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Ambiente

Naufragio di nave militare neozelandese, fuoriuscita di petrolio «altamente probabile»: accuse in rete alla comandante lesbica

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Il governo di Samoa, nazione insulare del Pacifico, ha lanciato l’allarme per una possibile fuoriuscita di petrolio in seguito all’affondamento di una nave della marina militare neozelandese al largo della costa.

 

L’HMNZS Manawanui, lungo 85 metri, si è arenato su una barriera corallina al largo dell’isola samoana di Upolu prima di prendere fuoco e affondare domenica, scatenando il timore di un disastro ambientale.

 

In una conferenza stampa tenutasi domenica sera, il primo ministro samoano in carica Tuala Tevaga Iosefo Ponifasio ha dichiarato che una fuoriuscita di carburante era «altamente probabile». La nave «non era recuperabile» in quanto «è affondata nell’oceano», ha aggiunto.

 

Le autorità neozelandesi hanno avviato un’urgente operazione di bonifica, con il ministro della Difesa Judith Collins che ha affermato che «l’aspetto ambientale» era «la massima priorità».

 

 


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La nave «ha un sacco di petrolio a bordo. Ha un sacco di cose. Ha olio lubrificante, olio idraulico, gasolio… ha un sacco di roba dentro», ha detto Collins alla rete radiofonica Newstalk ZB.

 

Gli abitanti dei villaggi costieri vicini al luogo del naufragio hanno riferito di aver sentito un forte odore di petrolio poco prima che la nave affondasse.

 

«In termini di ambiente, la stragrande maggioranza della biodiversità e della biomassa di Samoa si trova molto vicino alla costa. Quindi, non puoi permetterti che fuoriuscite di petrolio colpiscano l’ecosistema costiero», ha detto il dottor Iati Iati della Victoria University di Wellington al notiziario locale Waikato Times.

 

Iati Iati ha anche avvertito che ci sarebbe stata rabbia sul campo nei confronti della Nuova Zelanda e ha suggerito che Samoa dovrebbe commissionare una propria indagine per chiamare a rispondere il suo vicino.

 

Le Forze di difesa della Nuova Zelanda hanno dichiarato di aver avviato un’inchiesta sulla perdita della nave, la cui conclusione durerà fino a due mesi.

 

Il peggior disastro ambientale marittimo della Nuova Zelanda è stato l’affondamento della nave portacontainer Rena nel 2011. La nave trasportava oltre 1.700 tonnellate di carburante pesante e la successiva fuoriuscita di carburante ha richiesto anni per essere ripulita.

 

Il Manawanui, originariamente costruito in Norvegia e riadattato per la Royal Navy neozelandese con un consistente investimento di 103 milioni di dollari, stava conducendo una missione di indagine sui fondali marini quando ha urtato una barriera corallina, secondo l’agenzia di stampa marittima gCaptain.

 

A bordo non c’erano solo marinai, ma anche scienziati civili e personale straniero.

 

Durante un’evacuazione notturna ad alto rischio, l’equipaggio è stato costretto ad abbandonare la nave in condizioni pericolose, con zattere di salvataggio lanciate in mare agitato e alcuni occupanti che si sono affrettati a raggiungere la riva attraverso acque agitate. Tre membri dell’equipaggio hanno avuto bisogno di cure mediche, uno per una spalla slogata e un altro per una lesione alla schiena.

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Con tutti i 75 passeggeri e l’equipaggio evacuati, la perdita della nave porta un nuovo esame alla leadership sotto il suo comandante dichiaratamente lesbico, il comandante Yvonne Gray.

 

Vari utenti in rete si sono scagliati contro il comandante, considerata prima lesbica neozelandese a comandare una nave da guerra, e prima ad affondarne una.

 

Vari commentatori sostengono che si tratti di un «DEI hire», ossia un’assunzione basata su «diversità, equità, inclusione» e non sul merito.

 


Il comandante Gray, ex insegnante dello Yorkshire, Inghilterra, aveva assunto il comando della nave solo l’anno scorso. La sua nomina aveva segnato un’altra pietra miliare nell’agenda della diversità della Marina di Wellington, ma i critici sostengono che tali priorità potrebbero aver messo in ombra la fondamentale prontezza operativa.

 

«Nel 2012, il comandante Gray e sua moglie Sharon si sono trasferiti in Nuova Zelanda dopo essersi innamorati del Paese durante una vacanza in camper» scriveva il comunicato stampa della Marina nel 2022 celebrando la sua promozione.

 

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Ambiente

La Libia chiede un’indagine internazionale sull’attacco alla petroliera russa

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Le organizzazioni internazionali dovrebbero indagare sull’attacco a una petroliera russa nel Mediterraneo al largo delle coste libiche, ha dichiarato all’agenzia stampa governativa Sputnik Adel Abdelkafi, consigliere per la sicurezza nazionale del Consiglio Supremo di Stato libico (SSC).   Il ministero dei Trasporti russo aveva dichiarato il 3 marzo che la petroliera russa Arctic Metagaz era stata attaccata da imbarcazioni ucraine senza equipaggio al largo delle coste libiche, in prossimità delle acque territoriali maltesi nel Mar Mediterraneo.  

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«Questa vicenda richiede l’attenzione degli organi o delle organizzazioni internazionali competenti, con esperienza nella risoluzione di incidenti di questo tipo, al fine di prevenire conseguenze negative per la costa libica, il territorio libico e i suoi cittadini», ha dichiarato Abdelkafi, sottolineando che, insieme alle organizzazioni internazionali, anche l’attenzione degli stati costieri del Mediterraneo è fondamentale per prevenire tali attacchi, proteggere l’ambiente marino e garantire la sicurezza di questi Paesi.   In precedenza, la National Oil Corporation (NOC) libica aveva affermato di poter gestire le conseguenze dell’attacco ucraino alla petroliera russa di GNL al largo delle coste libiche. La petroliera di GNL verrà rimorchiata in uno dei porti della compagnia.   La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha precisato che la nave cisterna per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL), che trasportava 100.000 metri cubi di gas naturale liquefatto, ha perso propulsione e potenza, subendo un incendio e una conseguente esplosione di gas. Tutti i 30 membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo, ma due marinai sono rimasti feriti.   La nave è ora alla deriva nel Mediterraneo tra la Sicilia e Malta. Attivisti ambientalisti dicono che potrebbe esplodere creando un disastro ecologico marittimo.

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Ambiente

«Un crimine che segnerà generazioni»: l’Iran accusa Israele di ecocidio

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha chiesto che Israele venga «punito per i suoi crimini di guerra» contro la Repubblica islamica.

 

I bombardamenti dei depositi di carburante a Teheran da parte delle autorità israeliane «violano il diritto internazionale e costituiscono ecocidio», ha scritto su X.

 

Araghchi ha messo in guardia sul fatto che gli attacchi potrebbero provocare danni ambientali irreversibili, mettendo a rischio la salute dei residenti e contaminando il suolo e le falde acquifere per generazioni.

 


In precedenza, l’ambasciatore Amir Saeid Iravani aveva presentato formalmente una denuncia alle Nazioni Unite dopo che gli attacchi ai depositi di carburante avevano generato aria tossica e piogge acide, esponendo i civili a gravi pericoli per la salute.

 

Come riportato da Renovatio 21, gli attacchi israeliani a Teheran hanno prodotto piogge acide e incendi che sono stati filmati pure per le strade della città.

 


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Il portavoce del ministero degli Esteri iraniani ha dichiarato che gli attacchi «non sono altro che una guerra chimica intenzionale contro i cittadini iraniani. Le conseguenze di questa catastrofe ambientale e umanitaria non saranno limitate ai confini dell’Iran».

 

I grandi incendi di idrocarburi generano enormi quantità di sostanze chimiche tossiche e particolato fine, che comportano rischi immediati e prolungati per la salute. Fuliggine, ossidi di zolfo e di azoto, metalli pesanti e altre sostanze nocive colpiscono in misura particolare le persone con patologie respiratorie e gli anziani.

 

A lungo termine, questi inquinanti possono provocare gravi malattie, incluso il cancro. Una volta dispersi nell’atmosfera, possono viaggiare per migliaia di chilometri; depositati sul suolo, contaminano le falde acquifere.

 

Eventi analoghi provocati dall’uomo, come gli incendi dei pozzi petroliferi appiccati dalle forze di Saddam Hussein nel 2003 durante l’invasione statunitense, hanno prodotto effetti duraturi sulle truppe americane presenti sul campo. Gli incendi di Teheran si distinguono per la loro prossimità a un grande centro urbano, con un rischio maggiore di esposizione acuta.

 

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Ghiacciaio antartico accusato di rubare il ghiaccio ai vicini

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Un ghiacciaio antartico – osservato dallo spazio –  è stato sorpreso a rubare ghiaccio al ghiacciaio vicino durante il suo scioglimento.   In uno studio pubblicato sulla rivista The Cryosphere, alcuni ricercatori dell’Università di Leeds in Inghilterra, hanno scoperto che un ghiacciaio dell’Antartide occidentale si è reso protagonista di un vero atto di «pirateria del ghiaccio», ossia aumentando di volume a discapito dei ghiacciai vicini che si stavano assottigliavano.   Utilizzando immagini satellitari scattate tra il 2005 e il 2022, gli scienziati sono rimasti sorpresi nell’apprendere che sebbene tre ghiacciai – Kohler East, Pope e Smith – avessero iniziato a ritirarsi con una velocità superiore del 51% all’anno, il ghiacciaio vicino, Kohler West, aveva in realtà rallentato il suo avanzamento del 10%.

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Secondo Heather Selley, ricercatrice di dottorato a Leeds e autrice principale dell’articolo, queste diverse velocità di diradamento sembrano avere strane conseguenze. «Riteniamo che il rallentamento osservato sul ghiacciaio Kohler West sia dovuto alla deviazione del flusso di ghiaccio verso il ghiacciaio vicino, il Kohler East», ha spiegato la scienziata in un comunicato stampa.   Questa «pirateria del ghiaccio» consiste nel fatto che la massa congelata viene «reindirizzato da un ghiacciaio all’altro, e il ghiacciaio che accelera, in sostanza, “ruba” il ghiaccio al suo vicino che rallenta».   Sebbene questo fenomeno non sia sconosciuto dagli studiosi di quetso ramo scientifico, in passato occorrevano centinaia o addirittura migliaia di anni perché si verificasse. Osservarlo accadere in un periodo di soli diciotto anni è stato «affascinante», ha sottolineato la Selley, ma allo stesso tempo potrebbe anche creare delle preoccupazioni alla comunità scientifica.

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