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Bioetica

La grande medicina cristiana

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Grandezza naturale della tradizione ippocratica, dunque. Ma è solo col Seme gettato dal Divin Maestro, e subito raccolto e portato a frutto fin dai primi tempi della Chiesa, che noi possiamo riconoscere la vera origine del concetto di assistenza medica sociale e Ospedaliera. L’assistenza si sublima col Cristianesimo e col propagarsi delle sue dottrine, basate sulla carità e sull’amore del prossimo.

 

L’assistenza si sublima col Cristianesimo e col propagarsi delle sue dottrine, basate sulla carità e sull’amore del prossimo

Il Cristianesimo è iniziato con numerose e miracolose guarigioni di malati, Cristo fu un grande insuperabile medico. Per insegnare il vero amore del prossimo il Divin Maestro, nella parabola a tutti nota del «Buon Samaritano», sceglie un esempio medico (l’assistenza ad un ferito che ha bisogno di cura e ricovero).

 

Il primo «ospedale» cristiano fu dunque, pur nella finzione del racconto, quella locanda in cui il Samaritano, dopo averlo medicato, ricoverò a proprie spese uno sconosciuto per solo e disinteressato desiderio di beneficarlo. L’insegnamento potrebbe essere così riassunto: «Quando ti imbatterai in chiunque sia ammalato o ferito, o comunque bisognoso di assistenza sanitaria, curalo e ricoveralo non per trarne utilità alcuna, ma solo perché è prossimo tuo che ha bisogno del tuo aiuto e perché l’utilità che potrai trarre da questa tua azione sarà quella suprema della vita eterna».

 

Il primo «ospedale» cristiano fu dunque, pur nella finzione del racconto, quella locanda in cui il Samaritano, dopo averlo medicato, ricoverò a proprie spese uno sconosciuto per solo e disinteressato desiderio di beneficarlo

La Magna Charta della carità trovasi in Mt. 25, 31-41. Del resto il mandato di Gesù Cristo ai suoi Apostoli per la predicazione del Vangelo è associato indissolubilmente, sul suo esempio e nel suo insegnamento, al «curate infirmos», comando subito ed effettivamente attuato dalla primitiva Ecclesia.

 

Dopo la resurrezione di Cristo, Pietro cominciò la sua missione con la guarigione di uno storpio. In ogni tempo la Chiesa di Cristo ha avuto precipua cura di malati fisici.

 

Soltanto nel periodo cristiano è nato il vero «ospedale» inteso nel senso attuale, secondo cui alla scienza si unisce la carità. Il cristianesimo crea l’ospedale col concetto di carità cristiana, e per secoli la istituzione di ospedali è opera della Chiesa e nei tempi moderni ogni missione cattolica, anche nelle più isolate ed impervie regioni, comprende nella propria organizzazione una attrezzatura sanitaria.

 

Soltanto nel periodo cristiano è nato il vero «ospedale» inteso nel senso attuale, secondo cui alla scienza si unisce la carità

Lo sviluppo dell’assistenza ai sofferenti risulta intimamente connesso con la storia della carità della Chiesa, dei suoi pastori, dei suoi Santi senza numero (e spesso anche senza nome), delle sue istituzioni caritative.

 

Le opere assistenziali germinate in seno alla Chiesa – che è la sintesi sociale dell’umano e del divino – ne esprimono come sanno e riescono il carattere essenziale: la Carità. Esse poggiano inoltre  sulla solida base dogmatica ed ontologica che è il frutto della sistemazione teologica e dottrinale operata in ogni tempo dalla Chiesa, su mandato e garanzia del Suo Divin Fondatore.

 

È per avere ripudiato i fondamenti oggettivi e ragionevoli di quella sistemazione che la moderna medicina intramondana ha finito per smarrire, in una con l’afflato soprannaturale, la stessa ragionevolezza e persino il senso della propria identità e dei propri scopi. Vediamo dunque quali sono i principi basilari sui quali si fonda l’opera assistenziale creata dalla Chiesa.

 

Il cristianesimo crea l’ospedale col concetto di carità cristiana, e per secoli la istituzione di ospedali è opera della Chiesa e nei tempi moderni ogni missione cattolica, anche nelle più isolate ed impervie regioni, comprende nella propria organizzazione una attrezzatura sanitaria

Principi basilari dell’opera assistenziale creata dalla Chiesa.

Tutto poggia sulla virtù teologale della Carità: «gratis et amore Dei» è il suo motto, condizionata com’è al rispetto e alla considerazione dovuta al Soggetto in Causa: «Dio solo».

 

Su questa solidissima base trovano giusta collocazione ontologica gli altri soggetti ed i valori in gioco: infermità, salute, corpo, anima, beni temporali (salute compresa), salvezza eterna (eterna salute).

 

Chi è l’infermo? «Infermo» nell’accezione cristiana («infirmus»= «non firmus», come spiegava Sua Santità Pio XII di Venerata Memoria) è chiunque non si regge da sé, non basta a sé; chi necessita di aiuto, di assistenza, di guida, di difesa, di istruzione; di quanto in concreto gli difetta e di quanto ragionevolmente gli occorre, chiede e desidera di ottenere ed avere.

 

L’infermo è l’oggetto di tutte le 14 opere della misericordia, dal corpo allo spirito, dall’infanzia alla vecchiaia, vivo e defunto

In pratica l’infermo è l’oggetto di tutte le 14 opere della misericordia, dal corpo allo spirito, dall’infanzia alla vecchiaia, vivo e defunto.

 

La carità tutte le abbraccia quelle opere, fino ad incorporare ogni infermità, per superarla: «Factus sum infirmis infirmus, ut infirmos lucrifacerem»(I Cor. 9, 22) – «Mi sono fatto infermo con gli infermi per guadagnare gli infermi». (Siamo agli antipodi della medicina illuministica moderna che invece, con sorprendente strabismo, tende da un lato a ridurre le proprie cure a ciò che pensa di poter guarire, dall’altro ad estendere indebitamente – e spesso illecitamente – i propri obbiettivi, non di rado perseguendo o cagionando l’eterno danno per le anime).

 

Cosa significa curare? Al termine «infirmus», che ci dà le proporzioni più vaste e totali dell’infermità, fa riscontro «curare»: un termine altrettanto pieno e vivo, tale da stare in perfetta armonia e corrispondenza di proporzioni con «infirmus».

Nel Vangelo curare è usato per i ciechi, i muti, i sordi, gli zoppi, i paralitici, i lebbrosi, gli epilettici: per ogni infermità e malattia

 

Nel Vangelo curare è usato per i ciechi, i muti, i sordi, gli zoppi, i paralitici, i lebbrosi, gli epilettici: per ogni infermità e malattia.

 

«Tutti coloro che avevano degli infermi colpiti da varie malattie – dice S. Luca, l’evangelista medico – li conducevano a Gesù; ed Egli, imponendo le mani su ciascuno di loro, li guariva” (Lc 4,40 e 7.21).

 

Indubbiamente i casi registrati dal Vangelo sono altrettanti interventi taumaturgici, ma sta il fatto non meno positivo, entrato nella storia della medicina cristiana, proprio in obbedienza ed ossequio al mandato divino del «Curante», che la «cura» intesa e voluta dal «Cristo medico» va dal corpo all’anima determinatamente e inseparabilmente: mi limito a ricordare la guarigione del paralitico («Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina?» Mt. 9,5), e la guarigione dell’infermo alla piscina di Betzaetà («Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio» Gv. 5,14).

 

Risulta chiaro che la salute è un bene temporale, ma non è il Bene Assoluto.

 

Essa è cioè un mezzo, non un fine: all’opposto di quanto viene stimato dalla medicina moderna (che non a caso tende a sostituirsi alla religione). La scuola del dolore, della carità e della fede è la scuola più efficace per la riforma di cui il mondo ha bisogno.

 

Mentre la medicina illuministica rimuove la sofferenza e la morte, la medicina cristiana le valorizza con le virtù della pazienza

Mentre la medicina illuministica rimuove la sofferenza e la morte, la medicina cristiana le valorizza con le virtù della pazienza («Completo nella mia carne ciò che manca alla Passione di Cristo»), e della rassegnazione considerata non come una virtù passiva al modo degli stoici (un quasi fatalismo o determinismo), ma una virtù sopra le altre attiva e perfino dinamica.

 

San Paolo, umiliato e impedito dalla infermità, è respinto nel suo triplice ricorso a Dio per esserne liberato con l’assicurazione divina: «Sufficit tibi gratia mea; nam virtus in infirmitate perficitur» («Ti basti la mia grazia, perché la potenza tutta si dispiega nella infermità»).

 

Perciò, soddisfatto e trionfante, esclama: «Ben volentieri mi glorierò allora delle mie infermità, perché abiti in me la potenza di Cristo, … Per questo – continua – mi compiaccio delle infermità… quando infatti io sono nelle infermità, allora sono potente» (II Cor 12, 8-9).

«Carità antica, scienza e tecnica le più aggiornate»: questo il programma indicato da Pio XI a tutti gli Istituti Religiosi Ospedalieri

 

«Carità antica, scienza e tecnica le più aggiornate»: questo il programma indicato da Pio XI a tutti gli Istituti Religiosi Ospedalieri.

 

Caritas et scientia: in nessun caso la carità esclude il ricorso alla medicina e dunque all’opera del medico.

 

Tutti gli Statuti e le Regole degli Ordini Religiosi ne stanno a prova e conferma.

 

La storia della Medicina – la più meritevole di considerazione – rende giustizia alla Chiesa, impegnata sempre, spesso in contrasto con utopie imperanti, ad associare alla carità l’impegno della medicina.

La storia della Medicina – la più meritevole di considerazione – rende giustizia alla Chiesa, impegnata sempre, spesso in contrasto con utopie imperanti, ad associare alla carità l’impegno della medicina.

 

Per secoli anzi quest’impegno, è stato della Chiesa esclusivamente, e non furono quelli i secoli dei quali la Medicina può gloriarsi di meno.

 

Onore dunque ai meriti della Chiesa, cui pure non spetta di promuovere direttamente le conquiste tecniche della disciplina scientifica.

 

 

Dottor Luca Poli

Medico

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Bioetica

La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale

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Ci risiamo. Un’altra bambina, un’altra piscina e un’altra corsa disperata verso un reparto di terapia intensiva. E infine un altro titolo che, puntualmente, troviamo identico su tutti i giornali: «È morta la bambina risucchiata dal bocchettone della piscina».

 

Il lettore scorre una notizia di questo tipo e crede di aver capito tutto. Immagina una vittima che, dopo l’incidente, «non ce l’ha fatta». È la conclusione naturale della tragedia. Fine della storia.

 

E invece no. La prassi in questi casi è molto più complessa e nessun mezzo di informazione avverte la necessità di raccontarla.

 

Il paziente di questo tipo, infatti, non arriva in ospedale da cadavere: il cuore batte, il sangue circola e il suo organismo viene sostenuto dai medici che riescono a stabilizzarlo. Le condizioni sono molto critiche, ma si tratta tecnicamente di un paziente ricoverato in terapia intensiva, non un corpo senza vita consegnato all’obitorio.

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A un certo punto, però, al percorso terapeutico se ne affianca un altro: quello dell’accertamento della cosiddetta morte con criteri neurologici convenzionali. Dopo il periodo di osservazione previsto dalla legge, una commissione medica dichiara la morte dell paziente. Solo da quel momento diventa giuridicamente possibile procedere al prelievo degli organi, al quale i parenti, travolti dal dolore, acconsentono.

 

Tutto questo, però, nel racconto mediatico scompare; la notizia viene compressa in una formula tanto semplice quanto ingannevole: morti per l’incidente. Ma è davvero questo che è accaduto? Perché esiste una differenza enorme tra dire che una persona è morta in conseguenza di un annegamento o un incidente d’auto e dire che, dopo pochissimi giorni di terapia intensiva, una commissione medica ne ha accertato la morte secondo i criteri neurologici previsti dall’ordinamento italiano.

 

Non è un sofisma, è la differenza tra un evento naturale e un atto medico. Eppure, questa differenza viene sistematicamente cancellata dal linguaggio dell’informazione.

 

Si tratta di uno schema che si ripete con impressionante regolarità. Ogni volta che un bambino o un giovane arriva in ospedale dopo un arresto cardiaco rianimato, soprattutto quando il danno cerebrale appare importante, il percorso clinico segue ormai una sequenza ben nota: si stabilizza il paziente, si valutano le sue condizioni neurologiche e, qualora ne ricorrano i presupposti, si avvia il protocollo per l’accertamento della morte encefalica. Se quest’ultima viene confermata dai risultati di determinati test diagnostici, si apre immediatamente la possibilità della donazione degli organi. 

 

Cos’è la morte cerebrale, quali sono i suoi presupposti scientifici, filosofici e antropologici? Chi decide quali siano le procedure volte a stabilire la morte di un paziente e sulla base di quali criteri? Esiste da parte della comunità scientifica un consenso unanime a riguardo? Ancora: perché affrettare le procedure di accertamento, invece di continuare a prendersi cura del paziente? La bambina, avrebbe potuto riprendersi se adeguatamente trattata?

 

A queste domande non si cerca mai di dare una risposta. Anzi, si lavora per occultarle, come se fossero dei dettagli irrilevanti, mentre invece rappresentano il cuore della questione. Si preferisce una narrazione rassicurante: la bambina è morta, i genitori hanno compiuto un gesto d’amore e la vita continua in altre persone bisognose di un trapianto. Chiuso il sipario.

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Tuttavia proprio questa banalizzazione della notizia dovrebbe insospettire, perché quando una questione bioetica di capitale importanza viene ridotta a poche formule ripetute identiche da tutti i mezzi di informazione, significa che il linguaggio ha già svolto il suo compito: non quello di descrivere la realtà, ma di interpretarla prima ancora che il lettore possa farsene un’idea.

 

Le parole non sono mai neutrali, il linguaggio è diventato il primo e più efficace strumento della necrocultura trapiantista: prima ancora dei protocolli, prima ancora delle leggi. Perché se si riesce a far coincidere, nell’immaginario collettivo, la dichiarazione di morte con la morte nel senso comune del termine, il problema è già risolto e nessuno sentirà più il bisogno di interrogarsi.

 

È forse proprio questa la trasformazione più inquietante: non si ridefinisce soltanto la morte, si ridefinisce l’uomo. E quando perfino le parole vengono accuratamente scelte per impedire che le persone comprendano ciò che realmente accade, allora il problema non riguarda più soltanto la bioetica. 

 

Riguarda la verità.

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

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Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

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Bioetica

Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

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La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

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