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Biden e il potere con la forza

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

L’occupazione del Campidoglio da parte dei partigiani di Trump è presentata come tentativo di colpo di Stato, nonostante il presidente sia ancora alla Casa Bianca. A ben guardare potrebbe essere l’inverso. La libertà di parola è stata requisita da un potere illegittimo, a vantaggio di Joe Biden.

 

Il presidente uscente, Donald Trump, è unanimemente accusato di aver distrutto la democrazia che il presidente entrante, Joe Biden, certamente saprà ripristinare. Chi si ricorda delle elezioni di George H. Bush, di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama è disposto a lasciarsi abbindolare di nuovo?

 

Le consuete frottole

A ogni elezione presidenziale statunitense ci spiegano che il presidente uscente era un mostro, che si è dispiaciuti per i crimini che ha commesso, ma che, con l’accesso al potere di un nuovo capo, per l’umanità sta per sorgere un nuovo giorno.

 

Unica eccezione: l’elezione di Donald Trump nel 2016.

 

Prima ancora che il miliardario prestasse giuramento, ci spiegarono ch’era stato eletto per uno spiacevole errore, che era misogino, omofobo, razzista, che non incarnava il «Paese della libertà» bensì il suprematismo dei «piccoli bianchi» e gl’interessi dei ricchi. Per quattro anni ci hanno assillato per convincerci che questa diagnosi era esatta. È stato trattato da impostore e le sue idee e i suoi successi sono passati sotto silenzio.

 

Ora l’insurrezione del Campidoglio consente alle agenzie di stampa egemoni di addossargli nuove colpe.

 

Non vogliamo guardare in faccia la crisi e ci accontentiamo di commenti ottusi che ci assicurano che quest’increscioso episodio non avrà seguito

Il presidente uscente, Donald Trump, è unanimemente accusato di aver distrutto la democrazia che il presidente entrante, Joe Biden, certamente saprà ripristinare. Chi si ricorda delle elezioni di George H. Bush, di Bill Clinton, di George W. Bush e di Barack Obama è disposto a lasciarsi abbindolare di nuovo?

 

Sì, perché lo shock della presa del Campidoglio è tale che si è pronti a credere qualunque cosa: se gli Stati Uniti si avviassero inesorabilmente alla guerra civile (1), cosa ne sarebbe di noi Occidentali?

 

Per questa ragione non abbiamo voluto veder arrivare la crisi ora agli albori. Solo alcuni giornali greci hanno di recente descritto le ragioni della collera, che noi analizziamo da cinque anni (ossia prima dell’elezione di Trump).

 

Ed è per la stessa ragione che non vogliamo guardare in faccia la crisi e ci accontentiamo di commenti ottusi che ci assicurano che quest’increscioso episodio non avrà seguito. Ma chi può crederlo? Certo le cose si calmeranno per un po’ e la macchina repressiva schiaccerà i manifestanti del 6 gennaio, ma si tratterà solo di un rinvio e la guerra civile non si farà attendere.

 

Chi può crederlo? Certo le cose si calmeranno per un po’ e la macchina repressiva schiaccerà i manifestanti del 6 gennaio, ma si tratterà solo di un rinvio e la guerra civile non si farà attendere.

Già ora i non-Occidentali hanno capito che gli Stati Uniti hanno problemi interni tali da non consentirgli più di ergersi a modello per il mondo intero e, a maggior ragione, di dare lezioni di democrazia a quanti vogliono sottomettere.

 

 

Elezioni non democratiche

Durante le elezioni presidenziali del 2000 il mondo assistette sbalordito alla decisione della Corte Suprema di ignorare il riconteggio dei voti in Florida. Conformemente alla Costituzione, la Corte dichiarò di non potersi intromettere nello scrutinio di uno Stato federato e che doveva attenersi alla decisione del governatore, Jeb Bush, che aveva dichiarato il fratello George W. Bush regolarmente eletto.

 

Vent’anni dopo il mondo ha visto dichiarare inammissibili 60 ricorsi di Donald Trump, che denunciava frodi massicce in molti Stati.

 

Già ora i non-Occidentali hanno capito che gli Stati Uniti hanno problemi interni tali da non consentirgli più di ergersi a modello per il mondo intero e, a maggior ragione, di dare lezioni di democrazia a quanti vogliono sottomettere.

Come ho già scritto, dal punto di vista giuridico Al Gore e Donald Trump hanno perso. Ma dal punto di vista della democrazia, probabilmente hanno vinto.

 

È impossibile saperlo con certezza, ma i risultati delle altre elezioni che si svolgevano contemporaneamente lasciano pochi dubbi.

 

Si può però affermare che le elezioni presidenziali non hanno niente di democratico: lo spoglio è garantito dai governatori che, in numerosi Stati federati, scelgono loro stessi i funzionari o le società che lo svolgeranno. Se il sistema fosse democratico, lo spoglio sarebbe pubblico e fatto dai cittadini.

 

Un’elezione può dirsi democratica solo se si svolge nella trasparenza. Di conseguenza, queste elezioni, pur essendo legali per il diritto statunitense, sono innegabilmente non-democratiche

Ognuno ha potuto vedere urne trasportate dai seggi elettorali a una centrale di spoglio, dove venivano aperte da funzionari che poi chiudevano le tende, impedendo ai cittadini di verificare alcunché. Nessuno mette in dubbio la buona fede di questi funzionari, ma nessuno può nemmeno farsene garante. Un’elezione può dirsi democratica solo se si svolge nella trasparenza. Di conseguenza, queste elezioni, pur essendo legali per il diritto statunitense, sono innegabilmente non-democratiche.

 

 

Capovolgimenti di situazione

Per capire quanto avvenuto dobbiamo esaminare due colpi di scena, precedenti l’attacco al Campidoglio.

 

A metà dicembre 2020 il presidente Trump ha organizzato una riunione nella sala ovale, cui ha partecipato il generale Michael Flynn. Nell’occasione, Flynn ha proposto di ricorrere alla legge marziale per procedere a elezioni trasparenti (2). La maggior parte dei consiglieri presenti, nonostante i cambiamenti avvenuti ai vertici del Pentagono, si è opposta.

 

A metà dicembre 2020 il presidente Trump ha organizzato una riunione nella sala ovale, cui ha partecipato il generale Michael Flynn. Nell’occasione, Flynn ha proposto di ricorrere alla legge marziale per procedere a elezioni trasparenti

Due settimane dopo, il 4 gennaio 2021, i dieci ex segretari alla Difesa ancora in vita hanno firmato un libero intervento sullo Washington Post (3) per affermare che chiunque tentasse d’instaurare un’eventuale legge marziale sarebbe chiamato a risponderne davanti alla giustizia. L’unanimità degli ex segretari alla Difesa dimostra che l’idea della legge marziale era fattibile e concreta.

 

Secondo il Post (4), che ha ricostruito la riunione basandosi sulle confidenze degli ex segretari alla Difesa (che non vi hanno partecipato, ma che ne erano stati informati), il presidente Trump non ha mai considerato di conservare il potere con violenza. Ha invece presentato ricorsi e intrapreso diverse azioni giudiziarie per ottenere l’annullamento delle elezioni. Si starebbe preparando a fare campagna elettorale per tornare alla Casa Bianca nel 2025 (5).

 

Il vicepresidente Mike Pence, oggetto di forti pressioni da parte dei jacksoniani, ha espresso la propria posizione il 6 gennaio, giorno della riunione delle due assemblee del Congresso in seduta congiunta (6): ha preso atto che il suo ruolo di presidente della seduta è puramente cerimoniale e che non spetta a lui risolvere il dissidio – sebbene una particolare lettura della Costituzione gliene attribuisca in linea teorica il diritto – e ha perciò rimesso la decisione ai parlamentari. Agire diversamente avrebbe significato innescare la guerra civile latente. In simili situazioni tutti sono consapevoli di cosa potrebbero perdere, ma pochissimi accettano di correrne il rischio, soprattutto fra i notabili.

 

L’idea della legge marziale era fattibile e concreta

Dopo che la posizione di Pence è stata resa nota, molti importanti componenti dell’équipe di Trump si sono dimessi. I jacksoniani hanno vissuto questi voltafaccia come vigliaccherie e tradimenti del proprio ideale e della patria.

 

Poche ore dopo Donald Trump ha tenuto, non lontano dal Congresso, un meeting per denunciare ancora una volta «un’elezione rubata» e annunciare che parteciperà alla campagna per le elezioni del 2024. Non ha mai esortato i propri sostenitori a occupare il Campidoglio, sebbene alcuni abbiano potuto interpretarne in questo senso le parole.

 

 

L’occupazione del Campidoglio

Alcuni gruppi, marginali nel meeting, hanno tentato di entrare in Campidoglio. I video mostrano che la polizia del Congresso li ha lasciati fare senza opporre reale resistenza. Inizialmente i manifestanti hanno mostrato deferenza verso quel luogo che considerano sacro. Ma erano stati infiltrati da un gruppo di Antifa. Non si sa come né perché le cose improvvisamente sono degenerate. L’emiciclo è stato invaso e alcuni uffici dei parlamentari saccheggiati.

 

I video mostrano che la polizia del Congresso li ha lasciati fare senza opporre reale resistenza. Inizialmente i manifestanti hanno mostrato deferenza verso quel luogo che considerano sacro

Chi ha vissuto una guerra civile sa che è la peggior cosa che possa accadere, come ben sapeva il filosofo Thomas Hobbes, che visse la prima guerra civile inglese. Tutti sono concordi che è meglio subire uno Stato tirannico piuttosto di essere privi dello Stato (Il Leviatano (7)). Occupare il Campidoglio ed eventualmente rovesciare l’«ordine» statunitense è un atto carico di terribili conseguenze. Le cose non si sono spinte fino a tal punto: la polizia, che aveva lasciato entrare i manifestanti nell’edificio, li ha repentinamente e con successo respinti.

 

Lo stesso presidente Trump ha esortato alla calma, ma non lo ha fatto insieme alla moglie. Secondo il credo nazionale USA, la benedizione di Dio – quindi la pace e la prosperità – deve discendere sul «popolo eletto» dal presidente e dalla first lady (8). Decidendo di pronunciarsi da solo, Trump ha messo in discussione la religione della nazione.

 

 

Le reazioni negli Stati Uniti

Alcuni parlamentari democratici, il presidente della Camera Nancy Pelosi in testa, hanno immediatamente accusato il presidente Trump di aver sguinzagliato le proprie truppe all’assalto del Congresso. Hanno proposto di destituire il presidente Trump –sebbene mancassero soltanto 13 giorni al termine del mandato – ai sensi del 25° emendamento, 4° comma, della Costituzione. Questa manovra, già in precedenza ventilata, permetterebbe di privare Trump del diritto di ripresentarsi.

La norma del 25° emendamento non dovrebbe essere applicabile: riguarda infatti l’incapacità del presidente per ragioni di salute

 

Tuttavia la norma non dovrebbe essere applicabile: riguarda infatti l’incapacità del presidente per ragioni di salute. Quando l’emendamento fu adottato, le discussioni verterono sulla crisi cardiaca che impedì al presidente Woodrow Wilson di svolgere l’incarico alla fine del secondo mandato (dal 2 ottobre 1919 al 4 marzo 1921), nonché sull’ictus, meno grave, che privò temporaneamente il presidente Dwight Eisenhower (dal 24 settembre 1955 al 20 gennaio 1961) di alcune facoltà e lo indusse a condividere i poteri con il vicepresidente, Richard Nixon.

 

La classe dirigente ha fiutato aria di tempesta. Che la presa del Campidoglio sia stata un fallimento della polizia, come tentano di farci credere, o sia stata organizzata sotto falsa bandiera dai nemici di Trump, chi l’ha concepita è in grado di rovesciare le istituzioni e silurarne il personale.

 

 

Le reazioni all’estero

Dopo un secolo di dominazione, il resto del mondo ancora non sa chi sono gli Stati Uniti. Ignora che la loro Costituzione fu scritta per istituire un regime ispirato alla monarchia britannica e, per garantire i diritti dei cittadini, fu riequilibrata con dieci emendamenti.

La classe dirigente ha fiutato aria di tempesta. Che la presa del Campidoglio sia stata un fallimento della polizia, come tentano di farci credere, o sia stata organizzata sotto falsa bandiera dai nemici di Trump, chi l’ha concepita è in grado di rovesciare le istituzioni e silurarne il personale.

 

Quello che Alexis de Tocqueville descrive in La democrazia in America (9) è il Paese frutto di questo compromesso, un Paese di libertà. L’equilibrio fu infranto negli anni di Obama. Obnubilato, il resto del mondo non s’è accorto che gli Stati Uniti sono retrocessi a quel che furono nei primi quattro anni dopo la fondazione: un sistema oligarchico, adesso al servizio di una classe di miliardari internazionali, che ha deliberatamente ignorato l’indigenza delle ex classi medie, gli aggregati della popolazione per affinità culturali, nonché il prepararsi dei due terzi degli statunitensi alla guerra civile.

 

Confrontando le foto dell’occupazione dell’assemblea di Hong Kong da parte di una folla sovreccitata con quelle di Washington, i media cinesi non hanno potuto fare a meno di prendere atto dei due pesi, due misure. Mentre i media russi, occupati dalla festa del Natale ortodosso, hanno sorriso disincantati di fronte al loro storico rivale messo a terra.

 

I media occidentali hanno invece aderito senza riserve alla cancel culture neo-puritana, che distrugge tutti i simboli repubblicani per sostituirli con altri che glorificano le minoranze, non per quel che fanno, ma in quanto minoranze. In questo modo si sono ancora un po’ più identificati con l’ideologia che opprime l’America (10). Da buoni vassalli servili, hanno presentato le elezioni statunitensi come se i loro lettori stessero per parteciparvi e Joe Biden come il loro nuovo padrone.

 

gli Stati Uniti sono retrocessi a quel che furono nei primi quattro anni dopo la fondazione: un sistema oligarchico, adesso al servizio di una classe di miliardari internazionali, che ha deliberatamente ignorato l’indigenza delle ex classi medie, gli aggregati della popolazione per affinità culturali, nonché il prepararsi dei due terzi degli statunitensi alla guerra civile

Reagendo agli avvenimenti del Campidoglio, i dirigenti europei scambiano i sogni per la realtà: il presidente tedesco, nonché ex capo dei servizi segreti, Frank-Walter Steinmeier, ha dichiarato che i manifestanti pro-Trump armati avevano preso il Campidoglio; il presidente francese, nonché ex segretario di un noto filosofo, Emmanuel Macron, ha denunciato un attacco al principio fondamentale della democrazia «Un uomo, un voto».

 

No. Salvo alcune eccezioni, i manifestanti del Campidoglio non erano armati.

 

No. La Costituzione degli Stati Uniti non stabilisce affatto l’uguaglianza fra cittadini in ogni Stato federato.

 

Sì. È la classe dirigenziale USA a disprezzare davvero la democrazia, mentre i jacksoniani la difendono.

 

I grandissimi patrimoni che stanno dietro Joe Biden si sono già impadroniti del potere. Hanno messo fine alla libertà di parola. Hanno «preventivamente» chiuso gli account Twitter, Facebook, Instagram, Snapchat e Twitch della Casa Bianca, del presidente Trump e dei suoi sostenitori per «impedirgli d’istigare a nuove violenze» (sic).

È la classe dirigenziale USA a disprezzare davvero la democrazia, mentre i jacksoniani la difendono

 

Si sono così arrogati i poteri della Giustizia e si sono sottratti al decreto di Trump del 28 giugno 2020, che impone loro di scegliere fra l’essere trasmettitori neutrali d’informazione o produttori d’informazione (11).

 

 

Thierry Meyssan

 

NOTE
(1) «Negli USA la guerra civile diventa inevitabile», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 dicembre 2020.

(2) «Il generale Flynn, QAnon e le elezioni USA», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 dicembre 2020.

(3) «The time for questioning the election results has passed»Washington Post (United States) , Voltaire Network, 4 January 2021.

I grandissimi patrimoni che stanno dietro Joe Biden si sono già impadroniti del potere. Hanno messo fine alla libertà di parola

(4) «Trump’s final efforts to overturn election create discomfort for the military», Paul Sonne & Missy Ryan & Ellen Narashima, The Washington Post, January 6, 2021.

(5) «”I’ll See You in Four Years”: Trump and the Ghost of Grover Cleveland», Peter Baker, The New York Times, January 3, 2021

(6) «Mike Pence letter to Members of Congress», by Mike Pence, Voltaire Network, 6 January 2021.

(7) Leviathan or the matter, forme, & power of a common-wealth ecclesiastical and civil, Thomas Hobbes, 1651

(8) Contrariamente a un’idea diffusa, la funzione di first lady non è cerimoniale, ma religiosa. Spetta alla moglie del presidente o, se celibe, divorziato o vedovo, alla donna di famiglia da lui prescelta.

(9) De la démocratie en Amérique, Alexis de Tocqueville, Gollesin (prima parte 1835, seconda parte 1840) [La democrazia in America, prima edizione italiana Bologna, Licinio Cappelli, 1932].

(10)] Gli Occidentali sono convinti che tutti i neri e gli ispanici abbiano votato contro Trump. In realtà, secondo gli istituti di scienze politiche gli elettori di Trump sono per il 17% afroamericani e per il 37% latinos.

(11) «Executive Order on Preventing Online Censorship», by Donald Trump, Voltaire Network, 28 May 2020.

 

 

 

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «Biden e il potere con la forza», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 12 gennaio 2021

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

Immagine di Marco Verch via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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Geopolitica

Le forze paramilitari sudanesi tornano all’assalto

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Le Forze di Supporto Rapido (RSF) paramilitari sudanesi hanno ripreso l’offensiva contro la città di importanza strategica di El Obeid, mentre sono stati segnalati attacchi di droni in diverse zone del Paese, inclusa la regione della capitale. Lo ha riferito mercoledì Reuters, citando testimoni e fonti locali.

 

Secondo l’agenzia di stampa, otto droni hanno colpito El Obeid, inducendo l’esercito sudanese ad attivare i propri sistemi di difesa aerea. Fonti mediche citate da Reuters hanno parlato di due morti e di diversi feriti.

 

Attacchi con droni sono stati registrati anche a Khartoum, Bahri, Atbara e in altre località. Testimoni hanno affermato che un drone si è schiantato nel cortile di una moschea a Bahri. Il rapporto precisa che né le Forze di Supporto Rapido (RSF) né le Forze Armate Sudanesi (SAF) hanno rivendicato immediatamente la responsabilità di tali attacchi.

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El Obeid è divenuta un punto cruciale nella battaglia per la regione del Kordofan, in Sudan. La città ospita circa mezzo milione di abitanti, tra cui circa 100.000 sfollati a causa del conflitto, secondo quanto riportato da Reuters.

 

Questa nuova escalation si colloca nel quadro della guerra civile sudanese che oppone le Forze Armate Sudanesi (SAF) alle Forze di Supporto Rapido (RSF), in corso dall’aprile del 2023.

 

La campagna aerea è proseguita giovedì: il Sudan Tribune ha riferito del secondo giorno consecutivo di attacchi di droni nella zona di Khartoum. Fonti militari hanno dichiarato al giornale che la difesa aerea ha intercettato diversi UAV sopra i settori settentrionale e occidentale di Omdurman, mentre i residenti hanno segnalato esplosioni legate al passaggio di droni a bassa quota nelle vicinanze della città.

 

Gli scontri si sono intensificati anche a centinaia di chilometri più a sud-est, nella regione del Nilo Azzurro. Le forze RSF e i loro alleati del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord (SPLM-N) hanno lanciato questa settimana un assalto alla città di confine di Geisan, provocando combattimenti con l’esercito sudanese.

 

Questi ultimi scontri seguono una serie di successi sul campo ottenuti dalle Forze Armate Sudanesi (SAF). L’esercito sudanese ha recentemente riconquistato Kurmuk nello stato del Nilo Azzurro e, a fine luglio, ha ripreso il controllo di diverse aree nel Kordofan settentrionale precedentemente detenute dalle Forze di Supporto Rapido (RSF), tra cui Bara, Jabra al-Sheikh e Um Sayala.

 

Il capo dell’esercito, Abdel Fattah al-Burhan, ha in seguito visitato le posizioni in prima linea nella regione.

 

Come riportato da Renovatio 21, Il 3 luglio, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha avvertito che il Sudan rappresenta la più grande crisi umanitaria al mondo e potrebbe aggravarsi ulteriormente.

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Come riportato da Renovatio 21, a febbraio la missione ONU aveva detto in un rapporto che le azioni RSF durante l’assedio e la cattura della capitale del Darfur settentrionale, Al Fashir, mostrano «i segni distintivi del genocidio».

 

Come riportato da Renovatio 21, il comandante RSF, Mohamed Hamdan Dagalo, nel settembre 2025 ha prestato giuramento come capo di un governo rivale del Sudan.

 

Come riportato da Renovatio 21, la RSF aveva annunciato un «governo di pace e unità» parallelo ancora lo scorso febbraio.

 

Le stragi nel Paese non si contano. Due mesi fa si era consumato un orribile massacro a seguito di un attacco aereo ad un mercato. Settimane fa c’era stato un attacco ad un ospedale.

 

Come riportato da Renovatio 21, a fine 2024 le fazioni rivali sudanesi avevano interrotto i negoziati.

 

Il conflitto ha casato già 15 mila morti e 33 mila feriti. Le Nazioni Unite hanno descritto la situazione umanitaria in Sudan come una delle crisi più gravi al mondo. Mesi fa la direttrice esecutiva del Programma Alimentare Mondiale (WFP), Cindy McCain, aveva avvertito che la guerra di 11 mesi «rischia di innescare la più grande crisi alimentare del mondo».

 

Gli USA sono stati accusati l’estate scorsa di aver sabotato gli sforzi dell’Egitto per portare la pace in Sudan.

 

Le tensioni in Sudan hanno portato perfino all’attacco all’ambasciata saudita a Karthoum, mentre l’OMS ha parlato di «enorme rischio biologico» riguardo ad un attacco ad un biolaboratorio sudanese.

 

Come riportato da Renovatio 21, il generale Abdel Fattah al-Burhan, leader de facto e capo dell’esercito della nazione africana dilaniata dalla guerra, mesi fa è stato oggetto di un tentato assassinio via drone.

 

Il Paese è stato svuotato dei suoi seminaristi.

 

La Russia nel frattempo fa ha annunziato l’apertura di una base navale in Sudan.

 

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Geopolitica

Putin va alle isole Curili, tensione tra Giappone e Russia

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Le isole Curili resteranno per sempre territorio russo e il Giappone si sta cercando problemi continuando a rivendicarne la sovranità, ha dichiarato l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev.   L’arcipelago delle Curili passò sotto il controllo sovietico alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo la sconfitta del Giappone, e fu successivamente incorporato nell’URSS. Tokyo, tuttavia, continua a rivendicare le quattro isole più meridionali – Iturup, Kunashir, Shikotan e gli isolotti di Habomai – che definisce «Territori del Nord». Questa controversia ha rappresentato il principale ostacolo alla firma di un trattato di pace formale tra Mosca e Tokyo negli ottant’anni trascorsi dal conflitto.   Giovedì Tokyo ha protestato con decisione contro la prima visita in assoluto del presidente russo Vladimir Putin alle isole Curili. La prima ministra Sanae Takaichi ha definito il viaggio «assolutamente inaccettabile» e ha affermato che «offende i sentimenti del popolo giapponese».

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Il Giappone «ha ripetutamente esortato la parte russa a non procedere con tale visita», ha dichiarato la Takaichi ai giornalisti giovedì. «Nonostante ciò, il presidente Putin ha visitato oggi l’isola di Etorofu, e noi protestiamo fermamente contro questa visita», ha affermato. «Questa visita ha ulteriormente peggiorato il sentimento nei confronti della Russia in Giappone e ha reso più difficile il ripristino delle relazioni a medio e lungo termine».   Anche il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi ha rilasciato una dichiarazione, insistendo sul fatto che le isole «sono parte integrante del territorio giapponese sia storicamente che secondo il diritto internazionale».   Il ministero degli Esteri giapponese ha inoltre convocato l’ambasciatore russo nel Paese, Nikolay Nozdrev, in relazione al viaggio di Putin, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Kyodo News.   In un post pubblicato su X più tardi nella giornata, Medvedev ha affermato che «Takaichi può blaterare quanto vuole sul fatto che le isole Curili siano “storicamente giapponesi”, ma queste chiacchiere non cambieranno nulla. Erano, sono e rimarranno territorio russo».   «Chiunque non lo capisca dovrà affrontare le mostruose conseguenze della propria illusione», ha avvertito il funzionario, che attualmente ricopre la carica di vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, senza fornire ulteriori dettagli.   Giovedì mattina Putin si è recato a Iturup, la più grande delle isole Curili, visitando un impianto di lavorazione del pesce, un centro medico e una scuola. È il secondo presidente russo in carica a visitare le Curili, dopo Medvedev nel 2010.   Mercoledì Putin ha affrontato la questione durante la fase finale delle esercitazioni della Flotta russa del Pacifico al largo di Sachalin. Ha attribuito a Tokyo la responsabilità del più ampio deterioramento delle relazioni tra i due Paesi.   Il presidente ha dichiarato di non riuscire a comprendere perché il Giappone, «con il pretesto degli eventi in Ucraina e senza approfondire le cause di quel conflitto, abbia imposto sanzioni alla Russia» e perché Tokyo «abbia classificato la Russia come fonte di gravi minacce nei suoi ultimi documenti di dottrina militare».   «Vorrei sottolineare che non rappresentiamo alcuna minaccia. Non abbiamo assolutamente alcun risentimento nei confronti del Giappone. Al contrario, è il Giappone ad avere rivendicazioni territoriali nei confronti del nostro Paese, in particolare per quanto riguarda la questione delle Isole Curili», ha insistito.   Lo status di quei territori «è sancito da documenti internazionali come una realtà derivante dalla Seconda Guerra Mondiale. Eppure, anche su questo punto, la Russia era disposta a cercare una soluzione per raggiungere un trattato di pace», ha affermato Putin.   Mosca e Tokyo firmarono una dichiarazione nel 1956 che «aprì la strada» a un accordo di pace, ma il Giappone in seguito si ritirò, ha ricordato il presidente. Dopo la caduta dell’URSS, la Russia ha inoltre mantenuto relazioni costruttive con diversi leader giapponesi, tra cui Shinzo Abe, che ha ricoperto la carica di primo ministro dal 2006 al 2007 e dal 2012 al 2020 e «ha fatto molto» per avvicinare le posizioni dei due Paesi, ha aggiunto.   «Ora vediamo un cambiamento nella loro posizione. Sottolineo che questo cambiamento non è stato in alcun modo provocato da noi», ha detto Putin.

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Le Isole Curili formano un arcipelago vulcanico di oltre 50 isole tra Hokkaido (Giappone) e la penisola della Kamchatka (Russia), separando il mare di Ochotsk dal Pacifico. Originariamente abitate dall’antica popolazione degli Ainu, furono oggetto di contesa tra Russia e Giappone già nel XIX secolo.   Nel 1855 il Trattato di Shimoda assegnò al Giappone le quattro isole meridionali (Iturup/Etorofu, Kunashir/Kunashiri, Shikotan e Habomai), mentre le settentrionali andarono alla Russia. Nel 1875, con il Trattato di San Pietroburgo, il Giappone ottenne l’intero arcipelago in cambio di Sachalin. Dopo la guerra russo-giapponese (1905) le Curili rimasero giapponesi.   Nel 1945, in base agli accordi di Yalta, l’URSS entrò in guerra contro il Giappone e occupò tutte le isole, deportando circa 17.000 abitanti nipponici. Il Trattato di San Francisco (1951) vide il Giappone rinunciare alle Curili, ma senza specificare i confini e senza la firma sovietica. Da allora Mosca controlla l’arcipelago (parte dell’oblast’ di Sachalin), mentre Tokyo rivendica le quattro isole meridionali come «Territori del Nord», impedendo la firma di un trattato di pace formale.  

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
     
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Storico russo scompare in Israele: Mosca protesta

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Le autorità israeliane non hanno rilasciato dichiarazioni sulla sorte dello storico russo-israeliano Artyom Kirpichenok, a diversi giorni dal suo presunto arresto e nonostante le richieste di informazioni avanzate da Mosca. Lo riporta la stampa russa.

 

Kirpichenok, 51 anni, giornalista ed esperto di Medio Oriente con doppia cittadinanza russa e israeliana, è conosciuto per i suoi articoli sul sionismo e per le critiche alle politiche di Israele verso l’Iran e la Palestina. Secondo le notizie disponibili, sarebbe scomparso il 2 agosto, poco dopo essere atterrato all’aeroporto Ben Gurion con un volo proveniente da Yerevan.

 

Pare che abbia inviato un breve messaggio alla famiglia con scritto «sono arrivato» alle 10:41, dopodiché ogni attività sul telefono e sui social si è interrotta. Fonti della polizia israeliana sostengono che abbia superato i controlli passaporti prima di sparire. I colleghi riferiscono che si era recato in Israele per una conferenza accademica e che disponeva di un biglietto di ritorno per l’8 agosto.

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Il giornalista di affari internazionali Oleg Yasinsky è stato tra i primi a segnalare la scomparsa, scrivendo su Telegram la scorsa settimana che Kirpichenok risultava irreperibile da diversi giorni. In seguito ha dichiarato che lo storico sarebbe stato arrestato dallo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna israeliana.

 

L’accusa è stata ripresa dalla giornalista ed ex deputata della Duma Darya Mitina, che ha detto a NEWS.ru che Kirpichenok si troverebbe in un centro di detenzione dello Shin Bet a Tel Aviv, da lei definito «uno dei posti più terribili del Medio Oriente».

 

«Circa il 90% dei prigionieri sono palestinesi, e il resto sono stranieri sospettati di spionaggio», ha spiegato la Mitina. Citando rapporti sui diritti umani che denunciano maltrattamenti, ha avvertito che il trattamento riservato a Kirpichenok dipenderà dalle accuse: «se lo accusano di alto tradimento o spionaggio, il trattamento potrebbe essere qualsiasi. In ogni caso, non è certo un luogo di vacanza».

 

La Mitina ha aggiunto che l’avvocata Inna Led sta seguendo il caso, senza però fornire ulteriori dettagli sulle circostanze o sulle possibili accuse. Ha osservato che Kirpichenok aveva recentemente collaborato con media e organizzazioni civiche in Turchia e in Iran, paesi che frequentava spesso e di cui pubblicava resoconti dettagliati.

 

Secondo la Mitina, i suoi viaggi in Iran potrebbero aver determinato l’arresto, poiché recarsi in uno Stato definito nemico da Israele è illegale per i cittadini israeliani ed è attentamente controllato dai servizi di sicurezza.

 

Lo Yasinsky ha dichiarato a NEWS.ru di ritenere che la scomparsa sia legata all’attività professionale di Kirpichenok. «È assolutamente chiaro che Artyom è un oppositore del governo israeliano e delle sue politiche interne ed estere. Lo ha sempre dichiarato apertamente, sia a parole che per iscritto. Sono personalmente convinto che si tratti di una persecuzione politica nei confronti del giornalista», ha affermato il giornalista.

 

L’ambasciatore russo in Israele, Anatoly Viktorov, ha detto all’agenzia TASS che l’ambasciata era a conoscenza delle notizie sul presunto arresto e aveva inviato una richiesta ufficiale di informazioni alle autorità israeliane, «monitorando attentamente la situazione». Gli esperti legali sottolineano però che la doppia cittadinanza di Kirpichenok potrebbe limitare le possibilità di intervento di Mosca, poiché Israele può trattarlo esclusivamente come cittadino israeliano finché si trova sul proprio territorio.

 

Le autorità israeliane non hanno ancora rilasciato alcuna dichiarazione pubblica né reso note le accuse. Lo Shin Bet si occupa di casi di sicurezza nazionale e antiterrorismo, ambiti in cui arresti, procedimenti e accuse possono rimanere riservati o essere coperti da ordini di silenzio stampa.

 

Kirpichenok è nato in una famiglia ebrea in Russia e si è trasferito in Israele negli anni Novanta. Si è laureato all’Università Ebraica di Gerusalemme e ha prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane prima di tornare in Russia circa quindici anni dopo.

 

Da allora è diventato un critico acceso del governo israeliano e delle sue operazioni militari a Gaza. Nel suo recente libro Israele: La strada verso la catastrofe descrive il Paese come un «progetto coloniale» di stampo occidentale e traccia parallelismi tra il trattamento dei palestinesi e il Sudafrica dell’apartheid.

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Nonostante le sue posizioni pubbliche, i colleghi sostengono che Kirpichenok confidasse nella protezione offerta dalla cittadinanza e dal passaporto israeliani per viaggiare in sicurezza nel Paese per motivi accademici e professionali.

 

A questo punto chiediamo ai lettori una preghiera per un altro studioso, lo storico italo-israeliano Ariel Toaff, figlio dell’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff. Lo storico, che insegna in Israele, non ha fatto mistero della sua profonda avversione per la politica militare stragista dello Stato Ebraico.

 

«Israele sotto Netanyahu sta imboccando, come un ciuco ubriaco, la strada verso una debacle economica senza precedenti e l’isolamento internazionale» aveva scritto a metà agosto 2025 lo storico medievale. «Se riusciremo ad uscirne, ci vorrà del tempo per rimetterci in sesto. Dell’immagine morale di Israele non parlo, perché l’ha persa da tempo. Gaza non rischia di essere la tomba di Netanyahu e dei suoi folli seguaci, ma la nostra» continua Toaff, senza specificare se stia parlando degli ebrei o degli israeliani. «E non abbiamo fatto niente per impedirlo. Di fatto siamo suoi complici, ignobilmente complici.

 

«La giusta e crudele punizione non tarderà a raggiungerci. È uno dei capitoli più infami della storia del sionismo moderno» scriveva ancora lo storico nato ad Ancona. «I morti ammazzati di Gaza, donne e bambini, ci inseguiranno con le loro torce fiammeggianti fino al fuoco dell’inferno».

 

«E ora provate a bloccarmi e a cancellare il mio post ipocriti, pavidi e vigliacchi» aveva conclusoToaff. «Siete una vergogna nella storia del popolo di Israele». Il timore qui non è più per l’ovvia censura sui social, ma per vere e proprie situazioni da desaperecidos degli intellettuali israeliani dissidenti.

 

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 Immagine di Ralf Roletschek via Wikimedia pubblicata su licenza GNU Free Documentation License

 

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