Connettiti con Renovato 21

Economia

Centrale termoelettrica dello Zambia si avvia al completamento: il carbone continua

Pubblicato

il

Lo Zambia completerà entro il prossimo luglio una centrale elettrica a carbone da 300 megawatt. Una volta ultimato, il progetto amplierà la centrale a carbone di Maamba, già operativa con una potenza di 300 megawatt, portandola a 600 megawatt, fornendo l’energia elettrica di cui il 57% della popolazione ha disperatamente bisogno.

 

Si tratta di una chiara risposta alle richieste occidentali affinché l’Africa abbandoni il carbone come combustibile. Questa proposta è inaccettabile in Zambia, così come in altri paesi africani ricchi di risorse carbonifere, scrive EIR.

 

Sebbene lo Zambia disponga di una capacità installata di generazione elettrica pari a 2.800 MW, l’83% di questa proviene dalle sue 12 centrali idroelettriche operative, che però funzionano al di sotto della loro capacità a causa della prolungata siccità. Un altro 5% proviene da costoso olio combustibile pesante, che deve essere interamente importato. Solo il 3% è generato dall’energia solare, mentre il restante 9% dal carbone.

Sostieni Renovatio 21

Un altro problema è che il 50% della capacità produttiva è utilizzato nel settore minerario, il più grande settore industriale del paese. Mentre il 67% degli abitanti delle aree urbane ha accesso all’elettricità, nelle zone rurali solo il 14,5% ne beneficia, secondo il Ministero dell’Energia dello Zambia.

 

Il progetto è un’iniziativa congiunta tra enti governativi zambiani e investitori cinesi e indiani. La centrale elettrica è in fase di sviluppo da parte di Maamba Collieries Limited, la maggiore detentrice di concessioni minerarie di carbone del paese. La centrale opererà sotto la gestione di Maamba Energy Limited, una joint venture con NAVA Limited (attraverso Nava Bharat, una filiale della società indiana Nava Bharat Ventures) e la ZCCM Investments Holdings Plc, società statale zambiana e la più grande compagnia mineraria del paese. La centrale è in costruzione da parte della società statale cinese Power Construction Corporation of China.

 

È significativo notare che il progetto è finanziato dalla National Pension Scheme Authority (NAPSA) dello Zambia e dalla Indo Zambia Bank, una joint venture che coinvolge la Industrial Development Corporation (IDC) dello Zambia, di proprietà statale, e un consorzio di banche statali indiane. L’utilizzo di fondi pensione è quasi unico; la maggior parte dei fondi pensione africani preferisce investire nel mercato azionario della City di Londra piuttosto che nello sviluppo dell’Africa.

 

I fondi pensione africani detengono un patrimonio complessivo stimato di 700 miliardi di dollari. Se si includono gli attivi delle compagnie assicurative, dei fondi sovrani e del capitale istituzionale, la cifra raggiunge una stima compresa tra 1 e 2.100 miliardi di dollari, secondo la Banca Africana di Sviluppo.

 

Sono previsti altri impianti a carbone nel programma energetico dello Zambia, tra cui la centrale a carbone KCM da 300 MW, che sta suscitando un rinnovato interesse da parte della società mineraria indiana Vedanta. L’India vanta una solida esperienza nella costruzione di centrali a carbone ed è il secondo consumatore di carbone al mondo, dopo la Cina.

 

In Italia ci sono 4 centrali a carbone tecnicamente attive, ma la loro produzione energetica complessiva è ormai quasi azzerata e rappresenta poco più dell’1% del fabbisogno nazionale. Nello specifico, la generazione da carbone è crollata negli ultimi anni, scendendo a circa 3,5 TWh complessivi, equivalenti all’1,3% della produzione nazionale, e si è azzerata quasi del tutto nel corso degli ultimi mesi.

 

La potenza complessiva installata è di circa 4,7 Gigawatt, ma i quattro impianti vivono realtà molto diverse tra loro. Le uniche due centrali che continuano a produrre energia si trovano in Sardegna e sono gli impianti di Portovesme a Sulcis, gestito da Enel, e di Fiume Santo a Porto Torres, gestito da EP Produzione. Entrambe le strutture operano in regime di servizio essenziale per garantire la stabilità della rete elettrica sarda fino al completamento del cavo sottomarino Tyrrhenian Link.

 

Al contrario, la produzione si è praticamente azzerata nelle centrali del continente, ovvero Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia e Brindisi Sud Federico II, entrambe di Enel. Dal primo gennaio 2026 questi due siti non sono più autorizzati alla normale combustione commerciale del carbone e restano temporaneamente disponibili solo come riserva fredda strategica per lo Stato in caso di improvvise crisi energetiche.

 

Nonostante il drastico calo dell’utilizzo, il governo italiano ha recentemente ridefinito i termini per il definitivo phase-out, ovvero lo spegnimento e smantellamento totale. La scadenza per il limite massimo di operatività teorica delle centrali è stata prorogata fino al 31 dicembre 2038 per tutelare il Paese da instabilità geopolitiche e mantenere margini di sicurezza nazionale.

 

Italia e Zambia nel settore delle centrali energetiche sono legate da una grande storia di civiltà della costruzione: la diga di Kariba, imponente sbarramento ad arco sul fiume Zambesi al confine tra  e Zimbabwe (all’epoca Rodesia del Nord e Rodesia del Sud), rappresenta una pietra miliare dell’ingegneria d’impresa italiana all’estero. Costruito tra il 1955 e il 1959, il colosso di calcestruzzo alto 128 metri originò il più grande lago artificiale del mondo.

 

L’appalto per lo sbarramento, le centrali idroelettriche sotterranee e le gallerie fu vinto nel 1956 dal consorzio italiano Impresit, composto da storiche imprese nazionali quali Girola, Lodigiani (oggi confluite in Webuild) e Torno. Oltre 10.000 persone sfidarono piene devastanti e un clima torrido per completare l’opera in tempi record.

 

Il cantiere richiese un pesante tributo di sangue: 86 lavoratori persero la vita, tra cui 21 italiani. A loro memoria resta la chiesa di Santa Barbara, eretta sul posto dalle stesse maestranze italiane.

Aiuta Renovatio 21

La diga ha creato il Lago Kariba, che detiene il primato di più grande lago artificiale del mondo per volume d’acqua. Questo enorme bacino esteso al confine tra Zambia e Zimbabwe immagazzina l’incredibile cifra di 180-185 miliardi di metri cubi d’acqua, coprendo una superficie di circa 5.500 chilometri quadrati lungo un’estensione massima di 280 chilometri.

 

Per quanto riguarda l’energia, le due centrali idroelettriche sotterranee (quella Nord in Zambia e quella Sud in Zimbabwe) hanno visto la loro capacità installata crescere nel tempo tramite successivi potenziamenti, raggiungendo una potenza complessiva di oltre 2.000 megawatti.

 

A pieno regime, l’impianto genera mediamente circa 6.400 Gigawattora (GWh) all’anno (pari a 6,4 TWh), fornendo storicamente circa il 50% dell’energia elettrica a ciascuno dei due Paesi. Complessivamente, dalla sua inaugurazione nel 1960 ad oggi, la diga di Kariba ha prodotto centinaia di Terawattora (TWh) di energia pulita, alimentando lo sviluppo industriale e civile dell’intera regione dell’Africa australe.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da YouTube

 

 

Continua a leggere

Economia

Boom di fallimenti in Germania

Pubblicato

il

Da

Secondo l’Istituto di ricerca economica di Halle (IWH), la Germania ha registrato il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi vent’anni, con quasi 5.000 imprese che hanno presentato istanza di insolvenza nel secondo trimestre del 2026.   Secondo un rapporto pubblicato giovedì dall’istituto, nel periodo aprile-giugno sono state presentate 4.996 istanze di fallimento, con un aumento del 9% rispetto al trimestre precedente e il dato più alto per un secondo trimestre dal 2005.   L’aumento ha interessato quasi tutti i principali settori, tra cui l’edilizia, il settore immobiliare, il commercio, l’ospitalità e i servizi, con ripercussioni su circa 45.500 posti di lavoro.   Nel solo mese di giugno, 1.702 aziende hanno presentato istanza di fallimento, il 20% in più rispetto all’anno precedente e l’80% in più rispetto alla media mensile pre-pandemia.   Steffen Muller, responsabile della ricerca sulle insolvenze presso IWH, ha affermato che i fallimenti aziendali rimangono a un «livello eccezionalmente elevato».

Sostieni Renovatio 21

«La situazione rimane difficile: i fallimenti stanno colpendo l’economia in modo generalizzato. Molti settori e regioni ne risentono contemporaneamente», ha affermato, aggiungendo che l’istituto prevede che i fallimenti rimarranno al di sopra dei livelli dello scorso anno nel terzo trimestre.   La Germania, la maggiore economia dell’UE, ha dovuto affrontare una crescente pressione dovuta agli elevati costi energetici da quando ha gradualmente eliminato le importazioni di petrolio e gas dalla Russia in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. La situazione è stata ulteriormente aggravata dal recente aumento dei prezzi del petrolio greggio, innescato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha aumentato la pressione su questa potenza industriale.   L’economia tedesca si è contratta nel 2023 e nel 2024, registrando il primo calo annuale consecutivo in oltre due decenni, e si prevede che crescerà solo dello 0,5% quest’anno. I dati ufficiali mostrano che i fallimenti aziendali sono aumentati notevolmente negli ultimi anni, con un incremento di oltre il 22% sia nel 2023 che nel 2024.   La pressione è stata particolarmente forte nel settore manifatturiero, soprattutto in quello automobilistico. Giovedì i lavoratori della Volkswagen hanno organizzato proteste mentre l’azienda portava avanti un piano di ristrutturazione che, secondo alcune fonti, potrebbe eliminare fino a 100.000 posti di lavoro e chiudere stabilimenti in tutta la Germania.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Dietmar Rabich «Altoforno n. 2, Landschaftspark Duisburg-Nord a Duisburg, Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania» via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 4.0
Continua a leggere

Economia

Energia, gli USA minacciano l’UE

Pubblicato

il

Da

Gli Stati Uniti hanno avvertito l’UE che il gas naturale liquefatto (GNL) americano potrebbe essere dirottato altrove se Bruxelles non allenterà le normative previste sulle emissioni di metano. Questa mossa segnala una crescente volontà da parte di Washington di sfruttare la propria posizione dominante nel mercato energetico europeo.

 

A seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022 e dell’imposizione di sanzioni a Mosca, l’UE ha sostituito gran parte del gas proveniente dai gasdotti russi con il GNL americano. Questo cambiamento ha reso gli Stati Uniti il principale fornitore esterno di gas del blocco ed è stato salutato dai suoi leader come un passo verso una maggiore sicurezza energetica.

 

Da allora la crisi energetica europea si è aggravata, con i prezzi del gas e dell’elettricità che hanno raggiunto livelli record, con il risultato, materializzatosi drammaticamente in Italia, dellel «bollette pazze», cioè costi non sostenibili per aziende e famiglie.

 

Parlando giovedì a Bloomberg, il Segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha affermato che le esportazioni americane «si dirigeranno altrove» se l’UE si rifiuterà di modificare le norme, che dovrebbero entrare in vigore nel 2027.

 

«Senza una riforma significativa di questa norma, essa causerà gravi danni all’Europa, e questo è inutile», ha affermato lo Wright.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

In base al nuovo regolamento, il gas importato dovrà rispettare rigorosi standard di monitoraggio, rendicontazione e verifica delle emissioni di metano, paragonabili a quelli imposti ai produttori dell’UE. Bruxelles sostiene che tali misure siano essenziali per ridurre le emissioni di uno dei gas serra più potenti al mondo.

 

Gli Stati Uniti si sono uniti a Qatar, Algeria e Nigeria nell’esortare l’UE a modificare o rinviare la legislazione. Gli esportatori sostengono che non vi sia un modo pratico per conformarsi, poiché la vasta rete americana di giacimenti di gas, gasdotti e impianti di trattamento rende difficile misurare le emissioni di metano per i singoli carichi di GNL. Affermano inoltre che l’incertezza sulle potenziali sanzioni sta già scoraggiando la stipula di contratti a lungo termine con gli acquirenti europei.

 

Il commissario europeo per l’energia, Dan Jorgensen, ha respinto le richieste di indebolire la legislazione, insistendo sul fatto che il blocco non avrebbe compromesso i propri standard ambientali nonostante le pressioni dei fornitori. I ministri dell’energia dell’UE avrebbero dovuto discutere la questione in una riunione a Lussemburgo venerdì.

 

La situazione di stallo evidenzia una netta inversione di tendenza nel rapporto energetico dell’UE con il suo principale fornitore. Prima di abbandonare la maggior parte delle importazioni di gas russo, i governi occidentali accusavano spesso Mosca di utilizzare le esportazioni di energia come strumento geopolitico, un’accusa che il Cremlino ha sempre respinto.

 

Ora, con il blocco fortemente dipendente dal GNL americano, Washington sta apertamente collegando le future forniture di gas a cambiamenti nelle politiche.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso allo SPIEF il presidente russo Vladimiro Putin ha insistito sul fatto che il gas russo potrebbe tornare in Europa «domani», se la controparte lo volesse. L’Europa in questi mesi ha continuato con il rifiuto sul gas russo nonostante la crisi energetica.

 

Politici austriaci, tedeschi e slovacchi (come il premier Robert Fico) chiedono apertamente una revisione dei divieti europei e il ritorno del gas russo. Al contrario, Paesi come il Belgio e l’Olanda chiedono il bando completo dell’idrocarburo di Mosca, nonostante silenziosi aumenti delle importazioni susseguitisi in questi anni di conflitto.

 

Il Regno di Spagna rimane uno dei principali importatori di gas russo. Altri Paesi, come il Pakistan, avevano iniziato negli anni scorsi a ricevere invii di gas russo via Iran. La Cina nel 2022 ha completato un gasdotto per il combustibile dalla Russia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un discorso post-elettorale di tre anni fa aveva annunciato che la Turchia sarebbe divenuta un hub per il gas russo.

 

Nel frattempo, l’Ucraina lancia attacchi di droni contro i gasdotti che dalla Russia servono la Turchia e l’Europa, azioni che il Cremlino chiama «terrorismo energetico».

 

Come riportato da Renovatio 21, in un’intervista televisiva di quattro anni fa il magnate «filantropo» aveva detto che l’Europa senza gas russo è «un bene».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

Continua a leggere

Economia

I prezzi del petrolio salgono alle stelle con la ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran

Pubblicato

il

Da

I prezzi del petrolio sono schizzati alle stelle a seguito della riacutizzazione delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, sollevando nuove preoccupazioni per le possibili interruzioni delle forniture in Medio Oriente dopo che Washington ha ripreso la pressione su Teheran e gli attacchi militari.   Martedì, l’Ufficio per il controllo dei beni esteri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro statunitense ha revocato una licenza di due mesi per l’esenzione dalle sanzioni sul petrolio iraniano, a seguito di segnalazioni di attacchi contro petroliere commerciali nello Stretto di Ormuzzo. Le forze statunitensi hanno inoltre condotto una nuova ondata di attacchi contro obiettivi all’interno dell’Iran nella notte tra mercoledì e mercoledì.   Mercoledì i future sul petrolio Brent con scadenza a settembre sono saliti fino al 6% rispetto alla chiusura precedente, raggiungendo i 78,53 dollari al barile, mentre i future sul petrolio WTI con scadenza ad agosto sono aumentati del 5,91%, arrivando a 74,6 dollari al barile.   Il 18 giugno Washington e Teheran hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco di due mesi, volto a creare le condizioni per i negoziati su una soluzione più ampia tra i due Paesi.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di aver violato il cessate il fuoco e di aver minacciato la sicurezza marittima con attacchi contro navi mercantili, provocando quella che i funzionari di Washington hanno definito una risposta militare.   L’emittente statale iraniana IRIB ha riportato una serie di esplosioni durante la notte, affermando che sette deflagrazioni sono state registrate vicino al villaggio di Taherui nella contea di Sirik e altre sei vicino alla città di Qeshm.   Il Wall Street Journal e Axios hanno citato funzionari statunitensi che martedì avrebbero affermato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (i pasdarani) avrebbe attaccato diverse petroliere nello Stretto ormusino z nonostante il cessate il fuoco.   Secondo l’UK Maritime Trade Operations (UKMTO), un proiettile non identificato ha colpito una petroliera al largo delle coste dell’Oman, provocando un incendio a bordo. Il Wall Street Journal ha riportato che una delle navi danneggiate potrebbe essere la Al Rekayyat, una petroliera di proprietà della compagnia qatariota Nakilat. La nave avrebbe subito danni in prossimità della sala macchine, mentre tutti i membri dell’equipaggio sarebbero rimasti illesi. Axios ha affermato che le navi colpite hanno riportato solo danni limitati.   Mercoledì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato ai giornalisti che il cessate il fuoco tra Washington e Teheran non era più in vigore. Trump ha affermato che non avrebbe impedito ai diplomatici statunitensi di tenere colloqui, ma non credeva che avrebbero prodotto alcun risultato.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
Continua a leggere

Più popolari