Il presidente Joe Biden e il Partito Democratico hanno lanciato riforme molto importanti, non sociali, ma relative alla società nel suo insieme. Hanno anche tracciato le linee per un rilancio dell’imperialismo. È difficile però prevedere se il disegno continuerà o se sarà abbandonato a causa dei problemi di vecchiaia del presidente.
Geopolitica
Biden riforma la società e rilancia l’imperialismo
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il presidente Biden ha dedicato il primo mese del mandato all’obiettivo di riformare la società e il secondo a porre le basi della politica estera. Ancora non è chiaro in cosa consisterà la terza fase dei «100 giorni»; si può tuttavia prevedere che dovrebbe riguardare problemi economici e concretarsi in un adeguamento delle infrastrutture del Paese – oggi in rovina – finanziato con un rialzo del 30% delle imposte, conformemente alla dottrina keynesiana più spinta.
In questo intervento non tratterò della valenza della politica dell’amministrazione Biden, ma esclusivamente delle sue conseguenze.
Riforma della società
La sinistra occidentale ha rinunciato a difendere le nazioni e i poveri. Negli Stati Uniti s’è rifondata nel perseguimento della Purezza secondo il modello dei «Padri Pellegrini»: riscattare gli errori del passato (il massacro degli indiani, la schiavitù degli africani, la distruzione della natura) e costruire un mondo migliore, fondato non sull’uguaglianza di ciascuno, ma sull’equanimità nei confronti delle diverse comunità.
Il presidente Biden ha dedicato il primo mese del mandato all’obiettivo di riformare la società e il secondo a porre le basi della politica estera
Gli Stati Uniti sono un vastissimo Paese, popolato da migranti economici. In passato hanno praticato una selezione degli aspiranti basata su criteri sanitari ed etici, ma si sono sempre vantati di rappresentare un’opportunità per i poveri intraprendenti. Da circa quarant’anni devono però fronteggiare un’immigrazione illegale inedita. Gli immigrati illegali sono stimati da 11 a 22 milioni.
Il Partito Democratico vuole risolvere il problema nel suo complesso (regole d’immigrazione, statuto dei migranti sia legali sia illegali), è però indeciso se farlo con un’unica o con più leggi. Brucia ancora lo smacco della proposta di legge del senatore Chuck Shumer (D-NY), che inglobava troppe questioni di diversa natura, e per questo motivo fu bocciata, nonostante il sostegno del presidente Obama.
Innanzitutto i Democratici vogliono naturalizzare i 5,6 milioni di persone immigrate illegalmente in età minorile (i dreamers) che, grazie al presidente Obama, non possono più essere respinte. Benché i Democratici abbiano la maggioranza nelle due camere del Congresso, non è affatto certo che la legge sarà adottata.
Decine di migliaia di sudamericani si sono infatti messi in marcia verso gli Stati Uniti sin dall’annuncio dell’elezione del presidente Biden, senza attendere l’«amnistia generale» da lui promessa, sicuri che il «Paese della Libertà» li accoglierà. Attraversano in massa la frontiera messicana, passando ovunque sia possibile.
La regolarizzazione di questi immigrati corrisponde alla volontà del partito Democratico di non valorizzare in alcun modo la nozione di Patria. Subito dopo l’apertura della sessione del Congresso, la presidente democratica della Camera, Nancy Pelosi, ha presentato una proposta di legge molto voluminosa (H.R. 1) di riforma del sistema elettorale, che vuole trasferire la responsabilità delle liste elettorali dagli Stati federati al governo federale.
Ne conseguirebbe che almeno 13 milioni di stranieri immigrati legalmente, ma soprattutto illegalmente, che risultano dalla schedatura federale, potrebbero diventare elettori. Se uno Stato federato accordasse agli stranieri il diritto di voto alle elezioni locali, costoro – primato mondiale – potrebbero votare anche per designare il capo dello Stato.
La sinistra occidentale ha rinunciato a difendere le nazioni e i poveri. Negli Stati Uniti s’è rifondata nel perseguimento della Purezza secondo il modello dei «Padri Pellegrini
Si tratta di una proposta che rinvia a un dibattito vecchio di molti anni. Nelle elezioni presidenziali del 2016, 834.218 elettori di Hillary Clinton votarono illegalmente: non erano cittadini americani, ma stranieri. Nel 2017 il presidente Trump istituì una commissione ad hoc per confrontare le liste elettorali degli Stati federati con i dati del dipartimento per la Sicurezza della Patria. Già all’epoca il fine era valutare la frode elettorale dei Democratici.
Molti Stati però trasmisero liste elettorali inutilizzabili, in cui figuravano soltanto i nomi degli elettori, senza altre indicazioni che permettessero di identificarli, per esempio data e luogo di nascita. Considerata l’impossibilità di svolgere l’incarico, la Commissione fu sciolta.
La confusione tra cittadinanza e diritto di voto non è un problema unicamente statunitense. In Francia, per esempio, il primo ministro Jean Castex ha per decreto vietato ai francesi che vivono all’estero di rientrare in Francia in periodo di epidemia, salvo per motivi di assoluta necessità; il che equivale a bandirli dal proprio Paese senza verdetto della magistratura.
Una decisione ignobile che il Consiglio di Stato (giustizia amministrativa) ha ovviamente bocciato, ma che dimostra come la classe dirigente francese, così come l’omologa statunitense, non abbia più coscienza del valore della cittadinanza.
Nelle elezioni presidenziali del 2016, 834.218 elettori di Hillary Clinton votarono illegalmente: non erano cittadini americani, ma stranieri
Ma il Partito Democratico non si ferma a questo. Vuole anche trasformare il modo di vivere degli abitanti del Paese (non oso scrivere «concittadini»), arrogandosi un potere che viola la Costituzione.
L’amministrazione Biden ha infatti da poco assunto decisioni spettacolari per favorire la transizione energetica: sostituire i veicoli a carburante con veicoli elettrici. Secondo le stime di un organismo recentemente istituito, l’Interagency Working Group on Social Cost of Greenhouse Gases, il costo della transizione ammonterebbe a 9.500 miliardi di dollari (9,5 trilioni). Vi lascio immaginarne il costo in termini di posti di lavoro soppressi e di famiglie rovinate.
Fu proprio questo genere di provvedimenti a provocare la guerra civile: si vollero trasferire i poteri doganali alle autorità federali: un provvedimento che avrebbe sviluppato gli Stati industriali del Nord e comportato la rovina degli Stati agricoli del Sud.
Fu proprio questo genere di provvedimenti a provocare la guerra civile: si vollero trasferire i poteri doganali alle autorità federali: un provvedimento che avrebbe sviluppato gli Stati industriali del Nord e comportato la rovina degli Stati agricoli del Sud
Per iniziativa del Missouri, 12 Stati hanno fatto ricorso e chiedono l’abrogazione dei decreti sulla transizione energetica del presidente Biden. Vedremo quale sarà la decisione della Corte Suprema.
Comunque sia, la transizione energetica non distruggerebbe soltanto la società statunitense, ma priverebbe il Paese anche di un’importante arma: gli Stati Uniti, dopo essere diventati il primo esportatore di petrolio al mondo, si appresterebbero a chiudere tutti i pozzi.
La politica estera
Piena di buona volontà, l’amministrazione Biden ha proclamato a chiare lettere che avrebbe ripristinato i legami degli Stati Uniti con i propri alleati e che li avrebbe consultati per ogni decisione che li riguardasse. Ha altresì annunciato che le controversie con la Cina non devono influire sulle relazioni economiche, ma che quelle con la Russia sono redibitorie.
Gli europei, che avevano creduto a questi buoni propositi, sono stati presto delusi. Avrebbero dovuto già insospettirsi quando il segretario di Stato, Antony Blinken, in videoconferenza con l’omologo britannico, si è rivolto ai tedeschi e ai francesi, non ai 26 dell’Unione.
La transizione energetica non distruggerebbe soltanto la società statunitense, ma priverebbe il Paese anche di un’importante arma: gli Stati Uniti, dopo essere diventati il primo esportatore di petrolio al mondo, si appresterebbero a chiudere tutti i pozzi
- Per cominciare, l’Unione Europea, trovandosi a corto di vaccini anti-COVID, ha chiesto a Washington di venderle le dosi di AstraZeneca in giacenza negli Stati Uniti, dove il vaccino non è ancora stato autorizzato. Non ha ottenuto altro che un rifiuto sferzante della Casa Bianca. La solidarietà verso gli alleati non arriva al punto di salvarli da un pericolo mortale. Le scorte sono state immediatamente classificate strategiche, cosa che fino a quel momento non erano.
- Secondo episodio: gli Stati Uniti del presidente Trump hanno ottenuto la normalizzazione delle relazioni diplomatiche fra Marocco e Israele, riconoscendo che il Sahara spagnolo non è uno Stato indipendente, ma territorio marocchino. La Spagna ha interpretato – sbagliando – l’elezione del presidente Biden come l’occasione di rimettere in discussione l’evoluzione del contenzioso. Errore! Gli Stati Uniti non hanno tardato a minacciare militarmente Madrid per dissuaderla da ogni velleità d’intervento: si sono «dimenticati» di avvertirla di un’esercitazione militare congiunta con il Marocco e hanno «perso» le mappe della regione. Un bel mattino di marzo, lo stato-maggiore spagnolo ha visto stupefatto decine di aerei USA armati penetrare «per errore» nel suo spazio aereo, alle Canarie.
- Terzo episodio: gli europei sono stati messi da parte nei negoziati sul futuro dell’Afghanistan, sebbene vi abbiano dispiegato contingenti sotto il comando USA.
Un bel mattino di marzo, lo stato-maggiore spagnolo ha visto stupefatto decine di aerei USA armati penetrare «per errore» nel suo spazio aereo, alle Canarie
- Per finire, un quarto episodio: Washington ha deciso d’imporre agli europei lo stop alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2. Per conseguire l’obiettivo, ha iniziato a indagare su ogni persona e società implicate. Ci saranno sanzioni, questa volta non contro i russi, ma contro tutti i Paesi europei, tranne la Germania.
Il dipartimento di Stato si è confrontato per due giorni con gli omologhi cinesi.
Davanti alle telecamere, Antony Blinken ha messo in scena le sue reprimende per il Tibet, Hong Kong, gli uiguri, nonché Taiwan.
Gli europei sono stati messi da parte nei negoziati sul futuro dell’Afghanistan, sebbene vi abbiano dispiegato contingenti sotto il comando USA
I cinesi hanno cortesemente ingoiato il rospo. A porte chiuse è accaduto quanto doveva accadere: Washington ha dissociato questa breve rimostranza dagli interessi economici della classe dirigente americana, mettendo fine alla politica del presidente Trump per riprendere le importazioni massicce dalla Cina, a danno dei lavoratori americani.
I rapporti con la Russia hanno invece subito una svolta inattesa. In un’intervista televisiva, il presidente Biden ha insultato l’omologo russo, definendolo «assassino»; un giudizio perlomeno scioccante quando viene pronunciato da un Paese che investe 8 miliardi di dollari l’anno per assassini mirati di oppositori in tutto il mondo.
Rincarando la dose, Biden ha insistito, dichiarando che Putin «ne pagherà le conseguenze».
Washington ha deciso d’imporre agli europei lo stop alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2
Washington ha storicamente riservato questo tipo d’ingiurie ai leader del terzo mondo di cui intendeva distruggere i Paesi; mai lo ha fatto nei confronti di un dirigente russo. Gli europei, messi in riga dagli Stati Uniti, non hanno osato reagire.
Superata la sorpresa, dopo aver richiamano il proprio ambasciatore, Mosca ha risposto per voce del presidente Putin, che ha sottolineato come talvolta capiti di proiettare sugli stranieri quella che è in realtà la propria natura.
Ossia: «è la gallina che canta che ha fatto l’uovo. Putin ha poi invitato Biden a un confronto davanti alle rispettive nazioni. La portavoce della Casa Bianca ha replicato con grande imbarazzo che l’agenda del presidente Biden è troppo fitta perché possa trovarne il tempo. Washington non vuole mettere a rischio la propria credibilità in un «confronto fra capi».
Biden ha insultato l’omologo russo, definendolo «assassino»; un giudizio perlomeno scioccante quando viene pronunciato da un Paese che investe 8 miliardi di dollari l’anno per assassini mirati di oppositori in tutto il mondo
Il presidente Biden sarà presto messo da parte?
È evidente che lo stato di salute del presidente Biden desta preoccupazione. Réseau Voltaire ha più volte riferito che il presidente è malato di Alzheimer. Di per sé il problema non sarebbe grave, altri governerebbero per lui. Ma il fatto che questi ultimi non possano essere identificati rende gli Stati Uniti un regime opaco, assolutamente non democratico.
Diversi parlamentari Democratici hanno accennato in privato alla possibilità di prendere atto dell’incapacità del presidente e di procedere alla sua destituzione; alcuni si sono spinti fino a chiedere pubblicamente che gli venga revocato il potere di azionare l’armamento nucleare.
La vicepresidente Kamala Harris è sempre più spesso presente sui media.
Il presidente è malato di Alzheimer. Di per sé il problema non sarebbe grave, altri governerebbero per lui. Ma il fatto che questi ultimi non possano essere identificati rende gli Stati Uniti un regime opaco, assolutamente non democratico
Al momento si accontenta di battere il tasto del femminismo e della sua appartenenza alla minoranza nera, ma si sta chiaramente preparando a succedere a breve al presidente. Come fosse una premonizione, Joe Biden l’ha già più volte per errore chiamata «signora presidente».
Thierry Meyssan
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Le ambiziose riforme di Joe Biden», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 23 marzo 2021.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Geopolitica
Lukashenko: la «lobby ebraica» e pure il Vaticano hanno ingannato Putin
Il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko ha dichiarato che il presidente russo Vladimir Putin è stato ingannato e persuaso a ritirare le truppe dalle vicinanze di Kiev nel 2022 da soggetti che sostenevano di agire per conto del leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj.
In un’intervista ad Al Arabiya, Lukashenko ha sostenuto che il conflitto avrebbe potuto terminare in tempi brevi nelle prime fasi, quando le forze russe si trovavano nei pressi della capitale ucraina.
«All’epoca, non solo io, ma tutto il mondo capiva che la guerra si sarebbe conclusa rapidamente con una vittoria russa. Questo principalmente perché i russi erano a Kiev», ha affermato il leader bielorusso, secondo quanto riportato dall’agenzia BelTA.
Lukashenko ha però aggiunto che «alcuni politici e forze» hanno invitato Putin a interrompere l’avanzata, a ritirare le truppe da Kiev e a raggiungere un accordo di pace. «Prima di quel ritiro, tutti capivano che i giorni dell’Ucraina erano contati».
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Il presidente bielorusso ha spiegato che la Russia procedeva sulla base di quella che appariva una concreta possibilità di intesa, aggiungendo: «Giudicate voi stessi chi aveva ragione e chi torto in questa vicenda».
«Probabilmente, ancora una volta, queste forze lo hanno ingannato. È stato il Vaticano. E, sorprendentemente, la lobby ebraica, gli israeliani», ha detto Lukashenko. «Hanno detto a nome di Zelens’kyj: Ecco, stiamo andando verso la pace, siamo d’accordo. E anche altri».
Non è stato subito chiaro il significato preciso attribuito da Lukashenko al termine «lobby ebraica». Nei primi giorni del conflitto, l’allora Primo Ministro israeliano Naftali Bennett aveva svolto un ruolo di mediatore tra Russia e Ucraina, incontrando Putin a Mosca e parlando al telefono con Zelensky. I resoconti dell’epoca indicavano che Bennett aveva esortato Zelens’kyj ad accettare le condizioni di Mosca.
Lukashenko non ha fornito ulteriori particolari sul presunto coinvolgimento del Vaticano. Tuttavia, nel marzo 2022, papa Francesco e il Patriarca ortodosso russo Kirill avevano tenuto una videochiamata in cui avevano evidenziato l’«eccezionale importanza» del processo negoziale.
Mosca e Kiev avevano condotto diversi round di colloqui di pace a Costantinopoli nel marzo 2022. Putin aveva affermato nel giugno 2023 che i negoziatori ucraini avevano approvato una bozza di trattato sulla neutralità permanente e sulle garanzie di sicurezza, ma che Kiev aveva poi abbandonato l’intesa dopo il ritiro delle truppe russe dalle zone intorno alla capitale ucraina.
La Russia ha sostenuto che l’Ucraina si era allontanata dall’accordo per le pressioni occidentali. Secondo alcune fonti, l’allora premier britannico Boris Johnson avrebbe invitato Kiev a non firmare e a «continuare a combattere». Kiev ha respinto la ricostruzione di Mosca sul fallimento dei negoziati, sebbene l’ex capo negoziatore David Arakhamia abbia riconosciuto il ruolo di Johnson. Da allora, l’Ucraina ha presentato formalmente domanda di adesione alla NATO e ha abbandonato le ipotesi di neutralità.
I rapporti tra Minsk e il Vaticano sono rimasti anche inq uesti anni di tensioni. Nel settembre 2025, ricevendo il nuovo Nunzio Apostolico Ignazio Ceffalia, Lukashenko ha espresso pubblico apprezzamento per la posizione contraria del Vaticano alle sanzioni economiche. A fine ottobre 2025, il cardinale Claudio Gugerotti ha incontrato personalmente Lukashenko a Minsk per discutere dei rapporti bilaterali.
In Bielorussia si registra una durissima repressione contro i sacerdoti locali che esprimono dissenso. Dal 2020 a oggi sono stati decine i sacerdoti arrestati, multati, detenuti o costretti a fuggire per aver criticato il governo o espresso vicinanza all’Ucraina. Come riportato da Renovatio 21, un anno fa si registrò la condanna a 11 anni di carcere per «alto gradimento» ad un prete cattolico, padre Henryk Okołotowicz.
Nel maggio 2024 sono stati arrestati due importanti religiosi, tra cui padre Andrzej Juchniewicz, superiore degli Oblati di Maria in Bielorussia, condannato a ben 13 anni di colonia penale con l’accusa di attività sovversiva. Solo a novembre 2025, a seguito di intense trattative tra il Vaticano e Lukashenko, la Chiesa è riuscita a ottenere la liberazione anticipata di due sacerdoti detenuti nelle colonie penali.
Nel 202o l’allora arcivescovo di Minsk e vertice dei cattolici bielorussi monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, aveva condannato pubblicamente le violenze della polizia contro i manifestanti. Il regime gli vietò il rientro in patria per mesi, di fatto costringendolo all’esilio.
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La diplomazia vaticana ottenne il suo rientro a fine 2020, ma pochi giorni dopo, a inizio 2021, papa Francesco ne accettò la rinuncia per raggiunti limiti di età (75 anni), normalizzando i rapporti istituzionali con Minsk.
Statistiche di cinque anni fa suggerivano che la popolazione cattolica della Bielorussia è il 10,6% del totale nazionale. La maggioranza della popolazione è ortodossa. Nell’agosto 2021, un giornale governativo aveva ridicolizzato la Chiesa cattolica pubblicando una serie di vignette in cui i prelati erano ritratti con svastiche naziste anziché con croci pettorali.
La Santa Sede persegue ora nel Paese una «politica dei piccoli passi»: ha nominato un nuovo Nunzio Apostolico a Minsk, l’arcivescovo Ignazio Ceffalia, e accetta il dialogo formale con Lukashenko proprio per poter negoziare, di volta in volta, la scarcerazione e la protezione dei preti locali.
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Geopolitica
Trump elogia Putin e Xi per l’accordo di pace con l’Iran
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Geopolitica
Trump dice che l’accordo con l’Iran è stato raggiunto. La guerra è davvero finita?
Gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto un accordo per porre fine alla guerra. Donald Trump ha annunciato la conclusione dell’accordo ieri , scrivendo su Truth Social che le forze armate americane porranno fine al blocco navale e lo Stretto di Ormuzzo sarà completamente riaperto una volta che il patto sarà finalizzato questa settimana. Il presidente e JD Vance potrebbero entrambi recarsi in Svizzera per la cerimonia di firma prevista per venerdì.
«Con la presente autorizzo pienamente l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Ormuzzoe, contestualmente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!», ha scritto Trump su Truth Social.
“The Deal with Islamic Republic of Iran is now complete. Congratulations to all!” President Donald J. Trump 🇺🇸 pic.twitter.com/RdSwyEdEtO
— The White House (@WhiteHouse) June 14, 2026
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L’accordo, confermato dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, si configura come un memorandum d’intesa piuttosto che come un trattato. Durante un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni, si terranno colloqui più ampi tra i due Paesi. Tali colloqui verteranno sullo specifico impegno dell’Iran a non dotarsi di armi nucleari e sulle agevolazioni che Teheran riceverà in cambio.
La svolta, che domenica era stata brevemente messa a rischio dopo che Israele aveva lanciato attacchi contro obiettivi di Hezbollah nei pressi di Beirut, corona mesi di diplomazia guidata da funzionari pakistani, emersi come canale principale di collegamento tra Washington e Teheran dopo che i negoziati diretti si erano ripetutamente arenati.
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha mediato i negoziati, ha affermato che entrambe le parti «hanno dichiarato la cessazione immediata e definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso quello libanese». Sharif ha aggiunto che l’accordo sarà firmato formalmente venerdì in Svizzera.
L’accordo prevedeva originariamente la revoca graduale del blocco navale americano sui porti iraniani, parallelamente alla progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz, ha dichiarato venerdì un funzionario statunitense.
Gli Stati Uniti e l’Iran avevano precedentemente dichiarato che un memorandum d’intesa era stato in gran parte finalizzato. Secondo Teheran, il documento si sarebbe concentrato sulla fine della guerra e sulla riapertura dello Stretto di Ormuzzo, mentre il programma nucleare iraniano sarebbe stato affrontato in negoziati separati entro 60 giorni dalla firma.
Nelle scorse settimane Trump ha avuto diverse telefonate accese con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante le quali ha chiesto a Israele di interrompere i raid aerei in Libano. L’Iran aveva precedentemente minacciato di sospendere i colloqui se l’operazione israeliana non fosse cessata.
Trump ha detto al corrispondente estero di Fox News, Trey Yingst, di aver chiesto a Netanyahu al telefono: «Che cazzo stai facendo?», aggiungendo ad Axios che il primo ministro israeliano «non ha un cazzo di giudizio». Trump avrebbe minacciato Netanyahu di ritirargli il suo sostegno, facendo pure capire di non volerlo vedere rieletto con il suo partito, il Likud. In precedenza aveva dichiarato che il premier dello Stato Ebraico «non ha scelta»,
Non è chiaro cosa accadrà se i negoziati dovessero fallire, né se la guerra, vista l’indomita bellicosità dello Stato Giudaico, sia veramente finita. Perfino il leader dell’opposizione al governo Netanyahu, Yair Lapid, ha dichiarato che l’accordo di Trump con Teheran non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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