Bioetica
La Florida vieta l’aborto oltre le sei settimane
Il 1° maggio 2024 in Florida è entrato in vigore il divieto di aborto dopo sei settimane. Chiamato Heartbeat Bill, significa che l’aborto non è più autorizzato non appena sia possibile osservare il battito cardiaco di un bambino.
Un anno fa, nell’aprile 2023, il governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis firmò la legge. Ma, contestata dai gruppi pro-aborto, diede luogo a un processo davanti alla Corte Suprema della Florida. Questa ha respinto questi appelli, stabilendo che non esisteva il diritto all’aborto nella Costituzione della Florida. La Corte ha autorizzato l’entrata in vigore della legge Heartbeat dal 1 maggio 2024.
La Casa Bianca ha reagito in modo critico: Karine Jean-Pierre, portavoce del presidente americano Joe Biden, ha parlato di un «divieto estremo» e ha osservato che molte donne non sapevano nemmeno di essere incinte dopo sei settimane.
Da parte sua, il fondatore e presidente di Liberty Counsel, Mat Staver, si è espresso favorevolmente. «L’Heartbeat Act salverà innumerevoli vite, alcune delle quali potrebbero diventare rappresentanti mondiali della scienza, della medicina e della tecnologia a beneficio del mondo», ha affermato.
«L’Heartbeat Act protegge le preziose vite dei nascituri e delle madri e fornisce un’ampia gamma di opzioni e sostegno alle donne. Fornirà 30 milioni di dollari in fondi pubblici per aiutare le donne incinte e i loro bambini. La Florida è ora dalla parte della vita».
La CNN precisa che in Florida, uno degli stati più popolosi degli Stati Uniti, le pratiche di aborto sono particolarmente aumentate da quando la decisione Dobbs della Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la sentenza Roe vs. Wade.
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«Secondo i dati del 2023 del Guttmacher Institute, pro-aborto, circa un terzo di tutti gli aborti nel Sud sono avvenuti in Florida», ha ricordato un comunicato stampa di Liberty Counsel. «I dati hanno mostrato che più di 9.300 di questi aborti hanno coinvolto persone provenienti da altri stati». Secondo le cliniche statali per l’aborto, si prevede che almeno 40.000 persone saranno in viaggio ogni anno!
Laura Goodhue, direttrice esecutiva di Planned Parenthood Florida – il più grande operatore di cliniche abortive dello stato – ha lamentato che decine di migliaia di donne incinte che hanno abortito in Florida in una delle loro cliniche finiranno per portare una gravidanza a termine, secondo il media Politico, rilanciato dal sito americano LifeSiteNews.
Tuttavia, la battaglia per la vita resta sospeso al voto dei cittadini della Florida del prossimo novembre. Decideranno tramite referendum sull’opportunità di includere nella Costituzione il diritto all’aborto fino alla vitalità del feto, cioè alla 24a settimana di gravidanza.
Sostenuto dai Floridians Protecting Freedom (FPF), una coalizione di gruppi di sinistra pro-aborto, questo emendamento costituzionale richiede il 60% dei voti, secondo le disposizioni in vigore in Florida. La Corte Suprema della Florida ha stabilito che, contrariamente alle obiezioni dello Stato, il linguaggio dell’emendamento era sufficientemente chiaro da poter essere sottoposto agli elettori, ha affermato LifeSiteNews.
Per informazione: dall’invalidazione da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2022 della decisione Roe vs Wade del 1973 che autorizzava l’aborto in tutti gli Stati Uniti, diversi stati americani hanno votato per includere il diritto all’aborto nella loro costituzione. Nella maggior parte dei casi, l’aborto non è quindi soggetto ad alcun ritardo o condizione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5 — Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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