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Quelli che su Telegram «Netanyahu è morto» e contorno di bufale. Ebbasta!

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Ci sono arrivate negli ultimi giorni diverse segnalazioni riguardo ad un’incredibile notizia circolata sui social, secondo cui il premier israeliano Beniamino Netanyahu sarebbe deceduto.

 

La «notizia», inviataci dai lettori telegrammari, era anche dettagliosa: l’eterno primo ministro dello Stato Ebraico sarebbe stato colpito mentre era nel suo aereo da un missile Houthi. Ohibò.

 

Non è che ci serve molto per capire che si tratta di una bufala clamorosa, talmente inverosimile da essere fastidiosa: bastava guardare cosa stava facendo l’uomo in quel momento (con X, si può averne una certa buona approssimazione), o interrogarsi sull’improvvisa iperprecisione dei proiettili yemeniti, che oltre ad essere ipersonici (dicono loro…) ora centrano millimetricamente anche l’aereo del vertice dei vertici dello Stato Ebraico e di tutto il casino mediorientale.

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Niente da fare: abboccano a migliaia. Ecco quello che commenta con livore, ecco quello che spamma ovunque: del resto le notizie per alcuni sono una sorta di moneta sociale, diffonderle è parte di un rapporto di scambio in cui ci si sente «ricchi», ed è per questo che tanti sono in cerca di notizie sempre più sconvolgenti, oltraggiose – ed è per questo che in tanti vogliono offrirvele, spesse volte inventandosele.

 

È la logica della dopanina, lo sappiamo da anni. I social e il loro doom scrolling (chiamano così l’atto di aggiornare continuamente alla cerca di informazioni sempre più pazzesche) sono una droga.

 

Non si tratta, tuttavia, del solo danno neurotrasmettitorio. Non è solo l’alterazione biochimica del cervello dei dipendenti da Facebook e Telegram (e X…) ad essere il problema qui: c’è una ramificazione da considerare ancora più devastante.

 

Ci è stato chiesto, per esempio, di correggere gli articoli che abbiamo pubblicano su Netanyahu, che è talmente presente nelle nostre cronache che, come avrete notato, abbiamo optato perfino per italianizzarne il nome, Beniamino (sapete che abbiamo anche Demetrio Peskov e Medvedev, talvolta Vladimiro Putin, Donaldo Trump, Wuhano etc.) – e non ci rompete, perché su Renovatio 21 stiamo riformando la lingua italiana, re-italianizzandola, come nessun altro, e poi quello si fa chiamare come vuole, come quando da giovane, con i capelli castani e gli occhi spiritati, si presentava come «Ben Nitay».

 

I lettori ci dicono: correggete gli articoli sul Netanyahu, perché abbiamo certezza che sia morto. Voi capite: Renovatio 21 magari ha appena pubblicato il video in cui il premier israeliano parla per due minuti, con il suo accento della Pennsylvania, al «nobile popolo persiano», in pratica facendo capire di voler rovesciare gli ayatollah stuzzicando l’opposizione interna iraniana. Un documento di un certo significato storico, e strategico in questo momento.

 

Ma ecco che i telegrammati ti dicono: quel video è falso, è un deep fake, anzi è stato registrato prima. Netanyahu è morto, questa è la verità. Cambiate gli articoli. E se non compare nulla sulla stampa mainstream – neanche quella non filoisraeliana, che esiste in vari Paesi del mondo – è perché lo mondo intero è governato dagli arconti sionisti, che controllano ogni singolo rivolo giornalistico del pianeta, oltre che la struttura realtà stessa, a parte i missili Houthi.

 

Capite che davanti a plurimi casi, si perde anche la pazienza, ti si tappa la vena, ti scende la catena, ti insusti, per usare una parola veneta intraducibile che definisce il fastidio divenuto intollerabile. Facciamo tanto lavoro – gratis, per i tantissimi che mai hanno fatto nemmeno una microdonazione per mandare avanti Renovatio 21 – lo facciamo di notte, la mattina prestissimo, di giorno, di sera, a tutte le ore, e questo è quello che raccogliamo?

 

Si tratta, di certo, del danno più grande: la fake news impazzita, installatasi marmoreamente nella mente dell’utente, lo spinge verso la dissonanza cognitiva rispetto a questo sito, che non ripete, non conferma, nemmeno considera la cazzata in questione. Quindi, quello che succede è che il guasto alla credibilità non lo subisce Telegram e il canale che distribuisce le bufale (di cui talvolta neanche ci si ricorda il nome, e che sempre è gestito da sconosciuti con nessuna credenziale per essere creduti), lo subisce Renovatio 21.

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È insustamento vero, totale, inenarrabile, insuperabile, inconsolabile. Sei stato schedato, da anni, come diffusore di fake news per aver parlato del piano globale dei vaccini quando ancora la popolazione mondiale non era sierata mRNA, sei stato disintegrato (con tutto il tuo profilo, foto e contatti di 14 anni di uso) da Facebook, che hai dovuto portare in tribunale.

 

Per portare informazioni pulite, ragionate, reali – in una parola, «vere» – hai subito l’impossibile, hai pagato un costo alto, talvolta orrendo. E mo’, ti tocca di combattere con il domofugismo (il fenomeno che produce i domofugi, cioè gli scappati di casa) dei telegrammisti anonimi. I giapponesi dicono shikata ga nai. Non c’è niente da fare.

 

La questione non si ferma all’insustazione professionale (tesserino Ordine Giornalisti dal 2005…) ed esistenziale dello scrivente. Il veleno continua nel sistema circolatorio generale: notate, i telegrammatici sparano la fake news e poi, quando diventa impossibile mantenerla in piedi, non si degnano di smentire, di rettificare, di correggere l’errore.

 

Nel senso: non ci pensano neanche lontanamente, cioè, nemmeno considerano la cosa. Non hanno motivi per farlo, né lo considerano utile: perché in realtà non rispettano i loro utenti, perché di fatto non vivono nella realtà, ma in un antro solipsista dove pisciano a ciclo continuo parole che copincollano da qualche parte per servirla, come fossero preziosi messaggeri, al loro povero pubblico, che pensa di informarsi e invece è solo inondato di orina informazionale.

 

Siete bombardati, via smartphone, da coboldi incontinenti senza volto: questa è la pura verità sulla vostra situazione.

 

Tempo fa ci arrivarono i messaggi di amici che ci inoltravano la notizia secondo cui re Carlo d’Inghilterra era morto. Una notizia del genere, uno pensa, difficilmente si tiene nascosta, perché bisogna comprendere quale sia l’attitudine di giornali e pubblico britannico verso la Famiglia Reale: guardate cosa è successo con la principessa Caterina photoshoppata, le anomalie saltano fuori velocemente, anche senza magari che si spiega tutto.

 

Passavano le ore, da nessuna parte, nemmeno sui siti più impenitenti di scoop, vi era cenno. I domofugi telegrammatici rincaravano la dose: è certo che è morto re Carlo, la BBC ha cambiato logo, ora è nero. Qualcuno mi disse persino che la diplomazia stava già lavorando informando le segreterie degli Stati. Eccerto.

 

Secondo voi era vero? Rispondetevi da soli: gli stessi canali erano gli stessi che poco dopo chiedevano la vostra dopamina scandalizzandovi con il ritratto sanguinolento del re svelato alla stampa.

 

Nel frattempo, vi hanno detto che non era vero che era morto? Vi hanno chiesto scusa? Maddeché.

 

Ieri l’altro abbiamo notato che era partita un a tipologia ancora più insidiosa di bufala telegramma: quella che cita il precedente e mostra pure un video che non c’entra nulla, ma – in quanto filmato reale – assegna una qualche credibilità. Vari hanno sputazzato la notizia che Israele avrebbe bombardato una struttura del gas di Beirut di proprietà di un colosso energetico francese, di cui fanno nome e cognome, non si sa con quale esattezza.

 

C’è una certa furbizia di fondo: Macron qualche giorno fa ha alzato la voce con Israele, parlando di embargo sul fornimento di armi, del resto sappiamo quale sia l’attenzione che Parigi ha verso la sua ex colonia, specie ora che tante ex colonie si sono rivoltate contro la Francia. Macron, contando sulla francofonia ancora diffusa, la settimana scorsa aveva fatto pure un video discorso di incoraggiamento ai libanesi. Poi era saltata fuori la reazione di Netanyahu, che aveva attaccato duramente la posizione dell’Eliseo sulle forniture di armi: una «vergogna», secondo il Beniamino.

 

Ecco che qui si innesta la fake news propalata da telegrammatici e twittaroli: Israele attacca una struttura del gas francese come ritorsione!

 

Di più: ci piazzano l’immagine della grande esplosione di due notti fa a Beirut, e ti dicono che quello è l’edificio della multinazionale degli idrocarburi francese che va in mille pezzi sotto i missili dello Stato Ebraico.

 

Anche qui, ne hanno certezza. I canaletti bufalatori citano «fonti», mettendo così la parola, a caso, in modo da gabbare almeno qualcuno. Il pensiero di infinocchiamento della massa vaccina (cioè, bovina) lo fanno anche quelli che il vaccino ripetevano sui social 20 volte al giorno di non averlo fatto, magari perché dentro c’erano le nanomacchine autoassemblanti.

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Ma ci rendiamo conto della portata di una notizia del genere? Israele attacca direttamente gli interessi di uno Stato europeo? Ci rendiamo conto che se fosse vero, quali conseguenze ci sarebbero? Ci rendiamo conto che una notizia del genere sarebbe impossibile da tener nascosta? Ci rendiamo conto che vi sarebbero delle ripercussioni inevitabili, anche per la UE, e finanche – pur senza far scattare l’articolo 5 – per la NATO?

 

Ci rendiamo conto dell’enormità di questa cazzata? Ci rendiamo conto della nequizia necessaria a confezionare questa fake news sfruttando un video che sta circolando per descrivere tutt’altra notizia?

 

Con evidenza, no. E sappiamo come andrà a finire: nessuno rettificherà, nessuno smentirà, perché per loro il ciclo delle notizie è fisiologia escrementizia, una volta prodotta la cosa questi se ne disinteressano, tirano lo sciacquone verso i loro utenti, che evidentemente considerano come creature della fogna che sta sotto di essi.

 

La notizia rimarrà in circolo, resterà in testa a moltissimi, esattamente come quella del Netanyahu morto. Qui arriva la realizzazione ulteriore che ne consegue: a causa degli scappati di casa dei social, si crea come un universo parallelo, che persiste nel tempo a fianco della realtà, con sempre minori punti di contatto tra i due mondi. È il multiverso degli ebeti dopaminici, la quinta dimensione dei perdigiorno telegram-canalizzati.

 

E quindi, chiediamoci: cosa è possibile fare con questi? Si possono far ragionare? Si possono portare a combinare qualcosa di concreto, per cambiare le cose? No, difficile. Dormono, pure in una dimensione che non è quella dove viviamo noi. Sognano, o meglio, hanno incubi, e a loro piace pure così. Oltre ai confini della realtà.

 

Uno può pensare che anche questo sia parte della grande opera di demoralizzazione, di sconvolgimento – nel senso, della fine del coinvolgimento – ordita dal Signore del Mondo con i padroni del vapore etc. Ognuno chiuso nel suo loculo di fake news allettanti, appagati del fatto che se vai al bar – ammesso che ti lascino andare… – può stupirei tuoi amici sapendola più lunga: Israele attacca la Francia, Netanyahu è morto, re Carlo è morto, Biden è morto…. (e neanche io mi sento tanto bene, direbbe quel tizio discutibile che ha sposato sua figlia e frequentato Epstein).

 

State certi che non avevamo voglia di scrivere questo articolo, perché fare i fact-checker è qualcosa che non può non farci venire il vomito – anzi usiamo anche qui un’altra parola gergale veneta: pensare al fact-checking ci fa bettonare. (Credo che la parola si sia innestata perché a qualcuno, ad un certo punto, l’atto di rimettere deve aver ricordato l’attività di una betoniera, ma non voglio far partire qui una fake news glottologica…)

 

E poi: davvero ci tocca di difendere quei soggetti? Soggetti sui quali, negli anni, abbiamo bettonato l’impossibile?

 

Siamo certi che vi sarà qualcuno che alla fine di questo articolo, magari soprattutto senza leggero, ci darà dei collusi: quisling di Netanyahu, Israele, della famiglia Windsor Sassonia Coburgo-Gotha, della NATO, degli UFO, di chi volete – è la reazione psicologica che capita ai sonnambuli, non puoi svegliarli di colpo, ché diventano aggressivi.

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Non è che a noi ci importa qualcosa: questo sito è fatto per chi vuole un luogo di informazione, di riflessione, di meditazione vera. Un sito fatto di realtà, più che di dopamina.

 

Sapete chi dirige questo sito, e cosa questo sito fa. Sapete che non si inventa le cose, perché vi rispetta troppo – è per questo che qui gli articoli hanno sempre riferimenti chiari, quando non hanno video e foto, che a differenza di altri mettiamo sempre quando è possibile farlo.

 

Sapete che Renovatio 21, non ha intenzione di sparire: nonostante la guerra subita dai giganti della tecnologia, la mancanza di fondi, gli attacchi hacker, l’odio di tantissimi, le minacce varie, anche concrete, subite in questi anni.

 

Invece che scrollare drogasticamente Telegram, venite su renovatio21.com. Credeteci, è meglio per tutti.

 

E magari, per continuare a far vivere questo angolo di realtà vera e necessaria, fate una piccola donazione. Essendo praticamente astemi, assicuriamo ci sarà impossibile spenderli in alcolici per dimenticare questo disastro. Nessuno si può ubriacare qui – a farci bettonare ci pensa già lo stato delle cose.

 

In questa mia amarezza limitata chirurgicamente – sapete che mi hanno asportato un organo preposto alla bile poche settimane fa… – ringrazio di cuore (quello me lo hanno lasciato al momento) i nostri fedeli lettori.

 

A cui vorremo sempre bene, anche quelli che qualche volta dobbiamo salvare mentre affogano tra le pozzanghere dei canali telegrammari.

 

Roberto Dal Bosco

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Influencer di Dubai ammoniti per i post che mostrano danni di guerra

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Le autorità di Dubai hanno minacciato con multe salate o addirittura con il carcere gli influencer che pubblicano materiali che descrivono danni presumibilmente causati da missili e droni iraniani.   Teheran ha negato di aver preso di mira infrastrutture civili nei Paesi vicini, compresi gli Emirati Arabi Uniti, sostenendo che le sue forze armate stanno attaccando le basi militari americane nella regione solo in risposta agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele.   Da qualche tempo Dubai è diventata una calamita per i creatori di contenuti provenienti da tutto il mondo grazie al suo programma di visto specifico chiamato Dedicated Residence Golden Visa.   In un post sui social media, le autorità degli Emirati hanno messo in guardia i cittadini dal pubblicare qualsiasi materiale ritenuto dannoso per «l’ordine pubblico» e «l’unità nazionale». Chi viola le norme rischia multe fino a 77.000 dollari o il carcere.

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Un influencer anonimo residente a Dubai ha dichiarato al Telegraph che le autorità locali «vogliono sicuramente controllare la narrazione». «Ci sono regole rigide su cosa si può dire qui», ha aggiunto l’anonima figura socialara.   In una dichiarazione rilasciata sabato, poche ore dopo che Stati Uniti e Israele avevano lanciato massicci attacchi aerei contro l’Iran, l’ufficio del procuratore pubblico degli Emirati Arabi Uniti ha messo in guardia «contro la pubblicazione o la diffusione di voci e informazioni provenienti da fonti sconosciute attraverso le piattaforme dei social media».   Le autorità hanno consigliato agli editori online di ottenere «informazioni esclusivamente da fonti ufficiali e accreditate», aggiungendo che «diffondere voci è un reato».   Sabato, il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato che il Paese è stato attaccato dall’Iran con numerosi missili balistici, alcuni dei quali intercettati dalle difese aeree. Ha rivelato che i detriti del missile sono caduti su un’area residenziale e che una persona è morta in un «incidente» all’aeroporto di Abu Dhabi.   Il Paese del Golfo ospita due basi militari statunitensi, che secondo quanto riferito sono state colpite da attacchi di rappresaglia iraniani negli ultimi giorni.   La legislazione emiratina dubaita (Cybercrime Law, Federal Media Law 2025 e regolamenti del Media Council) vieta severamente qualsiasi contenuto che critichi il governo, i leader, le istituzioni o che diffonda «voci» o informazioni ritenute lesive per l’immagine nazionale.   Pubblicare critiche, anche indirette, può portare a pesanti multe (fino a 500.000-1.000.000 AED, cioè dai 100 ai 200 mila euro), carcere fino a 2 anni o anche l’espulsione dal paradiso youtuberro. Dal 2025-2026 gli influencer devono ottenere licenze obbligatorie (Advertiser Permit e trade license) per post promozionali, e il contenuto deve rispettare «valori nazionali» e «coesione sociale». Molti influencer elogiano costantemente Dubai (spesso in modo coordinato, come nei trend «safe in Dubai») nei loro post per evitare rischi legali gravissimi e mantenere il permesso di operare.   Non si tratta della prima volta che il governo dello sceicco al-Makhtoum cerca un controllo elettronico capillare della popolazione.   Nel 2009, il governo degli Emirati Arabi Uniti (tramite il provider Etisalat, controllato dall’Emirato) tentò di installare uno spyware sui BlackBerry di centinaia di migliaia di utenti a Dubai e Abu Dhabi.   Venne inviato un SMS che invitava a scaricare un «aggiornamento per migliorare le performance». In realtà era un software di sorveglianza (sviluppato da SS8, azienda USA) capace di inviare copie di email e messaggi a un server centrale, aggirando l’encryption di Research In Motion (RIM), la società madre dei Blackberry.

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RIM scoprì l’intrusione, la definì «non un upgrade ma spyware» e distribuì una patch per rimuoverlo, bloccando l’operazione. L’episodio alimentò le tensioni: UAE accusò BlackBerry di essere uno strumento per spionaggio USA e Israele, portò ad un tentativo di messa la bando nel 2010, poi ritirato dopo accordi.   Fu uno dei primi casi noti di «infettare» in massa smartphone per controllo governativo. La crisi finanziaria globale del 2008-2009 colpì duramente Dubai (con il crollo immobiliare e il bailout di Abu Dhabi nel 2009), ma – almeno ufficialmente – le fonti contemporanee e successive non collegano le due vicende.   Un episodio correlato (giugno 2009) vide circolare sul Black Berry Messenger BBM un documento leaked su questioni interne emiratine, che irritò le autorità, ma non riguardava direttamente l’economia.   Sebbene non ci sia una conferma ufficiale che collegasse l’operazione esclusivamente alla crisi economica di quegli anni, il contesto storico e le analisi dell’epoca suggeriscono che il controllo del flusso di informazioni critiche fosse l’obiettivo principale.

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Facebook in Ungheria blocca pagine di notizie filogovernative a poche settimane dalle elezioni

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Facebook ha bloccato le pagine social di tre organi di informazione ungheresi, citando violazioni dei principi della comunità.

 

La decisione arriva a poche settimane dalle elezioni nella nazione dell’Europa centrale ed è stata condannata dall’Associazione nazionale dei media ungheresi, che l’ha definita un attacco alla libertà di stampa.

 

Le pagine di Bama.hu, Szabolcs Online e Kisalföld.hu sono state rese inaccessibili a partire da venerdì, spingendo i media a criticare quella che hanno definito una decisione ingiustificata in una dichiarazione congiunta. Hanno anche promesso di presentare ricorso contro il divieto.

 

Gli organi di informazione interessati, tutti parte del conglomerato Mediaworks Hungary, sono stati descritti da altri media locali come rappresentanti del governo e del partito Fidesz del primo ministro ungherese Vittorio Orban.

 

Questo sviluppo è avvenuto in vista delle elezioni parlamentari previste per l’inizio di aprile, durante le quali Fidesz dovrà affrontare la dura concorrenza del partito di opposizione filo-UE Tisza.

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L’Associazione Nazionale Ungherese dei Media ha criticato aspramente il divieto, sostenendo che il pretesto per la decisione fosse inconsistente. Il mancato rispetto dei «principi comunitari di Meta», la società madre di Facebook, potrebbe «significare qualsiasi cosa», ha affermato in una nota in cui esprime solidarietà alle testate interessate, indicando che il gigante della tecnologia potrebbe semplicemente «punire i portali di informazione di destra per aver pubblicato notizie sulla minaccia di guerra».

 

Budapest è stata uno dei più strenui oppositori della politica dell’UE nei confronti di Ucraina e Russia. L’Ungheria ha sostenuto in particolare che il crescente coinvolgimento dell’Unione nel conflitto tra Mosca e Kiev rischia una pericolosa escalation.

 

Più tardi, venerdì, Meta ha dichiarato a un organo di stampa ungherese Telex che le pagine erano state «erroneamente limitate ed erano state ripristinate». Tuttavia, due account su tre interessati risultavano ancora inaccessibili fino a sabato sera.

 

Orban ha già accusato Bruxelles di essersi alleata con Kiev e di aver dichiarato «guerra» all’Ungheria nel tentativo di estrometterlo dal potere, anche influenzando le prossime elezioni.

 

Accuse simili sono state mosse in relazione alle elezioni del 2024 in Romania, dove la Corte costituzionale ha annullato i risultati del primo turno dopo che l’Intelligence nazionale ha affermato che il vantaggio del candidato anti-establishment Calin Georgescu era il risultato di ingerenze straniere.

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Destino diverso per l’Ucraina: come riportato da Renovatio 21, a Mark Zuckerberg e alla sua azienda allo scoppio della guerra ucraina era arrivata gratitudine direttamente dal presidente Volodymyro Zelens’kyj, che ringraziò per l’aiuto nello «spazio informativo» della guerra: un riconoscimento neanche tanto implicito dell’uso fondamentale dei social come arma bellica. A inizio 2023 Meta, aveva invertito la sua precedente politica di etichettare il famigerato battaglione neonazista Azov come «organizzazione pericolosa». L’impegno a cambiare la politica, si scrisse, era stato presumibilmente fatto ai funzionari ucraini dall’allore dirigente Nick Clegg e Monika Bickert, capo della gestione delle politiche globali di Facebook, durante il World Economic Forum di Davos.

La censura di Facebook contro realtà di informazione si abbattè gravemente durante la pandemia, colpendo anche Renovatio 21, che ebbe la sua seguitissima pagina sul social chiusa e gli account degli amministratori disintegrati in totoRenovatio 21 riebbe pagine e account, che sembrano comunque tremendamente shadowbannati (cioè, i contenuti non vengono mostrati quasi a nessuno) solo dopo un processo in tribunale.

 

Consigliamo al lettore che non l’abbia già fatto di leggersi l’articolo pubblicato da Renovatio 21 «Le origini militari di Facebook»

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Macron: «la libertà di parola è una pura stronzata»

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Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «pure stronzate» le argomentazioni delle piattaforme dei social media a favore della libertà di parola, chiedendo la totale trasparenza sul modo in cui gli algoritmi plasmano il discorso online.   Intervenendo mercoledì a Nuova Delhi, Macron ha sostenuto che la parzialità algoritmica comporta «enormi» conseguenze democratiche, affermando che le persone «non hanno idea di come sia realizzato l’algoritmo, di come venga testato, di come venga addestrato e dove ci porterà».   «Alcuni di loro affermano di essere a favore della libertà di parola. Noi siamo a favore di algoritmi liberi, in totale trasparenza», ha affermato. «La libertà di parola è una stronzata [in francese connerie, ndr] se nessuno sa come si viene guidati attraverso questa cosiddetta libertà di parola, soprattutto quando si passa da un discorso d’odio all’altro».   Macron ha insistito sulla necessità di una «strada trasparente» e di mantenere «l’ordine pubblico» sui social media, affermando che «voglio evitare discorsi razzisti e incitamenti all’odio».

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Le dichiarazioni giungono in un momento di crescente tensione tra UE e USA, mentre il presidente Donald Trump ha fatto della difesa della libertà di parola online un pilastro della sua politica estera e ha condannato i tentativi di Bruxelles di regolamentare le principali piattaforme di social media, la maggior parte delle quali ha sede negli Stati Uniti.   Lo scorso anno il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha accusato i Paesi europei di reprimere la libertà di espressione, avvertendo che il futuro sostegno americano sarebbe dipeso dal rispetto dei valori fondamentali da parte degli alleati.   Verso la fine dell’anno scorso, Washington ha sanzionato cinque europei, tra cui l’ex commissario europeo Thierry Breton, per aver «costretto le piattaforme americane a punire i punti di vista americani».   La strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti mette inoltre in guardia l’Europa dalla «cancellazione della civiltà» dovuta alle restrizioni alla libertà di parola e al «soffocamento normativo» dell’innovazione, con Washington che promette di «coltivare la resistenza» alla traiettoria del continente.   La stretta dell’UE sui social media ha suscitato anche aspre critiche da parte di altre figure del settore tecnologico. All’inizio di questo mese, il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha dichiarato che la Francia «non è un Paese libero», dopo che le autorità hanno fatto irruzione nell’ufficio parigino di X.   Lo stesso Durov aveva definito le accuse della podcaster Candace Owens alla Francia di aver commissionato il suo assassinio tramite sicari come «plausibili». «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che danno alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok…)», ha scritto il giovane imprenditore russo cresciuto a Torino.   Elon Musk, la cui piattaforma è stata multata di 150 milioni di euro dall’UE a dicembre, ha definito il blocco un «mostro burocratico» che dovrebbe essere abolito in quanto «Quarto Reich». In risposta, l’UE ha avviato ulteriori indagini su X anche questa settimana.   Come riportato da Renovatio 21, gli USA sembrano intenzionati a sovvenzionare think tank europei votati alla libertà di espressione.

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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
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