Spirito
Le apparizioni della Madonna delle Ghiaie di Bonate
Dieci anni fa, il 24 agosto 2014, in un hospice di Milano, si spegneva Adelaide Roncalli, che nel 1944, settant’anni prima, era stata chiamata ad un incontro straordinario, quando era solo una bambina di sette anni che viveva in un piccolo paese della provincia di Bergamo.
Era il 13 maggio del 1944 e mentre l’Italia era sconvolta dagli eventi della guerra, Adelaide si recava a raccogliere fiori di sambuco quando le si palesò davanti una signora, che così descrisse: «bella e maestosa, indossava un vestito bianco e un manto azzurro (…) Al primo momento ebbi paura e feci per scappare, ma la Signora mi chiamò con voce delicata dicendomi: “Non scappare ché sono la Madonna!”. Allora mi fermai fissa a guardarla, ma con senso di paura. La Madonna mi guardò, poi aggiunse: “Devi essere buona, ubbidiente, rispettosa col prossimo e sincera: prega bene e ritorna in questo luogo per nove sere sempre a quest’ora”».
A questo primo episodio ne seguiranno altre 12, la Vergine apparirà infatti alla piccola ogni sera dal 13 al 21 maggio e poi dal 28 al 31, presentandosi come «Regina della Famiglia». Nella visione la donna si mostra con una veste purpurea e un manto verde, tra le mani tiene due colombi, simbolo dell’unione dei coniugi e su un braccio la corona del Rosario. Durante le apparizioni sollecita a pregare molto e a offrire sacrifici, chiede penitenze e digiuni, promette protezione e guarigioni.
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La voce delle apparizioni si diffuse rapidamente, e a Ghiaie di Bonate e, nonostante la guerra e i mezzi allora disponibili, accorsero decine di migliaia di persone.
Tra queste, senza aver ricevuto alcun mandato del vescovo, c’era un sacerdote bergamasco, docente di filosofia, piuttosto ambizioso, che decise di occuparsi del caso, partendo da presupposto razionalistico che le apparizioni non potevano assolutamente essersi verificate. A partire da questa tesi precostituita, don Cortesi cercò in ogni modo di manipolare la bambina, di costringerla a ritrattare le sue rivelazioni, la strappò ai genitori e la fece rinchiudere in un collegio, la vessò in ogni modo, e per molti anni, fino ad impedire che divenisse suora, come ella desiderava. Fu il suo un vero e proprio martirio durato per anni.
Il 18 aprile del 1948 la Chiesa di Bergamo si pronunciò con un decreto firmato dall’allora vescovo Adriano Bernareggi con un giudizio sospensivo «non consta della soprannaturalità», un giudizio che non nega le apparizioni, ma che per anni rappresenterà il punto di non ritorno per gran parte del clero bergamasco.
La formula usata si limita a dire che l’autorità ecclesiastica non riconobbe sufficiente valore probativo agli argomenti portati a favore delle apparizioni. Il giudizio definitivo rimane in sospeso, in attesa di maggiore studio e valutazione dei fatti.
Oggi, a 80 anni dalle apparizioni e a 10 anni dalla morte di Adelaide, tali studi sono disponibili.
Estremamente interessanti risultano le ricerche fatte da Giuseppe e Annunziata Riva, autori del volume L’ora di Maria l’ora della Chiesa (EtaBeta editrice), una esegesi dei diari delle apparizioni scritte dalla veggente stessa, con prefazione del celebre teologo padre Serafino Tognetti, che nella prefazione al volume scrive:
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«In sostanza, la Vergine Maria ci presenta qui un quadro che va dalla creazione del mondo all’Apocalisse, una storia che spazia dal peccato originale alla seconda venuta del Cristo, avendo sempre come centro di riferimento l’Eucaristia; nel mezzo, come appello, Ella ci comunica i suoi appelli alla conversione, alla lotta contro il peccato, per vivere il tempo presente come luogo storico della nostra redenzione».
La Vergine Maria apparsa a Ghiaie è stata chiamata Regina della Famiglia, ma alla luce di quanto emerge dai dai diari di Adelaide, dovrebbe in realtà essere identificata come Regina della Chiesa, come Colei che si pone a difesa della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo suo figlio, in tempi assai difficili come questi.
Così come accaduto per le apparizioni a Montichiari di Maria Rosa Mistica, i tempi appaiono maturi perché venga attentamente rivista e rivalutata attentamente questa vicenda.
Paolo Gulisano
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Il vescovo Strickland si chiede se il Concilio Vaticano II si sia arreso al modernismo
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Qual è la credibilità dottrinale e l’autorità morale del cardinale Fernandez?
Il 2 luglio 2026, il cardinale Víctor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato il decreto di «scomunica» contro i vescovi consacranti e quelli già consacrati il giorno precedente a Écône. È ironico vedere questo decreto firmato da un prelato che, il 27 gennaio, durante la sessione plenaria del suo dicastero, aveva invocato «umiltà intellettuale, spirituale e teologica».
In quell’occasione, aveva denunciato «l’assolutizzazione della ragione personale o di certi criteri morali che potrebbero condurre a gravi abusi». Tra gli esempi citati figuravano l’Inquisizione, le guerre mondiali e l’Olocausto… Questo monito viene ora respinto dal cardinale argentino, ma solo perché implica la scomunica di duemila anni di Tradizione.
Su InfoVaticana, il 6 luglio, Pedro Gomez Carrizo sostiene che il decreto firmato dal cardinale Fernandez rappresenta soprattutto il fallimento di Leone XIV. Esprime giustamente la sua indignazione: «Che una figura del genere possa sostenere la scomunica in nome della purezza della comunione ecclesiale è semplicemente il colmo dell’assurdità. È il colmo dell’assurdità perché uno degli aspetti che più distingue gli scomunicati da coloro che li scomunicano è che i primi denunciano proprio come i secondi abbiano svuotato di significato le proprie azioni». In altre parole: quanto insensate siano diventate le loro azioni.
E per specificare cosa è diventata oggi la Dottrina della Fede, di cui il cardinale Fernandez è responsabile: «La dottrina è poco più di un rapporto redatto da un gruppo di lavoro, sempre dipendente dal contesto; la morale si è gradualmente dissolta in questa misericordia senza giudizio che accompagna il peccatore, avendo cura di non metterlo a disagio; la liturgia soffre da decenni di creatività parrocchiale; la Germania tenta da anni lo scisma a piccoli passi, e il Partito Comunista Cinese ordina vescovi; la Curia mette i cardinali al servizio delle suore prefette, mentre le coppie omosessuali vengono benedette a condizione che non preghino in latino; la cura pastorale non consiste più nel condurre le anime alla verità, ma nel ricoprire la pillola dottrinale fino a nasconderla completamente, e la sinodalità ha permesso che antiche eresie rinascano, splendenti, appena uscite da una sessione di brainstorming».
Pedro Gomez Carrizo pone la domanda che tutti si pongono: «come può Roma pretendere che la sua scomunica venga presa sul serio, dopo essersi prodigata per dimostrare che tutto, o quasi tutto, può essere sfumato, contestualizzato, negoziato, tollerato, reinterpretato o benedetto da una nota a piè di pagina [un’allusione ad Amoris Laetitia, dove la comunione per i cattolici divorziati e risposati è permessa con una semplice nota a piè di pagina]? È Roma stessa che, per decenni, ha svalutato il linguaggio con cui ora pretende di giudicare. Non dovrebbe sorprendersi che la sua teologia ‘liquida’ non stia facendo impressione».
«In breve», ha proseguito, «Roma ha creato eccezioni a destra e a manca per i casi più inaccettabili, ma ha eretto una barriera insormontabile di fronte a Écône. Questa ‘selettività delle eccezioni’ tradisce le carenze dell’autorità: con la Germania, tutto è un processo; con Écône, è una barriera assoluta. La Chiesa post-conciliare ha finalmente scoperto che l’inferno non è vuoto, ma vi vede solo i seguaci di mons. Lefebvre. A questi bambini è la sola pietra che viene data quando chiedono il pane».
Poi, Pedro Gomez Carrizo si è rivolto a colui per il quale il cardinale Fernandez firmò questo decreto, Leone XIV: «volendo presentarsi come garante della comunione, papa Prevost si è ritrovato erede di un’autorità sperperata. Ha ereditato una Roma abituata a tollerare l’intollerabile e, dopo aver affidato questo delicato compito all’uomo che simboleggia la peggiore deviazione dottrinale, scelse di rispondere a Écône con il gesto più severo, sebbene le sue stesse parole fossero già state pubblicamente ignorate».
«Senza ristabilire l’ordine, si è reso conto di non averlo imposto. Se la firma è di Tucho [il soprannome confidenziale del cardinale Fernandez], il fallimento è di Leone XIV. […] Dimostrare la forza del potere è facile, ma non sembra essere il modo migliore per riconquistare la propria autorità». Ciò che non è altrettanto facile è convincere la gente che questa preoccupazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X sia nata da un’intollerabile indisciplina e non da un’autentica e santa necessità, appagata per la gloria di Dio, per il bene delle anime e per la santificazione dei suoi membri e fedeli, ora scomunicati o ingiustamente minacciati di scomunica.
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Uno sguardo retrospettivo alla dottrina eterodossa del Prefetto della Dottrina della Fede
Per comprendere appieno la natura paradossale – per non dire aberrante – di un decreto di scomunica dfirmato dal cardinale Fernandez, è utile ripercorrere alcuni momenti della sua carriera, iniziata sotto Francesco e fedelmente proseguita sotto Leone XIV.
Quando fu nominato a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede nel 2023 da Francesco, il blog argentino The Wanderer ricordò opportunamente un’omelia di Tucho in cui dichiarava: «senza rendersene conto, la Chiesa ha sviluppato per secoli una dottrina piena di classificazioni che affermava: a) solo i battezzati che sono nella grazia di Dio possono ricevere la comunione e coloro che sono in stato di peccato mortale no; b) solo coloro che si pentono dei loro peccati ed esprimono l’intenzione di cambiare vita possono ricevere l’assoluzione sacramentale. Questa è una cosa terribile… Ma per fortuna questo è accaduto in passato, e ora c’è papa Francesco».
Questa clemenza «pastorale» si applica a tutti (todos, come ha detto Francesco)… eccetto i sacerdoti e i fedeli della Tradizione.
Il cardinale Fernandez sapeva perfettamente cosa si aspettasse da lui papa Francesco, poiché lo aveva chiarito al momento della sua nomina a capo del Dicastero per la Fede, in una lettera datata 1° luglio 2023, che rappresenta una vera e propria dichiarazione d’intenti: «il dicastero che presiederete in passato ha fatto ricorso a metodi immorali. Erano tempi in cui, anziché promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali. Ciò che mi aspetto da voi è senza dubbio molto diverso». —Ad eccezione dei cosiddetti cattolici «preconciliari»…
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L’autore segreto di Amoris Laetitia e Fiducia Suplicans
Tucho deve tutto a Francesco, di cui è stato penna obbediente – persino servile – in Amoris Laetitia (19 marzo 2016), che autorizza la comunione ai cattolici divorziati e risposati caso per caso, e in Fiducia Suplicans (18 dicembre 2023), che permette la benedizione delle coppie omosessuali e irregolari.
Un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori più attenti a Roma: la penna nascosta di Francesco non solo ha scritto gran parte di Amoris Laetitia, ma ha anche incluso interi passaggi dei suoi stessi articoli, in particolare sulla questione dei cattolici divorziati e risposati. In breve, il papa ha copiato Tucho, e Tucho ha copiato se stesso.
Ancor prima che Francesco salisse al soglio pontificio, Bergoglio stava pensando e Fernandez stava scrivendo. Nel 2007, il documento finale dell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM) ad Aparecida, di cui il cardinale Bergoglio fu responsabile, rivela questa stretta collaborazione.
Da papa, Francesco vi ha fatto riferimento in diverse occasioni, esprimendo persino il suo entusiasmo: ogni volta che veniva menzionata la parola Aparecida, lasciava intendere di considerare questo documento il suo più importante risultato programmatico. È importante sapere che il documento di Aparecida fu redatto da Fernandez, naturalmente secondo i desideri e le direttive di Bergoglio.
Lo zelo di Tucho era evidente anche in anticipo: nel 2018, Francesco nominò Fernandez arcivescovo di La Plata, la seconda sede episcopale più grande dell’Argentina. Uno dei suoi primi atti fu la sospensione del motu proprio Summorum Pontificum nella sua diocesi. Non ne diede una vera e propria motivazione. Il suo approccio si può riassumere in una frase: «I cattolici non hanno bisogno del rito tradizionale e la Chiesa non ha bisogno di cattolici legati alla Tradizione».
Nel luglio 2021, Francesco abrogherà il motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II [1988] e il Summorum Pontificum di Benedetto XVI [2007], sostituendoli con Traditionis Custodes, che limita drasticamente la celebrazione della Messa tradizionale. Il cardinale argentino aveva semplicemente anticipato la decisione, pianificata da tempo, del papa argentino.
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Un autore controverso
Il prelato, scrittore nell’ombra, non firmava i documenti del suo padrone e benefattore; tuttavia, ha firmato due opere scandalose che ha accuratamente rimosso dalla sua biografia ufficiale: Sáname con tu boca: El arte de besar [«Guariscimi con la bocca: L’arte del bacio», 1995]. Un libro che gli valse il soprannome di Besuqueiro [Il Baciatore], e che Tucho stesso presentò così:
«Vi racconterò cosa provano le persone quando si baciano». Per farlo, ho parlato a lungo con molte persone che hanno una vasta esperienza in questo campo, e anche con molti giovani che stanno imparando a baciare a modo loro… Spero che queste pagine vi aiutino a baciare meglio, che vi motivino a liberare il meglio di voi stessi in un bacio…
Un’altra opera omessa dalla sua voce bio-bibliografica: La pasión mística: espiritualidad y sensualidad [«Passione mistica: spiritualità e sensualità», 1988]. Questa esposizione sulle esperienze mistico-sensuali valse al suo autore un altro soprannome: Tucho besame mucho [«Tucho, baciami tanto», un riferimento al tango composto dalla pianista messicana Consuelo Velázquez, nel 1932].
Sotto la veste di temi «spirituali», il libro offre un’analisi meticolosa delle estasi non mistiche, sia maschili che femminili, e arriva persino a legittimare le relazioni omosessuali, affermando che non sono un peccato. Ad esempio, afferma: «Questo non significa, ad esempio, che un omosessuale cesserà necessariamente di essere omosessuale. Ricordiamo che la grazia di Dio può coesistere con le debolezze e anche con i peccati, quando vi è un condizionamento molto forte. In questo caso, la persona può compiere azioni oggettivamente peccaminose, ma non essere colpevole e non perdere la grazia di Dio». [p. 80]
In altre parole, gli omosessuali possono commettere atti oggettivamente peccaminosi, ma non sono colpevoli. Qui troviamo già un’allusione a ciò che verrà trovato in Fiducia supplicans: le relazioni omosessuali, sebbene oggettivamente peccaminose, non sono necessariamente colpevoli. Questa è l’opinione del Prefetto del Dicastero della Fede, difensore dell’ortodossia cattolica.
Sostenitore della «moralità graduale», Tucho ha affermato: «Il matrimonio cristiano è un ideale bellissimo, ma quando parliamo di gradualismo intendiamo che dobbiamo tenere conto della realtà concreta di coloro che non possono raggiungere questo ideale, e dobbiamo quindi ricordare quella categoria del “bene possibile” evocata da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, alla quale dobbiamo aspirare anche a costo di sporcarci le mani nel fango della strada».
Come osserva con buon senso The Wanderer: «la teologia di Tucho sembra confusa. La grazia non si acquisisce gradualmente: o la si ottiene o non la si ottiene; o la si possiede o non la si possiede; o la si trova o la si perde. Un cristiano è o in stato di grazia o in stato di peccato. La teologia cattolica non ha mai affermato che si possa essere progressivamente in stato di grazia: mezza grazia o un quarto di grazia non sono misure comuni, nemmeno oggi».
Sul quotidiano argentino La Nación, Tucho predica una società più «inclusiva» sotto la bandiera dell’uguaglianza: non guardiamo alle idee, agli orientamenti sessuali. Fratelli tutti! Siamo tutti fratelli… «In altri tempi», conclude The Wanderer, «queste tesi avrebbero condotto il loro autore direttamente alla deposizione. Nelle circostanze attuali, lo hanno condotto direttamente alla cattedra di custode della dottrina cattolica».
Pertanto, come possiamo non porci queste domande sul cardinale Fernandez: perché è Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede? Come può Leone XIV mantenerlo in questa posizione? Quando verrà destituito?
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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