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Muore a Londra l’ex presidente nigeriano Buhari. Aveva resistito al ricatto di Obama: omosessualità legale in cambio di informazioni per debellare Boko Haram
L’ex presidente nigeriano Muhammadu Buhari è morto dopo una lunga malattia, hanno riferito le autorità del paese. L’ex generale ha guidato la nazione più popolosa dell’Africa dal 1984 al 1985 dopo un colpo di stato, ed è stato successivamente eletto per due mandati, dal 2015 al 2023.
L’82enne è morto domenica pomeriggio in una clinica di Londra, ha dichiarato il suo portavoce, Garba Shehu, in un post su X.
Il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu ha dichiarato di aver accolto la notizia della morte del suo predecessore con «profondo dolore e il cuore pesante» e ha espresso le sue condoglianze alla vedova di Buhari e alla sua famiglia.
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«Buhari era, nel profondo, un patriota, un soldato, uno statista», ha affermato il Tinubu in una dichiarazione, elogiando la «dedizione incrollabile» e il «profondo impegno per l’unità e il progresso» della Nigeria del defunto presidente.
«È rimasto saldo nei momenti più turbolenti… Ha sostenuto la disciplina nel servizio pubblico, ha affrontato la corruzione a testa alta e ha sempre messo il Paese al di sopra degli interessi personali», ha detto Tinubu.
In una dichiarazione separata, il capo di stato nigeriano ha affermato che il vicepresidente Kashim Shettima ha ricevuto l’ordine di recarsi nel Regno Unito per accompagnare il corpo di Buhari nel paese dell’Africa occidentale per la sepoltura di Stato.
Buhari prese il potere per la prima volta con un colpo di stato militare il 31 dicembre 1983, rovesciando l’allora presidente Shehu Shagari. Lanciò una campagna per ripristinare la disciplina e contrastare la corruzione, ma i suoi 20 mesi di governo suscitarono ampie critiche per presunte violazioni dei diritti umani. Un fallito tentativo da parte di agenti legati al suo regime di rapire il ministro in esilio Umaru Dikko a Londra tese le relazioni diplomatiche con il Regno Unito.
Nel 1985, Buhari fu rimosso dall’incarico con un colpo di Stato e in seguito si autoproclamò «democratico riformato». Perse tre elezioni presidenziali prima di sconfiggere il presidente in carica Goodluck Jonathan nel 2015, la prima volta nella storia della Nigeria che un candidato dell’opposizione spodestò un presidente in carica.
Sebbene la sua iniziale campagna anti-corruzione abbia ricevuto elogi, l’amministrazione di Buhari è stata presto afflitta da una crescente insicurezza e da crescenti difficoltà economiche. La sua gestione delle proteste #EndSARS del 2020 contro la brutalità della polizia ha suscitato condanne a livello internazionale, dopo che le forze di sicurezza sono state accusate di aver aperto il fuoco su manifestanti pacifici al casello di Lekki a Lagos.
Nei mesi successivi allo scoppio del conflitto in Ucraina Buhari aveva denunciato l’arrivo tra le mani dei terroristi di armi occidentali destinate all’Ucraina.
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Buhari verrà ricordato anche per avere silenziosamente retto agli osceni colpi dell’«imperialismo» omotransessualista USA. Come noto, la Nigeria subì il ricatto dell’amministrazione Obama riguardo le leggi LGBT, con gli americani a dire che non avrebbero dato ai militari di Lagos le immagini satellitari per stanare Boko Haram qualora non avessero implementato nel Paese il leggi che avrebbero legalizzato l’omosessualità e la contraccezione.
La Nigeria resta un Paese altamente problematico.
Come riportato da Renovatio 21, la Nigeria, che ha messo un tetto al contante e si prepara a forzare sulla popolazione una valuta elettronica , è teatro di continui rapimenti, assassinii, devastazioni e stragi di cristiani, anche sacerdoti e suore, al punto che alcuni missionari ritengono il Paese sull’orlo del collasso.
A inizio 2022 il Parlamento nigeriano aveva chiesto lo stato di emergenza per il numero oramai incontenibile di sacrifici umani praticati sul territorio.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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