Eutanasia
L’eutanasia fa un passo indietro in Portogallo e Colombia
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Il presidente del Portogallo si è rifiutato di firmare un disegno di legge che legalizza l’eutanasia e il suicidio assistito. Marcelo Rebelo de Sousa ha criticato la sua formulazione come imprecisa.
Questa è la seconda volta quest’anno che Rebelo de Sousa, un ex professore di diritto, ha respinto un disegno di legge sull’eutanasia. A febbraio avevarinviato la prima versione alla Corte Costituzionale portoghese per una valutazione.
Mentre il disegno di legge originale specificava una «malattia mortale» come prerequisito per la «morte assistita», la nuova versione usa le parole «incurabile» o «grave».
Il presidente del Portogallo si è rifiutato di firmare un disegno di legge che legalizza l’eutanasia e il suicidio assistito
Tuttavia, non richiedere più ai pazienti di essere malati terminali significa, «un notevole cambiamento nel soppesare i valori della vita e della libera autodeterminazione nel contesto della società portoghese», dice.
Ciò effettivamente accantona il disegno di legge sull’eutanasia fino a quando non verranno scelti un nuovo Parlamento e un governo all’inizio del prossimo anno.
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Lo stato sconcertante dell’eutanasia in Colombia rimane sconcertante dopo il voto alla Camera dei rappresentanti del Paese. Un disegno di legge sponsorizzato dal deputato per l’eutanasia Juan Fernando Reyes Kuri è fallito di nuovo il mese scorso, con 65 voti a favore e 78 contrari.
Ciò che rende diversa la battaglia della Colombia sull’eutanasia è che la Corte Costituzionale ha stabilito che era legale già nel 1997. Tuttavia, ha ordinato al legislatore nazionale di redigere una legge che la consentisse. In 24 anni non è stata fatta ancora nessuna legge. Finora, i legislatori colombiani sono stati risolutamente contrari all’eutanasia.
Esprimendo i sentimenti di molti, il deputato Buenaventura León ha dichiarato nel dibattito prima del voto che «la pratica dell’eutanasia costituisce una grave offesa alla dignità della persona e favorisce la corrosione dei valori fondamentali nell’ordine sociale. Sarebbe molto pericoloso per i più fragili. La Legge è fatta per proteggere la vita».
La Corte Costituzionale colombiana nel 2018 ha stabilito che i bambini di sei anni possono richiedere l’eutanasia
L’inerzia del ramo legislativo non ha impedito alla Corte Costituzionale di rendere ancora più radicale la sua sentenza del 1997.
Nel 2018 ha stabilito che i bambini di sei anni possono richiedere l’eutanasia. A luglio, ha stabilito che i pazienti non terminali possono beneficiare dell’eutanasia «a condizione che il paziente sia in un’intensa sofferenza fisica o psicologica, derivante da lesioni fisiche o malattie gravi e incurabili».
Poiché non esiste una legge, l’eutanasia è regolata dal ministero della Salute. Ma questo fornisce pochissima certezza giuridica per i medici e pochi sono disposti a correre il rischio.
Eutanasia
Noelia e il sistema della morte
Il caso di Noelia, la giovane donna spagnola alla quale è stata «concessa» l’eutanasia a domicilio, è stato immediatamente inghiottito nella solita polarizzazione sterile.
Da una parte, la narrazione dominante: libertà, diritto, autodeterminazione, scelta consapevole. Dall’altra, la contro-narrazione speculare: diritti negati, Stato assente, sistema sanitario incapace di prendersi cura dei sofferenti. Ma si tratta in realtà di due letture che tendono a «galleggiare» in superficie, in cui le opposte fazioni si interrogano sulle conseguenze senza mai mettere in discussione le cause e, soprattutto, senza ricercare l’origine di una visione dell’uomo ormai profondamente deformata.
Già, perché il punto non è stabilire se la scelta di Noelia sia stata libera e consapevole oppure no, bensì capire come si è arrivati a considerare la morte una risposta alla sofferenza. Anzi, la risposta alla sofferenza. Il sistema sanitario spagnolo ha accolto la richiesta di morte di Noelia come conforme ai criteri di legge: sofferenza ritenuta intollerabile, assenza di prospettive terapeutiche, volontà reiterata di porre fine alla propria vita. Tutto perfettamente legale, tutto perfettamente coerente. Ma è proprio questa coerenza a essere inquietante.
La vicenda di Noelia non è diversa, nella sostanza, dalle tante che l’hanno preceduta, come i casi di Charlie Gard, Alfie Evans, Vincent Lambert, Eluana Englaro o Terry Schiavo. Cambiano i contesti, cambiano le sentenze, cambia il lessico, ma la struttura è identica. Si parte sempre dalla medesima premessa antropologica: per essere riconosciuta come degna di essere vissuta, la vita deve essere cosciente, autonoma, relazionale, efficiente.
Quando perde queste caratteristiche, diventa discutibile; quando diventa segnata dalla sofferenza, può essere considerata non più degna. Non si tratta però di una deriva improvvisa, ma il risultato di un lungo processo culturale in cui il momento di svolta è rappresentato dall’introduzione del criterio della morte cerebrale.
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È proprio a questo punto che si è consumato il primo e decisivo strappo: un essere umano può essere dichiarato cadavere non perché il suo organismo ha cessato di vivere, ma perché ha perso una funzione ritenuta essenziale. Da quel momento in poi, la vita umana non coincide più con l’unità biologica dell’organismo, ma con la presenza di determinate prestazioni funzionali.
In un editoriale del The New York Times del 30 luglio 2025 intitolato Donor organs are too rare. We need a new definition of death, alcuni cardiologi di fama internazionale propongono apertamente di ridefinire la morte sulla base della perdita di specifiche funzioni cognitive. La memoria, l’intenzione e il desiderio sarebbero, secondo tale impostazione, le vere basi dell’identità personale e quando esse vengono meno, la persona può essere considerata morta, anche se l’organismo continua a vivere in senso biologico.
Non si tratta tuttavia di un’eccezione ma della formalizzazione esplicita di una linea teorica già ben nota, sviluppata sul piano filosofico da Peter Singer, per il quale la persona coincide con il possesso di determinate capacità cognitive. Dove queste capacità non ci sono, o vengono meno, non c’è più una persona in senso pieno. E dove non c’è più persona, non c’è più neppure un soggetto da rispettare.
Il resto viene da sé: se la vita vale solo in quanto «qualificata», allora può essere giudicata; se può essere giudicata, può essere ritenuta insufficiente; se è insufficiente, può essere soppressa. Si tratta di una catena logica semplice, lineare, implacabile. La sofferenza non è più un evento da accompagnare, ma un parametro da valutare. E quando essa si accorda al desiderio di morire, viene elevata a criterio: nasce così la «morte sociologica».
In pratica, quando la persona non soddisfa più gli standard qualitativi della modernità, viene progressivamente espulsa dalla piena umanità, prima sul piano culturale, poi su quello giuridico, infine su quello clinico. Il sistema che oggi chiama «diritto» l’eutanasia è lo stesso che ieri ha ridefinito la morte in termini funzionali, che ha ridotto il corpo a materiale biologico disponibile e la persona a un insieme di prestazioni; è lo stesso che oggi decide quali vite meritano di essere vissute e quali no. In questo senso, l’eutanasia non è una deviazione del sistema, ma la sua coerente espressione.
Dalla ridefinizione della morte alla relativizzazione del valore della vita e, infine, alla soppressione come atto terapeutico e caritatevole. Un percorso circolare, perfettamente logico: la vita viene prima svuotata, poi valutata, infine eliminata. E tutto questo viene raccontato come progresso, come civiltà, come conquista di diritti, oppure, all’opposto, come fallimento della società civile. Ma finché continueremo a discutere di libertà o di abbandono senza mettere in discussione la nuova antropologia inaugurata dalla rivoluzionaria ridefinizione della morte e dell’esistenza umana, continueremo a muoverci dentro lo stesso schema.
Cambieranno le parole, ma non la sostanza. E la sostanza è una sola: quando la vita perde il suo valore intrinseco, la morte diventa una soluzione perfettamente coerente.
Alfredo De Matteo
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Immagine screenshot da YouTube
Eutanasia
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Eutanasia
La Scozia respinge la legge sull’eutanasia: vittoria per la Chiesa e per la vita
La sera del 17 marzo 2026, i parlamentari scozzesi hanno respinto, con 69 voti contro 57, il disegno di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese. Va detto che i vescovi cattolici avevano fatto tutto il possibile per lanciare l’allarme. In una dichiarazione pubblicata pochi giorni prima, la Conferenza episcopale scozzese aveva denunciato un testo che avrebbe consentito agli adulti malati terminali di richiedere assistenza medica per porre fine alla propria vita.
San Patrizio, patrono d’ Irlanda, diede probabilmente una spinta ai suoi cugini scozzesi: fu infatti il 17 marzo, giorno della sua festa, che i membri del parlamento respinsero il disegno di legge. Per i vescovi, questo testo rappresentava un grave attacco alla libertà religiosa e alla libertà di coscienza.
Il progetto avrebbe potenzialmente costretto le istituzioni cattoliche – ospedali, case di cura e professionisti sanitari – a partecipare, direttamente o indirettamente, ad atti contrari alla dottrina della Chiesa.
Il vescovo John Keenan, presidente della conferenza episcopale, aveva definito il piano un «disastro terribile», avvertendo che avrebbe gettato gli anziani, i malati e i disabili in una «paura profonda e viscerale».
La Chiesa cattolica scozzese ha colto l’occasione per ribadire che la vera compassione consiste nell’accompagnare la sofferenza con cure palliative di qualità, non nell’accelerare la morte. Ha chiesto un dibattito autentico sulle cure di fine vita, anziché una legalizzazione affrettata, e la sua voce è stata ascoltata.
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Un’eco preoccupante in Francia
Questo grido d’ allarme scozzese risuona in particolare in Francia, dove il disegno di legge relativo al «diritto al suicidio assistito» è stato approvato in seconda lettura dall’Assemblea nazionale alla fine di febbraio 2026 (299 voti a favore, 226 contrari).
Il testo sancisce il diritto all’autosomministrazione di una sostanza letale (il suicidio assistito come norma), con la somministrazione da parte di un operatore sanitario in caso di incapacità fisica ( l’eutanasia come eccezione). Nonostante il rifiuto iniziale al Senato nel gennaio 2026, il disegno di legge sta procedendo, aprendo la strada alla legalizzazione effettiva qualora l’iter parlamentare abbia esito positivo.
Anche i cattolici francesi ravvisano gli stessi pericoli: una banalizzazione della morte, una maggiore pressione sui più vulnerabili (anziani isolati, disabili, malati psichiatrici) e una minaccia alla clausola di obiezione di coscienza di chi si prende cura degli altri e delle istituzioni religiose.
Sebbene le cure palliative continuino a ricevere risorse insufficienti, la priorità dovrebbe essere il loro massiccio sviluppo, in linea con l’ insegnamento della Chiesa che difende l’ inviolabilità della vita, dal concepimento alla morte naturale.
Scozia e Francia illustrano lo stesso cambiamento culturale: sotto la maschera dell’autonomia , è la «cultura della morte» che avanza. Ma respingendo questo disegno di legge, la Scozia dà ragione a coloro – primi fra tutti i vescovi scozzesi – che si sono rifiutati di rassegnarsi al peggio, invocando sia la preghiera sia una difesa intransigente della vita.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Rhys Asplundh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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