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Sport e Marzialistica

L’organismo olimpico valuta il divieto per i trans

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Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) si appresta a proibire alle donne transgender di gareggiare nelle competizioni femminili olimpiche in base a una nuova politica di ammissibilità. Lo riporta il Times citando fonti.

 

La decisione rappresenterebbe un’inversione di rotta rispetto all’attuale approccio del CIO, che permette la partecipazione di atleti transgender con livelli di testosterone ridotti, demandando la definizione dei criteri alle singole federazioni sportive. Il cambiamento segnalato è stato associato alla nuova presidente del CIO, Kirsty Coventry, eletta a marzo e prima donna a guidare l’organismo. Si è impegnata a «proteggere la categoria femminile».

 

Secondo il rapporto di lunedì, è probabile che il CIO annunci la modifica all’inizio del prossimo anno, probabilmente durante la sessione delle Olimpiadi invernali di febbraio.

 

La revisione si fonderebbe su uno studio scientifico su atleti transgender, che ha rilevato che i vantaggi fisici legati al sesso maschile alla nascita possono persistere anche dopo una riduzione farmacologica dei livelli di testosterone. I risultati sono stati illustrati ai membri del CIO la settimana scorsa dal direttore medico e scientifico del CIO, Jane Thornton, e sono stati accolti «enormemente positivamente», ha affermato una fonte.

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La partecipazione di atlete transgender negli sport femminili resta un tema controverso. Casi come quello della nuotatrice statunitense Lia Thomas e della sollevatrice di pesi neozelandese Laurel Hubbard hanno infiammato il dibattito su un eventuale vantaggio ingiusto rispetto alle donne biologiche. Nel 2021, il CIO aveva dichiarato che non dovrebbe esserci «alcuna presunzione di vantaggio» per le donne transgender e, un anno dopo, aveva demandato la responsabilità alle singole federazioni, invitandole a definire i propri criteri. Da allora, alcuni organismi hanno inasprito le regole.

 

Le Olimpiadi di Parigi 2024 hanno ravvivato la polemica, attirando critiche per scandali e per una cerimonia di apertura che ha visto omosessuali, transessuali e drag queen simulare un Baccanale di fondamentalismo anticristico ispirato al dipinto di Leonardo da Vinci «L’Ultima Cena», più altre immagine di violenza sanguinaria che lasciavano intravedere dietro allo spettacolo la cultura esoterico-rivoluzionaria che ammorba la Francia e la sua élite da almeno il  Settecento..

 

Nel pugilato femminile, la pugile algerina Imane Khelif, precedentemente dichiarata ineleggibile ai Campionati del Mondo per il suo genere, ha conquistato l’oro sconfiggendo l’italiana Angela Carini. La boxeuese partenopea ha abbandonato l’incontro dopo soli 45 secondi, dichiarando «questo è ingiusto!» e sostenendo di essere stata colpita più duramente che mai e di temere di essersi rotta il naso.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’ex presidente del CIO Thomas Bach sosteneva all’epoca che non esisteva «un sistema scientificamente solido» per distinguere tra uomini e donne nello sport.

 

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Immagine di Andy Miah via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0

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Sport e Marzialistica

Perugia Fast & Furious

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Per il venticinquesimo anniversario dall’uscita nelle sale del primo Fast & Furious, c’è chi pensa di emulare le gesta della Toretto’s family in salsa norcina. Ebbene sì: nel capoluogo umbro sono state segnalate sfide automobilistiche clandestine notturne in una delle vie a scorrimento veloce nell’immediata periferia perugina.   Come riporta il Corriere dell’Umbria, «si tratterebbe di vere e proprie gare fra giovanissimi, riprese con cellulari, che vanno alimentare le ulteriori sfide sulle chat telefoniche private oppure sui vari canali social». La polizia brancola nel buio, citando una pellicola poliziottesca di metà anni Settanta, anche perché non sono state, a quanto pare, presentate denunce specifiche da parte dei cittadini.   Per il momento si ha contezza di una denuncia arrivata all’inizio dell’estate per gare notturne tra auto, con evidente pericolo per la sicurezza in strada. «La pattuglia attiva nel turno di notte ha provato a monitorare il fenomeno ma evidentemente, alla vista degli agenti, gli organizzatori hanno desistito», si legge nel giornale umbro. Adesso l’allarme si ripresenta su location diverse e distanti tra loro. 

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Nella zona della stazione ferroviaria, già martoriata da problemi di ordine pubblico, alcune vetture sono state viste correre ad alta velocità e financo a derapare nel parcheggio antistante la sede delle FS.   Ricordiamo che l’articolo 9-ter del Codice della strada vieta espressamente questo tipo di condotta guidata, punendo chiunque gareggia in velocità con la reclusione da sei mesi a un anno e con una multa da 5.000 a 20.000 euro, con sanzioni ancora più severe e l’arresto in caso di lesioni o decesso.   Un vizio, quello delle sgommate in notturna, che pare non conoscere ostacoli. Già nel 2023, scriveva Michele Milletti su Il Messaggero Umbria di «due quartieri diversi e anche lontani, comune colonna sonora: quella che sembra in tutto e per tutto rimandare a corse con le auto. Sfide che potrebbero veder protagonisti anche giovanissimi, come già era stato riscontrato qualche mese fa».   Sembra che i motori scaldino ancora i bollenti spiriti dei ragazzi, anche se in una maniera poco ortodossa e a volte estremamente pericolosa.   Impossibile non tornare con la mente a quanto il campione del mondo di rally Miki Biasion ha raccontato a Renovatio 21: «una volta presa la patente, un compagno di scuola organizzò un paio di rally “abusivi”, perché qui in Veneto c’è una grande passione per i motori». Il fenomeno, quindi, attraversa i decenni. Chissà che in una terra così quieta e isolata come l’Umbria francescana non si nasconda, tra un testacoda e l’altro, qualche leggenda in erba del motorsport.

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Sport e Marzialistica

Paracadutista russo realizza il record saltando da 11 mila metri

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Recentemente il paracadutista russo Sergey Boytsov ha stabilito un nuovo record mondiale , lanciandosi da un’altitudine di 11.551 metri sopra le montagne dell’Altai. Il salto è stato effettuato in occasione della Giornata della bandiera nazionale russa. Boytsov ha raggiunto la quota prevista a bordo di una mongolfiera pilotata da Ivan Menyailo.

 

Quest’ultimo non è nuovo ad affiancare atleti in imprese dell’aria: insieme al collega Fyodor Konyukhov ha stabilito il record per il volo in mongolfiera più lungo senza scalo. La mongolfiera aveva un volume di 10.000 metri cubi e pesava circa cinque tonnellate. L’altitudine massima raggiunta fu di 326 metri e la velocità massima di circa 31 km/h, mentre il percorso superò i 1.000 chilometri, per una durata di 55 ore e 14 minuti.

 

Tornando al salto di Boytsov, una volta raggiunta la quota prevista, l’atleta si è lanciato dalla cesta del pallone, iniziando una lunga fase di caduta libera durata due minuti e mezzo. Durante la discesa ha raggiunto una velocità di circa 501 km/h, affrontando temperature che in quota hanno toccato i -59 °C. Il paracadute è stato aperto a 1.565 metri dal suolo, permettendogli di concludere il salto senza problemi e di atterrare nel distretto di Ust-Kalmansky.

 

L’impresa ha portato anche a un nuovo record di altitudine per una mongolfiera. Il precedente primato, stabilito nel 2025 dagli stessi Fyodor Konyukhov e Ivan Menyailo, era di 10.678 metri.

 

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Boytsov si era già messo in evidenza lanciandosi dal Lakhta Centre di San Pietroburgo e per le complesse evoluzioni ginniche eseguite ad alta quota sulle mongolfiere.

Questo tipo di imprese spericolate ha una storia lunga e affascinante. Il pioniere assoluto della disciplina è il francese André-Jacques Garnerin, il quale concepì per primo un paracadute di seta e privo di intelaiatura rigida che fosse adatto al lancio da un oggetto in volo: si lanciò nel 1797 da una mongolfiera al cui cesto applicò la sua invenzione lanciandosi da circa 900 metri. Il Garnerin è considerato l’inventore del paracadute a calotta emisferica. Nel 1911 Gleb Kotelnikov, un militare russo, inventò un paracadute a zaino che poteva essere aperto sia a mano sia con fune vincolata, mentre il primo lancio da un aereo avvenne nel 1912 quando, utilizzando tecniche ormai perfezionate, il capitano A. Berry si lanciò nei pressi di Saint Louis (USA).

 

Tra le figure iconiche di questo microcosmo di audaci e sprezzanti del pericolo, va ricordato Joe Kittinger, ex aviatore statunitense che il 16 agosto 1960 divenne famoso per essersi lanciato dalla stratosfera, da circa 31,33 km di altitudine, detenendo a lungo il record mondiale per il salto più alto con il paracadute e per la maggiore velocità raggiunta da un uomo in atmosfera.

 

 

Uno dei record di Kittinger è tuttora imbattuto: 4 minuti e 36 secondi di caduta libera. L’avventura del capitano floridiano fu raccontata sulle pagine del magazine LIFE dell’epoca. L’immagine di copertina della rivista immortala Kittinger, vestito di verde, mentre ruzzola attraverso l’etere sopra una coltre di nuvole bianche.

 

Decenni dopo Kittinger è arrivato il temerario austriaco Felix Baumgartner che ha superato il militare statunitense lanciandosi da 38.969,4 metri, infrangendo il muro del suono e raggiungendo la velocità massima di 1.357,64 km/h (pari a Mach 1,24).

 

 

Baumgartner è scomparso nel 2025, all’età di 56 anni, dopo un incidente con il parapendio a motore nei pressi di Porto Sant’Elpidio, in provincia di Fermo. L’atleta perse il controllo del mezzo durante il volo e precipitò vicino a una piscina. Le cause esatte dell’incidente sono state oggetto di indagine, ma le prime ricostruzioni avevano ipotizzato un possibile «malore improvviso» mentre governava il mezzo.

 

Il paracadutista austriaco ha compiuto imprese che hanno segnato questo sport. Nel 2003 fu il primo a sorvolare il Canale della Manica in caduta libera con una tuta alare. Si lanciò da circa 9.000 metri di altezza da un aereo sulla verticale di Dover, equipaggiato con una speciale ala in carbonio che gli consentì di planare a una velocità con punte di 200 km/h. Dopo aver sorvolato il Canale, raggiunse la costa francese, aprì il paracadute e atterrò sulle colline nei dintorni di Calais. Nel 1999 era stato il primo a lanciarsi dalle Petronas Towers di Kuala Lumpur e, nello stesso anno, compì un salto anche dalla mano della statua del Cristo Redentore a Rio de Janeiro.

 

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La storia del paracadutismo è costellata di visionari che si sono spinti oltre ogni limite. Probabilmente il più grande di tutti è stato il francese Patrick de Gayardon che, con le sue imprese e la costante voglia di sperimentare, ha contribuito ad aprire una nuova era.

 

Considerato un pioniere dello skysurf (disciplina che prevede l’utilizzo di una tavola simile allo snowboard per planare in caduta libera), de Gayardon ha rivoluzionato il concetto di volo trasformando l’aria in un elemento di navigazione. Va inoltre ricordato che fu tra i primi sviluppatori della tuta alare moderna (wingsuit), che consente un maggiore spostamento orizzontale aumentando il tempo di permanenza in aria.

 

 

Il suo salto nel Sótano de las Golondrinas, nel 1993, fu un lancio spettacolare ed estremo dentro una caverna naturale a pozzo in Messico: entrò in caduta libera in un’apertura larga appena 63 metri e profonda 376 metri, aprendo il paracadute soltanto una volta all’interno della cavità.

 

 

Nel 1995 si lanciò nei cieli di Mosca da una quota di 12.700 metri, conquistando il record mondiale di altitudine senza l’uso del respiratore d’ossigeno. Si buttò a temperature glaciali rimanendo in apnea durante la prima fase di discesa prima di raggiungere quote con un livello d’aria respirabile.

 

In questo breve racconto per sommi capi de questi eroi dell’aria, è d’obbligo ricordare la nostra paracadutista Barbara Brighetti – che tra poco intervisteremo per Renovatio21 – entrata nel Guinness dei primati per il record femminile di lancio dalla quota di 10.900 metri senza respiratore. La Brighetti si paracadutò nei cieli sopra Montichiari (BS), con una temperatura di -60 °C, rimanendo costretta a oltre 40 secondi di apnea. Prima di aprire il paracadute percorse circa 10.000 metri in caduta libera, arrivando fino a 750 metri dal suolo.

 

Francesco Rondolini

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Sport e Marzialistica

MMA, Islam Makhachev ottiene la 17ª vittoria consecutiva: è record

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Il campione russo di arti marziali miste (MMA) Islam Makhachev ha difeso il titolo dei pesi welter UFC contro l’irlandese Ian Machado Garry, ottenendo così la sua 17esima vittoria consecutiva e stabilendo un nuovo record dell’organizzazione.   L’evento UFC 330, disputato sabato alla Xfinity Mobile Arena di Philadelphia, si è protratto per tutti e cinque i round. Makhachev ha dominato i 25 minuti di combattimento grazie alla lotta a terra e al controllo dell’incontro, alternando colpi dinamici, tra cui un potente calcio alla testa nel secondo round ufficialmente registrato come atterramento.   Sebbene Garry avesse un vantaggio nello striking, con 161 colpi totali a segno contro i 144 di Makhachev, quest’ultimo ha prevalso a terra, realizzando sei takedown e 72 colpi a terra contro i 14 di Garry,a ccumulando oltre 12 minuti di controllo contro i soli 34 secondi dell’avversario. In assenza di tentativi di sottomissione, la superiorità di Makhachev nella lotta a terra è risultata decisiva, coni tre i giudici che gli hanno assegnato la vittoria all’unanimità.   Makhachev, ex campione del mondo dei pesi leggeri, non saliva nell’ottagono da novembre, quando aveva conquistato il titolo dei pesi welter (da 71 a 77 kg) al suo debutto nella categoria.  

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Il daghestano affrontato l’irlandese Garry, imbattuto da quasi un decennio e detentore di una striscia di 16 vittorie consecutive, un record UFC che condivideva con la leggenda brasiliana Anderson Silva. La vittoria ha portato il record complessivo di Makhachev a 29 successi e una sconfitta, mentre il ventottenne Garry ha subìto la seconda sconfitta della carriera, chiusa con 19 incontri all’attivo.   «Noi, la Russia, abbiamo dimostrato di essere i numeri uno al mondo. Batteremo tutti i record», ha dichiarato Makhachev alla stampa dopo la vittoria, ammettendo, tuttavia, che assicurarsi una vittoria nelle fasi finali del campionato è «sempre difficile».   «Ian è un grande combattente, una brava persona e lo rispetto. Mi ha dato del filo da torcere, ma in ogni incontro dimostro il mio valore», ha aggiunto il trentaquattrenne originario del Daghestan parlando del suo sfidante.   «Non ho altro che rispetto per Islam… Ha vinto. Non ho lamentele, non ho scuse», ha detto con grande sportività Garry dopo la decisione arbitrale. In un video sui social media l’irlandese è rimasto ottimista, affermando che «non era la mia serata» e congratulandosi con Makhachev, di cui ha dichiarato di aver sempre rispettato la carriera.   Numerose federazioni sportive e organi di governo hanno escluso gli atleti russi e bielorussi dalle competizioni internazionali dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, apparentemente in segno di solidarietà con Kiev e seguendo una raccomandazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). I lottatori russi, tuttavia, sono rimasti attivi nelle MMA a livello globale, con importanti organizzazioni come UFC, Bellator e One FC che si sono rifiutate di seguire tali direttive.   Lo scorso anno il presidente dell’UFC Dana White ha dichiarato che gli atleti russi resteranno attivi nell’organizzazione nonostante le tensioni politiche. «Siamo un’azienda globale», ha detto. «Succedono cose brutte in continuazione in tutto il mondo e… sì, gestiremo l’azienda come abbiamo sempre fatto».   Sebbene l’UFC avesse interrotto l’organizzazione di eventi in Russia a causa di ostacoli logistici e finanziari legati alle sanzioni, Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per gli investimenti e la cooperazione economica, aveva in precedenza affermato che erano in corso sforzi per riportare i tornei UFC nel Paese.   Il mese scorso il Comitato Olimpico Internazionale ha revocato provvisoriamente la sospensione del Comitato Olimpico Russo (ROC), aprendo la strada al ritorno in massa degli atleti russi alle competizioni internazionali, uno sviluppo accolto con favore dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha dichiarato: «Ha prevalso il buon senso!».

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Il Makachev è di etnia laki, popolazione del Caucaso settentrionale, in Russia, originario dell’altopiano montuoso del Daghestan centrale, storicamente noto come Lakia o Ghazi-Kumukh. i Laki, anche detti Lak o Casicumucchi, parlano il lak, lingua caucasica nordorientale priva di stretta parentela con le lingue vicine. Tradizionalmente islamici sunniti, i Laki sono noti per l’artigianato (oreficeria, produzione di coltelli) e per l’antica migrazione stagionale verso le città russe come commercianti e artigiani itineranti. Oggi vivono soprattutto a Machachkala e in altre zone del Daghestan.   Il Daghestan, piccola repubblica russa del Caucaso settentrionale, produce da decenni un numero sproporzionato di campioni mondiali di lotta libera, judo, sambo e arti marziali miste. Le radici di questo fenomeno affondano nella cultura locale: nei villaggi di montagna la lotta tradizionale (chidirdesh) è da secoli un rito di passaggio maschile, praticato fin dall’infanzia in condizioni di vita dure, tra povertà, forte disciplina familiare e un’etica del sacrificio fisico.   Un ruolo decisivo lo ha avuto il sambo, disciplina di lotta ibrida creata in URSS negli anni Venti e Trenta del XX secolo combinando judo, lotta libera e tecniche tradizionali caucasiche e slave. Il regime sovietico investì massicciamente in scuole sportive statali (le «internat» e le sezioni giovanili di sambo e lotta libera) diffuse capillarmente anche nelle repubbliche periferiche come il Daghestan, creando una filiera di allenatori e infrastrutture che sopravvisse al crollo dell’Unione sovietica.   Il sambo, in particolare, è considerato la base tecnica comune da cui sono emersi molti judoka e lottatori daghestani, grazie alla sua enfasi su proiezioni, controllo a terra e sottomissioni.   Tra i più celebri lottatori saliti agli altari delle arti marziali miste globali c’è Khabib Nurmagomedov, ex campione UFC dei pesi leggeri, imbattuto, allenato dal padre Abdulmanap, ora scomparso secondo metodi tradizionali (impressionanti le immagini in cui da bambino il Khabib viene fatto lottare con un orsetto).   Un altro nome è quello Buvaisar Saitiev, tre volte oro olimpico nella lotta libera, e poi ancora Mahomed Yalamov nell’MMA. Anche il judo russo ha attinto molto al Daghestan.   Fattori socioeconomici (scarse alternative occupazionali), forte identità etnica e orgoglio comunitario, insieme a un sistema di allenamento intensivo e competitivo fin da giovanissimi, completano il quadro di questa «fabbrica» di lottatori.  

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