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La religione infernale che separa la Cattedra di Pietro dall’altare: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Vigano per la festa della Cattedra di San Pietro in Roma (18 gennaio).

 

 

CATHEDRA VERITATIS

Omelia nella festa della Cattedra di San Pietro in Roma

 

 

 

Deus, qui beato Petro Apostolo tuo,
collatis clavibus regni cælestis,
ligandi atque solvendi pontificium tradidisti:
concede; ut, intercessionis ejus auxilio,
a peccatorum nostrorum nexibus liberemur.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

 

Oggi la Chiesa in Roma celebra la festa della Cattedra di San Pietro, con la quale l’autorità che Nostro Signore conferì al Principe degli Apostoli trova nella Cattedra il suo simbolo e la sua espressione ecclesiale.

 

Troviamo tracce di questa celebrazione sin dal sec. III, ma fu in occasione dell’eresia luterana che Paolo IV, nel 1588, stabilì che la festa della Cattedra qua primum Romae sedit Petrus avesse luogo il 18 Gennaio, in risposta alla negazione della presenza dell’Apostolo nell’Urbe. L’altra festa, per la Cattedra della prima Diocesi fondata da San Pietro, Antiochia, è celebrata dalla Chiesa universale il 22 Febbraio.

 

Permettetemi di farvi notare questo aspetto importante: come il corpo umano sviluppa gli anticorpi al sorgere della malattia, in modo da poterla sconfiggere quando ne viene contagiato; così il corpo ecclesiale si difende dal contagio dell’errore al suo presentarsi, affermando con maggiore incisività quegli aspetti del dogma minacciati dall’eresia.

 

Per questo, con grande saggezza, la Chiesa ha proclamato delle Verità di Fede in determinati momenti e non prima, poiché quelle Verità erano sino ad allora credute dai fedeli in forma meno esplicita e articolata e non occorreva ancora precisarle.

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Alla negazione ariana della natura divina di Nostro Signore rispondono i sacri Canoni del Concilio Ecumenico di Nicea e ad essi fanno eco le splendide composizioni della liturgia antica; alla negazione del valore sacrificale della Messa, della Transustanziazione, dei suffragi, delle indulgenze rispondono i sacri Canoni del Tridentino, e con essi i testi sublimi della Liturgia.

 

Alla negazione della fondazione della Diocesi di Roma da parte dell’Apostolo Pietro in chiave antipapale risponde la festa odierna, voluta da Paolo IV proprio per ribadire la verità storica impugnata dai Protestanti e rafforzare la dottrina che ne deriva.

 

In modo opposto agiscono gli eretici e i loro epigoni neomodernisti che infestano la Chiesa di Cristo da ormai sessant’anni. E dove essi non negano sfrontatamente il Magistero cattolico, ecco che tentano di indebolirlo tacendolo, omettendolo, formulandolo in modo da renderlo equivocabile e quindi accettabile anche da chi lo nega. Così agirono gli eresiarchi del passato; così hanno agito i novatori al Vaticano II; così agiscono oggi coloro che, per non essere accusabili di eresia formale, cercano di cancellare quelle «difese immunitarie» di cui si era dotata la Chiesa, in modo da far cadere in errore i fedeli e contagiarli con la peste dell’eresia.

 

Quasi tutto ciò che, crescendo armoniosamente come un fanciullo che diventa adulto e si rafforza nel corpo e nello spirito, il Corpo Mistico aveva sapientemente sviluppato nel corso dei secoli – ed in particolare durante il secondo millennio dell’era di Cristo – è stato volontariamente oscurato e censurato, con la scusa ingannatrice di ritornare alla primigenia semplicità dell’antichità cristiana, e con lo scopo inconfessabile di adulterare la Fede cattolica per compiacere i nemici della Chiesa.

 

Se prendete il Messale montiniano, non troverete in esso eresie esplicite; ma se lo confrontate con il Messale tradizionale, vi accorgerete che l’aver omesso tante preghiere composte in difesa della Verità rivelata è stato più che sufficiente per rendere la Messa riformata accettabile anche per i Luterani, come hanno essi stessi ammesso dopo la promulgazione di quel rito funesto ed equivoco.

 

A conferma di ciò, anche le feste della Cattedra di San Pietro in Roma e in Antiochia sono state unificate, in nome di quella cancel culture che la setta modernista ha adottato in ambito ecclesiastico ben prima che la sinistra woke se ne appropriasse in ambito civile.

 

Oggi celebriamo le glorie del Papato, di cui è appunto simbolo la Cathedra Apostolica che il genio del Bernini ha artisticamente composto sull’altare dell’abside della Basilica Vaticana, sovrastata dalla vetrata di alabastro con lo Spirito Santo e retta da quattro Dottori della Chiesa: Sant’Agostino e Sant’Ambrogio per la Chiesa latina, Sant’Atanasio e San Giovanni Crisostomo per la Chiesa greca.

 

Nel progetto originale, rimasto intatto attraverso i secoli, la Cattedra si trovava sopra un altare, che la furia devastatrice dei novatori non ha risparmiato, spostandolo tra l’abside e il baldacchino della Confessione. Eppure proprio nell’unità architettonica di altare e cattedra – oggi volutamente cancellata – troviamo il fondamento della dottrina del Primato di Pietro, che è fondato su Cristo, lapis angularis, così come è di pietra l’altare del sacrificio, anch’esso simbolo di Cristo.

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Celebriamo il Papato in una fase storica di grave crisi e di apostasia, assurta sino a quel Soglio su cui Pietro sedette per primo. E mentre ci si strazia il cuore nel contemplare le rovine causate dalla devastazione dei novatori in danno di tante anime e della gloria della Maestà divina; mentre imploriamo al Cielo una luce che ci permetta di comprendere come coniugare il Non prævalebunt con lo stillicidio di eresie e scandali diffusi da colui che la Provvidenza ci ha inflitto a capo del corpo ecclesiale come punizione per i peccati compiuti dalla Gerarchia in questi decenni; mentre vediamo serpeggiare la divisione tra quanti si illudevano di avere ancora un Papa segregato nel Monastero… e lo scisma nelle Diocesi dell’Europa del Nord con il loro sciagurato cammino sinodale fortissimamente voluto da Bergoglio, ci cade sotto gli occhi la profezia di Leone XIII di felice memoria, il quale volle inserire nella preghiera dell’Esorcismo contro Satana e gli angeli apostatici quelle tremende parole che all’epoca dovevano suonare quasi scandalose, ma che oggi comprendiamo nel loro senso soprannaturale:

 

Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia ejus impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant.

 

Nemici terribili hanno riempito la Chiesa, sposa dell’Agnello immacolato, di amarezze, l’hanno avvelenata con l’assenzio; hanno messo le loro empie mani su tutte le cose desiderabili. Là dove la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità fu costituita per illuminare le genti, ivi hanno posto il trono della loro abominazione ed empietà, affinché abbattendo il Pastore potessero disperdere anche il gregge.

 

Non sono parole scritte a caso: esse vennero redatte dopo che Leone XIII, alla fine della Messa, ebbe una visione in cui il Signore concedeva a Satana un periodo di tempo di circa cent’anni per mettere alla prova gli uomini di Chiesa. Esse riecheggiano il messaggio della Vergine Santissima a La Salette, cinquant’anni prima: «Roma perderà la fede e diverrà sede dell’Anticristo», e precedono di poco più di un decennio quella terza parte del Segreto di Fatima in cui, con ogni verosimiglianza, la Madonna prediceva l’apostasia della Gerarchia con il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica.

 

Qualsiasi fedele, nel corso dei secoli, ha potuto guardare a Roma come a un faro di verità. Nessun Papa, nemmeno i più controversi della Storia come Alessandro VI, ebbero mai l’ardire di usurpare la propria sacra Autorità Apostolica per demolire la Chiesa, adulterarne il Magistero, corromperne la Morale, banalizzarne la Liturgia. Nelle tempeste più sconvolgenti, la Cattedra di Pietro è rimasta inconcussa e, nonostante le persecuzioni, essa non è mai venuta meno al mandato conferitole da Cristo: Pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle (Gv 21, 15-19).

 

Oggi, e da ormai dieci anni, pascere gli agnelli e le pecorelle del gregge del Signore è considerato da colui che occupa il Soglio di Pietro come una «solenne sciocchezza», e il comando che il Signore ha dato agli Apostoli – Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato (Mt 28, 19-20) – è visto come deplorevole «proselitismo», quasi la missione divina della Santa Chiesa fosse paragonabile alla propaganda ereticale delle sette.

 

L’ha detto il 1ᵒ ottobre 2013; il 6 Gennaio 2014; il 24 Settembre 2016; il 3 Maggio 2018; il 30 Settembre 2018; il 6 Giugno 2019; il 20 Dicembre 2019; il 25 Aprile 2020 e ancora lo scorso 11 Gennaio. E qui crolla l’ultimo, vetusto fastigio di quello che fu il Vaticano II, che della missionarietà fece la propria parola d’ordine, senza comprendere che per annunciare Cristo a un mondo paganizzato occorre anzitutto credere nelle Verità soprannaturali che Egli ha insegnato agli Apostoli e che la Chiesa ha il dovere di custodire fedelmente.

 

Annacquare la dottrina cattolica, tacerla, tradirla per compiacere la mentalità del secolo non è opera di Fede, perché questa virtù si fonda su Dio, che è Verità somma; non è opera di Speranza, perché non si può sperare la salvezza o l’aiuto di un Dio di Cui si rifiuta l’autorità rivelante e l’amore salvifico; non è opera di Carità, perché non si può amare Colui del Quale si nega l’essenza.

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Qual è il vulnus che ha colpito il corpo ecclesiale, rendendo possibile questa apostasia dei vertici della Gerarchia, al punto da destare scandalo non solo nei Cattolici, ma anche nelle persone del mondo? È l’abuso dell’autorità.

 

È il credere che il potere connesso all’autorità possa essere esercitato per lo scopo opposto a quello che legittima l’autorità stessa.

 

È prendere il posto di Dio, usurpandoGli la suprema potestà per decidere cosa è giusto e cosa non lo è, cosa si può ancora dire alle persone e cosa dev’esser considerato fuori moda o sorpassato, in nome del progresso e dell’evoluzione.

 

È usare il potere delle Sante Chiavi per sciogliere quel che deve essere legato e legare quel che deve essere sciolto.

 

È non comprendere che l’autorità appartiene a Dio e a nessun altro, e che tanto i governanti delle Nazioni quanto i Prelati della Chiesa sono tutti gerarchicamente sottoposti a Cristo Re e Pontefice.

 

È insomma separare la Cattedra dall’altare, l’autorità del Vicario e del Reggente da quella di Colui che la rende sacra, ratificata dall’alto, perché ne possiede la pienezza e ne è l’origine divina.

 

Tra i titoli del Romano Pontefice ricorre, assieme a Christi Vicarius, anche quello di Servus servorum Dei. Se il primo è stato sdegnosamente rifiutato da Bergoglio, la sua scelta di mantenere il secondo suona come una provocazione, come dimostrano le sue parole e le sue opere.

 

Verrà il giorno in cui ai Presuli della Chiesa sarà chiesto di chiarire quali intrighi e quali cospirazioni abbiano potuto condurre sul Soglio chi agisce come servo dei servi di Satana, e per quale motivo essi abbiano assistito pavidamente alle sue intemperanze o si siano resi complici di questo orgoglioso tiranno eretico.

 

Tremino coloro che sanno e che tacciono per falsa prudenza: col loro silenzio essi non proteggono l’onore della Santa Chiesa, né preservano dallo scandalo i semplici. Al contrario, essi sprofondano la Sposa dell’Agnello nell’ignominia e nell’umiliazione, e allontanano i fedeli dall’Arca di salvezza proprio nel momento del diluvio.

 

Preghiamo perché il Signore si degni di concederci un santo Papa e dei santi governanti. ImploriamoLo di porre fine a questo lungo periodo di prova, grazie al quale – come ogni evento permesso da Dio – stiamo comprendendo quanto sia fondamentale instaurare omnia in Christo, ricapitolare tutto in Lui; quanto sia infernale – letteralmente – il mondo che rifiuta la Signoria di Cristo, e quanto ancor più infernale una religione che si spoglia con spregio delle sue vesti regali – vesti tinte del Sangue dell’Agnello sulla Croce – per farsi serva dei potenti, del Nuovo Ordine Mondiale, della setta globalista.

 

Tempora bona veniant. Pax Christi veniat. Regnum Christi veniat.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

18 Gennaio 2023
Cathedra sancti Petri Apostoli, qua primum Romae sedit

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Immagine di Fczarnowski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
 

 

 

 

 

 

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Mons. Viganò: «così sul legno della Croce il nuovo Adamo ha vinto Satana»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo maria Viganò risalente alle IV domenica dopo Pasqua  

Obediens usque ad mortem

Omelia nell’Invenzione della Santa Croce, domenica IV dopo Pasqua

 

Qui salutem humani generis in ligno Crucis constituisti:

ut unde morte oriebatur, inde vita resurgeret,

et qui in ligno vincebat, in ligno quoque vinceretur.

Præfatio de Sancta Cruce

  Celebriamo oggi la festa dell’Invenzione della Santa Croce, particolarmente cara a Familia Christi perché in questo giorno ricorre l’anniversario dell’Ordinazione sacerdotale del Servo di Dio mons. Giuseppe Canovai nel 1931 e quello del nostro caro Don Riccardo Petroni.   L’Invenzione — ossia il ritrovamento — della Santa Croce, commemora un fatto storico accaduto nell’anno 326, quando l’Imperatrice Elena, madre di Costantino il Grande, riuscì a scoprire il luogo nei pressi del Calvario, dove era sepolta la Vera Croce. Secondo la narrazione patristica e liturgica consolidata (presente in autori come sant’Ambrogio, Rufino e nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine), dopo la Passione del Signore la Croce fu gettata in una fossa o sepolta nel terreno del Calvario per impedire che divenisse oggetto di venerazione da parte dei primi Cristiani.   Il luogo esatto della sepoltura della Croce sul Golgota, noto solo ad una ristretta cerchia familiare ebraica, animata da ostilità religiosa, era trasmesso di generazione in generazione come un segreto gelosamente custodito, nel timore che la scoperta potesse confermare la verità della Fede cristiana. Sant’Elena convocò i principali esponenti della comunità ebraica e chiese esplicitamente informazioni su tale luogo. Tutti negarono o finsero di non sapere, tranne un rabbino di nome Giuda (indicato come discendente o nipote di Zaccheo, il pubblicano del Vangelo), che conosceva il segreto perché la sua famiglia lo aveva tramandato.

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I suoi antenati avevano assistito o saputo della decisione di seppellire le croci dopo la Passione per impedirne la venerazione. Giuda, tuttavia, si rifiutò di rivelare quanto sapeva. Così l’Imperatrice lo fece calare in una cisterna vuota situata nei pressi del Golgota, privandolo di cibo e acqua. Dopo una settimana il rabbino pregò il Signore, ne fu illuminato e riconobbe interiormente la verità di Cristo; promise quindi di indicare il luogo esatto della Crocifissione e venne liberato. Battezzato col nome di Ciriaco dal Vescovo di Gerusalemme Macario, fu eletto Vescovo alla morte di quest’ultimo e ricevette il titolo di Inventor Crucis. Fu martirizzato il 1° Maggio 363 sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata e le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Ancona, città di cui Ciriaco è Santo Patrono. (1)   Sant’Elena ordinò la demolizione del tempio pagano dedicato a Venere (o a Giove) che l’Imperatore Adriano aveva fatto erigere sul Golgota per profanare il luogo sacro ai Cristiani e cancellarne la memoria. Furono effettuati scavi nel punto che Ciriaco aveva indicato, che portarono alla luce una cisterna in cui erano state gettate le croci (quella di Gesù e quelle dei due ladroni), insieme ai Chiodi della Crocifissione, alla Corona di spine e al titulus Crucis (l’iscrizione Jesus Nazarenus Rex Judæorum).   Per identificare la Vera Croce, Elena si fece condurre un malato grave, il quale guarì all’istante al solo contatto con la Croce di Nostro Signore, e questo attestò l’autenticità della preziosa Reliquia. (2)   Tre secoli dopo, nel 614, durante la guerra contro i Persiani sassanidi, la Basilica del Santo Sepolcro che Costantino e Sant’Elena avevano edificato venne incendiata e devastata. Le reliquie della Vera Croce furono portate come bottino nella capitale Ctesifonte e profanate, incorporandole alla destra del trono di Cosroe, mentre alla sinistra fu collocata una colonna sormontata da un gallo (simbolo, nella parodia, dello Spirito Santo).   Cosroe stesso sedeva al centro, facendosi adorare come «Dio Padre», con la Croce a rappresentare il Figlio alla sua destra e il gallo a simboleggiare lo Spirito Santo. Questa empia bestemmia contro la Santissima Trinità non rimase impunita: nel 628 l’imperatore Eraclio, dopo una campagna eroica, sconfisse i Persiani nella battaglia di Ninive. Cosroe II fu deposto dal figlio Siroe e decapitato.   Tra le condizioni di pace, i Bizantini ottennero la restituzione della Vera Croce. Eraclio la riportò personalmente a Gerusalemme il 14 Settembre 629, entrando nella Basilica scalzo e in abiti di penitente, per celebrare solennemente il Prezioso Legno nel suo luogo d’origine. Questo evento storico è commemorato nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce. (3)   Ma perché — possiamo chiederci — tanto accanimento contro la Croce su cui il Redentore venne inchiodato e morì? Perché tre giorni dopo Egli è veramente risorto dai morti. Nostro Signore ha vinto la morte e il peccato affrontando il più infamante patibolo riservato agli schiavi, trasformando uno strumento di morte in mezzo di salvezza: Tu hai posto la salvezza del genere umano nel legno della Croce, affinché da dove era sorta la morte, da lì risorgesse la vita; e colui che sul legno aveva vinto, sul legno pure fosse vinto.

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Le parole del Prefazio della Santa Croce richiamano l’Introito: Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita, et resurrectio nostra: per quem salvati, et liberati sumus. Noi dobbiamo gloriarci — oportet, dobbiamo! — nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo: nel Quale è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per Lui siamo salvati e liberati. Come il legno dell’albero dell’Eden aveva portato la morte ad Adamo e ai suoi discendenti, così sul legno della Croce il nuovo Adamo ha vinto Satana e gli ha strappato quanti in Cristo si rivestono dell’uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità della verità (Ef 4, 24).   Eppure, la testimonianza di quanti avevano visto, ascoltato e toccato Nostro Signore dopo la Resurrezione non è bastata a smuovere i cuori induriti di quanti rifiutavano di riconoscerLo come Dio, Re e Messia, i quali hanno tenuto nascosto il luogo in cui era stata sepolta la Santa Croce.   Quei pezzi di legno erano intrisi del Sangue dell’Agnello, consacrati dall’Eterno Sacerdote come altare del Sacrificio perfetto. Potevano diventare — come poi diventarono — oggetto di culto, preziosa Reliquia che sana i malati, resuscita i morti, scaccia i demoni. Ed era il trono sul quale Si era assiso in maestà il Re divino: regnavit a ligno Deus. Un trono di tormenti, la Corona di spine, il manto scarlatto dei pazzi, lo scettro di una canna di giunco, la Croce che riassume in sé la follia della Passione, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (1Cor 1, 23), ma nella quale risplende la magnificenza della divina Carità, di Dio stesso che giunge a farSi carne e ad immolarSi per redimerci, e che chiama tutti a imitare Nostro Signore, a seguirLo sulla via del Golgota, a dare la vita per gli amici (Gv 15, 13).   La Croce è l’antitesi di quanto ci propone il mondo. I primi Martiri abbracciarono quella Croce nel sangue, moltiplicando le messi nel campo del Signore: Sanguis Martyrum semen Christianorum. Per questo la Croce doveva essere sepolta, dimenticata, rimossa: perché essa è all’origine della Chiesa, che nella Santa Messa perpetua il Sacrificio del Golgota per la salvezza delle anime.   La Croce è all’origine dell’eroismo dei Martiri, della fortezza dei Confessori, della castità delle Vergini, della saggezza dei Re e dei Principi, dell’equità dei Magistrati, della fedeltà degli sposi, dell’onestà e della rettitudine dei Cristiani. Senza la Croce, senza l’esempio di Nostro Signore di obbedienza al Padre fino all’immolazione di Sé nessun sacrificio, nessuna pena, nessuna prova avrebbe alcun senso, e regnerebbero la ribellione e il caos.   Ma non è esattamente quanto avviene anche oggi? Non vi sono ancora quanti, sapendo dove si trova la Croce, la occultano, la negano, a iniziare dai vertici della chiesa conciliare e sinodale? La costante opposizione del mondo al mistero della Redenzione, e in particolare alla Croce, è il marchio distintivo dell’opera di Satana, è il grido di ribellione al Verbo Incarnato: Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui (Mt 27, 42).   Il mondo continua ad occultare la Croce, non più materialmente, ma simbolicamente, culturalmente, giuridicamente. La Croce viene sistematicamente rimossa dagli spazi pubblici: scuole, ospedali, tribunali, piazze. Viene esclusa dal discorso mediatico, ridotta nel migliore dei casi a mero oggetto artistico; è spesso derisa come simbolo di oscurantismo o di oppressione, quando non profanata da mani sacrileghe.   Le leggi sulla blasfema laicità dello Stato, le campagne di «de-cristianizzazione» del calendario e dell’educazione, la cancellazione del riferimento cristiano nelle Costituzioni delle Nazioni e nelle Carte dei diritti fondamentali costituiscono altrettanti «templi di Venere» eretti sul Calvario della Storia. Si profana il luogo della Redenzione per impedire che la Croce continui a sanare i malati nell’anima, a dare un senso al dolore, a tenere lontano il Nemico, a additare una meta eterna.

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Eppure vi è chi conosce dove si trova la Croce — istituzioni, intellettuali, educatori, opinionisti — ma che troppo spesso si astengono dal rivelarla o la occultano deliberatamente, esattamente come il rabbino Giuda.   Questo tentativo di nascondere la realtà della Croce è motivato da una mentalità totalmente secolarizzata, dal conformismo sociale, dal timore di essere emarginati o da una vera e propria apostasia interiore. Il motivo è essenzialmente teologico e trova la sua radice nel Vangelo stesso: La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3, 19).   La Croce rappresenta lo scandalo della Redenzione attraverso la sofferenza: essa contrasta radicalmente con l’edonismo, con il culto dell’ego e delle sue passioni, con l’illusione di un’esistenza senza Dio e senza croce. La Croce Rappresenta l’obbedienza e l’umiltà di Cristo: si oppone al titanismo contemporaneo, alla chimera dell’autodeterminazione assoluta e alla pretesa dell’uomo di farsi dio.   La Croce rappresenta la necessità della conversione e del sacrificio: smaschera quindi il relativismo morale e la pretesa di una salvezza senza Redenzione, senza pentimento e senza Grazia. La Croce rappresenta infine la Signoria di Cristo sulla storia: essa ricorda che ogni potere terreno è provvisorio e sottoposto al giudizio della Croce, cosa intollerabile per un mondo che ha divinizzato se stesso.   Non stupiamoci allora se, coerentemente con questa avversione viscerale alla Croce, anche la liturgia riformata ha cancellato o messo in ombra l’indole sacrificale della Messa, giungendo a confinare proprio la Croce in un lato del presbiterio, o a mostrare l’effigie del Risorto schiodato da essa – pensiamo alla ferula di Leone….   Per questo il Novus Ordo si definisce «celebrazione eucaristica» e «cena», mentre aborrisce la definizione cattolica di “Santo Sacrificio della Messa”, dove tutto ruota intorno alla Croce: Stat Crux dum volvitur orbis.   La Croce risplende ora anche sulla fronte di Giovanni, confermato miles Christi con il Sacro Crisma. Il carattere sacramentale — sigillo indelebile della filiazione adottiva — ti rende, caro Giovanni, proprietà della Santissima Trinità, e allo stesso tempo conferma in te lo Spirito Santo quale pegno e caparra (2Cor 1, 22; 2Cor 5, 5; Ef 1, 13-14), ossia non come un dono parziale o provvisorio, ma come anticipo reale della piena eredità escatologica: la vita eterna, la risurrezione del corpo e la definitiva comunione con Dio.   Sia questa caparra di Grazie e di Doni soprannaturali motivo di fiduciosa obbedienza alla santa Volontà di Dio, sull’esempio del divin Maestro e della Sua augustissima Madre, la Regina Crucis, ieri sofferente nella Co-passione, oggi trionfante nella gloria eterna del Cielo cui siamo tutti chiamati.   E così sia.   + Carlo Maria Viganò Arcivescovo Viterbo, 3 maggio MMXXVI In Inventione S.ctæ Crucis, Dominica IV post Pascha   NOTE 1) La storia di Giuda/Ciriaco appare per la prima volta in forma embrionale nell’orazione funebre di sant’Ambrogio per Teodosio (395) e in Rufino di Aquileia; assume la forma completa negli Acta Judas Cyriaci (V secolo) e nella Legenda Aurea. Pur trattandosi di una tradizione agiografica e non di una cronaca storica rigorosa (Eusebio di Cesarea, contemporaneo, non la menziona), essa è accolta unanimemente dal Breviario Romano nelle lezioni del Mattutino per la festa dell’Invenzione della Santa Croce e ha plasmato la pietà cristiana per secoli. San Ciriaco subì il Martirio insieme alla madre Anna, dopo atroci supplizi (tra cui il piombo fuso bevuto). Il corpo fu sepolto presso il Golgota. Le spoglie di San Ciriaco furono traslate dalla Palestina ad Ancona nel V secolo (intorno al 418 o 433-435), per intervento di Galla Placidia. La città aveva chiesto le reliquie di Santo Stefano, ma ricevette invece quelle di Ciriaco come segno di favore imperiale. Le reliquie furono inizialmente collocate nella chiesa di Santo Stefano, poi trasferite nel Duomo a lui dedicato (sul colle Guasco), dove riposano tuttora nella cripta. Il corpo è esposto solennemente il 4 Maggio, giorno della festa patronale (successivo alla festa dell’Invenzione della Santa Croce). 2) La santa Imperatrice divise la Croce in tre parti: una rimase a Gerusalemme (conservata nel complesso del Santo Sepolcro), una fu inviata a Costantinopoli e la terza, con altre Reliquie della Passione (frammenti della Croce, un Chiodo, parte della Corona di spine e il titulus), fu trasportata a Roma assieme alla terra del Calvario. Tutte le Reliquie autentiche della Vera Croce provengono da queste tre parti. 3) Significativamente, la festa odierna è stata abrogata da Giovanni XXIII nel 1960. Cfr. Acta Apostolicæ Sedis 52, 1960, pag. 707.

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Il vescovo Mutsaerts gravemente ferito in un incidente stradale: ora è in condizioni stabili

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Il vescovo Robert Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch (Den Bosch) nei Paesi Bassi, noto per la sua ferma difesa dell’ortodossia cattolica, è rimasto gravemente ferito in un incidente stradale durante il fine settimana.

 

Il vescovo Mutsaerts, 67 anni, ha urtato un albero a lato della strada mentre tornava a casa da un centro di ritiro spirituale dove aveva ascoltato le confessioni ed è stato immediatamente trasportato in ospedale, secondo quanto riportato dai media olandesi. Sua Eccellenza ha riportato la frattura del gomito e del bacino e una lussazione dell’anca, ma attualmente è cosciente e non si trova più in terapia intensiva.

 

«Il vescovo De Korte ha parlato brevemente al telefono con il vescovo Mutsaerts domenica pomeriggio, augurandogli forza e coraggio», si legge in un comunicato diocesano. «Il vescovo Mutsaerts ora ha bisogno soprattutto di riposo per riprendersi. Il vescovo De Korte chiede le vostre preghiere per il vescovo ausiliare».

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Negli ultimi anni, il vescovo Mutsaerts è stato uno dei pochi prelati a difendere con coerenza l’insegnamento della Chiesa e a denunciare gli errori moderni, in particolare la promozione dell’agenda LGBT. In un articolo del 2024 per il sito nordamericano LifeSiteNews, il vescovo definì la Fiducia Supplicans di Papa Francesco un documento «codardo» che rappresenta un tentativo di «modifica deliberata» di ciò che è peccaminoso.

 

«La Fiducia Supplicans – la controversa Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede – è soprattutto un documento vile. Si rifiuta di definire le pratiche omosessuali come intrinsecamente malvagie», ha scritto. «È ormai chiaro che la Fiducia Supplicans non riguarda un’espansione del significato delle benedizioni, ma una deliberata modifica di ciò che è peccato».

 

Il vescovo Mutsaerts ha inoltre respinto l’argomentazione comune secondo cui il documento ammette solo benedizioni spontanee o «pastorali», e non quelle formali.

 

«Date un nuovo significato alla parola “benedizione” e potrete farne qualsiasi cosa. La parola magica che emerge con facilità è “pastorale”. La Dichiarazione non ammette benedizioni formali, ma ne ammette di spontanee. Questa è la parola “pastorale”».

 

«Quante volte la parola “pastorale” viene usata per accantonare il Magistero, per contrapporre dottrina e vita, e poi per giustificare una vita in contrasto con la dottrina. La cura pastorale non è più cura dell’anima; è diventata senz’anima».

 

Nell’ottobre del 2025, durante la Conferenza sull’Identità Cattolica, si unì al vescovo Athanasius Schneider, al vescovo Marian Eleganti e al vescovo Joseph Strickland nel guidare milioni di fedeli, di persona e virtualmente, in un atto di riparazione per il «pellegrinaggio LGBT» approvato dal Vaticano un mese prima. Durante quel pellegrinaggio, un gruppo guidato da una croce arcobaleno, tra cui molte persone con i loro «partner» omosessuali, vestiti con i colori dell’arcobaleno e alcuni sventolando bandiere dell’«orgoglio LGBT», aveva attraversato la Porta Santa della Basilica di San Pietro, alcuni indossando abiti e zaini con messaggi espliciti.

 

In un’intervista allo stesso sito era arrivato a dire di non obbedire al papa riguardo la Fiducia Supplicans.

 

In un articolo pubblicato ad aprile sul suo blog, ha ricordato la sua esperienza nell’amministrare il Sacramento della Confermazione in una chiesa pro-LGBT e ha sottolineato che questi «cattolici» pro-LGBT, che si dichiarano tolleranti e inclusivi, sono in realtà intolleranti nei confronti della Tradizione della Chiesa.

 

«La “chiesa inclusiva” spesso afferma di accogliere tutti, a prescindere da provenienza, identità o credo. Sembra un’affermazione grandiosa, quasi evangelica. Ma qui si insinua il paradosso:si accolgono tutti, a patto che condividano determinate opinioni su identità, sessualità e verità», ha scritto il vescovo.

 

«Chiunque metta in discussione tutto ciò, chiunque parli da una prospettiva cattolica tradizionale in materia di morale o antropologia, si accorgerà presto che la porta non è così spalancata come promesso», ha aggiunto.

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«La Chiesa tradizionale dice: Questo è ciò in cui crediamo, e se lo contestate, dialogheremo con voi, ma non rinunceremo alle nostre convinzioni. La Chiesa inclusiva dice qualcosa di diverso: Non escludiamo nessuno, pur escludendo implicitamente al tempo stesso certe credenze», ha affermato.

 

Dopo acute critiche, il prelato neerlandese tre anni fa aveva abbandonato il processo sinodale.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli anni monsignor Mutsaerts aveva condannato la teologia progressista come «pericolo interno» della Chiesa e sostenuto che l’aborto è la tirannia dei forti contro i deboli.

 

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Spirito

Mons. Viganò: i sacramenti per l’edificazione del Regno di Dio nella storia

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò risalente alla III domenica dopo Pasqua    

Inimica respuere

Omelia nella Domenica III dopo Pasqua

   

Amen, amen, dico vobis:

quia plorabitis et flebitis vos, mundus autem gaudebit:

vos autem contristabimini, sed tristitia vestra vertetur in gaudium.

Gv 16, 20

Il Vangelo di questa terza Domenica di Pasqua fa parte del cosiddetto «discorso di addio» che Nostro Signore rivolge nel Cenacolo agli Apostoli la sera del Giovedì Santo, prima di andare a pregare nel Getsemani ed essere poi arrestato dalle guardie del tempio. Giuda è già uscito per tradirLo (Gv 13, 30) e di lì a poco consegnerà l’Agnello immacolato ai Suoi aguzzini, riscuotendo i trenta denari.   Il «modicum» di cui parla il Signore (Gv 16,16) si riferisce al breve intervallo tra la Sua morte in croce («non mi vedrete più») e la Resurrezione («di nuovo un poco e mi rivedrete»), preannunciando poi la gioia definitiva che nessuna prova potrà togliere. Non è casuale il paragone del dolore dei discepoli a quello delle doglie del parto della donna che genera un figlio.   Esso richiama il travaglio dell’anima nel momento in cui tutto sembra perduto — il Maestro messo a morte, i discepoli dispersi, il rinnegamento di Pietro, l’apparente vittoria dei cospiratori del Sinedrio — e la gioia che essa prova quando le sofferenze svaniscono al vagito di una nuova vita che si apre al mondo.   Vediamo dunque assimilato il Mistero della Redenzione alla nascita di una creatura, quasi a richiamare la Regina Crucis, la Donna vestita di sole (Ap 12, 1) – figura della Vergine Madre e della Chiesa – è colta nel travaglio del parto mentre un drago (Satana) attende di divorare il figlio maschio (il Messia, Cristo).   Il parto simboleggia la generazione della Chiesa attraverso le persecuzioni e le prove storiche; i dolori delle doglie del parto rappresentano il prezzo della Redenzione e della testimonianza evangelica, ma culminano nella vittoria divina. Il figlio è rapito presso il trono di Dio (Ap 12, 5), prefigurando la Resurrezione e l’Ascensione.

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Come osserva l’esegesi, i dolori del parto nel Vangelo di Giovanni illustrano il travaglio della Passione del Signore e dell’annuncio del Vangelo, mentre nell’Apocalisse essi esprimono il medesimo mistero applicato alla nascita del Messia e alla vita della Chiesa militante, ostacolata dal maligno ma protetta da Dio. Questa immagine biblica ricorre anche nell’Epistola ai Galati — Sono di nuovo in doglie finché Cristo sia formato in voi, dice San Paolo (Gal 4, 19) — e sottolinea la fecondità generatrice della Fede.   Le doglie del parto simboleggiano anche il travaglio dell’anima, chiamata a purificarsi delle concupiscenze per essere pura e santa al cospetto di Dio, come leggiamo nell’Epistola della Messa: Io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima (1Pt 2, 11). San Pietro lo dice esplicitamente: come stranieri e pellegrini, perché siamo di passaggio in questo mondo, incamminati verso la nostra meta soprannaturale. L’illusione di un paradiso in terra ci tiene ancorati alla carne, mentre siamo chiamati alle realtà del Cielo.   Su questa terra, cari amici, siamo sì di passaggio, ma come soldati arruolati per una militia spirituale. E in questo servizio militare siamo chiamati ad esercitarci all’uso delle armi spirituali e a combattere i nemici dell’anima, secondo il monito di San Paolo:   Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio (Ef 6, 11-17).   Armatura, corazza, calzari, scudo, elmo, spada: l’equipaggiamento militare del miles Christi è assicurata dalla Grazia del Battesimo che abbiamo tutti ricevuto e della Cresima che Davide, Nicola, Ettore, Giovanni e Nicola hanno ricevuto poc’anzi, diventando a pieno titolo soldati di Cristo. Il carattere sacramentale impresso dalla Cresima costituisce un sigillo indelebile che configura in modo permanente l’anima del fedele a Nostro Signore Gesù Cristo e lo inserisce più profondamente nel Suo Corpo Mistico.   Questo carattere perfeziona la Grazia battesimale, rendendo il battezzato capace di testimoniare la Fede con maggiore forza e responsabilità. L’immagine delle pietre vive della Chiesa, tratta dalla Prima Lettera di Pietro (1Pt 2, 4-5), esprime con efficacia tale realtà: i fedeli, uniti a Cristo pietra angolare, sono edificati come edificio spirituale, come membra vive e dinamiche del Corpo Mistico, ciascuna chiamata a contribuire alla crescita e alla santificazione dell’intera comunità ecclesiale.   Vi è inoltre un aspetto poco noto che può illuminare ulteriormente la nostra meditazione. Nei mattoni e nelle tegole romane e paleocristiane era consuetudine imprimere un bollo (sigillum) che recava il nome della fabbrica di laterizi, il nome del proprietario e talvolta l’indicazione dell’impiego previsto (edificio pubblico, villa, tempio).   Tale marchio non era ornamentale, ma giuridico e funzionale: attestava l’origine certa del materiale e ne determinava la destinazione d’uso, garantendone l’autenticità e l’integrità all’interno della costruzione. Allo stesso modo, il carattere della Cresima marchia l’anima con il «bollo» divino.   Il divino Artefice è lo Spirito Santo, che agisce mediante il Sacramento conferito dal ministro della Chiesa; l’uso è l’edificazione del Regno di Dio nella storia. Questo sigillo spirituale indica che l’anima appartiene irrevocabilmente alla Santissima Trinità, che l’ha scelta e conformata a Cristo; ne specifica la funzione: il cresimato è destinato a essere pietra viva nella Chiesa, chiamato a testimoniare pubblicamente la Fede; ne garantisce la permanenza: come il bollo impresso nel laterizio non può essere cancellato senza distruggere il mattone stesso, così il carattere sacramentale è indelebile e sopravvive anche al peccato grave, rendendo sempre possibile il ritorno alla piena comunione ecclesiale.   La Cresima, carissimi giovani, non è dunque un semplice rito di passaggio, bensì l’impronta divina che vi trasforma in elemento strutturale della Chiesa. Segnati da questo sigillo, portate in voi la responsabilità di contribuire stabilmente alla costruzione del tempio spirituale, manifestando nel mondo la bellezza e la solidità della dimora di Dio tra gli uomini. Tale consapevolezza invita ciascuno di noi a vivere la propria vocazione con fedeltà e coraggio, consapevoli di essere, per grazia, pietre preziose e insostituibili nell’edificio eterno della salvezza.   Ma come farlo? Come combattere il bonum certamen (2Tim 4, 7) e meritare la palma della vittoria? Come dedicare la propria esistenza alla sequela di Cristo e conservare intatta la Fede?   Ce lo spiega la Colletta della Messa:   Deus, qui errantibus, ut in viam possint redire justitiæ, veritatis tuæ lumen ostendis: da cunctis, qui christiana professione censentur, et illa respuere, quæ huic inimica sunt nomini; et ea quæ sunt apta, sectari. O Dio, che mostri la luce della tua verità a coloro che errano, perché possano tornare sulla via della giustizia: concedi a tutti coloro che professano la fede cristiana di respingere ciò che vi si oppone e di seguire ciò che la favorisce.

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E come attraversare il deserto nel pellegrinaggio verso la terra promessa? Dove trovare l’alimento soprannaturale che fortifichi l’anima in questo cammino? Con la Santissima Eucaristia, nutrimento degli Angeli, mistica Manna, farmaco di immortalità, cibo delle anime sante. Proprio oggi Nicola si accosterà per la prima volta al Banchetto eucaristico: vi invito a pregare per lui, perché sia interamente dedicato al Signore Sacramentato, come un tabernacolo vivente; perché cresca nella luce della Fede e nel fuoco della Carità.   Carissimi, restate fedeli! Custodite la fiamma della Fede Cattolica, del Sacerdozio Cattolica e della Santa Messa. Rimanete fedeli alla Santa Chiesa Cattolica, Apostolica Romana, respingendo tutti gli errori che contrastano e addirittura negano la Verità Cattolica, e tenendovi alla larga da chi li diffonde.   Questi tempi di grande prova spirituale, simili alle doglie del parto, finiranno presto: In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia (Gv 16, 20).   E così sia.   Carlo Maria Viganò, Arcivescovo Bassano del Grappa, 26 aprile MMXXVI Dominica III post Pascha

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