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Sport e Marzialistica

Ehno, la piccola fenice del Sumo

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Il sumo sta vivendo un periodo di rinnovata popolarità alimentata da una nuova generazione di lottatori giapponesi forti e carismatici che, oltre a insidiare il recente dominio della scuola mongola in questo sport, stanno conquistando nuovi appassionati in numero crescente.

 

Trovare un biglietto per i tornei diventa infatti sempre più complicato, ma chi scrive ha avuto la fortuna di poter assistere a una delle giornate del torneo di maggio, il natsu basho, disputatosi a Tokyo.

 

Si è trattato di un torneo anomalo: quasi tutti i rikishi che occupavano le posizioni più alte della graduatoria si sono infatti infortunati, aprendo alle seconde linee la possibilità di portarsi a casa un’inaspettata vittoria.

 

Per la cronaca: il favorito Kirishima, rikishi mongolo vincitore del torneo di marzo e candidato alla promozione a yokozuna. Si tratta del massimo grado della graduatoria del sumo: il lottatore acquisisce uno status di tale prestigio che non gli è più possibile venire retrocesso a posizioni inferiori. Uno yokozuna non più
competitivo può soltanto ritirarsi. E godersi il lauto vitalizio.

 

Tuttavia, Kirishima è stato sconfitto in un incontro di spareggio all’ultima giornata dal giapponese Wakatakakage, la cui carriera era fino a quel momento in fase discendente.

 

I boati più grandi però sono stati riservati a un piccolo grande uomo che sta compiendo un’impresa mai vista nella storia di questo sport.

 

Con 167 centimetri di altezza e 105 chili di peso, Enho è uno dei più piccoli lottatori di sumo in attività e l’unico ad avere raggiunto le posizioni più alte della graduatoria in tempi recenti: nel 2020 aveva infatti raggiunto il livello di maegashira nella divisione più alta, il makuuchi. Semplificando si può dire che era tra i venti lottatori più forti al mondo.

 

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Ovviamente la sua forza risiedeva nell’agilità e nella rapidità dei movimenti: poteva capitare che l’avversario, parato l’impeto iniziale, assicurasse una presa sulla cintura di Enho e lo portasse letteralmente in braccio fuori dal ring come un bambino.

 

Nel sumo infatti non esistono categorie di peso: soltanto nell’ultimo torneo, Enho si è trovato ad affrontare (e sconfiggere) anche avversari che lo sovrastavano di quasi trenta centimetri e pesavano ottanta chili più di lui.

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Il pubblico non poteva non essere conquistato da un rikishi tanto coraggioso e la sua carriera si manteneva a un livello piuttosto alto fino a quando, nella primavera del 2023, un grave infortunio alla spina dorsale rischia di cambiargli la vita per sempre.

 

I medici gli consigliano di sottoporsi a un intervento chirurgico per garantirsi le minori conseguenze possibili, accettando così la fine della sua carriera, ma lui non si arrende: sceglie la via di una lunga e dolorosa riabilitazione, con la speranza di potere tornare a lottare.

 

Intervistato all’epoca, racconta di riuscire a muoversi solo con fatica, di non riuscire a dormire e che il suo corpo non percepisce nemmeno la temperatura dell’acqua della vasca da bagno.

 

Durante questo lento processo di recupero, il terremoto della penisola di Noto del gennaio 2024 danneggia gravemente la sua casa natale: neppure questo ferma il rikishi di Ishikawa, a cui la famiglia colpita dal sisma non fa mai mancare il suo sostegno. Il legame con la famiglia è molto forte: al suo esordio come lottatore, sceglie di non usare il proprio nome ma quello del fratello Akira, che gli aveva trasmesso la passione per il sumo, scomparso a soli 18 anni.

 

Dopo 420 giorni, nel luglio del 2024, Enho torna a combattere. Riparte dal jonidan, il livello più basso della graduatoria, dividendo il ring con ragazzini e dilettanti.
Il primo incontro dopo la rinascita termina con una sconfitta.

 

Con gli occhi che brillano, dichiara ai giornalisti: «è stato fantastico, anche se ho lottato da schifo».

 

Da quel giorno è una lunga marcia, una battaglia incessante contro i limiti del proprio corpo, che culmina il 10 maggio di quest’anno: Enho sale sul dohyo (il ring) del Kokugikan di Tokyo, la casa del sumo, come numero 14 del juryo, la seconda divisione.

 

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A 31 anni è tornato tra i professionisti, superando quasi cinquecento altri lottatori in graduatoria, qualcosa che non ha precedenti nella storia di questo sport (che in realtà, parafrasando lo slogan del FC Barcellona, es más que un deporte).

 

Termina il torneo con un kachikoshi, ovvero con più vittorie che sconfitte, di 8 a 7 e la graduatoria del torneo di Nagoya, che inizierà domenica 12, lo vede promosso al livello di juryo 11.

 

La strada verso il ritorno al makuuchi è ancora lunga, ma il piccoletto di Ishikawa ha già fatto la storia con il suo recupero impossibile.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Immagine screenshot da YouTube

 

 

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Spirito

L’allenatore della Spagna è cattolico e prega ogni giorno

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Luis de la Fuente, allenatore della nazionale di calcio spagnola, è un cattolico devoto.   Il mister spagnuolo ha dichiarato lunedì, al termine di una conferenza stampa il giorno prima della vittoria contro la Francia che ha garantito l’accesso alla finale dei Mondiali FIFA 2026, di pregare ogni giorno in segno di ringraziamento e per chiedere l’aiuto di Dio, ma non per la vittoria sugli avversari.   Durante una conferenza stampa del 13 luglio, un giornalista ha accennato alla fede dell’allenatore e gli ha chiesto per cosa stesse pregando in vista della semifinale contro la Francia. De la Fuente ha sottolineato di pregare ogni giorno, non per ottenere aiuto nella vittoria contro gli avversari ai Mondiali, ma per ringraziare di avere un altro giorno da vivere, per la salute e per altre ragioni non legate al calcio.  

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«Prego ogni giorno, ma non perché sono a un Mondiale o perché sto cercando di ottenere un determinato risultato», ha detto l’allenatore. «Lo ringrazio ogni giorno, ogni giorno quando mi sveglio, per il fatto che sto bene. Per il fatto che posso guardarmi allo specchio e dire: «Un altro giorno in cui posso godermi la vita». Sono grato per queste piccole cose».   «E prego ogni giorno, non per chiedere ulteriore aiuto… sarebbe ingiusto chiedergli di aiutare me e non il mio avversario», ha aggiunto. «Chiedo altre cose, soprattutto buona salute, e qualsiasi altra cosa mi dia la possibilità di continuare a combattere».   Martedì la Spagna ha battuto la Francia per 2-0, qualificandosi per la finale dei Mondiali contro l’Argentina, in programma domenica 19 luglio. La nazionale spagnola, allenata da De la Fuente, aveva già vinto il campionato europeo UEFA del 2024.   De la Fuente ha professato apertamente la sua fede cattolica in numerose occasioni. Nel 2024, durante gli Europei, l’allenatore ha dichiarato che la sua decisione di farsi il segno della croce prima di ogni partita «non è superstizione, è fede».   Nel corso di un’intervista rilasciata nel 2023 al quotidiano spagnolo El Mundo, De la Fuente ha approfondito ulteriormente la sua fede, affermando che ci sono «mille ragioni per credere in Dio» e che senza di Lui «nulla nella vita ha senso».

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Sport e Marzialistica

L’UE contro Trump per l’annullamento del cartellino rosso ai Mondiali

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L’UE ha criticato duramente la FIFA per aver revocato la squalifica di una partita inflitta all’attaccante statunitense Folarin Balogun, dopo un intervento senza precedenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Lunedì, parlando con i giornalisti, Trump ha confermato di aver chiesto alla FIFA di riconsiderare la decisione dell’arbitro di espellere Balogun con il cartellino rosso durante la partita vinta dagli Stati Uniti per 2-0 contro la Bosnia ed Erzegovina di mercoledì. Il cartellino rosso aveva automaticamente squalificato Balogun dalla successiva gara della fase a eliminazione diretta della Coppa del Mondo FIFA, co-organizzata da Stati Uniti, Canada e Messico.

 

«Da tifoso, anch’io credo che sia stata una decisione sbagliata», ha scritto su X il commissario europeo per lo sport Glenn Micallef, aggiungendo che le decisioni su queste questioni «spettano agli organismi sportivi, non ai politici».

 

La portavoce della Commissione europea, Eva Hrncirova, ha invocato «fair play e competizione trasparente». La UEFA, l’organo di governo del calcio europeo, ha diffuso una dichiarazione dal tono fermo, sostenendo che la rapida revoca del cartellino rosso a Balogun «ha oltrepassato un limite invalicabile».

 

«Esprimiamo la nostra incredulità di fronte a una decisione così senza precedenti, incomprensibile e ingiustificabile», ha dichiarato la UEFA.

 

Trump ha difeso il proprio intervento, affermando che Balogun «non ha fatto nulla di male» e definendo il cartellino rosso «molto ingiusto».

 

«Ho chiesto una revisione perché non pensavo fosse fallo», ha detto Trump. «Pensavo fossero due grandi atleti che si sono scontrati e si sono aggrovigliati. Non era uno che tirava un pugno in faccia a qualcuno o qualcosa del genere, sai, sarebbe stato diverso.»

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Anche il presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha difeso la gestione del caso Balogun, ribadendo l’indipendenza degli organi giudiziari dell’organizzazione.

 

Secondo quanto scrive la stampa, Infantino avrebbe sviluppato stretti rapporti con Trump. La FIFA ha di recente istituito e conferito il Premio per la Pace al presidente statunitense, dopo la sua candidatura fallita al Premio Nobel per la Pace. Trump avrebbe telefonato a Infantino per sollecitare la cancellazione della sospensione di Balogun.

 

La sorte, tuttavia, non ha sorriso alla squadra statunitense, che lunedì ha perso 4-1 contro il Belgio ed è stata eliminata dal torneo. Poco dopo la vittoria, l’account ufficiale X della nazionale belga ha pubblicato: «Ribaltiamo questo risultato».

 

I giocatori del Belgio hanno aggiunto ironia facendosi riprendere mentre, in spogliatoio dopo la partita, eseguono la cosiddetta «Trump Dance».

 

 

In rete nel frattempo circolano sfottò di ogni tipo. Una vignetta satirica mostra il manneken pis, il famoso bambino che orina nella fontana di Brusselle, mentre minge sulla mirror pool, lo specchio d’acqua riflettente dinanzi all’obelisco di Washingtone, oggetto ultimamente di controversie e cospirazioni – attivisti goscisti avrebbero tentato di inquinarlo.

 

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Geopolitica

Il capo della sicurezza USA esulta per l’eliminazione dell’Iran dai Mondiali

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Il segretario alla Sicurezza Interna degli Stati Uniti, Markwayne Mullin, la cui agenzia era responsabile dell’applicazione delle controverse misure di sicurezza contro la nazionale di calcio iraniana ai Mondiali, ha dichiarato che il lavoro lo ha reso felicissimo e che era contento dell’eliminazione dell’Iran.   L’Iran è uscito dal torneo, co-organizzato dagli Stati Uniti con Canada e Messico, dopo tre pareggi contro Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto nella fase a gironi. I dirigenti iraniani si sono lamentati del fatto che, a differenza delle altre squadre, ai giocatori iraniani non fosse permesso di soggiornare negli Stati Uniti e fossero costretti a spostarsi da Tijuana, in Messico, per gli allenamenti e le partite a Los Angeles e Seattle.   «Sono contento che abbiano chiuso e che non torneranno», ha dichiarato Mullin lunedì durante una riunione interagenzie, come riportato per la prima volta dallo Sports Business Journal. Ha aggiunto che «non c’è stata una singola squadra con cui abbiamo avuto a che fare più di loro».

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«Ero così felice quando siamo riusciti a revocare i loro visti e abbiamo detto loro che potevano lasciare il suolo americano, e forse ho cantato una o due canzoni, o magari ho fatto un ballo di gioia», ha detto l’alto funzionario.   Il Mullin ha affermato che gli iraniani non avevano motivo di lamentarsi, sostenendo che il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) aveva adottato misure per prevenire le molestie, tra cui il controllo dei membri del team da parte degli agenti della dogana e della protezione delle frontiere in Messico anziché al loro arrivo negli Stati Uniti.   La Federazione calcistica della Repubblica islamica dell’Iran (FFIRI), il cui presidente, Mehdi Taj, si è visto negare il visto dalle autorità statunitensi, ha criticato le dichiarazioni di Mullin, affermando che «gli iraniani sono abituati ai maltrattamenti e alle menzogne ​​dei funzionari statunitensi» e non sono sorpresi. La battuta sul ballo «rivela più sul suo carattere che sulla nostra squadra», dimostrando «disprezzo e ristrettezza mentale», aggiunge la dichiarazione.   L’agenzia statunitense per la sicurezza interna ha allentato le restrizioni di viaggio in vista dell’ultima partita dell’Iran, contro l’Egitto a Seattle, dopo che Teheran si era lamentata con la FIFA, sostenendo che i suoi giocatori si trovavano in una situazione di netto svantaggio.   «Qui dobbiamo lottare contro tutto», ha detto il capitano della squadra Mehdi Taremi dopo la partita di venerdì scorso.

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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