Razzismo
Musk: «Genocidio bianco» in Sudafrica
Elon Musk si è nuovamente scagliato contro il suo Paese natale, il Sudafrica, per quella che ha definito una «promozione attiva» del «genocidio bianco».
In un post su X Elon ha scritto che il suo servizio Internet satellitare Starlink non può funzionare nel Paese africano perché «non è nero».
Le dichiarazioni di Musk sono arrivate in mezzo alle tensioni tra Pretoria e Washington per una controversa legge sull’espropriazione delle terre firmata a gennaio che consente sequestri di terreni senza indennizzo e mira ad affrontare le disparità di lunga data tra i neri sudafricani e la minoranza afrikaner, che possiede quasi il 75% dei terreni agricoli liberi del Paese.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condannato la legge come un’«azione eclatante» che colpisce ingiustamente i bianchi sudafricani e ha firmato un ordine esecutivo che ordina alle agenzie federali di tagliare gli aiuti al paese nel tentativo di fare pressione su Pretoria affinché abroghi la politica.
Musk, stretto consigliere di Trump nato a Pretoria, ha anche espresso apertamente le sue critiche alla legge. Nel suo post di domenica, si è scagliato contro dopo aver condiviso il filmato di un raduno guidato da Julius Malema, capo del partito di opposizione Economic Freedom Fighters (EFF). Il video mostrava i dimostranti che scandivano uno slogan dell’era dell’apartheid che Musk ha interpretato come un invito all’uccisione dei sudafricani bianchi.
Very few people know that there is a major political party in South Africa that is actively promoting white genocide.
The video below was just yesterday. A whole arena chanting about killing white people.
A month ago, the South African government passed a law legalizing… https://t.co/GHYp6DvGkr
— Elon Musk (@elonmusk) March 22, 2025
Happy Human Rights Day South Africa! Yes, this video was recorded today. pic.twitter.com/VPeZnl2lvW
— Renaldo “Ngamla” Gouws 🇿🇦 (@RenaldoGouws) March 21, 2025
«Un’intero stadio che grida di uccidere i bianchi», ha scritto Musk. «Dov’è l’indignazione? Perché non c’è copertura da parte dei media tradizionali?»
«Pochissime persone sanno che in Sudafrica c’è un importante partito politico che sta attivamente promuovendo il genocidio dei bianchi», ha continuato Musk, riferendosi apparentemente all’EFF, affermando per la seconda volta in due settimane che a Starlink era stata rifiutata la licenza per operare nel Paese «semplicemente perché non sono nero».
Il raduno a cui si riferiva Musk si è tenuto per commemorare il massacro di Sharpeville del 1960, in cui la polizia uccise 69 manifestanti neri sudafricani durante quella che è considerata la prima e più violenta manifestazione contro l’apartheid nel Paese.
Il vecchio coro, «Uccidi il boero, uccidi il contadino», è da tempo un punto di controversia in Sudafrica. Malema, il cui partito sostiene l’eliminazione delle disparità razziali ed economiche, è noto per cantarlo ai raduni e lo considera parte del patrimonio del Paese, nonostante sia stato dichiarato colpevole di incitamento all’odio dall’African National Congress (ANC) al potere.
Nonostante le critiche di Washington, Pretoria ha sostenuto che la sua politica fondiaria mira a correggere l’ingiustizia storica e non discrimina alcun gruppo razziale. I funzionari sudafricani hanno anche chiesto un dialogo con Washington per affrontare quella che definiscono «disinformazione» sulla nuova politica fondiaria.
Il portavoce del Ministero degli Esteri, Clayson Monyela, ha respinto l’affermazione di Musk secondo cui Starlink sarebbe stata esclusa a causa della sua razza, affermando che l’intera situazione «non aveva nulla a che fare» con il colore della pelle e che il servizio poteva operare in Sudafrica a condizione che rispettasse le leggi locali.
Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa Elon aveva sostenuto che il suo servizio Internet satellitare Starlink non può funzionare in Sudafrica perché «non è nero».
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In varie occasioni i giornali mainstream americani hanno tentato di incastrare Musk e la sua famiglia nella questione dell’apartheid, ottenendo però l’effetto contrario di quello desiderato: Musk e il controverso padre sono ricordati a Pretoria per la loro opposizione alle leggi razziali africane.
Come riportato da Renovatio 21, vari gruppi boeri da anni ritengono di essere oggetti di una vera persecuzione se non di una pulizia etnica, con abbondanza disperante episodi di crimine, torture e violenza efferata di ogni sorta. Le loro proteste hanno ottenuto l’attenzione sia del presidente russo Putin che di quello statunitense Trump, che ha offerto un’opzione di reinsediamento ai sudafricani bianchi.
Musk di recente si è scagliato più volte contro il leader del partito sudafricano EFF Julius Malema, che varie volte ha incitato all’uccisione dei bianchi con il canto «Kill the boer», fatto risuonare in stadi con migliaia di seguaci. Elon ha attaccato anche i giornali come il New York Times che tentano di minimizzare la retorica genocida del leader nero. Nel frattempo, la Corte Suprema sudafricana ha stabilito che il canto che invita all’assassinio dei boeri non è hate speech.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso il partito dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma MK ha presentato una denuncia per tradimento contro un gruppo della minoranza afrikaner.
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La BBC paga i dipendenti bianchi meno di quelli appartenenti a minoranze etniche
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Ben-Gvir come i nazisti: «ci sono persone che non meritano di vivere»
Dichiarazioni del ministro ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir tornano a far discutere.
Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir ha recentemente chiesto in maniera pubblica l’assassino sistematico quotidiano di diecine di palestinesi.
Intervenendo domenica al podcast di Rom Braslavski e contestando l’adesione temporanea di Netanyahu alla posizione di Trump sulla riduzione del numero di gazani uccisi ogni giorno, il responsabile delle carceri israeliane, il Ben-Gvir, ha auspicato l’uccisione di 30-40 gazani ogni notte: «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro. Credo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone».
Le parole del potente ministro dello Stato Ebraico hanno ricordato immediatamente a molti l’espressione nazista «Lebensunwertes Leben» («vita non degna di essere vissuta»), una definizione usata dal regime nazista per indicare quelle fasce della popolazione che, secondo il regime nazista, non avevano diritto alla vita e venivano destinate al programma di «eutanasia involontaria», Aktion T4.
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Il termine deriva dal saggio del 1920 Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens di Karl Binding e Alfred Hoche, che proponeva l’eliminazione di malati mentali, disabili gravi e “vite senza valore” per ragioni etiche ed economiche. I nazisti lo radicalizzarono all’interno della Rassenhygiene (igiene razziale) e del darwinismo sociale.
A partire dal 1939, con l’Aktion T4, il regime organizzò l’uccisione sistematica di decine di migliaia di bambini e adulti con disabilità fisiche o psichiche (incluso l’autismo, il cui studio fu iniziato proprio da un medico austriaco, il dottor Hans Asperger), attraverso gas, iniezioni e fame. I medici selezionavano le vittime in base a criteri di «produttività» e «purezza razziale»: chi non poteva lavorare o generare prole «sana» era considerato un peso per la Volksgemeinschaft (comunità del popolo) e quindi eliminabile.
Il concetto non si limitò ai disabili: fu esteso a ebrei, rom, omosessuali, «asociali» e prigionieri politici, presentando lo sterminio come atto «scientifico» (anche a quell’epoca c’erano «gli esperti») e «umanitario», liberando risorse economiche e sociali e purificando la razza ariana.
Il programma quindi si estese ai campi di concentramento, ma anche al ghetto di Varsavia, i cui profughi hanno con probabilità discendenti tra coloro che ora perpetrano la pulizia etnica Striscia di Gaza.
Il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels descrisse costantemente il popolo ebraico come «subumano» e dotato di «caratteristiche marcatamente parassitarie». Goebbels si suicidò il 1° maggio 1945 a Berlino, dopo aver ucciso la moglie e i sei figli con il cianuro.
Hans Frank, capo del regime nazista sulla Polonia occupata, rinchiuse gli ebrei nei ghetti, ridusse le loro razioni e sovrintese alla liquidazione del ghetto di Varsavia. «In ogni caso, inizierà una grande migrazione ebraica. Ma cosa dovremmo fare con gli ebrei? Pensate che si insedieranno nell’Ostland, nei villaggi? A Berlino ci dissero: “Perché tutta questa fatica? Non possiamo fare nulla con loro né nell’Ostland né nel Reichskommissariat. Quindi liquidateli voi stessi”. Signori, vi chiedo di liberarvi da ogni sentimento di pietà. Dobbiamo annientare gli ebrei ovunque li troviamo e ogniqualvolta sia possibile». Frank fu impiccato a Norimberga.
Dopo il 1945 il termine «Vita indegna di essere vissuta» era divenuto simbolo della barbarie nazista e dell’abisso etico raggiunto quando lo Stato decide chi merita di vivere. Con evidenza, i tempi stanno cambiando.
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Immagine screenshot da YouTube
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E l’avvocato israeliano disse: la vita di un ebreo vale 10 milioni di palestinesi
Israeli lawyer Yehuda Shimon has sparked a viral debate after calling for the complete genocide of the survivors in Gaza because he says one Jewish life is equivalent to 10 million Palestinians.
“That just sounds racist.” “Yes, I know.” https://t.co/0IiliidFg5 pic.twitter.com/lZpPNgBWhk — Alex Jones (@RealAlexJones) August 2, 2026
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