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Geopolitica

Biden e il potere con la forza

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

L’occupazione del Campidoglio da parte dei partigiani di Trump è presentata come tentativo di colpo di Stato, nonostante il presidente sia ancora alla Casa Bianca. A ben guardare potrebbe essere l’inverso. La libertà di parola è stata requisita da un potere illegittimo, a vantaggio di Joe Biden.

 

Il presidente uscente, Donald Trump, è unanimemente accusato di aver distrutto la democrazia che il presidente entrante, Joe Biden, certamente saprà ripristinare. Chi si ricorda delle elezioni di George H. Bush, di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama è disposto a lasciarsi abbindolare di nuovo?

 

Le consuete frottole

A ogni elezione presidenziale statunitense ci spiegano che il presidente uscente era un mostro, che si è dispiaciuti per i crimini che ha commesso, ma che, con l’accesso al potere di un nuovo capo, per l’umanità sta per sorgere un nuovo giorno.

 

Unica eccezione: l’elezione di Donald Trump nel 2016.

 

Prima ancora che il miliardario prestasse giuramento, ci spiegarono ch’era stato eletto per uno spiacevole errore, che era misogino, omofobo, razzista, che non incarnava il «Paese della libertà» bensì il suprematismo dei «piccoli bianchi» e gl’interessi dei ricchi. Per quattro anni ci hanno assillato per convincerci che questa diagnosi era esatta. È stato trattato da impostore e le sue idee e i suoi successi sono passati sotto silenzio.

 

Ora l’insurrezione del Campidoglio consente alle agenzie di stampa egemoni di addossargli nuove colpe.

 

Non vogliamo guardare in faccia la crisi e ci accontentiamo di commenti ottusi che ci assicurano che quest’increscioso episodio non avrà seguito

Il presidente uscente, Donald Trump, è unanimemente accusato di aver distrutto la democrazia che il presidente entrante, Joe Biden, certamente saprà ripristinare. Chi si ricorda delle elezioni di George H. Bush, di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama è disposto a lasciarsi abbindolare di nuovo?

 

Sì, perché lo shock della presa del Campidoglio è tale che si è pronti a credere qualunque cosa: se gli Stati Uniti si avviassero inesorabilmente alla guerra civile (1), cosa ne sarebbe di noi Occidentali?

 

Per questa ragione non abbiamo voluto veder arrivare la crisi ora agli albori. Solo alcuni giornali greci hanno di recente descritto le ragioni della collera, che noi analizziamo da cinque anni (ossia prima dell’elezione di Trump).

 

Ed è per la stessa ragione che non vogliamo guardare in faccia la crisi e ci accontentiamo di commenti ottusi che ci assicurano che quest’increscioso episodio non avrà seguito. Ma chi può crederlo? Certo le cose si calmeranno per un po’ e la macchina repressiva schiaccerà i manifestanti del 6 gennaio, ma si tratterà solo di un rinvio e la guerra civile non si farà attendere.

 

Chi può crederlo? Certo le cose si calmeranno per un po’ e la macchina repressiva schiaccerà i manifestanti del 6 gennaio, ma si tratterà solo di un rinvio e la guerra civile non si farà attendere.

Già ora i non-Occidentali hanno capito che gli Stati Uniti hanno problemi interni tali da non consentirgli più di ergersi a modello per il mondo intero e, a maggior ragione, di dare lezioni di democrazia a quanti vogliono sottomettere.

 

 

Elezioni non democratiche

Durante le elezioni presidenziali del 2000 il mondo assistette sbalordito alla decisione della Corte Suprema di ignorare il riconteggio dei voti in Florida. Conformemente alla Costituzione, la Corte dichiarò di non potersi intromettere nello scrutinio di uno Stato federato e che doveva attenersi alla decisione del governatore, Jeb Bush, che aveva dichiarato il fratello George W. Bush regolarmente eletto.

 

Vent’anni dopo il mondo ha visto dichiarare inammissibili 60 ricorsi di Donald Trump, che denunciava frodi massicce in molti Stati.

 

Già ora i non-Occidentali hanno capito che gli Stati Uniti hanno problemi interni tali da non consentirgli più di ergersi a modello per il mondo intero e, a maggior ragione, di dare lezioni di democrazia a quanti vogliono sottomettere.

Come ho già scritto, dal punto di vista giuridico Al Gore e Donald Trump hanno perso. Ma dal punto di vista della democrazia, probabilmente hanno vinto.

 

È impossibile saperlo con certezza, ma i risultati delle altre elezioni che si svolgevano contemporaneamente lasciano pochi dubbi.

 

Si può però affermare che le elezioni presidenziali non hanno niente di democratico: lo spoglio è garantito dai governatori che, in numerosi Stati federati, scelgono loro stessi i funzionari o le società che lo svolgeranno. Se il sistema fosse democratico, lo spoglio sarebbe pubblico e fatto dai cittadini.

 

Un’elezione può dirsi democratica solo se si svolge nella trasparenza. Di conseguenza, queste elezioni, pur essendo legali per il diritto statunitense, sono innegabilmente non-democratiche

Ognuno ha potuto vedere urne trasportate dai seggi elettorali a una centrale di spoglio, dove venivano aperte da funzionari che poi chiudevano le tende, impedendo ai cittadini di verificare alcunché. Nessuno mette in dubbio la buona fede di questi funzionari, ma nessuno può nemmeno farsene garante. Un’elezione può dirsi democratica solo se si svolge nella trasparenza. Di conseguenza, queste elezioni, pur essendo legali per il diritto statunitense, sono innegabilmente non-democratiche.

 

 

Capovolgimenti di situazione

Per capire quanto avvenuto dobbiamo esaminare due colpi di scena, precedenti l’attacco al Campidoglio.

 

A metà dicembre 2020 il presidente Trump ha organizzato una riunione nella sala ovale, cui ha partecipato il generale Michael Flynn. Nell’occasione, Flynn ha proposto di ricorrere alla legge marziale per procedere a elezioni trasparenti (2). La maggior parte dei consiglieri presenti, nonostante i cambiamenti avvenuti ai vertici del Pentagono, si è opposta.

 

A metà dicembre 2020 il presidente Trump ha organizzato una riunione nella sala ovale, cui ha partecipato il generale Michael Flynn. Nell’occasione, Flynn ha proposto di ricorrere alla legge marziale per procedere a elezioni trasparenti

Due settimane dopo, il 4 gennaio 2021, i dieci ex segretari alla Difesa ancora in vita hanno firmato un libero intervento sullo Washington Post (3) per affermare che chiunque tentasse d’instaurare un’eventuale legge marziale sarebbe chiamato a risponderne davanti alla giustizia. L’unanimità degli ex segretari alla Difesa dimostra che l’idea della legge marziale era fattibile e concreta.

 

Secondo il Post (4), che ha ricostruito la riunione basandosi sulle confidenze degli ex segretari alla Difesa (che non vi hanno partecipato, ma che ne erano stati informati), il presidente Trump non ha mai considerato di conservare il potere con violenza. Ha invece presentato ricorsi e intrapreso diverse azioni giudiziarie per ottenere l’annullamento delle elezioni. Si starebbe preparando a fare campagna elettorale per tornare alla Casa Bianca nel 2025 (5).

 

Il vicepresidente Mike Pence, oggetto di forti pressioni da parte dei jacksoniani, ha espresso la propria posizione il 6 gennaio, giorno della riunione delle due assemblee del Congresso in seduta congiunta (6): ha preso atto che il suo ruolo di presidente della seduta è puramente cerimoniale e che non spetta a lui risolvere il dissidio – sebbene una particolare lettura della Costituzione gliene attribuisca in linea teorica il diritto – e ha perciò rimesso la decisione ai parlamentari. Agire diversamente avrebbe significato innescare la guerra civile latente. In simili situazioni tutti sono consapevoli di cosa potrebbero perdere, ma pochissimi accettano di correrne il rischio, soprattutto fra i notabili.

 

L’idea della legge marziale era fattibile e concreta

Dopo che la posizione di Pence è stata resa nota, molti importanti componenti dell’équipe di Trump si sono dimessi. I jacksoniani hanno vissuto questi voltafaccia come vigliaccherie e tradimenti del proprio ideale e della patria.

 

Poche ore dopo Donald Trump ha tenuto, non lontano dal Congresso, un meeting per denunciare ancora una volta «un’elezione rubata» e annunciare che parteciperà alla campagna per le elezioni del 2024. Non ha mai esortato i propri sostenitori a occupare il Campidoglio, sebbene alcuni abbiano potuto interpretarne in questo senso le parole.

 

 

L’occupazione del Campidoglio

Alcuni gruppi, marginali nel meeting, hanno tentato di entrare in Campidoglio. I video mostrano che la polizia del Congresso li ha lasciati fare senza opporre reale resistenza. Inizialmente i manifestanti hanno mostrato deferenza verso quel luogo che considerano sacro. Ma erano stati infiltrati da un gruppo di Antifa. Non si sa come né perché le cose improvvisamente sono degenerate. L’emiciclo è stato invaso e alcuni uffici dei parlamentari saccheggiati.

 

I video mostrano che la polizia del Congresso li ha lasciati fare senza opporre reale resistenza. Inizialmente i manifestanti hanno mostrato deferenza verso quel luogo che considerano sacro

Chi ha vissuto una guerra civile sa che è la peggior cosa che possa accadere, come ben sapeva il filosofo Thomas Hobbes, che visse la prima guerra civile inglese. Tutti sono concordi che è meglio subire uno Stato tirannico piuttosto di essere privi dello Stato (Il Leviatano (7)). Occupare il Campidoglio ed eventualmente rovesciare l’«ordine» statunitense è un atto carico di terribili conseguenze. Le cose non si sono spinte fino a tal punto: la polizia, che aveva lasciato entrare i manifestanti nell’edificio, li ha repentinamente e con successo respinti.

 

Lo stesso presidente Trump ha esortato alla calma, ma non lo ha fatto insieme alla moglie. Secondo il credo nazionale USA, la benedizione di Dio – quindi la pace e la prosperità – deve discendere sul «popolo eletto» dal presidente e dalla first lady (8). Decidendo di pronunciarsi da solo, Trump ha messo in discussione la religione della nazione.

 

 

Le reazioni negli Stati Uniti

Alcuni parlamentari democratici, il presidente della Camera Nancy Pelosi in testa, hanno immediatamente accusato il presidente Trump di aver sguinzagliato le proprie truppe all’assalto del Congresso. Hanno proposto di destituire il presidente Trump –sebbene mancassero soltanto 13 giorni al termine del mandato – ai sensi del 25° emendamento, 4° comma, della Costituzione. Questa manovra, già in precedenza ventilata, permetterebbe di privare Trump del diritto di ripresentarsi.

La norma del 25° emendamento non dovrebbe essere applicabile: riguarda infatti l’incapacità del presidente per ragioni di salute

 

Tuttavia la norma non dovrebbe essere applicabile: riguarda infatti l’incapacità del presidente per ragioni di salute. Quando l’emendamento fu adottato, le discussioni verterono sulla crisi cardiaca che impedì al presidente Woodrow Wilson di svolgere l’incarico alla fine del secondo mandato (dal 2 ottobre 1919 al 4 marzo 1921), nonché sull’ictus, meno grave, che privò temporaneamente il presidente Dwight Eisenhower (dal 24 settembre 1955 al 20 gennaio 1961) di alcune facoltà e lo indusse a condividere i poteri con il vicepresidente, Richard Nixon.

 

La classe dirigente ha fiutato aria di tempesta. Che la presa del Campidoglio sia stata un fallimento della polizia, come tentano di farci credere, o sia stata organizzata sotto falsa bandiera dai nemici di Trump, chi l’ha concepita è in grado di rovesciare le istituzioni e silurarne il personale.

 

 

Le reazioni all’estero

Dopo un secolo di dominazione, il resto del mondo ancora non sa chi sono gli Stati Uniti. Ignora che la loro Costituzione fu scritta per istituire un regime ispirato alla monarchia britannica e, per garantire i diritti dei cittadini, fu riequilibrata con dieci emendamenti.

La classe dirigente ha fiutato aria di tempesta. Che la presa del Campidoglio sia stata un fallimento della polizia, come tentano di farci credere, o sia stata organizzata sotto falsa bandiera dai nemici di Trump, chi l’ha concepita è in grado di rovesciare le istituzioni e silurarne il personale.

 

Quello che Alexis de Tocqueville descrive in La democrazia in America (9) è il Paese frutto di questo compromesso, un Paese di libertà. L’equilibrio fu infranto negli anni di Obama. Obnubilato, il resto del mondo non s’è accorto che gli Stati Uniti sono retrocessi a quel che furono nei primi quattro anni dopo la fondazione: un sistema oligarchico, adesso al servizio di una classe di miliardari internazionali, che ha deliberatamente ignorato l’indigenza delle ex classi medie, gli aggregati della popolazione per affinità culturali, nonché il prepararsi dei due terzi degli statunitensi alla guerra civile.

 

Confrontando le foto dell’occupazione dell’assemblea di Hong Kong da parte di una folla sovreccitata con quelle di Washington, i media cinesi non hanno potuto fare a meno di prendere atto dei due pesi, due misure. Mentre i media russi, occupati dalla festa del Natale ortodosso, hanno sorriso disincantati di fronte al loro storico rivale messo a terra.

 

I media occidentali hanno invece aderito senza riserve alla cancel culture neo-puritana, che distrugge tutti i simboli repubblicani per sostituirli con altri che glorificano le minoranze, non per quel che fanno, ma in quanto minoranze. In questo modo si sono ancora un po’ più identificati con l’ideologia che opprime l’America (10). Da buoni vassalli servili, hanno presentato le elezioni statunitensi come se i loro lettori stessero per parteciparvi e Joe Biden come il loro nuovo padrone.

 

gli Stati Uniti sono retrocessi a quel che furono nei primi quattro anni dopo la fondazione: un sistema oligarchico, adesso al servizio di una classe di miliardari internazionali, che ha deliberatamente ignorato l’indigenza delle ex classi medie, gli aggregati della popolazione per affinità culturali, nonché il prepararsi dei due terzi degli statunitensi alla guerra civile

Reagendo agli avvenimenti del Campidoglio, i dirigenti europei scambiano i sogni per la realtà: il presidente tedesco, nonché ex capo dei servizi segreti, Frank-Walter Steinmeier, ha dichiarato che i manifestanti pro-Trump armati avevano preso il Campidoglio; il presidente francese, nonché ex segretario di un noto filosofo, Emmanuel Macron, ha denunciato un attacco al principio fondamentale della democrazia «Un uomo, un voto».

 

No. Salvo alcune eccezioni, i manifestanti del Campidoglio non erano armati.

 

No. La Costituzione degli Stati Uniti non stabilisce affatto l’uguaglianza fra cittadini in ogni Stato federato.

 

Sì. È la classe dirigenziale USA a disprezzare davvero la democrazia, mentre i jacksoniani la difendono.

 

I grandissimi patrimoni che stanno dietro Joe Biden si sono già impadroniti del potere. Hanno messo fine alla libertà di parola. Hanno «preventivamente» chiuso gli account Twitter, Facebook, Instagram, Snapchat e Twitch della Casa Bianca, del presidente Trump e dei suoi sostenitori per «impedirgli d’istigare a nuove violenze» (sic).

È la classe dirigenziale USA a disprezzare davvero la democrazia, mentre i jacksoniani la difendono

 

Si sono così arrogati i poteri della Giustizia e si sono sottratti al decreto di Trump del 28 giugno 2020, che impone loro di scegliere fra l’essere trasmettitori neutrali d’informazione o produttori d’informazione (11).

 

 

Thierry Meyssan

 

NOTE
(1) «Negli USA la guerra civile diventa inevitabile», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 dicembre 2020.

(2) «Il generale Flynn, QAnon e le elezioni USA», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 dicembre 2020.

(3) «The time for questioning the election results has passed»Washington Post (United States) , Voltaire Network, 4 January 2021.

I grandissimi patrimoni che stanno dietro Joe Biden si sono già impadroniti del potere. Hanno messo fine alla libertà di parola

(4) «Trump’s final efforts to overturn election create discomfort for the military», Paul Sonne & Missy Ryan & Ellen Narashima, The Washington Post, January 6, 2021.

(5) «”I’ll See You in Four Years”: Trump and the Ghost of Grover Cleveland», Peter Baker, The New York Times, January 3, 2021

(6) «Mike Pence letter to Members of Congress», by Mike Pence, Voltaire Network, 6 January 2021.

(7) Leviathan or the matter, forme, & power of a common-wealth ecclesiastical and civil, Thomas Hobbes, 1651

(8) Contrariamente a un’idea diffusa, la funzione di first lady non è cerimoniale, ma religiosa. Spetta alla moglie del presidente o, se celibe, divorziato o vedovo, alla donna di famiglia da lui prescelta.

(9) De la démocratie en Amérique, Alexis de Tocqueville, Gollesin (prima parte 1835, seconda parte 1840) [La democrazia in America, prima edizione italiana Bologna, Licinio Cappelli, 1932].

(10)] Gli Occidentali sono convinti che tutti i neri e gli ispanici abbiano votato contro Trump. In realtà, secondo gli istituti di scienze politiche gli elettori di Trump sono per il 17% afroamericani e per il 37% latinos.

(11) «Executive Order on Preventing Online Censorship», by Donald Trump, Voltaire Network, 28 May 2020.

 

 

 

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «Biden e il potere con la forza», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 12 gennaio 2021

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

Immagine di Marco Verch via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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Geopolitica

Lavrov: la Russia è pronta a difendere la Bielorussia dall’Ucraina

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La Russia è pronta a invocare le garanzie di sicurezza offerte alla Bielorussia se l’Ucraina darà seguito alle minacce di colpire obiettivi sul suo territorio, ha avvertito il ministro degli Esteri Sergey Lavrov.

 

Lavrov ha rilasciato queste dichiarazioni lunedì, durante una tavola rotonda sul ruolo dell’Occidente nel conflitto in Ucraina. Il suo commento si riferiva alla richiesta di Volodymyr Zelens’kyj a Minsk di smantellare o disattivare quelle che Kiev definisce stazioni di ripetizione collegate alla Russia lungo il confine tra Bielorussia e Ucraina. Zelens’kyj ha dato alla Bielorussia una settimana di tempo per agire, avvertendo che altrimenti l’Ucraina avrebbe distrutto direttamente le apparecchiature.

 

Il ministro degli Esteri russo ha descritto l’ultimatum come una minaccia contro uno Stato sovrano, affermando che «questo mira chiaramente a trascinare la Bielorussia direttamente nel conflitto e ad ampliare il campo di battaglia».

 

Lavrov ha osservato che Russia e Bielorussia hanno un trattato di garanzie di sicurezza in vigore dal marzo 2025 nell’ambito del quadro dello Stato dell’Unione. Il patto considera un attacco alla Russia o alla Bielorussia come un attacco allo Stato dell’Unione e consente a entrambe le parti di utilizzare tutti i mezzi militari e tecnici disponibili, comprese le armi nucleari, per respingere l’aggressione e le minacce alla propria sovranità o integrità territoriale.

 

«Se necessario, siamo pronti ad adottare tutte le misure previste dal trattato per garantire la sicurezza del nostro alleato e, naturalmente, la sicurezza dello Stato dell’Unione», ha dichiarato Lavrov.

 

Minsk ha dichiarato che non smantellerà le attrezzature né interromperà le forniture di carburante alla Russia, avvertendo al contempo che un attacco da parte dell’Ucraina provocherebbe una reazione.

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Lavrov ha inoltre criticato l’UE per quello che ha definito un sostegno alle minacce di Zelens’kyj, citando le dichiarazioni di una portavoce della Commissione europea che ha accusato la Bielorussia di aiutare la Russia e ha affermato che l’Ucraina ha il diritto all’autodifesa.

 

Il ministro degli Esteri russo ha sottolineato che l’Europa non può agire da mediatore neutrale nel conflitto mentre arma l’Ucraina, estende le sanzioni alla Russia e appoggia le minacce contro la Bielorussia.

 

Russia e Bielorussia hanno espresso preoccupazione per la crescente attività della NATO vicino ai loro confini, comprese le esercitazioni Gallant Boar 2026 condotte da Lituania, Polonia e Francia nei pressi del corridoio di Suwalki, una stretta fascia di territorio tra la Bielorussia e la regione di Kaliningrad, in Russia.

 

Il viceministro degli Esteri bielorusso Igor Sekreta ha affermato che Minsk sta seguendo da vicino l’esercitazione e ha accusato l’Europa di abbracciare un’ideologia militarista. «Chi intendono combattere di nuovo?», ha chiesto.

 

Russia e Bielorussia hanno negato di avere piani per attaccare la NATO o l’UE a meno che non vengano attaccate per prime accusando, gli Stati occidentali di utilizzare il conflitto in Ucraina, le esercitazioni NATO e il rafforzamento militare sul fianco orientale del blocco per prepararsi a uno scontro diretto con Russia e Bielorussia.

 

Come riportato da Renovatio 21, in una recente cerimonia militare al Cremlino il presidente russo Vladimiro Putin ha dichiarato che l’Occidente non nasconde nemmeno più i suoi piani di guerra contro Mosca.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

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Geopolitica

Il governo israeliano triplica la spesa per le campagne di influenza negli Stati Uniti

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«Israele sta perdendo consensi negli Stati Uniti e sta investendo decine di milioni di dollari nel tentativo di cambiare la situazione». Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.   La spesa del governo israeliano per riconquistare i sostenitori repubblicani cristiani è ora tre volte superiore al budget iniziale e supera i 40 milioni di dollari. Nell’ambito della campagna è stata creata una rete di siti di propaganda anti-palestinesi e filo-israeliani, presentati come neutrali, per influenzare i risultati dei motori di ricerca e dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale.   Nonostante questi sforzi, Haaretz rileva che il sostegno a Israele tra la destra americana è ulteriormente peggiorato, soprattutto tra i giovani repubblicani dopo la guerra contro l’Iran.   Secondo un sondaggio Pew Research Center, il 41% dei repubblicani e il 57% dei giovani sotto i 50 anni hanno un’opinione negativa di Israele. Complessivamente, circa il 60% degli americani vede Israele in modo negativo.   L’obiettivo attuale della propaganda è difendere la guerra contro l’Iran, «svelando la verità sull’Iran» e negando che Israele abbia trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.   Le pratiche di influenza di Israele sull’ecosistema mediatico statunitense hanno subito una profonda evoluzione digitale, come confermato dalle dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu. Durante un incontro a Nuova York con diversi creatori di contenuti americani, il primo ministro ha esplicitamente definito i social media come l’arma più importante nella guerra informativa contemporanea per blindare il consenso negli Stati Uniti.   Nello specifico, il Netanyahu ha descritto il passaggio di TikTok sotto il controllo di un consorzio statunitense guidato da figure e investitori vicini a Israele, Tra cui il fondatore di Oracle Larry Ellison, ebreo sionista, come l’acquisizione geopolitica più rilevante del momento, in grado di alterare la moderazione algoritmica e arginare i trend pro-palestinesi tra i giovani americani.   Ellison, tra i primi uomini più ricchi del pianeta e grande finanziatore delle forze israeliane, ha guidato un consorzio per rilevare il social media cinese, popolarissimo tra i giovani, negli USA tramite Oracle, con il probabile obiettivo, neanche tanto occultato, di controllare l’algoritmo di TikTok e limitare il dissenso pro-Palestina.   Tale scalata al colosso informatico straniero si unisce alle mosse della sua famiglia: il figlio David ha infatti acquisito Paramount Global (che controlla il canale televisivi CBS), espandendo l’influenza degli Ellison dall’intrattenimento televisivo ai flussi informativi dei social network americani. A capo della CBS Ellison ha messo la giovane giornalista lesbo-sionista Bari Weiss, da moltissimi considerata senza alcuna esperienza per tale lavoro, ma la cui fede nella causa dello Stato Giudaico è totale.

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Documenti depositati presso il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) hanno svelato l’esistenza del progetto segreto denominato Progetto Esther. Attraverso questa operazione finanziata dal ministero degli Esteri israeliano e mediata da agenzie di pubbliche relazioni come Havas, lo Stato Ebraico ha stanziato ingenti budget per remunerare influencer americani con compensi fino a settemila dollari a post, con l’obiettivo di orientare la narrazione sul conflitto di Gaza.   Questa strategia aperta si affianca a campagne clandestine tracciate da società di sicurezza informatica, caratterizzate dall’uso di reti di profili falsi e bot basati sull’intelligenza artificiale per condizionare deputati ed elettori del Partito Democratico. [   Il ministero degli Esteri israeliano ha inoltre finanziato una massiccia operazione di sorveglianza e tracciamento digitale nelle chiese degli Stati Uniti. Attraverso l’agenzia Show Faith by Works, registrata ai sensi del FARA, lo Stato degli ebrei ha stanziato oltre tre milioni di dollari per applicare un sistema di geofencing: si tratta di barriere virtuali basate sulla geolocalizzazione dei telefoni inserite intorno a centinaia di megachiese e campus protestanti ed evangelici in California, Arizona, Nevada e Colorado.   Il piano punta a contrastare il calo di consenso verso Israele riscontrato tra i giovani cristiani americani. Rilevando i dispositivi mobili dei fedeli riuniti per il culto domenicale, il sistema raccoglie i dati di tracciamento per inondarli di annunci digitali mirati, video e messaggi personalizzati sulla guerra a Gaza.   La campagna acquisisce l’identità dei presenti per continuare a bersagliarli con propagande pro-Israele e anti-palestinesi, trasformando i luoghi di culto in un bacino di raccolta dati geopolitici.  

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Cina

L’Iran auspica un partenariato economico più profondo con la Cina

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Per l’Iran si prospettano due possibili strade per la ripresa economica: espandere la cooperazione economica con la Cina e la relativa iniziativa «Belt and Road» in Eurasia, oppure riporre le proprie speranze nel fondo di riabilitazione economica da 300 miliardi di dollari previsto dal paragrafo 6 del Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran.

 

Intervenendo ieri a una riunione della Camera di Commercio iraniana volta a rafforzare la cooperazione economica sostenibile tra Teheran e Pechino, Mohamed Ghalibaf – che, oltre a essere presidente del Parlamento iraniano, è anche rappresentante speciale di Teheran in Cina – ha affermato che il futuro economico dell’Iran deve dipendere dalla Cina, come riportato dall’agenzia IRNA. «La Cina è unica per l’Iran, e anche la Cina deve capire che non siamo semplicemente un cliente o un partner commerciale», ha dichiarato Ghalibaf. «Siamo a tutti gli effetti un partner della Cina».

 

Il Ghalibaffo ha inoltre proposto che Teheran e Pechino sviluppino nuove forme di cooperazione e raggruppamenti regionali, aggiungendo che tali blocchi hanno già iniziato a prendere forma. «Qualunque blocco si formi, la presenza sia dell’Iran che della Cina al suo interno è certa», ha affermato. Ha inoltre dichiarato che Iran e Cina perseguiranno con serietà la creazione di blocchi che coinvolgano gli stati arabi del Golfo Persico.

 

L’alto funzionario iraniano ha aggiunto che la cooperazione economica rimane la massima priorità di Teheran nei suoi rapporti con Pechino, ha riferito Al Monitor: «Nel campo delle relazioni estere, la nostra priorità principale con la Cina è il settore economico. Sebbene siamo attivi anche in altri ambiti, in tutti i settori l’economia è la priorità assoluta».

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Durante l’incontro, Ferial Mostofi, primo vicepresidente della Camera di Commercio, Industria, Miniere e Agricoltura di Teheran, ha affermato che le aziende cinesi hanno operato in Iran principalmente come appaltatori piuttosto che come investitori a lungo termine. «Finora, i cinesi sono stati presenti in Iran soprattutto come appaltatori e non hanno effettuato investimenti specifici ed efficaci nel Paese». Pertanto, ha aggiunto, «è necessario creare le condizioni favorevoli all’ingresso di veri investimenti cinesi in Iran, rimuovendo alcuni ostacoli».

 

Al contrario, la proposta del nuovo Memorandum d’intesa di stanziare un fondo di 300 miliardi di dollari, presumibilmente destinato a favorire la ripresa dell’economia iraniana, è destinata a incontrare delle difficoltà. Il Middle East Spectator, canale iraniano con un ampio seguito su Telegram e stretti contatti all’interno di alcuni ambienti della Rivoluzione Islamica, ha espresso le sue critiche alla proposta.

 

«Innanzitutto, questo fondo per la ricostruzione non verrà erogato direttamente all’Iran tramite un’erogazione di denaro. Si tratta di un «programma di investimenti», non finanziato dal governo. In altre parole, saranno le aziende private a investire nell’economia iraniana per partecipare alla ricostruzione, alla ripresa e allo sviluppo industriale del Paese», ha affermato in una critica al Memorandum d’intesa pubblicata ieri.

 

«È molto improbabile che le aziende private vogliano investire in Iran, un Paese con un’economia (purtroppo) piuttosto precaria e corrotta. Anche se investissero, l’Iran non controlla dove vanno a finire i soldi. Questo crea due problemi. Da un lato, le aziende arabe/occidentali eserciteranno influenza sull’Iran grazie ai loro investimenti nei progetti di ricostruzione. Ciò aumenta il rischio di coercizione economica e persino di attività di spionaggio».

 

«Dall’altro lato, queste aziende non si impegneranno certamente in progetti che coinvolgano le Guardie Rivoluzionarie, il che rappresenta un grosso problema. Le Guardie Rivoluzionarie svolgono un ruolo molto importante nel settore edile iraniano. Se i fondi non affluiranno in questi progetti, la ricostruzione non sarà realizzata in modo completo ed efficace, ma sarà estremamente limitata e imposta dal nemico».

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