Connettiti con Renovato 21

Economia

Putin parla specificamente di un nuovo sistema finanziario internazionale

Pubblicato

il

Nel corso del dibattito al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) il presidente Vladimir Putin si è soffermato anche sulla crisi del sistema finanziario internazionale.

 

Putin ha affrontato la questione dell’economia globale dopo Bretton Woods e dopo lo sgancio della riserva aurea in quello che è stata di fatto l’era dell’egemonia economica USA, in cui a fondamento dell’intero sistema altro non c’era se non la fiducia del mondo nell’economia statunitense.

 

«Guardate, il sistema di Bretton Woods è morto molto tempo fa, nel 1976. È stato sostituito dal sistema giamaicano» ha detto Putin.

Sostieni Renovatio 21

Il riferimento al «sistema giamaicano» è alla decisione del gennaio 1976 nota come Accordi della Giamaica, che consistevano nella decisione presa dal consiglio dei governatori del Fondo monetario internazionale (FMI) di porre fine ufficialmente al sistema monetario di Bretton Woods, rivedendo la decisione del presidente Richard Nixon, presa il 15 agosto 1971, di togliere il dollaro dallo standard della riserva aurea.

 

«Il sistema di Bretton Woods era basato sull’equivalente in oro. Nel 1976 gli Stati Uniti decisero di abbandonare l’equivalente aureo e fu creato il sistema giamaicano, che sganciava il dollaro dall’oro. Qual è la base di questo sistema giamaicano che è ancora in vigore oggi, ancora in vigore? La fiducia nell’economia americana».

 

«Guardate cosa sta accadendo nella realtà odierna: nel sistema finanziario globale di oggi non esiste altra garanzia, come si suol dire, oltre alla fiducia nell’economia americana. Naturalmente gli Stati Uniti sfruttano la loro posizione di monopolio nel mercato finanziario globale e guadagnano molto da questo sfruttamento» ha continuato il presidente della Federazione Russa.

 

«Secondo i dati disponibili al pubblico, gli Stati Uniti devono condizionalmente all’economia mondiale 54,3 trilioni di dollari. In cosa consiste questa cifra? 12,6 trilioni di dollari è ciò che gli individui detengono nei loro conti bancari e semplicemente nelle loro tasche, sotto il materasso, come diciamo, al di fuori dei confini degli Stati Uniti. Inoltre, altri 10mila miliardi di dollari sono stati prelevati dalle aziende americane. E si tratta di 22,6 trilioni di dollari, che non sono supportati da nient’altro che dalla fiducia nell’economia americana».

 

La restante parte dei 54,3 dollari è ciò che i cittadini di altri Paesi hanno investito in società americane, e i loro investimenti in società americane sono garantiti dall’affidabilità di queste società e dal loro valore. La loro affidabilità dipende, in ultima analisi, anche dal sistema economico americano».

 

«Cosa sta succedendo nel mondo a questo riguardo? I volumi delle economie americane si stanno contraendo e i loro fondamentali si incrinano di tanto in tanto. Non intendo solo il loro debito, che è fuori scala, ma anche il fatto che non sono sempre in grado di far fronte agli obiettivi di inflazione che (loro) si sono prefissati. Hanno fissato obiettivi di inflazione del 2% e (poi) volano fuori controllo, come è avvenuto di recente durante la pandemia, a oltre il 7,8%, il che mina la fiducia nell’economia americana».

 

«Allora cosa facciamo adesso? Siamo con i nostri partner BRICS. Stiamo costruendo questo lavoro congiunto e il ruolo della Russia qui, ovviamente, può essere significativo. Abbiamo creato la Nuova Banca per lo Sviluppo, stiamo creando i nostri strumenti valutari. Il mondo intero – beh, non tutto il mondo, ma una parte significativa dei partecipanti all’attività economica internazionale – sta passando a pagamenti in valute nazionali».

 

«Ad esempio, come ho già detto, il 90% dei nostri scambi commerciali con la Cina è regolato in yuan e rubli. Anche nello spazio post-sovietico la quota del rublo si avvicina al 70%, il che significa che il nostro ruolo qui è significativo. Ma dobbiamo farlo insieme, sarà più approfondito».

Aiuta Renovatio 21

«Il nostro collega dello Zimbabwe ha subito parlato del coinvolgimento degli investimenti», ha continuato Putin. «Sì, è vero, si può fare, e non solo nei confronti dello Zimbabwe, si può fare nei confronti degli altri Paesi africani, si può fare nei confronti dei paesi dell’Asia meridionale e dell’Asia in generale, nei confronti Paesi in rapido sviluppo».

 

Tuttavia, avverte il presidente russo, «abbiamo bisogno di strumenti che garantiscano questi investimenti e il ritorno sull’investimento. Su cosa può basarsi se non sull’oro? Sulla qualità dei progetti di investimento proposti. Se garantiamo la qualità – la qualità e la stabilità dei regimi politici – e dovremo farlo insieme, allora potremo sviluppare un tale sistema di accordi, che sarà praticamente privo di volatilità, non sarà volatile, non sarà soggetto all’inflazione».

 

«Tutto questo può essere fatto. Ne abbiamo discusso con il mio amico e collega, il presidente Xi Jinping, durante il mio viaggio [effettuato il 16 e 17 maggio scorsi, ndr]; ne parleremo con altri leader dei paesi BRICS. Questa è un’area molto importante di lavoro comune».

 

Come riportato da Renovatio 21, la Russia ha più volte discusso in questi anni riguardo ad un nuovo rublo basato sull’oro. Negli ultimi mesi si è registrata una corsa all’oro da parte di fondi sovrani e Banche Centrali.

 

l prezzo dell’oro due mesi fa ha toccato il massimo storico. Nelle settimane precedenti alcuni analisti avevano previsto che i prezzi dell’oro avrebbero potuto nei mesi successivi raggiungere la cifra record di 2.500 dollari l’oncia, spinti dalla domanda degli investitori di beni rifugio sulla scia dell’incertezza globale e delle tensioni geopolitiche.

 

L’anno passato Putin aveva firmato un disegno di legge per il cosiddetto «rublo digitale», cioè la moneta elettronica della Banca Centrale Russa (CBDC).

 

La de-dollarizzazione, nel frattempo, continua a galoppare.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)modificata

 

 

Continua a leggere

Economia

L’oro batte un nuovo record

Pubblicato

il

Da

Il prezzo dell’oro ha toccato nuovi massimi storici, mentre gli investitori cercano rifugio in un clima segnato da crescenti tensioni geopolitiche e da persistenti incertezze economiche.   I future sull’oro hanno proseguito la loro corsa al rialzo: il contratto Comex di febbraio 2026 ha segnato un picco record a 5.600 dollari l’oncia troy giovedì mattina, per poi ritracciare intorno ai 5.550 dollari, secondo i dati di borsa.   Anche i future sull’argento hanno prolungato il loro apprezzamento, con il contratto Comex di marzo 2026 che ha superato i 119 dollari l’oncia troy prima di un lieve ripiegamento.   Nell’ultimo anno sia l’oro sia l’argento hanno registrato rialzi spettacolari, confermando il ruolo di beni rifugio in fasi di turbolenza finanziaria. L’oro ha guadagnato oltre il 60% nel corso del 2025, spinto soprattutto dalle preoccupazioni legate alle tensioni globali e alla volatilità economica. L’argento ha segnato un balzo ancora più accentuato, con un incremento del 127% nello stesso periodo, alimentato dalla robusta domanda degli investitori e dagli acquisti difensivi.

Aiuta Renovatio 21

Gli analisti indicano come principale motore del recente rally l’escalation delle tensioni internazionali, tra cui l’ultimatum lanciato mercoledì dal presidente statunitense Donald Trump all’Iran affinché torni al tavolo dei negoziati sul nucleare, sullo sfondo delle minacce di ritorsione da parte di Teheran contro Stati Uniti, Israele e i loro alleati.   Un ulteriore sostegno all’oro è arrivato dall’annuncio di Tether di destinare il 10-15% del proprio portafoglio all’oro fisico, decisione confermata mercoledì dall’amministratore delegato Paolo Ardoino.   Nel frattempo la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi di interesse mercoledì, in linea con le attese. Il presidente Jerome Powell ha rilevato che l’inflazione di dicembre dovrebbe attestarsi nettamente al di sopra dell’obiettivo del 2% della banca centrale.   L’analista di Marex Edward Meir ha spiegato a Reuters che l’aumento del debito pubblico statunitense e l’incertezza derivante dalla frammentazione del sistema commerciale globale in blocchi regionali – anziché rimanere centrato sugli Stati Uniti – stanno spingendo gli investitori verso l’oro.   L’attuale impennata ha generato guadagni inattesi per la Russia, stimati in una cifra paragonabile al valore degli asset sovrani congelati in Occidente, circa 300 miliardi di dollari. A differenza di questi ultimi, le riserve auree russe possono essere vendute o utilizzate come collaterale, restituendo a Mosca una notevole capacità finanziaria.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
Continua a leggere

Economia

«La globalizzazione ha fallito»: il vero discorso a Davos lo ha fatto il segretario al Commercio USA Lutnick

Pubblicato

il

Da

Sulla scia del grande discorso del presidente americano Donaldo J. Trump a Davos per il World Economic Forum vi è stato l’intervento del segretario al commercio USA Howard Lutnick, che ha fatto precedere il suo discorso da un articolo scritto di suo pugno e pubblicato da Financial Times.

 

Al centro del discorso di Lutnick a Davos vi è la fine della globalizzazione come intesa nelle ultime decadi.

 

«La globalizzazione ha tradito l’Occidente e gli Stati Uniti d’America . È una politica fallimentare. È ciò che il WEF ha rappresentato, ovvero esportare all’estero, in zone remote, trovare la manodopera più economica al mondo e il mondo sarà un posto migliore» ha dichiarato il Lutnick.

Sostieni Renovatio 21

«Il fatto è che ha lasciato indietro l’America. Ha lasciato indietro il lavoratore americano. E quello che siamo qui per dire è che America First è un modello diverso, che incoraggiamo gli altri paesi a prendere in considerazione, in base al quale i nostri lavoratori vengono prima di tutto. Possiamo avere politiche che abbiano un impatto sui nostri lavoratori».

 

Lutnick ha respinto le critiche secondo cui l’amministrazione dovrebbe evitare del tutto Davos. «Non andremo a Davos per mantenere lo status quo», aveva scritto in un articolo pubblicato dal Financial Times. «Lo affronteremo a viso aperto».

 

Il membro del gabinetto Trump ha attribuito la colpa a un «establishment internazionale» per le politiche che hanno incoraggiato la delocalizzazione, indebolito i confini e subordinato gli interessi nazionali all’arbitraggio sindacale globale – un approccio che, a suo dire, «ha deluso gli Stati Uniti, schiacciato i lavoratori americani e distrutto anche la maggior parte del resto del mondo».

 

Sotto la presidenza Trump, ha sostenuto Lutnick, l’amministrazione sta «ricostruendo aggressivamente la produzione nazionale, liberando l’energia americana, chiedendo un commercio equo con i nostri partner e ripristinando l’idea che la nostra politica economica debba essere al servizio dei cittadini americani».

 

L’alto funzionario USA ha respinto gli avvertimenti secondo cui i dazi e la politica industriale avrebbero destabilizzato i mercati globali, sostenendo invece che l’assertività degli Stati Uniti ha coinciso con la crescita dei mercati azionari esteri. «Anche se gli Stati Uniti hanno utilizzato i dazi strategicamente per difendere i nostri lavoratori, i mercati globali si sono rafforzati», ha scritto, sottolineando i progressi in Giappone, Gran Bretagna, Europa e Corea del Sud. «Quando l’America brilla, il mondo brilla».

 

L’editoriale ha descritto l’approccio dell’amministrazione come una sfida più ampia al globalismo post-Guerra Fredda. «Con il presidente Trump, il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città», ha scritto Lutnick, sostenendo che la dipendenza da catene di approvvigionamento globali estese e istituzioni sovranazionali ha reso molti paesi più deboli.

 

Al contrario, ha affermato, le forti industrie nazionali e la sovranità nazionale dovrebbero essere considerate punti di forza economici, non di debolezza. Pur sottolineando la durezza nei negoziati commerciali – «gli Stati Uniti non accetteranno più accordi che tradiscono i lavoratori americani o minano la nostra base industriale» – il Lutnicco ha insistito sul fatto che «America First non significa solo America».

 

Il Lutnick ha concluso presentando Davos come un bivio. Una strada, ha scritto, «si aggrappa disperatamente a uno status quo fallimentare», mentre l’altra abbraccia sovranità, produttività e fiducia tra governi e cittadini. «Non andremo a Davos per mimetizzarci», ha affermato. «Siamo qui per dichiarare che l’era dell’America Last [espressione nel gergo trumpiano che designa le amministrazioni di ispirazione mondialista che non hanno fatto gli interessi nazionali americani, ndr] è giunta al termine».

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic

Continua a leggere

Economia

Parlamentare tedesca spinge per il rimpatrio dell’oro dagli Stati Uniti

Pubblicato

il

Da

Berlino dovrebbe far rientrare le proprie riserve auree conservate negli Stati Uniti, ha sostenuto venerdì un deputato tedesco in un’intervista rilasciata al Der Spiegel, indicando come motivazione principale le preoccupazioni per le politiche «imprevedibili» del presidente statunitense Donald Trump.   Marie-Agnes Strack-Zimmermann, esponente del Partito Liberale Democratico (FDP), ha spiegato che il rimpatrio delle riserve contribuirebbe a diminuire il rischio strategico in un periodo di crescente instabilità globale.   Negli ultimi quattro anni il valore dell’oro è schizzato alle stelle, registrando un incremento di quasi il 70% solo nel 2025, spinto dalla massiccia acquisizione da parte delle banche centrali, dalle ansie inflazionistiche e dalle tensioni geopolitiche in corso. Questa settimana i contratti future sull’oro hanno segnato un nuovo record storico, superando i 4.860 dollari l’oncia, a seguito delle recenti minacce di dazi pronunciate da Trump contro i Paesi europei contrari al suo progetto di acquisizione della Groenlandia, minacce in seguito parzialmente ritrattate.   «In un contesto di crescenti incertezze a livello mondiale e di politiche statunitensi imprevedibili sotto la presidenza Trump, non è più sostenibile che circa il 37% delle riserve auree tedesche, pari a oltre 1.230 tonnellate, rimanga custodito a New York», ha dichiarato Strack-Zimmermann.

Sostieni Renovatio 21

La Bundesbank mantiene attualmente 1.236 tonnellate d’oro, per un controvalore di 178 miliardi di dollari, presso la Federal Reserve di New York. Per decenni una parte considerevole delle riserve tedesche è stata depositata all’estero per ragioni storiche e legate alle condizioni di mercato.   Strack-Zimmermann ha precisato che tale intesa poteva risultare logica durante la Guerra Fredda, ma appare ormai inadeguata allo scenario geopolitico attuale. La «semplice fiducia» nei «partner transatlantici» non può più essere considerata un sostituto adeguato della piena sovranità in ambito economico e di sicurezza, ha argomentato.   Fin dal periodo del miracolo economico post-bellico la Germania ha custodito parte delle sue riserve all’estero; tra il 2013 e il 2017 ha proceduto a un parziale rimpatrio dell’oro da Nuova York e Parigi. Oggi circa la metà delle riserve è conservata in territorio nazionale, mentre la quota restante si trova a New York e Londra.   La forte domanda di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo ha rappresentato uno dei principali motori della corsa al rialzo dei prezzi, con i Paesi che cercano di proteggersi dalla svalutazione monetaria e da altre incertezze.   Secondo un recente articolo di Bloomberg, l’incremento delle riserve auree russe ha compensato in misura rilevante il valore degli asset congelati dall’Occidente, Stati Uniti inclusi, generando un plusvalore stimato di circa 216 miliardi di dollari da febbraio 2022.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Continua a leggere

Più popolari