto a galla travolgendo un apparato tentacolare che si credeva intoccabile, blindato dentro un gomitolo di interessi multimiliardari.

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Da noi però, nel frattempo, la sfolgorante carriera della carriera alias va avanti tra gli applausi automatici di spettatori inebetiti e l’ignavia di una massa irretita dalla prepotenza di una minoranza urlante, e molto ben addestrata. Si registrano qua e là sparuti sussurri di perplessità; nelle alte sedi istituzionali, sì e no un paio di gridolini di sdegno emessi ad pompam a favor di telecamera, giusto per compiacere un elettorato dolosamente cornuto e dolosamente mazziato.

 

Ora, non si dica che, investendo un profilo meramente onomastico, la carriera alias nulla ha a che fare con operazioni psicologicamente e fisicamente più invasive. Non è vero. La carriera si pone in un continuum programmatico con la transizione ormonale e chirurgica. La sua funzione è proprio quella di fare da anticamera alle tappe successive, e risolutive, del «cambio di sesso», di cui il cambio di nome costituisce tecnicamente una anticipazione, favorendo la cosiddetta transizione sociale.

 

Che questa sia la funzione specifica della carriera lo dicono in modalità ancor più esplicita i documenti amministrativi che si sforzano di disciplinarla, supplendo al silenzio della legge. Per esempio, c’è un contratto collettivo di lavoro del comparto Istruzione e Ricerca e ci sono delle linee guida del Ministero della Difesa che ancorano la carriera alias al procedimento di transizione di genere definendola apertis verbis una «anticipazione» del provvedimento che la stabilirà in via definitiva: «l’identità alias costituisce un’anticipazione dei provvedimenti che si renderanno necessari al termine del procedimento di transizione di genere, quando il soggetto sarà in possesso di nuovi documenti di identità personale a seguito di sentenza del Tribunale, passata in giudicato, che ne rettifichi l’attribuzione di sesso e il nome attribuito alla nascita».

 

Il collegamento tra carriera e rettificazione di sesso è dunque qualcosa di espressamente riconosciuto e non solo intuitivamente ipotizzabile.

 

Ma la disciplina elaborata da parte di alcune amministrazioni non può che rendere ancora più eclatante l’azzardo che risiede nel consentire alla popolazione scolastica, e in particolare a scolari minori di età, l’accesso incondizionato alla carriera alias tramite una mera, estemporanea dichiarazione di volontà e a prescindere da ogni ulteriore presupposto di fatto e di diritto.

 

Molti istituti, infatti, hanno approvato de plano il regolamento della carriera nella sua versione più ampia, proposta dalla Rete Lenford. Ciò dà luogo a un duplice abuso: viene calpestato il primato educativo della famiglia, nel caso questa non sia coinvolta in via prioritaria; assecondando acriticamente un momentaneo desiderio in assenza di alcun appiglio oggettivo, viene omesso a priori il perseguimento del miglior interesse del minore e vengono gettate arbitrariamente le premesse di un suo radicamento identitario non armonizzato al sesso di appartenenza.

 

Vale a dire: uno si dichiara in crisi di identità prima ancora di aver completato la fase dello sviluppo, quando cioè, di fatto, non ha ancora vissuto nel corpo che si appresta a rifiutare, e la scuola, anziché fare la sua parte per favorire la rimozione delle cause della crisi e un’intima riconciliazione con se stesso, si presta a incoraggiare un soggetto sano a intraprendere un iter di medicalizzazione perenne.

 

Va però chiarito come non si debba nemmeno pensare che qualche ritocco cosmetico al regolamento standard sia capace di sanare l’illegittimità insita nella sua adozione. Inventarsi una formulazione meno spinta di quella suggerita dalla Rete – per esempio richiedendo il consenso dei genitori, o una documentazione da cui risulti il pregresso avvio di un parallelo percorso medico o psicologico – non significa muoversi nel rispetto della legge.

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La possibilità stessa di assumere un’identità alias rappresenta infatti un indebito superamento delle norme anagrafiche e, prima ancora, delle norme che disciplinano il diritto personalissimo al nome: è una deroga circoscritta entro un perimetro stabilito, ma pur sempre una deroga, che genera una sorta di bizzarro regime di extraterritorialità. Lo esprimono bene le già citate linee guida del Ministero della Difesa, laddove contemplano «la possibilità di assumere in via interinale «un’identità alias», utilizzando un prenome (articolo 6, comma 2, del codice civile) differente da quello risultante dall’anagrafica del Ministero della Difesa, per le attività interne all’Amministrazione, in attesa che il percorso della rettificazione di attribuzione anagrafica di sesso, di cui alla legge n. 164 del 1982, porti al rilascio di una documentazione definitiva».

 

Citando l’articolo 6 del codice civile, che disciplina il «diritto al nome» – e stabilisce che: 1. «ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito»; 2. «nel nome si comprendono il prenome e il cognome»; 3. «non sono ammessi cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati», ovvero attraverso sentenza del giudice competente) – insieme alla legge 164/82 che disciplina la rettificazione di sesso, l’amministrazione ammette di derogare, in parte qua, alle stesse – oltre che all’articolo 35 dell’Ordinamento dello stato civile (dpr 396/2000), che esordisce: «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso…».

 

Dal combinato disposto di queste norme discende infatti che il nome di una persona possa subire modifiche soltanto a seguito di una sentenza ad hoc. E invece con la carriera alias non si fa altro che stabilire arbitrariamente una anticipazione di quella sentenza, sostituendosi di fatto al legislatore, che nulla ha previsto al riguardo: nessuna fonte di rango legislativo ammette infatti una simile anticipazione.

 

Né vale invocare che la ratio della anticipazione insita nella carriera alias è quella, nobile e inoffensiva, «di promuovere il riconoscimento dei diritti della persona in transizione di genere…al fine di eliminare situazioni di disagio e forme di discriminazioni legate al sesso, all’orientamento sessuale e all’identità di genere».

 

Perché dalla carriera alias, a fronte dei «diritti» in capo al soggetto in transito, scaturiscono correlativi «doveri» per una serie di altri incolpevoli soggetti, ai quali è imposto di subire le ricadute di una decisione unilaterale; in altre parole, la manifestazione di volontà di un soggetto, sganciata da alcun dato oggettivo (e anzi, in contrasto con il dato biologico dei propri caratteri sessuali) genererebbe effetti vincolanti per l’intera comunità di riferimento, chiamata a subirli passivamente.

 

In ambito scolastico, ciò significa per esempio, per gli altri studenti, dover condividere una stanza in gita scolastica, o bagni, o spogliatoi, con un compagno che si afferma di sesso diverso da quello effettivo. E comunque significa, per tutti quanti, assorbire dalla stessa istituzione, che incarna l’autorità, una alterata percezione della realtà, dei suoi equilibri e dei suoi paradigmi essenziali.

 

La carriera alias costituisce quindi una conclamata violazione del principio di legalità della azione amministrativa: adottandola, la pubblica amministrazione si intesta abusivamente un potere legislativo che per definizione non le appartiene.

 

Una violazione, questa, tanto più grave in quanto investe la sfera di diritti personalissimi e, nel caso delle scuole, interferisce con la tutela potenziata che spetta a soggetti incapaci di agire in ragione della loro minore età, e coinvolge soggetti, quali preside e docenti, che nell’esercizio delle rispettive funzioni rivestono il ruolo di pubblici ufficiali.

 

Infine, vale la pena aggiungere che una condotta antigiuridica non perde la propria antigiuridicità in ragione della sua diffusione: la circostanza che tante scuole abbiano già allegramente deliberato la loro carriera senza farsi troppi problemi non elimina la responsabilità di chi si mette in coda e le copia, perché pare brutto rimanere indietro. Semmai, l’emulazione acritica aggrava l’ignominia.

 

Il fatto è che, nella giostra dei diritti di tutti e della discriminazione di nessuno, si è pericolosamente diffusa la convinzione che un qualsiasi desiderio, più o meno transitorio, sia idoneo a far sorgere situazioni giuridicamente rilevanti, attive e passive, con ricadute sulla altrui sfera di libertà. Con tanti saluti al senso del diritto, alla gerarchia delle fonti, al principio di legalità, che non abitano più in questo disgraziato Paese.

 

In attesa che, se Tonina afferma di sentirsi preparata in geografia acquisti il diritto al nove sul registro; o se Gigetto sostiene di essere un ballerino provetto, abbia il diritto di essere scritturato alla Scala.

 

Con la benedizione della scuola, del ministero dell’istruzione e del merito, della società tutta.

 

Elisabetta Frezza

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Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

Gender

ONU: verso la criminalizzazione del dissenso dall’ideologia gender

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Una nuova bozza di trattato sui crimini contro l’umanità, attualmente in discussione alle Nazioni Unite, sta suscitando intense polemiche. Eliminando la definizione biologica di genere, il testo potrebbe aprire la strada a procedimenti penali contro coloro che rifiutano l’ideologia dell’identità di genere: la Chiesa cattolica potrebbe così ritrovarsi nuovamente sul banco degli imputati.   Una battaglia legale con conseguenze globali è attualmente in corso nelle aule delle Nazioni Unite. La Commissione di Diritto Internazionale sta lavorando a una bozza di trattato volta a prevenire e punire i «crimini contro l’umanità». È la stesura del testo a preoccupare gli esperti di diritto, in particolare i cattolici. Il punto principale del contendere? La definizione – o meglio, la mancanza di una definizione – di «genere».  

Abbandono del consenso di Roma

Finora, il diritto internazionale si è basato sullo Statuto di Roma (1998), che definisce esplicitamente il genere come riferito a «i due sessi, maschile e femminile, secondo il contesto della società». Questo testo fondamentale della Corte penale internazionale (CPI) ha ancorato la nozione di genere a una realtà biologica binaria.   Tuttavia, la nuova bozza di trattato si discosta deliberatamente da questo consenso. Sotto la pressione di diverse nazioni occidentali e ONG internazionali, la definizione biologica è stata rimossa. Per i critici, questa ambiguità giuridica non è casuale: mira a consentire un’interpretazione in evoluzione del termine, che ora comprende la moltitudine di identità di genere autodichiarate.

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La «persecuzione» come arma legale

La questione va oltre la mera semantica. Il trattato stabilisce che la «persecuzione basata sul genere» sarà classificata come crimine contro l’umanità. In assenza di una definizione rigorosa, questa disposizione potrebbe, secondo l’organizzazione di monitoraggio C-Fam, trasformarsi in uno strumento di repressione ideologica.   Nello specifico, le politiche pubbliche, il discorso religioso e la legislazione nazionale che tutelano la famiglia tradizionale o limitano le transizioni di genere potrebbero essere etichettati come atti di «persecuzione». Leader politici, figure religiose o attivisti pro-famiglia potrebbero quindi rischiare di essere trascinati davanti a tribunali internazionali semplicemente per aver affermato la dualità biologica degli esseri umani.  

Un crescente divario di civiltà

Questa offensiva diplomatica rivela una profonda frattura all’interno della comunità internazionale. Da un lato, un blocco di paesi laici e progressisti spinge affinché le teorie di genere siano sancite nel diritto penale universale. Dall’altro, molti paesi in Africa, Medio Oriente e Sud America denunciano una forma di «colonizzazione ideologica».   Se questo trattato venisse adottato così com’è, obbligherebbe gli Stati firmatari a integrare queste nuove norme nella propria legislazione nazionale. La libertà di espressione e la libertà di coscienza sarebbero quindi a rischio.   Come sottolineano gli oppositori del progetto, trasformare un disaccordo antropologico in un crimine contro l’umanità segnerebbe una svolta storica in cui il diritto internazionale non servirebbe più a proteggere gli individui dalla violenza, ma piuttosto a imporre una rivoluzione sociale globale e a instaurare una forma di tirannia da parte dei gruppi di pressione LGBT e dei loro finanziatori.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Transessuale uccide l’ex moglie e il figlio e spara ad altre persone durante una partita di hockey

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Un padre «transgender» di sei figli ha aperto il fuoco contro la sua ex moglie, i suoi figli e un’altra persona durante una partita di hockey di una scuola superiore nel Rhode Island, lunedì.

 

La madre dei suoi figli è morta sul colpo, mentre uno dei figli è deceduto successivamente in ospedale, secondo diverse fonti. I genitori della donna versano in condizioni critiche.

 

L’autore della sparatoria, identificato come Robert Dorgan, 56 anni, noto anche come «Roberta Esposito» (sic), aveva subito il cosiddetto intervento di «riassegnazione di genere» nel 2020, come emerge dai documenti giudiziari ottenuti dall’emittente locale WPRI.

 

 

In uno sviluppo inatteso riportato dal New York Post, è pure emerso che il Dorgan e l’ex moglie assassinata erano cugini di primo grado.

 

L’attore cristiano Kevin Sorbo (noto per il telefilm di Ercole e un film di Tarzano) ha ripubblicato un commento rivolto a Dorgan il giorno prima della strage, dopo aver postato una foto di un membro del Congresso statunitense che si identifica come donna, accompagnata dalla scritta: «Tim McBride è un uomo. Se sbaglio, segnalatelo alla comunità».

 

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Il Dorgan aveva risposto con un messaggio che si è rivelato un inquietante preavviso: «Continuate a criticarci. Ma non chiedetevi perché impazziamo».

 

Secondo quanto riportato da WPRI, la moglie di Dorgan aveva chiesto il divorzio nel 2020 motivandolo con «intervento di riassegnazione di genere, tratti narcisistici e disturbi della personalità».

 

Il Dorgan era molto attivo sui social media, sia come sostenitore di Trump sia come convinto attivista transgender, e pubblicava frequentemente immagini di sé in abiti femminili.

 

Già nel 2019, su X (allora Twitter), aveva ammesso apertamente: «Donna trans, 6 figli: moglie non entusiasta», riconoscendo il malcontento della consorte per la sua scelta di identificarsi come donna.

 

Un video diffuso su X mostra i giocatori di hockey delle scuole superiori e gli spettatori sugli spalti che fuggono in preda al panico mentre risuonano gli spari all’interno della pista di ghiaccio Dennis A. Lynch di Pawtucket.

 

Un altro filmato, secondo le testimonianze, cattura il tentativo eroico di due persone presenti sugli spalti, tra cui il padre di un altro giocatore di hockey, di disarmare Dorgan mentre questi iniziava a sparare.

 


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Questa sequenza di omicidi arriva a breve distanza da una sparatoria analogamente inquietante avvenuta la settimana scorsa in una scuola di Tumbler Ridge, in Canada, dove un giovane transgender ha cercato di eliminare quanti più membri possibili della propria famiglia prima di rivolgere l’arma contro se stesso. Alla fine dell’attacco, il bilancio è stato di nove morti e 25 feriti, alcuni dei quali ancora in condizioni critiche.

 

È poi emerso che il figlio Aidan, ucciso dal padre, si era recentemente fidanzato e si stava per sposare. Il giovane si era laureato in ingegneria meccanica e si era fidanzato a fine agosto con una giovane conosciuta come Starr Nicole sul suo profilo social. Starr, che lavora come assistente odontoiatrica, aveva pubblicato il brano biblico Isaia 62,5 mentre annunciava il suo fidanzamento: «Perché come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; e come gioisce lo sposo per la sposa, così gioirà il tuo Dio per te».

 

La ex moglie del transessuale stragista aveva chiesto il divorzio da Robert nel 2020, citando «intervento di riassegnazione di genere, tratti narcisistici e disturbi della personalità» come motivo del divorzio, ma poi ha cancellato queste parole per scrivere «differenze inconciliabili». È emerso quindi che i due erano cugini di primo grado: Robert J. Dorgan era il padre del transessuale Robert Dorgan, autore della sparatoria, e Raymond Dorgan era il padre di Gerald Dorgan, vittima della sparatoria e tuttora in condizioni critiche insieme alla moglie Linda.

 

Nel 2020, Dorgan si era presentato al dipartimento di polizia di North Providence sostenendo che suo suocero (cioè, lo zio, pure) stava cercando di cacciarlo di casa perché si era recentemente sottoposto a un intervento di riassegnazione di genere. Dorgan ha affermato che il padre di sua moglie lo aveva minacciato di «farlo uccidere da una ghenga di strada asiatica se non se ne fosse andato di casa», come dimostrano gli atti processuali. Aveva affermato che suo suocero (lo zio) aveva usato un insulto per le persone transgender per dire che nessuna persona del genere «sarebbe rimasta a casa mia».

 


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Le prime cronache della stampa dell’establisment sul massacro non facevano cenno all’identità transgender di Dorgan come possibile elemento motivante rilevante della sua azione folle, nonostante le numerose prove circolanti sui social media. Nel frattempo, tuttavia, si allunga sempre più la lista degli stragisti transessuali.

 

L’autore della sparatoria della scuola di Tumbler Ridge, la scorsa settimana, era transgender: 10 morti e 25 feriti.

 

L’attentatore della chiesa cattolica in Minnesota (2025), Robin Westman, si identificava come transessuale: uccisi, mentre pregavano, due bambini, 30 i feriti.

 

La stragista nella scuola presbiteriana di Nashville (2023) Audrey Hale si identificava come un ragazzo di nome «Aidan»: 7 morti di cui tre bambini.

 

È stato sospettato di essere trans il tiratore della chiesa di Lakewood, in Texas, nel febbraio 2024, Genesse Moreno: due feriti, un morto (l’attentatore, che pare fosse una donna che usava però talvolta nomi maschili).

 

Il massacratore di Colorado Springs (2022) Anderson Lee Aldrich, che attaccò un club LGBT facendo gridare alla strage omofoba, venne poi definito come non binario: 5 morti e 26 feriti.

 

L’attentatore di Aberdeen in Maryland (2018) Snochia Moseley identificato come «maschio transgender»: 4 morti e 3 feriti.

 

L’assassino della scuola superiore di Perry, in Iowa (2024) Dylan Jesse Butler fu ritenuto da alcuni come transessuale: 3 morti e sei feriti.

 

L’assassino di Charlie Kirk, Tyler Robinson, viveva con un «fidanzato» transgenderro e sembra avesse un’ossessione per i furry. (Il Kirk, il cui assassinio ha ancora vari punti poco chiari, fu ucciso mentre rispondeva ad una domanda sugli stragisti transessuali).

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Il tentato assassino di Trump, Thomas Crooks, usava i pronomi tipici non-binari «they/them», e sembrava nutrire pure lui un profondo interesse per i furry.

 

Trinity Shockely, diciottenne accusata di aver progettato una sparatoria di massa in un liceo dell’Indiana (2025), aveva deciso di farsi chiamare «Jamie».

 

Era probabilmente legato al transessualismo Colt Gray, il quattordicenne che ha ucciso due insegnanti e due compagni di scuola nella sua scuola superiore in Georgia (2024). Anche lui aveva utilizzato la piattaforma Discord per esprimere il suo desiderio di commettere una sparatoria a scuola, citando le problematiche delle persone transgender.

 

Qualche commentatore americano, ai tempi della strage di Nashville, aveva lanciato, confortato da qualche numero, la provocazione sui social media: c’è un nuovo gruppo demografico da identificare come ceto in rapida crescita di tiratori di massa pro capite: la comunità transgender. «La demografia pro capite di sparatori di massa in più rapida crescita nella storia umana è la comunità trans» aveva scritto un utente su Twitter.

 

Come riportato da Renovatio 21, poco dopo la sparatoria di Nashville, era stato indetto negli USA un Trans Day of Vengeance, un «giorno della vendetta trans», poi annullato. La comunità trans è percorsa di appelli degli attivisti ad armarsi.

 

I transgender ad oggi costituiscono la minoranza che ha visto la crescita maggiore tra le sue fila di active shooter, ossia assassini che colpiscono a caso le persone nelle scuole, negli uffici, nei centri commerciali, etc. Da allora abbiamo assistito ad una crescita di episodi di violenza transgender con rissebotte pubbliche e pure omicidi efferati.

Nel 2023 si è registrato un periodo di crescente tensione con numerose occupazioni di campidogli degli Stati USA per protestare le leggi che proibiscono le mutilazioni sessuali pediatriche della chirurgia gender.

 

Secondo alcuni osservatori, è quindi chiaro che la cultura trans attuale stia optando per una radicalizzazione armata e terrorista dei suoi membri più giovani: l’elenco delle stragi transgender, che Renovatio 21 aveva cominciato a stilare tre anni fa, ora si è fatto molto, molto più lungo. Il Trans-terrorismo è una realtà sotto gli occhi di tutti, anche di chi non vuol vedere.

 

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Immagine da Twitter

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La bandiera dell’orgoglio LGBT allo stesso livello della bandiera americana: proposta di legge

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Il leader della minoranza al Senato americano Chuck Schumer sta presentando una proposta di legge finalizzata a rendere la bandiera arcobaleno dell’orgoglio LGBT una bandiera ufficialmente autorizzata dal Congresso, equiparandola legalmente alla bandiera degli Stati Uniti. Lo riporta LifeSite.   L’iniziativa di Schumer, sostenuta da altri democratici del Senato e della Camera, giunge in risposta alla rimozione, decisa dall’amministrazione Trump, della bandiera dell’orgoglio omosessuale dal monumento nazionale Stonewall di New York, situato di fronte allo Stonewall Inn, il bar gay ritenuto comunemente il luogo di nascita del movimento per i «diritti degli omosessuali» nel 1969.   La vistosa bandiera arcobaleno è stata successivamente ripristinata dal presidente del distretto di Manhattan, Brad Hoylman-Sigal, in aperta violazione degli ordini del governo federale e delle normative stabilite dal Congresso.

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«Stonewall è un luogo sacro e il Congresso deve agire ora per proteggere in modo permanente la bandiera del Pride e ciò che rappresenta», ha insistito Schumer domenica. «La crociata d’odio di Trump deve finire».   «I tentativi di danneggiare New York e la comunità LGBTQ+ semplicemente non avranno successo, ma la bandiera dello Stonewall Pride avrà sempre successo», ha proclamato Schumer.   Il commentatore Chad Felix Greene, che si definisce un «conservatore» omosessuale, ha contestato l’affermazione di Schumer secondo cui Stonewall rappresenterebbe un «terreno sacro». «Era un bar gestito dalla mafia che è stato fatto irruzione dalla polizia per una moltitudine di violazioni e le drag queen hanno avuto un attacco di rabbia decidendo di lanciare bottiglie di birra e mattoni alla polizia», ha scritto Greene su X. «Trump non ha fatto nulla», ha aggiunto Greene. «Tu sfrutti e menti su tutto».   In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web, Schumer ha inoltre affermato:   «La rimozione della bandiera del Pride dallo Stonewall National Monument, luogo di nascita del moderno movimento per i diritti LGBTQ+, è un atto profondamente scandaloso che deve essere revocato. Sulla scia del tentativo dell’amministrazione Trump di riscrivere la storia, alimentare divisioni e discriminazioni e cancellare l’orgoglio della comunità LGBTQ+, Schumer si è mobilitato per proteggere definitivamente la bandiera del Pride dalla crociata dell’amministrazione contro la comunità LGBTQ+».   «Autorizzare la bandiera del Pride nella legge federale non è solo una questione di simbolismo, è una questione di permanenza. Invia un messaggio chiaro che la storia LGBTQ+ non è soggetta a capricci politici e che la nostra visibilità non può essere cancellata», ha dichiarato Hoylman-Sigal. «I monumenti dei diritti civili non dovrebbero essere vulnerabili ai cambi di amministrazione. Questa legge protegge la nostra eredità, la nostra dignità e le generazioni che guarderanno a Stonewall come alla prova che il progresso, una volta conquistato, deve essere difeso».

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Kelley Henderson, presidente della Human Rights Campaign, influente organizzazione di lobbying LGBT con sede a Washington, ha affermato che la sua organizzazione «sta lavorando per un futuro in cui i nostri figli si sentano al sicuro circondati dalla bandiera americana tanto quanto dalle bandiere del Pride». «Con la leadership del senatore Schumer, questo lavoro ricomincia oggi», ha aggiunto.   La bandiera era stata rimossa a gennaio in seguito a una direttiva emanata dalla direttrice ad interim del National Park Service, Jessica Bowron.   Un portavoce del Dipartimento degli Interni (DOI) ha illustrato le ragioni della rimozione: «tutte le agenzie governative seguono la consolidata politica federale in materia di bandiere, in vigore da decenni. Il Codice della Bandiera degli Stati Uniti e la norma 41 CFR 102-74.415 della General Services Administration forniscono linee guida sull’esposizione delle bandiere sui pennoni governativi. Recenti modifiche all’esposizione delle bandiere presso il monumento sono state apportate per garantire la coerenza con le linee guida federali».   «L’odierna parata politica dimostra quanto siano totalmente incompetenti e disallineati i funzionari di New York City rispetto ai problemi che la loro città sta affrontando», ha dichiarato un portavoce del DOI al Washington Blade, un’agenzia di stampa pro-LGBT.   Bandiere LGBT sono apparse in chiesa, notoriamente alle messe del gesuita pro-omotransessualista James Martin, dove si è veduta l’immagine della Santa Vergine adornata con la bandiera arcobalenata. In un’altra occasione il vescovo di Syracuse, Nuova York, ha condannato la rimozione di una bandiera LGBT da una parrocchia della sua diocesi definendola «inopportuna».   In era Biden l’ambasciata degli Stati Uniti d’America presso la Santa Sede ha esposto la bandiera arcobalenata alle sue finestre durante il mese di giugno, il mese intero dedicato alla festiva sacralizzazione dell’omotransessualismo. Nel 2023 l’ambasciata statunitense aggiornò la bandiera piazzandoci la versione più «inclusiva» dei transgender.

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Evvi anche il fenomeno di modificare bandiere di Stati-nazione filtrandole attraverso il suprematismo omotransessualista: è accaduto alla bandiera ucraina, per la quale uno degli organizzatori del gay pride di Dublino aveva chiesto un remix.   Quando anni fa capitò di vedere una bandiera LGBT (movimento ora considerato illegale in Russia) fuori dall’ambasciata USA di Mosca, la cosa scatenò l’umorismo del presidente Putin. «Lasciateli festeggiare» aveva risposto il Putin a chi glielo faceva notare. «Hanno mostrato qualcosa sulle persone che lavorano lì».   Come riportato da Renovatio 21, la festa del Pride Month ha origine violente: l’intero mese (si sono allargati) celebra la rivolta avvenuta la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 quando gli omosessuali di un locale gay – lo Stonewall Inn – reagì ad un’ispezione della Polizia scatenando una vera e propria rivolta violenta. Una squadra della Tactical Police Force della Polizia di Nuova York fu mandata a salvare gli agenti intrappolati nel locale. Una falange di agenti antisommossa brigò fino alle 4 del mattino per sedare il moto LGBT (all’epoca, ovviamente, tale acronimo non esisteva). A commemorazione della violenza omosessuale, il presidente Obama dichiarò il locale teatro delle violenze come «monumento nazionale» nel 2016.  

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Immagine di Tony Webster via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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