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Mons. Viganò: «così sul legno della Croce il nuovo Adamo ha vinto Satana»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò risalente alla IV domenica dopo Pasqua.

 

Obediens usque ad mortem

Omelia nell’Invenzione della Santa Croce, domenica IV dopo Pasqua

 

Qui salutem humani generis in ligno Crucis constituisti:

ut unde morte oriebatur, inde vita resurgeret,

et qui in ligno vincebat, in ligno quoque vinceretur.

Præfatio de Sancta Cruce

 

Celebriamo oggi la festa dell’Invenzione della Santa Croce, particolarmente cara a Familia Christi perché in questo giorno ricorre l’anniversario dell’Ordinazione sacerdotale del Servo di Dio mons. Giuseppe Canovai nel 1931 e quello del nostro caro Don Riccardo Petroni.

 

L’Invenzione — ossia il ritrovamento — della Santa Croce, commemora un fatto storico accaduto nell’anno 326, quando l’Imperatrice Elena, madre di Costantino il Grande, riuscì a scoprire il luogo nei pressi del Calvario, dove era sepolta la Vera Croce. Secondo la narrazione patristica e liturgica consolidata (presente in autori come sant’Ambrogio, Rufino e nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine), dopo la Passione del Signore la Croce fu gettata in una fossa o sepolta nel terreno del Calvario per impedire che divenisse oggetto di venerazione da parte dei primi Cristiani.

 

Il luogo esatto della sepoltura della Croce sul Golgota, noto solo ad una ristretta cerchia familiare ebraica, animata da ostilità religiosa, era trasmesso di generazione in generazione come un segreto gelosamente custodito, nel timore che la scoperta potesse confermare la verità della Fede cristiana. Sant’Elena convocò i principali esponenti della comunità ebraica e chiese esplicitamente informazioni su tale luogo. Tutti negarono o finsero di non sapere, tranne un rabbino di nome Giuda (indicato come discendente o nipote di Zaccheo, il pubblicano del Vangelo), che conosceva il segreto perché la sua famiglia lo aveva tramandato.

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I suoi antenati avevano assistito o saputo della decisione di seppellire le croci dopo la Passione per impedirne la venerazione. Giuda, tuttavia, si rifiutò di rivelare quanto sapeva. Così l’Imperatrice lo fece calare in una cisterna vuota situata nei pressi del Golgota, privandolo di cibo e acqua. Dopo una settimana il rabbino pregò il Signore, ne fu illuminato e riconobbe interiormente la verità di Cristo; promise quindi di indicare il luogo esatto della Crocifissione e venne liberato. Battezzato col nome di Ciriaco dal Vescovo di Gerusalemme Macario, fu eletto Vescovo alla morte di quest’ultimo e ricevette il titolo di Inventor Crucis. Fu martirizzato il 1° Maggio 363 sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata e le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Ancona, città di cui Ciriaco è Santo Patrono. (1)

 

Sant’Elena ordinò la demolizione del tempio pagano dedicato a Venere (o a Giove) che l’Imperatore Adriano aveva fatto erigere sul Golgota per profanare il luogo sacro ai Cristiani e cancellarne la memoria. Furono effettuati scavi nel punto che Ciriaco aveva indicato, che portarono alla luce una cisterna in cui erano state gettate le croci (quella di Gesù e quelle dei due ladroni), insieme ai Chiodi della Crocifissione, alla Corona di spine e al titulus Crucis (l’iscrizione Jesus Nazarenus Rex Judæorum).

 

Per identificare la Vera Croce, Elena si fece condurre un malato grave, il quale guarì all’istante al solo contatto con la Croce di Nostro Signore, e questo attestò l’autenticità della preziosa Reliquia. (2)

 

Tre secoli dopo, nel 614, durante la guerra contro i Persiani sassanidi, la Basilica del Santo Sepolcro che Costantino e Sant’Elena avevano edificato venne incendiata e devastata. Le reliquie della Vera Croce furono portate come bottino nella capitale Ctesifonte e profanate, incorporandole alla destra del trono di Cosroe, mentre alla sinistra fu collocata una colonna sormontata da un gallo (simbolo, nella parodia, dello Spirito Santo).

 

Cosroe stesso sedeva al centro, facendosi adorare come «Dio Padre», con la Croce a rappresentare il Figlio alla sua destra e il gallo a simboleggiare lo Spirito Santo. Questa empia bestemmia contro la Santissima Trinità non rimase impunita: nel 628 l’imperatore Eraclio, dopo una campagna eroica, sconfisse i Persiani nella battaglia di Ninive. Cosroe II fu deposto dal figlio Siroe e decapitato.

 

Tra le condizioni di pace, i Bizantini ottennero la restituzione della Vera Croce. Eraclio la riportò personalmente a Gerusalemme il 14 Settembre 629, entrando nella Basilica scalzo e in abiti di penitente, per celebrare solennemente il Prezioso Legno nel suo luogo d’origine. Questo evento storico è commemorato nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce. (3)

 

Ma perché — possiamo chiederci — tanto accanimento contro la Croce su cui il Redentore venne inchiodato e morì? Perché tre giorni dopo Egli è veramente risorto dai morti. Nostro Signore ha vinto la morte e il peccato affrontando il più infamante patibolo riservato agli schiavi, trasformando uno strumento di morte in mezzo di salvezza: Tu hai posto la salvezza del genere umano nel legno della Croce, affinché da dove era sorta la morte, da lì risorgesse la vita; e colui che sul legno aveva vinto, sul legno pure fosse vinto.

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Le parole del Prefazio della Santa Croce richiamano l’Introito: Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita, et resurrectio nostra: per quem salvati, et liberati sumus. Noi dobbiamo gloriarci — oportet, dobbiamo! — nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo: nel Quale è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per Lui siamo salvati e liberati. Come il legno dell’albero dell’Eden aveva portato la morte ad Adamo e ai suoi discendenti, così sul legno della Croce il nuovo Adamo ha vinto Satana e gli ha strappato quanti in Cristo si rivestono dell’uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità della verità (Ef 4, 24).

 

Eppure, la testimonianza di quanti avevano visto, ascoltato e toccato Nostro Signore dopo la Resurrezione non è bastata a smuovere i cuori induriti di quanti rifiutavano di riconoscerLo come Dio, Re e Messia, i quali hanno tenuto nascosto il luogo in cui era stata sepolta la Santa Croce.

 

Quei pezzi di legno erano intrisi del Sangue dell’Agnello, consacrati dall’Eterno Sacerdote come altare del Sacrificio perfetto. Potevano diventare — come poi diventarono — oggetto di culto, preziosa Reliquia che sana i malati, resuscita i morti, scaccia i demoni. Ed era il trono sul quale Si era assiso in maestà il Re divino: regnavit a ligno Deus. Un trono di tormenti, la Corona di spine, il manto scarlatto dei pazzi, lo scettro di una canna di giunco, la Croce che riassume in sé la follia della Passione, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (1Cor 1, 23), ma nella quale risplende la magnificenza della divina Carità, di Dio stesso che giunge a farSi carne e ad immolarSi per redimerci, e che chiama tutti a imitare Nostro Signore, a seguirLo sulla via del Golgota, a dare la vita per gli amici (Gv 15, 13).

 

La Croce è l’antitesi di quanto ci propone il mondo. I primi Martiri abbracciarono quella Croce nel sangue, moltiplicando le messi nel campo del Signore: Sanguis Martyrum semen Christianorum. Per questo la Croce doveva essere sepolta, dimenticata, rimossa: perché essa è all’origine della Chiesa, che nella Santa Messa perpetua il Sacrificio del Golgota per la salvezza delle anime.

 

La Croce è all’origine dell’eroismo dei Martiri, della fortezza dei Confessori, della castità delle Vergini, della saggezza dei Re e dei Principi, dell’equità dei Magistrati, della fedeltà degli sposi, dell’onestà e della rettitudine dei Cristiani. Senza la Croce, senza l’esempio di Nostro Signore di obbedienza al Padre fino all’immolazione di Sé nessun sacrificio, nessuna pena, nessuna prova avrebbe alcun senso, e regnerebbero la ribellione e il caos.

 

Ma non è esattamente quanto avviene anche oggi? Non vi sono ancora quanti, sapendo dove si trova la Croce, la occultano, la negano, a iniziare dai vertici della chiesa conciliare e sinodale? La costante opposizione del mondo al mistero della Redenzione, e in particolare alla Croce, è il marchio distintivo dell’opera di Satana, è il grido di ribellione al Verbo Incarnato: Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui (Mt 27, 42).

 

Il mondo continua ad occultare la Croce, non più materialmente, ma simbolicamente, culturalmente, giuridicamente. La Croce viene sistematicamente rimossa dagli spazi pubblici: scuole, ospedali, tribunali, piazze. Viene esclusa dal discorso mediatico, ridotta nel migliore dei casi a mero oggetto artistico; è spesso derisa come simbolo di oscurantismo o di oppressione, quando non profanata da mani sacrileghe.

 

Le leggi sulla blasfema laicità dello Stato, le campagne di «de-cristianizzazione» del calendario e dell’educazione, la cancellazione del riferimento cristiano nelle Costituzioni delle Nazioni e nelle Carte dei diritti fondamentali costituiscono altrettanti «templi di Venere» eretti sul Calvario della Storia. Si profana il luogo della Redenzione per impedire che la Croce continui a sanare i malati nell’anima, a dare un senso al dolore, a tenere lontano il Nemico, a additare una meta eterna.

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Eppure vi è chi conosce dove si trova la Croce — istituzioni, intellettuali, educatori, opinionisti — ma che troppo spesso si astengono dal rivelarla o la occultano deliberatamente, esattamente come il rabbino Giuda.

 

Questo tentativo di nascondere la realtà della Croce è motivato da una mentalità totalmente secolarizzata, dal conformismo sociale, dal timore di essere emarginati o da una vera e propria apostasia interiore. Il motivo è essenzialmente teologico e trova la sua radice nel Vangelo stesso: La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3, 19).

 

La Croce rappresenta lo scandalo della Redenzione attraverso la sofferenza: essa contrasta radicalmente con l’edonismo, con il culto dell’ego e delle sue passioni, con l’illusione di un’esistenza senza Dio e senza croce. La Croce Rappresenta l’obbedienza e l’umiltà di Cristo: si oppone al titanismo contemporaneo, alla chimera dell’autodeterminazione assoluta e alla pretesa dell’uomo di farsi dio.

 

La Croce rappresenta la necessità della conversione e del sacrificio: smaschera quindi il relativismo morale e la pretesa di una salvezza senza Redenzione, senza pentimento e senza Grazia. La Croce rappresenta infine la Signoria di Cristo sulla storia: essa ricorda che ogni potere terreno è provvisorio e sottoposto al giudizio della Croce, cosa intollerabile per un mondo che ha divinizzato se stesso.

 

Non stupiamoci allora se, coerentemente con questa avversione viscerale alla Croce, anche la liturgia riformata ha cancellato o messo in ombra l’indole sacrificale della Messa, giungendo a confinare proprio la Croce in un lato del presbiterio, o a mostrare l’effigie del Risorto schiodato da essa – pensiamo alla ferula di Leone….

 

Per questo il Novus Ordo si definisce «celebrazione eucaristica» e «cena», mentre aborrisce la definizione cattolica di “Santo Sacrificio della Messa”, dove tutto ruota intorno alla Croce: Stat Crux dum volvitur orbis.

 

La Croce risplende ora anche sulla fronte di Giovanni, confermato miles Christi con il Sacro Crisma. Il carattere sacramentale — sigillo indelebile della filiazione adottiva — ti rende, caro Giovanni, proprietà della Santissima Trinità, e allo stesso tempo conferma in te lo Spirito Santo quale pegno e caparra (2Cor 1, 22; 2Cor 5, 5; Ef 1, 13-14), ossia non come un dono parziale o provvisorio, ma come anticipo reale della piena eredità escatologica: la vita eterna, la risurrezione del corpo e la definitiva comunione con Dio.

 

Sia questa caparra di Grazie e di Doni soprannaturali motivo di fiduciosa obbedienza alla santa Volontà di Dio, sull’esempio del divin Maestro e della Sua augustissima Madre, la Regina Crucis, ieri sofferente nella Co-passione, oggi trionfante nella gloria eterna del Cielo cui siamo tutti chiamati.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 3 maggio MMXXVI

In Inventione S.ctæ Crucis,

Dominica IV post Pascha

 

NOTE

1) La storia di Giuda/Ciriaco appare per la prima volta in forma embrionale nell’orazione funebre di sant’Ambrogio per Teodosio (395) e in Rufino di Aquileia; assume la forma completa negli Acta Judas Cyriaci (V secolo) e nella Legenda Aurea. Pur trattandosi di una tradizione agiografica e non di una cronaca storica rigorosa (Eusebio di Cesarea, contemporaneo, non la menziona), essa è accolta unanimemente dal Breviario Romano nelle lezioni del Mattutino per la festa dell’Invenzione della Santa Croce e ha plasmato la pietà cristiana per secoli. San Ciriaco subì il Martirio insieme alla madre Anna, dopo atroci supplizi (tra cui il piombo fuso bevuto). Il corpo fu sepolto presso il Golgota. Le spoglie di San Ciriaco furono traslate dalla Palestina ad Ancona nel V secolo (intorno al 418 o 433-435), per intervento di Galla Placidia. La città aveva chiesto le reliquie di Santo Stefano, ma ricevette invece quelle di Ciriaco come segno di favore imperiale. Le reliquie furono inizialmente collocate nella chiesa di Santo Stefano, poi trasferite nel Duomo a lui dedicato (sul colle Guasco), dove riposano tuttora nella cripta. Il corpo è esposto solennemente il 4 Maggio, giorno della festa patronale (successivo alla festa dell’Invenzione della Santa Croce).

2) La santa Imperatrice divise la Croce in tre parti: una rimase a Gerusalemme (conservata nel complesso del Santo Sepolcro), una fu inviata a Costantinopoli e la terza, con altre Reliquie della Passione (frammenti della Croce, un Chiodo, parte della Corona di spine e il titulus), fu trasportata a Roma assieme alla terra del Calvario. Tutte le Reliquie autentiche della Vera Croce provengono da queste tre parti.

3) Significativamente, la festa odierna è stata abrogata da Giovanni XXIII nel 1960. Cfr. Acta Apostolicæ Sedis 52, 1960, pag. 707.

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Gender

Il cardinale arcivescovo di Tokyo elogia la nuova campagna statale giapponese pro-LGBT

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Il cardinale arcivescovo di Tokyo ha espresso apprezzamento per il piano recentemente annunciato dal governo giapponese finalizzato a promuovere l’educazione sulle persone che si identificano come LGBT. Lo riporta LifeSite.   Il cardinale Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo, ha dichiarato a UCA News che «è significativo che il governo giapponese abbia chiaramente articolato una politica volta ad approfondire la comprensione delle minoranze sessuali».   Il piano, approvato il 16 giugno, deriva dal LGBT Understanding Promotion Act del 2023 e, a quanto pare, «mira a stabilire linee guida fondamentali per governi, scuole e imprese».

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Il cardinal Kikuchi sembrava operare una distinzione tra la moralità dell’omosessualità e la psicologia che ne sta alla base.   Secondo quanto riportato da UCA News, l’approccio della Chiesa cattolica alle minoranze sessuali comporta sia una dimensione etica fondata sulla fede, sia una comprensione più approfondita della vita umana stessa.   Il porporato nipponico ha sottolineato che «una comunità inclusiva che accoglie tutti non è lo scopo del nostro atteggiamento in quanto tale; piuttosto, è il primo passo verso la realizzazione del mondo che Dio ci chiama a costruire». Ha quindi evitato di esprimere in modo esplicito la posizione della Chiesa sull’immoralità degli atti omosessuali.   Kikuchi fu nominato vescovo da Papa Giovanni Paolo II nel 2004 e cardinale da Papa Francesco nel 2024.   Il piano giapponese per il 2026 per la promozione della consapevolezza LGBT prevede un’educazione pubblica che include l’utilizzo da parte del governo di opuscoli, video formativi e altro materiale educativo sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.   Tale programma educativo dovrà estendersi alle scuole, dove gli insegnanti dovranno essere formati per comprendere le tematiche LGBT e per affrontare il bullismo e la discriminazione. Il piano incoraggia inoltre i luoghi di lavoro ad essere accoglienti nei confronti delle persone che si identificano come LGBT e affronta in modo specifico insulti, molestie e la rivelazione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere di qualcuno senza il suo consenso («outing»).   Il Giappone rimane uno dei pochi Paesi del mondo sviluppato, insieme a Paesi come la Corea del Sud e la Repubblica Ceca, a non aver legalizzato il cosiddetto «matrimonio» omosessuale.

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Tuttavia, sebbene anche la premier giapponese, Sanae Takaichi, si opponga al cosiddetto «matrimonio» omosessuale, il Paese, fortemente laico, sostiene in larga parte questa pratica deviante: secondo un sondaggio Pew del 2023, circa il 70% dei giapponesi sarebbe favorevole al «matrimonio» omosessuale, il tasso di accettazione più alto tra tutti i Paesi asiatici presi in esame.   Come riportato da Renovatio 21, a novembre, la Corte di Tokyo ha stabilito che il divieto giapponese di «matrimonio» omosessuale è costituzionale, in una decisione insolita che si discosta da una serie di sentenze dei tribunali del Paese che avevano stabilito che la mancanza di riconoscimento legale del «matrimonio» omosessuale violava la Costituzione. Tuttavia, le alte corti giapponesi non hanno l’autorità di invalidare la legge vigente, il che rende queste sentenze puramente simboliche.   Come riportato da Renovatio 21, il tema dell’ascesa LGBT fu al centro di una notevole frizione tra l’ambasciatore USA a Tokyo nel 2023, l’ebreo obamiano Rahm Emanuel, e la Shinseiren («Associazione Nazionale per la Guida Spirituale»), cioè la maggiore sigla della religione scintoista, che già l’estate precedente aveva distribuito un opuscolo di 94 pagine a una grande riunione per i membri affiliati della Dieta giapponese, appoggiandosi per lo più del Partito Liberal Democratico al governo. Il testo includeva la trascrizione di una conferenza che descriveva l’omosessualità come «un disturbo mentale acquisito, una dipendenza» che poteva essere risolta con la «terapia riparativa».  

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Ordine e disordine

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Nel mondo moderno è più facile scivolare in questa spirale di disordine morale, da qui l’urgente necessità di ristabilire l’ordine intorno a noi.

 

Un noto proverbio afferma che l’ordine esteriore riflette l’ordine interiore. Questa verità, sebbene a volte inquietante, rimane una realtà profonda. Chi ha visitato i conventi di monache ha potuto constatare un ordine e una pulizia notevoli, frutto di uno spirito di disciplina, povertà e contemplazione, che genera pace, serenità e gioia interiore.

 

Questo spirito di disciplina e di parsimonia dovrebbe permeare tutte le istituzioni, le comunità e le famiglie. È una virtù che si acquisisce fin dalla prima infanzia, ma che, purtroppo, si sta perdendo sempre più ai giorni nostri.

 

Esiste uno stretto legame tra l’ordine e la nostra vita spirituale. Infatti, l’intera opera della nostra vita spirituale consiste nel ristabilire nella nostra anima l’ordine che il peccato ha distrutto nella natura e in particolare nella nostra anima. A causa del peccato originale, le passioni dominano la volontà e l’intelletto, e quindi dobbiamo ristabilire l’ordine; vale a dire, che l’intelletto, illuminato dalla Fede, tenda alla verità, che la volontà sia orientata al bene e che intelletto e volontà controllino le nostre passioni (ordine materiale; ordine di disciplina nella vita; ordine della vita spirituale; ordine di organizzazione; ordine di realizzazione dei progetti; ordine di obbedienza a principi, regolamenti, statuti, leggi, etc.).

 

In un mondo in perenne accelerazione, dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce e le richieste sono innumerevoli, la questione dell’ordine e del disordine non è mai stata così rilevante.

 

L’ordine, prima di tutto, apporta una preziosa chiarezza mentale. Un ambiente organizzato, che si tratti di un ufficio, di una casa o persino della nostra mente, permette al cervello di impiegare meno energie nella ricerca, nell’ordinamento o nella preoccupazione. Questo, a sua volta, favorisce la concentrazione e la creatività.

 

A livello collettivo, l’ordine è la condizione primaria per la vera libertà. Senza regole condivise, leggi rispettate e istituzioni stabili, la società precipita nell’arbitrarietà e nel caos. Da Platone a Jordan Peterson, i grandi pensatori hanno sottolineato come l’ordine (il cosmo) si contrapponga al caos primordiale. L’ordine rafforza anche la fiducia reciproca: ogni oggetto messo al suo posto, ogni impegno mantenuto, ogni processo migliorato rappresenta una vittoria sul disordine.

 

Dio stesso è un Dio d’ordine. Tutta la creazione testimonia un’armonia e una legge che è al contempo divina e naturale. La Provvidenza agisce secondo ordine, anche quando non lo percepiamo pienamente.

 

Il Vangelo stesso offre esempi toccanti. Dopo la Risurrezione, gli apostoli trovarono nella tomba i teli funebri, «piegati uno alla testa e l’altro ai piedi», segno di calma e ordine nel cuore stesso del Mistero Pasquale. Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino, inoltre, definiscono la pace come «la tranquillità dell’ordine».

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Il profondo danno causato dal disordine

Il disordine non è un fenomeno neutro. A livello psicologico, l’accumulo di compiti incompiuti, oggetti sparsi e impegni non mantenuti genera una persistente sensazione di sopraffazione. Molti casi di procrastinazione cronica sono in realtà dovuti a problemi organizzativi non identificati correttamente.

 

Dal punto di vista economico, il disordine rappresenta un pozzo senza fondo: sprechi, perdita di beni, distruzione involontaria e mancanza di un’etica della povertà. Costituisce inoltre un’ingiustizia verso gli altri e un attacco al bene comune.

 

A livello visivo, un ambiente caotico affatica il cervello attraverso una stimolazione costante. A lungo termine, può causare stress, ansia, scoraggiamento e perdita di motivazione. Studi hanno dimostrato un legame tra il disordine e l’aumento del cortisolo (l’ormone dello stress), problemi di memoria, cattive abitudini alimentari, ridotto controllo degli impulsi e un maggiore rischio di disturbi d’ansia e dell’umore. A livello relazionale, il disordine emotivo – comunicazione confusa, promesse non mantenute, conflitti irrisolti – distrugge la fiducia e spesso porta a rotture sentimentali. Le famiglie caratterizzate da caos relazionale vedono spesso i propri figli sviluppare maggiore ansia e difficoltà scolastiche.

 

Da dove nasce il disordine? È moralmente sbagliato?

Il disordine deriva spesso da una combinazione di pigrizia, negligenza, mancanza di disciplina, imprudenza, disinteresse per il bene comune e assenza di spirito di povertà. Tutti questi aspetti sono moralmente riprovevoli. Certamente, il temperamento gioca un ruolo importante, ma anche il rifiuto di controllarlo rientra nell’ambito della moralità.

 

Il disordine nelle aree comuni di una casa o di qualsiasi comunità costituisce un’ingiustizia nei confronti del bene comune. Lo stesso vale per leggi, regolamenti e norme che non vengono applicati o che cambiano eccessivamente. La pigrizia, la mancanza di una mentalità orientata alla povertà, la negligenza e il disprezzo per il bene comune sono pertanto moralmente inaccettabili.

 

Oltre a queste cause classiche, il mondo moderno ha introdotto un elemento particolarmente dannoso: l’abuso degli schermi e la costante ricerca di distrazione e stimoli immediati. Questa abitudine si traduce in un notevole spreco di tempo che dovrebbe essere dedicato all’adempimento dei nostri doveri.

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Ordine di apprendimento

Nell’ambito dell’organizzazione, l’ordine richiede una rigorosa disciplina personale. I nostri obblighi possiedono una gerarchia naturale basata sul loro valore intrinseco e sul grado di urgenza. È quindi essenziale attenersi a questa gerarchia, senza rimandare, soprattutto i compiti che ci risultano più difficili.

 

In molte situazioni è necessario saper dire «no» alle richieste inopportune delle nostre emozioni o di chi turba quest’ordine. Scegliere l’ordine non significa rinunciare alla libertà, ma optare per una libertà superiore: la libertà di creare, di amare il bene comune e di progredire senza essere costantemente ostacolati dal peso del caos che abbiamo lasciato dilagare.

 

In termini pratici, l’ordine è classicamente definito dal principio: «ogni cosa al suo posto». Questa disciplina si acquisisce fin dalla prima infanzia. I bambini devono imparare presto a non lasciare giocattoli, vestiti e oggetti personali in giro per casa. Gli adulti devono fare lo stesso con i propri effetti personali nelle aree comuni, sul posto di lavoro o nella comunità.

 

Tra i segni più frequenti di disordine si annoverano: ante degli armadi lasciate aperte, cassetti non chiusi correttamente, piatti che si accumulano, giocattoli lasciati in soggiorno, attrezzi mai riposti al loro posto, un’officina caotica o attività intraprese d’impulso o d’impulso.

 

In un mondo moderno che promuove la gratificazione immediata e rifiuta lo spirito di sacrificio, diventa più facile scivolare in questa spirale di disordine morale, individualismo e mancanza di disciplina personale. Da qui l’urgente necessità di ristabilire l’ordine e le sue esigenze intorno a noi.

 

Se desiderate la pace nella vostra famiglia, comunità o azienda, coltivate l’ordine.

 

PS: L’esempio dell’ufficio del vescovo Marcel Lefebvre, sempre perfettamente ordinato, rimane un modello di disciplina interna che si manifesta esteriormente.

 

Padre Philippe Pazat, FSSPX

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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 Immagine: dettaglio della facciata ovest di Notre-Dame, Parigi.

Immagine di Dietmar Rabich via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 4.0

 

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Spirito

Mons. Hanappier consacra una chiesa FSSPX in Texas

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Dal 30 luglio al 2 agosto 2026, il Priorato di Dickinson ha ospitato mons. Marc Hanappier per diverse cerimonie eccezionali: il cinquantesimo anniversario della parrocchia Queen of Angels, la consacrazione della chiesa e l’amministrazione del Sacramento della Cresima.   Il momento culminante di questi giorni è stata la consacrazione della chiesa, sabato 1 agosto.  

Una chiesa consacrata a Dio

Per quasi quattro ore si sono svolti i solenni riti di consacrazione. Con le preghiere del Ponteficale romano, il vescovo, in un certo senso, ha sottratto l’edificio al suo uso secolare per consacrarlo definitivamente a Dio. L’altare stesso è stato consacrato e ha ricevuto le reliquie dei martiri, richiamando l’antica tradizione della Chiesa di celebrare il Santo Sacrificio presso le loro tombe.   Anche le dodici croci di consacrazione poste sulle pareti della chiesa sono state unte con il santo crisma. Rimarranno i segni visibili di questa consacrazione e saranno illuminate ogni anno nel suo anniversario.

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Cinquant’anni di vita parrocchiale

La consacrazione ha coinciso con il 50° anniversario della parrocchia Queen of Angels. Mezzo secolo di vita cattolica ha così trovato il suo culmine nella solenne consacrazione della chiesa.   Questi giorni si sono conclusi domenica 2 agosto con l’amministrazione del sacramento della Confermazione da parte di mons. Hanappier, seguita da una solenne Messa pontificale.   Ad Majorem Dei Gloriam, per la maggior gloria di Dio!  
Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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