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Morte cerebrale

Le ridefinizioni della morte da parte dell’industria della donazione di organi minacciano le persone viventi

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo della dottoressa Klessig apparso su LifeSiteNews.

 

Un’altra commissione del Congresso sta indagando su ulteriori denunce di informatori riguardanti l’industria dei trapianti di organi. Il presidente della Commissione «Ways and Means» della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Jason Smith, e il presidente della Sottocommissione di Vigilanza, David Schweikert, stanno cercando risposte da Carolyn Welsh, presidente e CEO del New Jersey Organ and Tissue Sharing Network (NJTO), in merito alle molteplici accuse di violazioni legali ed etiche presentate sotto la sua supervisione.

 

Le denunce includono il caso orribile di un donatore di organi «morto per cause circolatorie» che si è rianimato prima del prelievo. Nonostante il paziente avesse ripreso i segni di vita, i dirigenti dell’NJTO hanno effettivamente ordinato al personale di prima linea di proseguire il processo di recupero degli organi. (Per fortuna, il personale ospedaliero del Virtua Our Lady of Lourdes Hospital di Camden, nel New Jersey, ha respinto questa richiesta.) L’NJTO è anche accusato di aver fatto pressione sulle famiglie di potenziali donatori, insinuando falsamente che il Dipartimento dei Veicoli a Motore del New Jersey avesse registrato un consenso alla donazione, quando non era noto. A quanto pare, l’NJTO ha continuato a insistere sul fatto che le persone fossero donatori registrati anche dopo che avevano rimosso il consenso alla donazione dalle loro patenti di guida. La denuncia ufficiale afferma inoltre che l’NJTO avrebbe cercato di cancellare le prove relative all’indagine della commissione.

 

Dal 1968, quando 13 uomini della Harvard Medical School ridefinirono le persone «disperatamente ferite» come persone abbastanza morte da poter diventare donatori di organi, il reperimento di organi ha continuato a spostare i confini della vita e della morte in una ricerca senza fine di nuovi organi. Quando il primo e unico studio prospettico multicentrico sulla morte cerebrale scoprì nel 1972 che una diagnosi di morte cerebrale non era sempre correlata a una distruzione cerebrale diffusa, il ricercatore principale, il dott. Gaetano Molinari, sottolineò che la «morte cerebrale» era una prognosi di morte, e non la morte stessa. Il dott. Molinari scrisse:

 

«Da una prognosi fatale consente al medico di dichiarare la morte? È altamente dubbio che eufemismi superficiali come “è praticamente morto”, … “non può sopravvivere”, … “non ha comunque alcuna possibilità di guarigione” possano mai essere accettati legalmente o moralmente come dichiarazione di decesso».

 

Ma nonostante i dubbi del dott. Molinari, la storia dimostra che questo è esattamente ciò che è stato accettato, e il numero crescente di persone che sono state prelevate per il prelievo di organi mentre erano ancora in vita lo conferma. Sebbene TJ Hoover III, in «morte cerebrale», si guardasse ancora intorno e piangesse visibilmente, tanto che due medici si rifiutarono di espiantargli gli organi, la Kentucky Organ Donor Affiliates ordinò al proprio staff di trovare un altro medico per eseguire la procedura. La donatrice «in morte circolatoria» Misty Hawkins scoprì un cuore pulsante quando il suo sterno fu segato per il prelievo degli organi. E Larry Black Jr. fu salvato dal tavolo operatorio pochi minuti prima dell’espianto degli organi, e si riprese completamente.

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Considerando che da quasi 60 anni stiamo esagerando la definizione di morte, c’è da stupirsi che il personale addetto al prelievo degli organi sembri pensare «è praticamente morto», «non può sopravvivere», «non ha comunque alcuna possibilità di guarigione» mentre spinge persone ancora vive verso la sala operatoria?

 

Ma non sono solo i team di prelievo degli organi a promuovere queste nuove definizioni di morte. Appena tre settimane dopo il fallimento dei tentativi di ampliare le definizioni legali di morte attraverso la revisione dell’Uniform Determination of Death Act (UDDA), l’American Academy of Neurology (AAN) ha pubblicato una nuova linea guida sulla morte cerebrale che consente esplicitamente di dichiarare la morte cerebrale in presenza di funzioni cerebrali in corso. Poiché ciò è ovviamente in contrasto con l’UDDA, che richiede «la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello, incluso il tronco encefalico», l’AAN ha cercato di aggirare la legge contattando i dipartimenti sanitari statali, gli ordini dei medici, le società mediche e le associazioni ospedaliere, chiedendo loro di riconoscere la linea guida sulla morte cerebrale dell’AAN come «standard medico accettato» per dichiarare la morte neurologica.

 

L’AAN ha anche appena pubblicato una dichiarazione di posizione contenente ulteriori linee guida sulla morte cerebrale, in cui si discute su come gestire le obiezioni alla diagnosi di morte cerebrale. Sebbene le linee guida dell’AAN sulla morte cerebrale non siano conformi alla legge statunitense e abbiano dimostrato di non essere in grado di prevedere se una lesione cerebrale sia irreversibile o meno, l’AAN desidera comunque renderne obbligatorio l’uso

 

Se l’obiezione di una famiglia a una diagnosi di morte cerebrale non può essere superata, l’AAN afferma che il supporto vitale può essere interrotto unilateralmente, nonostante le obiezioni della famiglia. L’AAN afferma inoltre che i medici sono professionalmente obbligati a effettuare una diagnosi di morte cerebrale e che dovrebbero essere qualificati per farlo secondo gli standard delle linee guida dell’AAN.

 

Ridicolamente, l’AAN raccomanda il corso sulla determinazione della morte cerebrale della Neurocritical Care Society, che consiste in un video di un’ora, seguito da tentativi illimitati di rispondere correttamente a 25 domande, al termine dei quali è possibile ottenere un certificato di completamento per soli sei dollari.

 

La Regola del Donatore Morto è una massima etica che stabilisce che le persone non devono essere né vive al momento dell’espianto degli organi, né uccise durante il processo di espianto. Ridefinire le persone con lesioni neurologiche come «morte cerebrale» e ridefinire le persone che potrebbero ancora essere rianimate come morte secondo gli standard di «morte circolatoria» ha permesso per troppo tempo ai team di prelievo degli organi di rispettare alla lettera la Regola del Donatore Morto con giochi di prestigio. È necessario porre fine a ogni manipolazione superficiale delle definizioni di morte per il bene della donazione di organi. I pazienti con una prognosi sfavorevole non devono essere considerati «abbastanza morti» per diventare donatori di organi. Le persone che si registrano come donatori di organi devono ricevere un consenso pienamente informato sui rischi connessi.

 

Persino il filosofo utilitarista Peter Singer ha definito la morte cerebrale una scelta etica mascherata da fatto medico. Imporre obblighi che costringano pazienti e medici ad accettare queste discutibili scelte etiche NON è il modo migliore per creare fiducia.

 

Dott. Heidi Klessig

 

La dottoressa Heidi Klessig è un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore. Scrive e parla di etica nella donazione e nel trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono disponibili su respectforhumanlife.com.

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Morte cerebrale

Calciatore dato per morto si risveglia in obitorio. Dichiarare la morte non equivale a determinarla

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Ci sono notizie che sembrano riproporre storie già viste e che, proprio per questo, rischiano di essere liquidate come semplici curiosità di cronaca. Quella che arriva in queste ore dalla Nigeria appartiene certamente a questa categoria, ma pone in evidenza un particolare sul quale vale la pena soffermarsi, perché ancora una volta ci costringe a interrogarci sul significato della morte e, soprattutto, sul rapporto tra la realtà e le definizioni attraverso le quali pretendiamo di descriverla.   Chinedu Ozor, trent’anni, da poco ingaggiato dal Katsina United, stava disputando una partita amichevole di preparazione alla nuova stagione quando, dopo appena una decina di minuti di gioco, si è improvvisamente accasciato sul terreno di gioco. Il personale sanitario presente è prontamente intervenuto per soccorrerlo e il calciatore è stato trasportato in ospedale, dove poi ne sarebbe stato dichiarato il decesso.   Diverse fonti riferiscono che la morte sarebbe stata constatata in due strutture prima del trasferimento in obitorio.

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Nel frattempo, la notizia aveva cominciato a circolare e il Katsina United aveva annunciato ufficialmente la scomparsa del suo giocatore, esprimendo vicinanza alla famiglia e salutando il proprio «Warrior». Immediatamente erano arrivati i messaggi di cordoglio di altre società della Nigeria Premier Football League e delle squadre nelle quali Ozor aveva militato in precedenza. Per il mondo del calcio nigeriano, insomma, Chinedu Ozor era morto.   Poi è accaduto qualcosa che ha improvvisamente rovesciato la situazione: quando il calciatore si trovava ormai in obitorio, qualcuno si sarebbe accorto che il suo corpo si muoveva; alcune ricostruzioni parlano in particolare del movimento di una mano. È stato dato immediatamente l’allarme e Ozor è stato riportato in ospedale, dove, secondo le ultime informazioni disponibili, si trova ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a ossigenoterapia.   Una storia incredibile, certamente, ma non del tutto nuova. Episodi di persone dichiarate morte e successivamente trovate ancora in vita ricorrono periodicamente nelle cronache. È necessario però fare una precisazione che può apparire come ovvia: Ozor non è tornato dalla morte. Il movimento osservato in obitorio ha semplicemente costretto chi gli stava intorno a riconoscere che la precedente dichiarazione di morte non corrispondeva alla realtà.   La distinzione, in effetti, è tutt’altro che banale, perché ci ricorda qualcosa che nella medicina contemporanea rischia di passare in secondo piano: la morte è un fatto che riguarda l’essere umano, mentre il suo accertamento riguarda la nostra capacità di riconoscere quel fatto. Sono due cose distinte e, soprattutto, la seconda non può creare la prima.   Un medico può accertare che una persona è morta, così come può sbagliare nel farlo, ma la sua dichiarazione non possiede il potere di modificare la realtà biologica dell’individuo che ha davanti.    È proprio a questo punto che il problema della morte cerebrale entra in una dimensione che supera la semplice discussione sui protocolli diagnostici.   Per secoli la questione fondamentale è stata individuare i segni attraverso i quali riconoscere che la morte dell’organismo fosse effettivamente avvenuta. Con l’introduzione del criterio neurologico, invece, il problema si è spostato progressivamente anche sul piano definitorio: una determinata condizione clinica, caratterizzata dalla cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche previste dai protocolli, viene considerata equivalente alla morte dell’individuo.   Ma cosa succede dopo che una sentenza di morte è stata emessa? Inevitabilmente, cambia il modo in cui possiamo trattare l’essere umano.

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Nel caso di Chinedu Ozor un movimento del corpo ha imposto una revisione immediata di tutto ciò che era stato stabilito poche ore prima. Ma proprio questa circostanza ci ricorda che alla medicina spetta riconoscere una morte realmente avvenuta, non stabilire attraverso criteri convenzionali il confine oltre il quale un essere umano debba cessare di essere considerato un vivente bisognoso di cure e assistenza.   Del resto, la cronaca e la letteratura medica hanno registrato diversi casi nei quali persone dichiarate morte hanno manifestato segni vitali prima che si procedesse con l’espianto dei loro organi. E Dio solo sa quante altre persone non hanno avuto la possibilità di smentire la diagnosi che li aveva già consegnati alla sala operatoria e successivamente alla tomba.   È per questo che la questione non può essere ridotta alla maggiore o minore affidabilità di una procedura. Il problema viene prima.   Perché la realtà non obbedisce alle nostre definizioni e quando queste pretendono di sostituirsi alla verità sull’uomo, è l’uomo stesso a pagarne le conseguenze.   Alfredo De Matteo

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Morte cerebrale

Morte cerebrale, mons. Viganò parla del libro del nostro Alfredo De Matteo

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha pubblicato su X un messaggio di lode al nuovo libro del nostro Alfredo De Matteo, inesausto collaboratore di Renovatio 21 sui temi bioetici, L’inganno della morte cerebrale. Trapianti, eutanasia e una nuova antropologia.

 

«In questi tempi di oscuramento della verità e di avanzata inarrestabile della cultura della morte, è dovere di ogni cattolico e di ogni persona di buona volontà denunciare gli inganni che attentano alla sacralità della vita umana, voluta e custodita da Dio» scrive Sua Eccellenza.

 

«Le Edizioni Maniero del Mirto annunciano l’uscita di un libro di importanza capitale: l’ultimo lavoro di Alfredo De Matteo, nella Collana Moralia et Scientia. Quest’opera affronta con serietà, rigore documentato e coraggio tre questioni vitali per il nostro tempo: la sempre più devastante diffusione della pratica eutanasica nel mondo cosiddetto “occidentale”; l’atroce inganno della cosiddetta “morte cerebrale”, nel quale sono caduti quasi tutti e che grava come un pericolo mortale su ogni essere umano; il gravissimo errore del trapiantismo degli organi vitali».

 

 

«Alfredo De Matteo smaschera con chiarezza profetica gli inganni di una mentalità materialista e utilitaristica che riduce l’uomo a un semplice aggregato di organi da sfruttare» continua monsignore. «Questo libro è uno strumento prezioso per comprendere la gravità di ciò che sta avvenendo e per resistere all’imposizione di una falsa “morte” che permette la soppressione della vita».

 

«Il volume sarà presentato per la prima volta il 12 settembre a Verona, in occasione della “Giornata mondiale contro l’aborto e l’eutanasia” organizzata dalla Confederazione dei Triarii. Le Edizioni Maniero del Mirto si dichiarano disponibili a organizzare presentazioni ovunque vi sia la volontà di diffondere queste verità».

 

«Raccomando vivamente la lettura di quest’opera a tutti i fedeli, ai sacerdoti, ai medici, agli operatori sanitari e a chiunque desideri difendere la verità e la dignità della persona umana. Studiatelo, meditate sulle sue pagine e, soprattutto, diffondetelo il più ampiamente possibile: tra amici e familiari, sui social…»

 

Il libro contiene in appendice scritti previamente apparsi su Renovatio 21.

 

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Morte cerebrale

Morte cerebrale: quando l’informazione non distingue più tra la morte e il suo accertamento

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Ancora una volta la cronaca ci offre uno spunto che va ben oltre il singolo fatto di cronaca e costringe a interrogarsi sul significato stesso della morte.   L’episodio è quello del drammatico incidente avvenuto sulla superstrada Terni-Rieti, una tragedia che nei giorni scorsi ha provocato numerose vittime. Tra i feriti più gravi vi era un uomo ricoverato in condizioni disperate presso l’ospedale di Perugia. Dopo alcuni giorni di ricovero, le agenzie di stampa e i principali quotidiani hanno annunciato la terribile notizia: il paziente è deceduto. Il bilancio della strage, spiegano i giornali, sale così a sette vittime.   La vicenda sembrerebbe conclusa, se non che nello stesso articolo si legge che l’ospedale ha avviato la procedura per l’accertamento di morte presso la terapia intensiva, «il cui completamento è previsto nel tardo pomeriggio di oggi. Eventuali ulteriori comunicazioni saranno diffuse al termine della procedura».   Come?    Se il paziente è già morto, perché occorre ancora accertarne il decesso? Se, invece, la procedura di accertamento deve ancora svolgersi, o meglio deve ancora fornire il responso finale, sulla base di quale certezza il lettore viene informato che quella persona è già passata a miglior vita?   Non si tratta di una sottigliezza terminologica, ma di una contraddizione che rivela quanto profonda sia ormai la confusione sul significato stesso della morte.   Da anni il linguaggio della trapiantologia è entrato nel linguaggio comune, fino al punto da modificarlo. Il paziente viene dato per morto ancora prima che la procedura prevista dalla legge abbia concluso il suo iter. L’accertamento della morte cerebrale diventa così una sorta di formalità tecnica, quasi un passaggio burocratico destinato semplicemente a ratificare una conclusione già acquisita.

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Eppure, la normativa vigente racconta un’altra storia, ossia che l’accertamento della morte cerebrale non è un atto simbolico né una formalità, ma una procedura medico-legale articolata, con tempi, verifiche e protocolli definiti. Se quella procedura viene avviata è perché la morte deve essere ancora accertata.   Come si può allora affermare che il paziente è già morto? Questa apparente incongruenza rivela un problema ben più profondo: la morte, nella cultura contemporanea, non viene più percepita come un evento naturale che il medico è chiamato a riconoscere, bensì come il risultato di una procedura tecnica. Non è il corpo che manifesta inequivocabilmente la propria fine; è un protocollo clinico che dichiara conclusa l’esistenza della persona.   È proprio a questo punto che emerge l’importanza del linguaggio. Se i media affermano, senza avvertire alcuna contraddizione, che una persona è morta prima ancora che venga conclusa la procedura di accertamento della morte cerebrale, finiscono inevitabilmente per trasmettere al lettore l’idea che quell’accertamento costituisca poco più di una formalità destinata a confermare un esito già scritto.   La domanda, allora, diventa inevitabile. La procedura è davvero chiamata ad accertare un fatto oppure finisce, immancabilmente, per confermare ciò che il sistema ha già presupposto? Tanto più se si considera che la cosiddetta morte cerebrale non coincide con la morte biologica dell’intero organismo, ma con una definizione convenzionale della morte fondata sulla perdita irreversibile di determinate funzioni encefaliche e verificata attraverso un protocollo di accertamento convenzionalmente stabilito.   Sono interrogativi che ci permettiamo di rivolgere non solo al personale sanitario ma anche al sistema in generale, al linguaggio che lo accompagna e, soprattutto, alla cultura che lo sostiene. Perché, talvolta, è proprio il modo in cui la cronaca viene raccontata a far emergere, involontariamente, le contraddizioni del sistema. Nel tentativo di semplificare gli eventi, l’informazione finisce per rivelare più di quanto vorrebbe: dichiara una persona morta e, poche righe dopo, informa il lettore che è stata avviata la procedura per accertarne la morte cerebrale. È proprio questa apparente naturalezza a rendere ancora più evidente la contraddizione.   Già, perché il problema non riguarda soltanto la morte cerebrale, ma il modo stesso in cui la nostra società concepisce la persona.   Per secoli la dignità dell’essere umano è stata considerata una qualità intrinseca, indipendente dall’età, dalle condizioni di salute, dal grado di coscienza o dalle capacità cognitive. Negli ultimi decenni, invece, si è progressivamente affermata una concezione funzionalista, secondo la quale il valore della persona dipenderebbe da determinate funzioni: la coscienza, l’autonomia, l’attività cerebrale.   La morte cerebrale costituisce, probabilmente, una delle manifestazioni più evidenti di questo cambiamento antropologico.   Ma lo stesso paradigma riaffiora nel dibattito sull’eutanasia: quando una persona perde determinate funzioni, continua a possedere la medesima dignità oppure il giudizio sulla sua vita cambia?   Le situazioni cliniche sono certamente diverse, tuttavia l’antropologia sottesa è sorprendentemente simile. In entrambi i casi il rischio è quello di sostituire la dignità ontologica della persona con una dignità funzionale: l’essere umano non viene più riconosciuto per ciò che è, ma per ciò che riesce ancora a fare.

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A questo punto, viene naturale chiedersi se questa visione dell’uomo finisca per influenzare anche l’organizzazione stessa della sanità. Un paziente gravemente cerebroleso può richiedere settimane o mesi di terapia intensiva, personale altamente specializzato, risorse economiche ingenti e un posto letto occupato per un tempo indefinito.   È lecito domandarsi se una medicina chiamata ogni giorno a confrontarsi con la scarsità delle risorse, l’aumento dei costi e la cronica carenza di posti letto riesca davvero a rimanere del tutto impermeabile a queste pressioni quando è chiamata a ridefinire il confine tra la vita e la morte.   La morte rappresenta il confine più delicato dell’esistenza umana e merita di essere affrontata con il massimo rigore intellettuale, non con la superficialità con cui troppo spesso viene raccontata.   Perché una società che non distingue più tra la morte e il suo accertamento non ha semplicemente alterato una definizione medica. Ha perduto il senso stesso di ciò che significa essere uomo.   Alfredo De Matteo  

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