Spirito
Leone XIV e la «Comunione Anglicana»
Il 20 marzo 2026, Papa Leone XIV ha indirizzato un messaggio alla «Reverendissima e Onorevolissima Dame Sarah Mullally, Arcivescovo di Canterbury», in occasione della sua intronizzazione. Questa missiva solleva seri interrogativi a vari livelli che non devono rimanere senza risposta.
La lettera sottolinea le «responsabilità della Dame, non solo all’interno della Diocesi di Canterbury, ma anche in tutta la Chiesa d’Inghilterra e nella Comunione Anglicana». Ciò solleva immediatamente una prima domanda.
A quale «Comunione Anglicana» ci si riferisce?
Contesto storico
La Comunione Anglicana conta attualmente circa 85 milioni di membri distribuiti in 165 paesi e organizzati in oltre 40 province autonome. Storicamente, questa rete di chiese si è sviluppata dalla Chiesa d’Inghilterra dopo la Riforma inglese e si è espansa a livello globale grazie alla presenza coloniale britannica e all’opera missionaria.
Tuttavia, durante il secolo scorso, il centro demografico dell’anglicanesimo si è spostato considerevolmente verso l’Africa e alcune parti dell’Asia. Ciò è stato particolarmente vero in quanto il centro britannico è diventato sempre più liberale, mentre la periferia africana ha persistito in un conservatorismo sempre più ostile a Canterbury.
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Una divisione che cova da quasi un secolo
La «famiglia anglicana», per usare la terminologia del messaggio, è ora in completo disordine, addirittura sull’orlo del collasso. E l’ascesa al trono di Dame Mullally non è una coincidenza in questa situazione. È vero che la divisione ha profonde radici storiche.
Nel 1930, la Conferenza di Lambeth dei vescovi anglicani approvò l’uso limitato della contraccezione, segnando una svolta significativa nella dottrina morale. Nei decenni successivi si sono verificati ulteriori cambiamenti: molte province anglicane hanno iniziato a ordinare donne e, nel 2014, la Chiesa d’Inghilterra ha approvato la nomina di donne vescovo.
Nel 2015, la Chiesa Episcopale degli Stati Uniti ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, rendendolo obbligatorio nel 2018. Altre chiese anglicane occidentali hanno adottato politiche simili e aperto l’ordinazione al clero dichiaratamente LGBT. Le province conservatrici, in particolare in Africa, hanno respinto questi cambiamenti.
Chiese come la Chiesa anglicana in Nigeria, Uganda, Kenya e Tanzania hanno mantenuto i loro insegnamenti tradizionali sul matrimonio e non consentono alle donne di servire come vescovi nelle loro giurisdizioni.
Le tensioni si sono riaccese nel 2025, quando Cherry Vann è stata eletta Arcivescovo del Galles. È diventata la prima donna arcivescovo nelle Chiese anglicane del Regno Unito e la prima vescova apertamente lesbica convivente con la sua compagna a ricoprire la carica di primate all’interno della Comunione anglicana.
Henry Ndukuba, primate della Chiesa di Nigeria – la più grande provincia anglicana del mondo – ha criticato la decisione, considerandola la prova che alcuni settori della Comunione stavano abbandonando quella che lui definiva la fede storica.
L’elemento più recente di questo scontro è stata l’elezione di Sarah Mullally ad Arcivescovo di Canterbury. Pur mantenendo la definizione di matrimonio come unione tra un uomo e una donna, l’Arcivescovo ha sostenuto proposte che consentissero la benedizione delle coppie dello stesso sesso e ha parlato della necessità che la Chiesa riconoscesse il danno subito dalle persone LGBT.
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La Conferenza Globale sul Futuro dell’Anglicanesimo (GAFCON)
La GAFCON, fondata a Gerusalemme nel 2008, è emersa da questa evoluzione. Il movimento è stato creato da vescovi conservatori che ritenevano che gli sviluppi dottrinali all’interno delle chiese anglicane occidentali, in particolare per quanto riguarda la sessualità e l’autorità ecclesiastica, andassero oltre ciò che consideravano l’insegnamento biblico.
Sebbene il movimento affermi di non essere una chiesa indipendente, la sua influenza è cresciuta costantemente. Alcune province e diocesi, fedeli alla propria prospettiva teologica, si sono già distanziate dalle strutture tradizionali della Comunione Anglicana. Il recente incontro ad Abuja ha semplicemente formalizzato una frammentazione già più o meno in atto.
Riunitisi nella capitale nigeriana durante la prima settimana di marzo, i leader del GAFCON hanno annunciato la creazione di un organo di governo globale destinato a rappresentare quella che il movimento considera la maggioranza degli anglicani fedeli alla dottrina «tradizionale» in tutto il mondo: il Consiglio Anglicano Mondiale.
Di fronte a questa situazione, Tom Middleton, direttore di Forward in Faith, un gruppo che rappresenta gli anglicani inglesi, ha dichiarato a OSV News che la Comunione Anglicana non esiste più come organizzazione coesa: «A differenza della Chiesa cattolica, è, nella migliore delle ipotesi, una federazione molto debole».
Pertanto, Dame Mullally ora rappresenta solo la Chiesa d’Inghilterra, certamente ricca di milioni, ma completamente esausta e sull’orlo dell’estinzione.
Una comunione impossibile
Un passaggio della lettera di Papa Leone XIV cita la Dichiarazione congiunta del 5 ottobre 2016: «Nonostante i molti progressi, i nostri predecessori immediati, Papa Francesco e l’Arcivescovo Justin Welby, hanno francamente riconosciuto che “nuove circostanze hanno generato nuovi disaccordi tra noi”».
Quali circostanze? Il testo della Dichiarazione specifica: questi disaccordi riguardano «in particolare l’ordinazione delle donne e questioni più recenti relative alla sessualità umana». Un osservatore ben informato, mons. Michael Nazir-Ali, che è entrato nella Chiesa cattolica nel 2021 ed è stato membro di due commissioni di dialogo cattolico-anglicane, condivide le sue riflessioni.
Ammette che un’unione con l’anglicanesimo non è più un’opzione. Aggiunge: «Dobbiamo ora essere cauti nel confrontare le dottrine e le pratiche anglicane con ciò che insegna la Chiesa cattolica», ha affermato. «Il fatto che gli anglicani siano così divisi è un invito ai cattolici a chiarire i propri principi».
Nel frattempo, mons. Nazir-Ali ha dichiarato che la forte «tendenza protestante» tra gli anglicani contemporanei ha reso la vita più difficile a coloro che sentono un’affinità con la tradizione cattolica, e ha previsto che le conversioni alla Chiesa cattolica continueranno.
Ha inoltre ribadito che la Chiesa cattolica non ha contestato la decisione di Papa Leone XIII, espressa nella sua lettera apostolica del 1896, Apostolicae curae, secondo cui le ordinazioni anglicane sono «assolutamente nulle».
È difficile credere che Papa Leone XIV non fosse a conoscenza di quanto appena riportato, soprattutto considerando che all’inizio della sua lettera dice al suo corrispondente: «vi state assumendo questi incarichi in un momento delicato della storia della famiglia anglicana».
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Qual è dunque lo scopo del titolo di arcivescovo conferito a Dame Mullally da Leone XIV?
Dato che Leone XIV non riconosce alcun potere d’ordine nella Chiesa anglicana, e ancor meno se detenuto da una donna, come ci ricorda la citazione della Dichiarazione congiunta tra Francesco e Justin Welby, qual è il significato del titolo di arcivescovo così generosamente conferito in questa corrispondenza?
I termini «responsabilità», la richiesta del «dono della sapienza» e l’ispirazione dello Spirito Santo difficilmente si conciliano con un potere puramente «politico». Piuttosto, suggeriscono che il titolo conferito da Leone XIV significhi il riconoscimento del potere giurisdizionale sulla Chiesa d’Inghilterra (nome dato alla Chiesa anglicana nel Regno Unito).
Ed è indubbiamente questo aspetto ad attirare l’attenzione: una Chiesa «sorella», guidata da una donna, offre un’idea chiara di come Leone XIV, seguendo Francesco, intendesse il potere giurisdizionale. La stessa idea emerge chiaramente nel documento finale del Gruppo di Studio 5, sulla «Partecipazione delle donne alla vita e al governo della Chiesa».
Questa situazione è una manna dal cielo per il femminismo «cattolico». La gerarchia, seguendo Francesco, sembra essersi radicata in questo femminismo. Dopo le nomine di donne a capo di dicasteri e le regolari promozioni femminili a incarichi di governo, negare a Dame Mullally il titolo legato alla sua elezione sarebbe un intollerabile passo indietro per il mondo e per i membri «sinodali» della Chiesa.
Ci troviamo quindi nell’assurda situazione di una donna a capo della diocesi di Canterbury, osteggiata dalla maggioranza degli anglicani – che vedono questa elezione come un tradimento dell’ideale riformista – ma sostenuta e incoraggiata dal Papa regnante. Quest’ultimo, inoltre, ha in programma di ricevere Dame Mullally in Vaticano alla fine di aprile, durante la sua visita a Roma.
In queste circostanze, l’assurdità dell’ecumenismo si manifesta con particolare acutezza, il che dovrebbe far riflettere tutti coloro che non sono ancora stati insensibilizzati dal modernismo dilagante. In ogni caso, si tratta di un’ulteriore manifestazione dello stato di necessità all’interno della Santa Chiesa.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Il vescovo Strickland difende Miss California
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Statement regarding Mrs. Carrie Prejean Boller
In recent days, I have become aware of the removal of Mrs. Carrie Prejean Boller from the Presidential Religious Liberty Commission, along with the public accusations that have followed. After reviewing her account and the… pic.twitter.com/l1BYHseYI5 — Bishop Joseph Strickland @ Pillars of Faith (@BishStrick) March 28, 2026
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Spirito
Trapianti e magistero cattolico: da Pio XII a Leone XIV, tra retorica del dono e silenzio mortale
Il recente discorso di papa Leone XIV ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro Nazionale per i Trapianti si inserisce perfettamente nella linea ormai consolidata del magistero contemporaneo: esaltazione della donazione, richiamo alla solidarietà e alla fraternità.
Un linguaggio rassicurante ma tuttavia, proprio per questo, profondamente ipocrita. Colpisce anzitutto una scelta retorica precisa: il riferimento a don Carlo Gnocchi, presentato come figura simbolo della donazione. Un riferimento emotivamente efficace, ma concettualmente fuorviante. Don Gnocchi infatti donò le cornee, cioè un tipo di donazione che avviene dopo la morte reale del donatore e che quindi solleva problemi morali minori.
Nulla di paragonabile al prelievo di organi vitali come cuore, fegato e polmoni, che richiedono un organismo ancora perfuso, caldo, biologicamente integrato. Si crea così una sovrapposizione indebita: si evoca un gesto moralmente lecito per legittimare una pratica che solleva questioni ben più gravi.
Il discorso prosegue poi con il richiamo a Pio XII, citato come autorità morale che avrebbe aperto alla liceità dei trapianti. Anche qui, però, il riferimento è selettivo, dal momento che papa Leone cita ciò che è conveniente e omette ciò che è decisivo. Pio XII, infatti, affermò con chiarezza che la determinazione della morte non può essere affidata a criteri puramente utilitaristici o funzionali, ma deve fondarsi sulla certezza morale dell’avvenuta separazione dell’anima dal corpo. Anche se poi lo stesso Pio XII scelse di non entrare nel merito della definizione di morte, demandando di fatto la questione ai clinici.
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Ma è proprio qui che si apre una frattura: nel momento in cui la Chiesa rinuncia a definire in termini metafisici e antropologici, che cosa sia la morte, e affida tale determinazione alla medicina, apre inevitabilmente la strada a una deriva scientista. La morte diventa così un fatto tecnico, stabilito da protocolli, strumenti e commissioni mediche. Ed è esattamente ciò che è accaduto. Il criterio della morte cerebrale nasce e si afferma in questo spazio lasciato libero; uno spazio in cui la filosofia tace, la teologia arretra e la tecnica avanza.
Da quel momento, la morte non è più un evento naturale riconoscibile nella realtà dell’organismo, ma una definizione operativa funzionale a determinate pratiche mediche. E il discorso di Leone XIV si colloca pienamente dentro questo paradigma in cui si esalta la donazione, si incoraggia la ricerca, si richiama alla dignità della persona, ma si evita accuratamente di affrontare la questione decisiva: il cosiddetto donatore è davvero morto?
Non una parola su questo punto; non una riflessione sul criterio encefalico; non un confronto con le evidenze biologiche di organismi che, pur dichiarati morti, continuano a manifestare evidenti e incontestabili segni vitali. Il Vicario di Cristo parla di dono, ma tace sulla condizione che rende il dono moralmente lecito; invoca la cultura della vita, ma accetta senza riserve una definizione di morte costruita per rendere possibile la predazione di organi vitali e la soppressione dei comatosi.
Giovanni Paolo II ha legittimato il criterio encefalico con una formula prudente ma decisiva; Benedetto XVI e Francesco hanno proseguito sulla stessa linea, insistendo sul valore della donazione senza riaprire la questione di fondo. Leone XIV si limita a ribadire questo impianto, rafforzandolo con un linguaggio sempre più centrato sulla solidarietà e sulla fraternità.
Il risultato è una costruzione filosoficamente e teologicamente inconsistente che tende ad avallare una prassi che presuppone, senza dimostrarlo, che il donatore sia realmente morto. È una contraddizione che non viene risolta, ma ipocritamente coperta. E il linguaggio gioca un ruolo decisivo: si parla di «donazione», di «gesto d’amore», di «cultura della vita», affermazioni attraverso cui si tende ad orientare il giudizio morale, funzionando come un velo linguistico che occulta la realtà.
Già, perché il punto non è la generosità del gesto ma la verità della situazione. Se gli organi vitali vengono prelevati da un organismo che non è realmente morto, allora non siamo di fronte a una donazione, ma a un atto che pone problemi morali radicali. E finché il magistero continuerà a evitare questo nodo, limitandosi a nobilitare la pratica dei trapianti senza sottoporla al vaglio della metafisica della persona, continuerà a fungere da «stampella» dottrinale alle derive antiumane della società moderna.
In altri termini, il problema non è tanto ciò che viene detto, bensì ciò che viene sistematicamente taciuto. Ed è proprio su questi silenzi, più che sulle parole, che si misura la reale coerenza di un discorso che pretende di difendere la vita ma che in realtà la espone ai più feroci attacchi.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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