Economia
Lo Zimbabwe impone il divieto di esportazione del litio
Lo Zimbabwe ha sospeso con effetto immediato le esportazioni di tutti i minerali grezzi e dei concentrati di litio, in un radicale mutamento di politica finalizzato a favorire la lavorazione locale e a rafforzare il controllo sul settore minerario del Paese dell’Africa meridionale.
Mercoledì il ministro delle miniere Polite Kambamura ha dichiarato ai giornalisti che il divieto, esteso anche alle spedizioni attualmente in transito, resterà «in vigore fino a nuovo avviso», precisando che la misura è stata adottata nell’«interesse nazionale» e ha denunciato «pratiche scorrette diffuse e perdite nelle esportazioni» nel commercio di minerali grezzi.
«Queste misure vengono implementate… per aumentare il valore aggiunto e l’arricchimento dei minerali locali e per migliorare la responsabilità umana, promuovere i beneficiari locali e massimizzare la conservazione del valore all’interno del Paese», ha affermato Kambamura.
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Lo Zimbabwe rappresenta il principale produttore africano di litio, elemento essenziale per le batterie dei veicoli elettrici e per i sistemi di accumulo di energia rinnovabile. Nel 2025 il Paese ha esportato oltre 1,1 milioni di tonnellate di concentrato di spodumene contenente litio, la gran parte delle quali dirette in Cina, secondo quanto riportato da Reuters.
La nuova direttiva amplia i precedenti piani governativi volti a limitare le esportazioni di litio non lavorato, mentre le autorità spingono le compagnie minerarie a realizzare impianti di lavorazione sul territorio nazionale.
I prezzi del litio in Cina sono schizzati verso l’alto dopo l’annuncio. Il contratto sul carbonato di litio più scambiato sul Guangzhou Futures Exchange è salito di oltre il 6% giovedì, come riferito da Reuters. Le aziende cinesi, tra cui Zhejiang Huayou Cobalt e Sinomine – importanti investitori nei progetti di litio dello Zimbabwe – si erano in precedenza impegnate a costruire impianti di lavorazione locali.
Il ministero delle Miniere ha precisato che il blocco alle esportazioni sarà revocato solo qualora i minatori rispettino i requisiti imposti dal governo.
La decisione di Harare segue restrizioni analoghe adottate da altri Paesi vicini. Il Malawi ha vietato le esportazioni di minerali non lavorati lo scorso ottobre nel tentativo di stimolare gli investimenti nella capacità di lavorazione locale, mentre la Namibia ha proibito le esportazioni all’ingrosso di minerali grezzi nel 2023 per favorire l’arricchimento interno.
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, tra i più convinti sostenitori continentali della lavorazione interna delle materie prime, ha ripetutamente invitato i governi africani a potenziare la capacità di raffinazione locale anziché esportare risorse grezze all’estero. Intervenendo dopo un vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, in Etiopia, il 15 febbraio, ha dichiarato che è giunto il momento per il continente di «smettere di esportare rocce, terra e polvere» senza trarre vantaggio dalla raffinazione e dalla produzione a valle.
Nell’ottobre 2024 un alto funzionario statunitense ha affermato che la Cina sta fornendo litio in eccesso al mercato globale e sta abbassando i prezzi per assicurarsi una posizione dominante nella fornitura di questo metallo essenziale. L’India, nel frattempo, ha permesso ai privati l’estrazione.
Come riportato da Renovatio 21, lo Zimbabwe aveva già iniziato la proibizione delle esportazioni di litio due anni fa.
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Grandi giacimenti sono stati trovati in Tailandia e Nordamerica. Nel 2022 la Camera dei Deputati del Messico e poi il Senato hanno approvato un disegno di legge del governo per riformare la legge mineraria per dichiarare che il litio «è un bene della nazione, e la sua esplorazione, sfruttamento, estrazione e utilizzo è riservato a favore del popolo del Messico».
Il materiale pare essere necessario anche alla tecnologia dei reattori per la fusione nucleare.
L’UE tuttavia quattro anni fa ha denunziato il litio come «tossico» per la riproduzione, mettendo a rischio i suoi stessi obbiettivi per la cosiddetta transazione energetica. Il principale produttore di litio in Europa si trovò quindi dinanzi all’opzione di chiudere l’impianto in territorio tedesco a causa delle regole di Brusselle.
Come riportato da Renovatio 21, la cosiddetta geopolitica del litio è un fenomeno che sta segnando profondamente questo decennio e con probabilità i prossimi a venire.
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Immagine di Diego Delso via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Economia
Stabilimento automobilistico della Volkswagen verrà convertito per la produzione di armi israeliane
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Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
Jaguar Land Rover (JLR) ha confermato l’intenzione di ridurre il personale, mentre la principale casa automobilistica britannica affronta l’aumento dei costi, il calo delle vendite e gli effetti dei dazi statunitensi. Lo riporta il Times, secondo cui potrebbero essere soppressi fino a 4.000 posti di lavoro.
JLR è sotto crescente pressione a causa dei dazi USA, che hanno reso più onerosa la vendita dei veicoli prodotti in Gran Bretagna negli Stati Uniti, nonostante Londra avesse ottenuto un’aliquota ridotta del 10%. L’effetto è stato particolarmente rilevante, poiché il Nord America è il mercato più importante per l’azienda. Le difficoltà sono state accentuate da un grave attacco informatico subito lo scorso anno, che ha costretto a interrompere la produzione per diverse settimane.
Nel trimestre chiuso a giugno il fatturato di JLR è sceso di quasi il 10%, mentre l’utile ante imposte è crollato di oltre due terzi, attestandosi a 109 milioni di sterline (126,5 milioni di euro). Secondo il Times, l’amministratore delegato PB Balaji è sotto pressione da parte di Tata Motors, la società madre indiana di JLR, perché tagli i costi.
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In una dichiarazione ai media, JLR ha detto di dover «adattarsi alle mutevoli condizioni del mercato globale», con l’obiettivo di risparmiare circa 1,7 miliardi di sterline (2,3 miliardi di dollari) nei prossimi due anni e di abbassare il punto di pareggio annuale a 300.000 veicoli.
JLR ha annunciato l’avvio di un «programma di prepensionamento volontario» per il personale con stipendio fisso e per i dirigenti. Secondo quanto riportato, i dipendenti sarebbero stati informati venerdì. Il Times ha scritto che potrebbero essere eliminati fino a 4.000 posti di lavoro nei prossimi due anni, anche se JLR non ha confermato la cifra.
Il gruppo automotive occupa direttamente circa 34.000 persone nei suoi stabilimenti nelle West Midlands e nel Merseyside e sostiene circa 120.000 posti di lavoro nell’intera filiera automobilistica britannica.
Le case automobilistiche europee stanno riducendo il personale a causa della domanda debole, dell’aumento dei costi e della crescente concorrenza dei produttori cinesi a basso costo.
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Come riportato da Renovatio 21, questa settimana Volkswagen ha approvato ulteriori 50.000 tagli di posti di lavoro entro il 2030, portando la riduzione complessiva della forza lavoro prevista a circa 100.000 unità. La sua controllata Porsche eliminerà altri 5.000 posti di lavoro entro il 2035.
La crisi del settore automobilistico tedesco è stata aggravata anche dagli elevati costi energetici, da quando il Paese ha perso l’accesso a gran parte del gas russo a basso costo, da cui la sua economia industriale dipendeva da tempo, dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha indicato separatamente i dazi statunitensi e l’intensificarsi della concorrenza cinese tra le pressioni che pesano sulla competitività dell’azienda.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso anche il colosso automobilistico tedesco BMW prevede di tagliare circa 8.000 posti di lavoro a livello globale entro la fine del 2027.
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Immagine di Anthony Parkes via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
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