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Bioetica

Esperimenti sugli embrioni per la crescita di organi umani negli animali

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La perenne carenza di organi umani per i trapianti ha portato i ricercatori a volgere lo sguardo sugli animali da allevamento.

 

Diverse aziende biotecnologiche stanno modificando geneticamente i maiali per rendere i loro organi più compatibili con il corpo umano.

 

Alcuni scienziati stanno cercando una soluzione diversa: far crescere organi completamente umani in maiali, pecore o altri animali, che verrebbero poi asportati per i trapianti.

Lo scrive un recente articolo di Sciencemag che qui riprendiamo.

La carenza di organi umani per i trapianti ha portato i ricercatori a volgere lo sguardo sugli animali da allevamento

 

L’idea è biologicamente scoraggiante ed eticamente ardua. Ma alcune équipe stanno rompendo un tabù: far crescere cellule staminali di una specie nell’embrione di un’altra.

 

Il mese scorso, un gruppo statunitense ha riferito in anteprima di aver sviluppato cellule staminali di scimpanzé negli embrioni di scimmia. E le normative giapponesi, recentemente divenute più permissive, hanno incoraggiato i ricercatori a chiedere l’approvazione per condurre esperimenti allo scopo di aumentare la sopravvivenza delle cellule umane negli embrioni in via di sviluppo di roditori e maiali.

 

Insoo Hyun, un bioeticista della Case Western Reserve University di Cleveland, Ohio, afferma che il lavoro viene svolto in modo responsabile. I tentativi, come i nuovi ibridi scimpanzé – scimmia, rappresentano «piccoli passi avanti, che permettono di raccogliere dati man mano che si procede», afferma a Sciencemag. «E penso che sia un approccio saggio.»

Alcune équipe stanno rompendo un tabù: far crescere cellule staminali di una specie nell’embrione di un’altra

 

Alla fine, i ricercatori prevedono di riprogrammare le cellule di una persona in uno stadio di sviluppo primitivo che possono formare la maggior parte dei tessuti e iniettare queste cellule staminali pluripotenti indotte (IPS) nell’embrione di un’altra specie. L’embrione verrebbe impiantato nell’utero di un surrogato e lasciato crescere a grandezza naturale per servire come donatore di organi. Le cellule IPS potrebbero provenire dalla persona in attesa di trapianto o, in un approccio potenzialmente più rapido e meno costoso, gli organi umani potrebbero essere fatti crescere in anticipo da cellule di altri donatori, compatibili con le proteine chiave della segnalazione immunitaria per prevenire il rigetto.

 

L’embrione verrebbe impiantato nell’utero di un surrogato e lasciato crescere a grandezza naturale per servire come donatore di organi

Finora, l’impresa è stata tentata solo nei roditori. Nel 2010, il biologo delle cellule staminali Hiromitsu Nakauchi e il suo team presso l’Università di Tokyo, hanno fatto crescere il pancreas in topi che non potevano formarli. Nel 2017, Nakauchi e colleghi hanno curato il diabete nei topi trapiantando tessuto pancreatico di un topo, che produce insulina, cresciuto in un ratto.

 

Ma il successo ottenuto coi roditori non si è ripetuto con gli animali più grandi ed evolutivamente differenti.

Nel 2017, il biologo cellulare Jun Wu e i colleghi del laboratorio di Juan Carlos Izpisua Belmonte presso il Salk Institute for Biological Studies di San Diego, California, hanno riferito che quando avevano inserito embrioni di suino in cellule IPS umane e impiantati nelle scrofe, circa la metà dei feti risultava rachitica e a crescita lenta. Quelle che dopo un mese di gestazione presentavano dimensioni normali avevano pochissime cellule umane.

Quando i ricercatori dell’Istituto Salk hanno inserito embrioni di suino in cellule IPS umane e impiantati nelle scrofe, circa la metà dei feti risultava rachitica e a crescita lenta

 

Wu, che oggi lavora al Southwestern Medical Center dell’Università del Texas a Dallas, da allora ha studiato il modo in cui le cellule staminali umane interagiscono in laboratorio con cellule staminali di primati non umani, ratti, topi, pecore e mucche. Ha scoperto quello che definisce «un fenomeno molto eccitante: una competizione tra cellule di diverse specie». Paragonate alle cellule di animali lontanamente collegati, le cellule umane tendono a morire, e il team sta ora cercando di capire il meccanismo.

«Penso che siamo vicini» dice Wu alla giornalista di Sciencemag.

 

Ma la competizione non è l’unico problema. Le cellule IPS di primate sono anche più avanzate dal punto di vista dello sviluppo, o “pronte”, rispetto alle cellule staminali di roditori utilizzate nei precedenti esperimenti di successo. Pertanto, hanno meno probabilità di sopravvivere in un embrione, afferma Nakauchi, che ha anche un laboratorio alla Stanford University di Palo Alto, in California. Per aiutare le cellule IPS dei primati a svilupparsi, il suo team di Stanford e i suoi collaboratori le hanno dotate di un gene che impedisce la morte cellulare. Negli esperimenti riportati il mese scorso, hanno studiato le modifiche da apportare alle cellule nell’embrione di una specie di primati strettamente correlata.

 

«Un fenomeno molto eccitante: una competizione tra cellule di diverse specie»

Per evitare di sollevare discussioni etiche, il team ha deciso di non utilizzare cellule IPS umane. Se a un embrione di primati non umani con l’aggiunta di cellule umane fosse permesso di svilupparsi in un surrogato e molte cellule umane sopravvivessero e proliferassero, il risultato sarebbe uno sviluppo di primati ibridi senza precedenti.

 

«Le persone sono preoccupate che il confine tra uomo e animale possa diventare sfumato», afferma Misao Fujita, bioeticista dell’Università di Kyoto in Giappone che ha recentemente condotto un sondaggio sugli atteggiamenti nei confronti degli ibridi animale-uomo nel pubblico giapponese.

 

Gli intervistati erano particolarmente preoccupati che tali animali potessero avere una maggiore intelligenza o trasportare spermatozoi e ovuli umani.

 

Paragonate alle cellule di animali lontanamente collegati, le cellule umane tendono a morire, e il team sta ora cercando di capire il meccanismo

Il team di Nakauchi ha invece modificato le cellule IPS dal parente umano più vicino, lo scimpanzé, e le ha messe in embrioni di macaco rhesus. Hanno scoperto che, rispetto alle cellule IPS di scimpanzé non modificate, le cellule con il gene che promuove la sopravvivenza avevano maggiori probabilità di resistere nei 2 giorni successivi all’inserimento in un embrione di scimmia di 5 giorni.

 

È difficile mantenere in vita un embrione di scimmia in un piattino da laboratorio per più di una settimana, dice Nakauchi, ma il suo team ha in programma di far crescere ulteriormente gli ibridi impiantandoli negli uteri di macachi femmine «nel prossimo futuro.»

 

«Le persone sono preoccupate che il confine tra uomo e animale possa diventare sfumato»

Nakauchi ha anche presentato proposte a un comitato governativo in Giappone per poter inserire il gene che promuove la sopravvivenza nelle cellule staminali umane e iniettarle in embrioni di topo, ratto e maiale – ma non in primati non umani – che mancano di un gene fondamentale per lo sviluppo del pancreas. I ricercatori sperano che, come nei precedenti esperimenti sui roditori, le cellule umane inizino a formare il pancreas mancante.

 

Il suo team impianterebbe gli embrioni in animali surrogati ma li rimuoverà per lo studio prima che raggiungano il termine. Le proposte sono un test iniziale per le nuove linee guida legali in Giappone, che a marzo ha revocato il divieto assoluto di coltivare esemplari uomo-animale dopo i 14 giorni o di impiantarle in un utero.

 

Altri gruppi stanno perfezionando diversi metodi per mettere a punto cellule staminali compatibili. A gennaio, un team dell’Università di Yale e dell’Axion Research Foundation di Hamden, nel Connecticut, ha affermato di aver sviluppato cellule IPS di scimmia con sostanze chimiche che hanno generato modelli di espressione genica come quelli delle cellule staminali embrionali di topo, con maggiori probabilità di sopravvivere di un ibrido.

 

La possibilità di creare organi che si adattano meglio ai destinatari umani fa sì che il suo laboratorio e altri studino le cellule staminali e gli embrioni, sperando di ridurre il divario tra le specie.

Ad aprile, il biologo delle cellule staminali della Yale University Alejandro De Los Angeles ha riferito che la tecnica ha causato cambiamenti simili nell’espressione genica nelle cellule IPS umane. Sta ora considerando di testare come queste cellule possano resistere in un topo o in un altro embrione non umano.

 

Ma negli Stati Uniti esistono ostacoli da affrontare. Non vi è alcun divieto assoluto, ma nel 2015 il National Institutes of Health (NIH) di Bethesda, nel Maryland, ha sospeso la revisione delle domande di sovvenzione per la ricerca che prevede l’inserimento precoce di cellule staminali pluripotenti umane – siano esse cellule IPS o cellule di embrioni umani – in embrioni di vertebrati non umani.

 

A chi, come certi vegani, predica l’antispecismo e al contempo la cessazione degli esperimenti sugli animali, diciamo questo: proprio grazie a quegli esperimenti, stanno riducendo la distanza tra le specie – materialmente, geneticamente.

Dopo la protesta di alcuni ricercatori, nel 2016 l’agenzia ha proposto di revocare il divieto mantenendo il blocco dei finanziamenti su specifici esperimenti, incluso l’inserimento di cellule staminali umane nei primi embrioni di primati non umani e l’allevamento di animali ibridi  che potrebbero avere ovuli o spermatozoi umani. La proposta è «ancora in esame», secondo un portavoce dell’NIH.

 

La moratoria «ha avuto un impatto molto significativo sullo stato di avanzamento di questo settore», afferma Pablo Ross, biologo riproduttivo dell’Università della California, Davis, che fa ricerche sugli ibridi. «Alcune questioni che vengono sollevate devono essere prese sul serio, ma penso che abbiamo gli strumenti per farlo, e [questi interrogativi] non dovrebbero impedirci di perseguire l’obiettivo».

 

A causa del ritmo lento della ricerca sugli ibridi, anche alcuni dei sostenitori prevedono che lo xenotrapianto – l’uso di tessuti non umani, ad esempio organi di suini modificati, per i trapianti – supererà il loro approccio alla clinica. «Ora lo xenotrapianto è al centro dell’attenzione», afferma Wu, e «noi siamo in ritardo».

 

Ma la possibilità di creare organi che si adattano meglio ai destinatari umani fa sì che il suo laboratorio e altri studino le cellule staminali e gli embrioni, sperando di ridurre il divario tra le specie.

 

A chi, come certi vegani, predica l’antispecismo e al contempo la cessazione degli esperimenti sugli animali, diciamo questo: proprio grazie a quegli esperimenti, stanno riducendo la distanza tra le specie – materialmente, geneticamente. Nella carne – e, ci chiediamo, forse anche nello spirito?

 

 

 

 

 

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Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

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Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».

 

Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.

 

E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.

 

Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.

 

Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.

 

Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.

 

Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi. 

 

Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?

 

A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.

 

Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.

 

È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica. 

 

Riguarda la verità.

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

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Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
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Bioetica

Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

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La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

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