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L’Ucraina continua gli attacchi indiscriminati contro la città di Belgorod

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L’artiglieria missilistica ucraina ha lanciato un altro attacco «indiscriminato» contro Belgorod, hanno confermato le autorità locali poco dopo la mezzanotte di venerdì. I residenti sono stati avvisati di rifugiarsi sul posto. Lo riporta il sito russo RT.

 

Le sirene di allarme suonarono poco prima di mezzanotte quando le difese aeree rilevarono e ingaggiarono i missili in arrivo. Le difese aeree hanno abbattuto dieci razzi mentre si avvicinavano alla città, ha detto il governatore regionale Vjacheslav Gladkov, secondo il quale due civili sono stati portati negli ospedali locali con ferite da schegge.

 

I residenti locali sono stati avvertiti di rimanere in casa e lontano dalle finestre, se possibile.

 

I video postati sui social media mostravano auto danneggiate dai detriti e in fiamme. Gladkov ha detto che diversi edifici hanno avuto le finestre frantumate a causa di un’esplosione e che più di 30 auto sono state danneggiate.

 

 

Il sindaco di Belgorod, Valentin Demidov, ha affermato che almeno 130 finestre sono andate in frantumi durante l’attacco, condividendo numerose foto delle conseguenze. Con temperature esterne inferiori a -10 gradi, i servizi di emergenza stanno lavorando durante la notte per ripristinare urgentemente l’involucro termico degli appartamenti colpiti, ha aggiunto il funzionario.

 

 

 

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L’attacco di venerdì ha segnato il settimo giorno consecutivo di attacchi ucraini a Belgorod, la capitale di una regione al confine con l’Ucraina. L’attacco missilistico di sabato scorso sulla piazza principale della città ha ucciso 25 civili – compresi bambini – e ne ha feriti altri 100.

 

Sebbene le forze ucraine abbiano colpito per mesi i civili nelle regioni di confine della Russia, l’attacco del 30 dicembre è stato il peggiore del suo genere dall’inizio del conflitto.

 

Come riportato da Renovatio 21, Mosca ha accusato Stati Uniti e Regno Unito di aver contribuito alla pianificazione dell’attacco.

 

La Russia ha risposto con attacchi di droni e missili contro strutture dell’industria militare ucraina, officine di riparazione e magazzini di munizioni, compresi depositi carichi di armi donate a Kiev dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

 

 

Nel frattempo, i tifosi di Basket in Serbia dedicano striscioni di sostegno alla città russa colpita dai missili ucraini.

 

Durante la partita cestistica tra Stella Rossa e Partizan Belgrado è comparsa tra la tifoseria la grande scritta «Belgorod siamo con te».

 

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Coloni israeliani incendiano due moschee in Cisgiordania

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Nel fine settimana si sono verificati diversi episodi che hanno coinvolto gruppi di coloni israeliani in Cisgiordania: due moschee e terreni agricoli sono stati dati alle fiamme, mentre altre proprietà sono state vandalizzate, in un contesto di crescente violenza contro i palestinesi.   Gli ultimi attacchi giungono due giorni dopo un grave scontro tra coloni e residenti locali nei pressi del villaggio palestinese di Tal, a sud-ovest della città di Nablus. Venerdì un folto gruppo di coloni è entrato nel villaggio, provocando tafferugli con gli abitanti del luogo e scatenando infine un raid militare israeliano a Tal. Almeno quattro palestinesi e due soldati israeliani sono rimasti uccisi nel caos che ne è seguito, in circostanze poco chiare, con entrambe le parti che si accusano a vicenda.   L’incidente di Tal ha provocato un’escalation di violenza da parte dei coloni e due moschee sono state attaccate domenica mattina in Cisgiordania. Una moschea in costruzione è stata incendiata nel villaggio di Qusra, a sud-est di Nablus, e un’altra è stata data alle fiamme a Kour, un villaggio palestinese a sud-est della città di Tulkarm. L’edificio incompiuto è stato gravemente danneggiato dall’incendio, mentre i fedeli sono riusciti a spegnere le fiamme nella moschea di Kour in tempo.  

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In entrambi i casi gli edifici sono stati imbrattati con graffiti offensivi in ebraico. Le autorità palestinesi hanno condannato il «crimine efferato», sottolineando che i coloni israeliani hanno attaccato 45 moschee in tutta la Cisgiordania nel corso del 2025. Oltre agli attacchi alle moschee, un’abitazione privata sarebbe stata incendiata nella città di Beit Furik, campi agricoli sarebbero stati bruciati e automobili vandalizzate in diverse località. Anche alcuni operai palestinesi sono stati attaccati in un impianto di lavorazione della pietra vicino a Ramallah.   Le autorità militari israeliane nei territori occupati hanno condannato gli attacchi, affermando di aver inviato investigatori nei luoghi colpiti per raccogliere prove e impegnandosi a «continuare ad agire con decisione per mantenere la sicurezza e l’ordine pubblico nella zona». Sia le organizzazioni israeliane che quelle palestinesi per i diritti umani hanno sottolineato che tali indagini raramente portano a conseguenze legali per i coloni.   La violenza dei coloni è in aumento in Cisgiordania dall’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele nell’ottobre 2023, che ha scatenato un grave conflitto a Gaza. La violenza si è ulteriormente intensificata quest’anno con attacchi quasi quotidiani, secondo un’inchiesta delle Nazioni Unite pubblicata il mese scorso. Il rapporto afferma che i coloni che si scatenano sono sempre più protetti dalle forze israeliane durante gli attacchi contro i palestinesi.   «La crescente partecipazione delle forze di sicurezza israeliane agli attacchi contro i coloni equivale a un crollo di fatto della distinzione tra coloni e soldati», conclude il rapporto.   All’epoca Israele respinse le conclusioni dell’ONU, accusando l’organismo di basarsi su accuse infondate e di tracciare una «falsa equivalenza morale» tra i militanti di Hamas e i civili israeliani.   Come riportato da Renovatio 21, coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata.   Due settimane fa i coloni hanno di fatto sequestrato un deputato USA, il congressman della California Ro Kanna.

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I coloni due mesi fa hanno incendiato la città cristiana di Taybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.   L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.   A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».

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Il Ciad si ritira dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia

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Il Ciad ha notificato alle Nazioni Unite il suo ritiro dalla Corte Penale Internazionale (CPI), accusando il tribunale con sede all’Aia di parzialità politica e di prendere di mira in modo sproporzionato i paesi africani.

 

Il ministero degli Esteri ciadiano ha annunciato lunedì la «decisione sovrana» a seguito di quella che ha definito una revisione approfondita dell’operato della Corte sin dalla sua entrata in funzione nel 2002. In base allo Statuto di Roma, il ritiro avrà effetto un anno dopo la notifica.

 

N’Djamena ha affermato che l’efficacia della CPI è rimasta «limitata e discontinua», sostenendo che nove delle tredici indagini conteggiate riguardavano paesi africani.

 

Secondo quanto affermato dal ministero, l’operato della Corte ha creato la diffusa percezione che il suo lavoro sia costantemente concentrato sul Sud del mondo, in particolare sull’Africa, rendendo il continente una «vittima consenziente di una forma di strumentalizzazione politica della CPI».

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Il Ciad ha aderito allo Statuto di Roma nel 2006. Il suo ritiro fa seguito alla richiesta, avanzata la scorsa settimana dagli Stati Uniti, a N’Djamena di riconsiderare la sua adesione alla Corte penale internazionale. Il ministro degli Esteri Abdoulaye Sabre Fadoul ha tuttavia negato che il ritiro del Ciad sia avvenuto su richiesta di Washington. La decisione giunge inoltre in un contesto di accuse secondo cui il Ciad avrebbe agevolato il transito di armi attraverso il suo territorio verso le Forze di supporto rapido paramilitari sudanesi. N’Djamena ha ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento nella guerra civile sudanese.

 

Con questa decisione, il Ciad diventa il quinto Paese a iniziare il processo di ritiro dalla CPI, dopo il Venezuela, e dopo Burkina Faso, Mali e Niger, anch’essi Paesi del Sahel. La CPI ha confermato all’inizio di questo mese di aver ricevuto a giugno le notifiche formali di ritiro da Niger, Mali e Burkina Faso. I tre membri dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) avevano annunciato l’intenzione di abbandonare la Corte nel 2025, definendola uno «strumento di repressione neocoloniale».

 

Il Burundi è stato il primo Paese a ritirarsi dallo Statuto di Roma nel 2017, accusando la Corte di prendere di mira deliberatamente gli africani per i procedimenti giudiziari. Le Filippine hanno seguito l’esempio nel 2018, definendo la CPI uno «strumento politico». Il Venezuela ha annunciato il suo ritiro venerdì, denunciando una «discriminazione geografica» nei confronti dell’Africa, dell’America Latina e, più in generale, del Sud del mondo.

 

In una dichiarazione del 1° luglio, la presidenza della CPI ha affermato che la Corte «si trova al centro del sistema internazionale di responsabilità». Ha avvertito che le decisioni degli Stati membri «di disimpegnarsi dallo Statuto di Roma rischiano di compromettere la ricerca collettiva della giustizia e di indebolire gli sforzi globali per porre fine all’impunità».

 

Come riportato da Renovatio 21, la CPI due anni fa aveva ordinato alla Mongolia di arrestare Putin. L’Argentina aveva invece chiesto l’arresto da parte della CPI dell’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro.

 

Un caso interessante è quello dell’ex presidente filippino Rodrigo Duterte, il quale è stato estradato ed imprigionato all’Aia anche se il suo Paese non è membro della CPI. Dal carcere nella capitale olandese, il Duterte è riuscito comunque a vincere le elezioni a sindaco nella sua città natale.

 

Il mandato di arresto nei confronti del premier israeliano Beniamino Netanyahu non pare invece essere preso sul serio da nessuno, nemmeno dal sindaco islamo-socialista di Nuova York Mamdani, che ha minacciato di eseguire l’arresto ma poi, pur definendolo un «criminale di guerra che appartiene alla galera», ha dichiarato di non avere il potere per il fermo.

 

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 Immagine di Tony Webster via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

 

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Trump afferma che Stati Uniti e Iran stanno avendo colloqui «amichevoli»

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Gli Stati Uniti e l’Iran sono impegnati in negoziati «molto amichevoli», ha affermato il presidente americano Donald Trump, avvertendo che potrebbe ordinare un ritorno alle ostilità se la diplomazia fallisse.   L’Iran, dal canto suo, ha negato di aver avuto colloqui diretti con gli Stati Uniti, ma ha confermato di essersi consultato con l’Oman, che spesso ha svolto il ruolo di mediatore tra i due Paesi.   Trump ha rilasciato queste dichiarazioni lunedì, dicendo ai giornalisti: «Penso che ci siano buone probabilità che qualcosa possa accadere, e se succederà, bene, altrimenti torneremo a fare quello che facevamo due giorni fa».   Parlando a un comizio elettorale in Michigan più tardi lo stesso giorno, Trump ha anche osservato, riferendosi all’Iran: «Non si possono corrompere. Bisogna sconfiggerli, e noi li sconfiggeremo senza pietà… In questo momento sono in corso negoziati molto amichevoli».

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Separatamente, ha confermato ad Axios di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran per dare una possibilità alla diplomazia, aggiungendo che se i «colloqui approfonditi» non porteranno a risultati, «torneremo ad azioni militari molto decise».   Secondo quanto riportato, i colloqui vertono su un nuovo accordo per la riapertura dello Stretto di Ormuzzo e sulla ripresa dei negoziati per un accordo nucleare più ampio. A quanto pare, si stanno svolgendo principalmente tra Iran e Oman, con il coinvolgimento anche di Qatar, Pakistan ed Egitto, oltre agli inviati di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner.   Tuttavia il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha respinto le dichiarazioni di Trump, affermando che Teheran al momento non ha in corso negoziati con Washington e che le notizie relative a una sua richiesta di colloqui erano mere speculazioni, sottolineando che l’unico dialogo in corso è quello con l’Oman in merito agli accordi per lo stretto, aggiungendo tuttavia che l’Iran «non ha mai esitato a utilizzare strumenti diplomatici per proteggere i nostri interessi nazionali».   Interrogato sulle condizioni a cui Iran e Stati Uniti potrebbero intavolare un dialogo diretto, Baghaei ha osservato che Washington deve prima «dimostrare un comportamento più responsabile», accusandola di essersi comportata «come una banda mafiosa» negli ultimi uno o due anni, ignorando il diritto internazionale.   «Finché questo comportamento persisterà, non potremo sperare di creare un clima pubblico favorevole», ha sottolineato.   Le dichiarazioni sono giunte dopo che il New York Times e il Wall Street Journal avevano riportato che Trump aveva rinviato un attacco più incisivo contro l’Iran non solo per dare più spazio alla diplomazia, ma anche per la preoccupazione che il Pentagono stesse esaurendo le scorte di missili antiaerei, un’affermazione che Trump ha negato, dichiarando che gli Stati Uniti possiedono «molte più munizioni di chiunque altro al mondo».   Questi sviluppi giungono inoltre alla vigilia della visita a Washingtoen del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Prima della partenza di lunedì, Netanyahu ha dichiarato che avrebbe discusso con Trump «tutte le questioni all’ordine del giorno, in primis l’Iran», aggiungendo: «il nostro obiettivo è mantenere la nostra sicurezza ed espandere la sfera di pace intorno a noi».

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L’attuale pausa fa seguito a quasi due settimane di rinnovati attacchi statunitensi contro l’Iran e alle rappresaglie iraniane, iniziate dopo il fallimento del Memorandum d’intesa in 14 punti a causa dell’escalation nello Stretto ormusino.   Il documento stabiliva un cessate il fuoco temporaneo, revocava il blocco navale statunitense e prevedeva la riapertura dello stretto al traffico commerciale senza pedaggio per 60 giorni, in attesa di un accordo a lungo termine tra Iran e Oman sulla gestione della via navigabile. Prometteva inoltre l’allentamento delle sanzioni, lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero e un piano di ricostruzione sostenuto dagli Stati Uniti, subordinato al raggiungimento di un accordo definitivo. Le questioni più complesse, tra cui il futuro del programma nucleare iraniano, venivano rinviate a un periodo di negoziazione di 60 giorni.   Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi giorni Trump ha minacciato di sequestrare i beni iraniani. Al contempo, è stato detto che nel ritorno dal vertice NATO in Turchia il presidente abbia cambiato aereo per timore di un assassinio.   L’Iran ha accusato gli USA di aver attaccato le imbarcazioni di soccorso nel Golfo Persico, qualificando l’atto come un crimine di guerra.  

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  Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
 
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