Bioetica
La Camera USA approva la legge per proteggere i bambini nati vivi dopo aborti falliti
Il 23 gennaio la Camera ha approvato, seguendo le linee del partito, un disegno di legge che stabilisce gli standard di cura per i bambini nati vivi dopo un aborto fallito. Lo riporta Epoch Times.
La votazione, con 217 voti favorevoli e 204 contrari, è avvenuta al termine di un acceso dibattito in aula, durante il quale i repubblicani hanno sottolineato che il disegno di legge non riguardava l’aborto, ma i bambini che sopravvivono alla procedura.
«Come medico, va oltre la mia comprensione che qualcuno non intervenga per salvare una vita umana innocente e indifesa», ha affermato il deputato repubblicano Gregory Murphy, difendendo il disegno di legge alla Camera. «La negligenza è dannosa. La negligenza è immorale. L’aborto non è il problema».
Il Born-Alive Abortion Survivors Protection Act impone ai professionisti medici presenti alla nascita di un neonato sopravvissuto a un aborto di fornire al neonato lo stesso livello di assistenza salvavita che verrebbe offerto a qualsiasi altro neonato prematuro della stessa età gestazionale.
Il disegno di legge impone il trasferimento di questi neonati in un ospedale per ulteriori cure e stabilisce anche requisiti di segnalazione per le violazioni. Le sanzioni per la violazione della legge potrebbero includere multe e fino a cinque anni di prigione, sebbene la madre del bambino sarebbe protetta dall’azione penale.
I democratici, tuttavia, hanno sostenuto che l’infanticidio è già illegale e che il disegno di legge è quindi inutile. «Questo disegno di legge non risolve un problema», ha affermato il rappresentante Kelly Morrison, un ostetrico, prima di votare contro la misura alla Camera.
«I dottori sono già onorati e obbligati a fornire cure appropriate ai loro pazienti. È illegale uccidere un neonato in tutti i 50 Stati».
Dal 2019 al 2021 nello stato d’origine di Morrison, il Minnesota, ci sono stati almeno otto casi segnalati in cui i neonati sopravvissuti all’aborto sono morti dopo la nascita, secondo il Dipartimento della Salute del Minnesota. In cinque di quei casi, non è stata segnalata alcuna misura presa per salvare la vita dei bambini. Negli altri tre casi, è stata fornita «assistenza di conforto».
Altri democratici hanno sostenuto che il disegno di legge avrebbe consentito al governo di interferire nelle decisioni relative alla salute riproduttiva delle donne e avrebbe privato i genitori della possibilità di confortare i loro bambini morenti.
L’approvazione del disegno di legge alla Camera arriva un giorno dopo che i democratici si sono opposti all’unanimità al suo avanzamento al Senato. Con una maggioranza di 60 voti necessaria per invocare la chiusura, o limitare il dibattito, su un disegno di legge, il voto procedurale è fallito 52-47.
Se i democratici riconoscessero l’umanità di un bambino vivo, nato in una clinica per l’aborto dopo un aborto fallito, potrebbero essere costretti a riconoscere l’umanità del bambino non ancora nato nella stessa clinica, ha affermato il leader della maggioranza del Senato John Thune.
I repubblicani americani hanno tentato numerose volte negli ultimi anni di approvare una legge che protegga la vita dei neonati sopravvissuti all’aborto. Tali sforzi sono stati bloccati dai democratici.
Come riportato da Renovatio 21, alla vigilia della Marcia per la Vita di Washington del 24 gennaio Trump ha graziato 23 attivisti pro-life imprigionati dall’amministrazione Biden.
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Ron Cogswell via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
Bioetica
Corpi senza testa per produrre organi: l’uomo ridotto a funzione, la medicina contro l’anima
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Bioetica
L’infanticidio scandalizza. E l’aborto?
Il caso di Chiara Petrolini, la giovane imputata per la morte dei due figli neonati, è una di quelle vicende che la cronaca racconta con toni inevitabilmente cupi: gravidanze nascoste, parti avvenuti in segreto, corpi sepolti nel giardino di casa, accuse di duplice omicidio premeditato e soppressione di cadavere. Secondo i pubblici ministeri, non vi sarebbe stato alcun cedimento psichico tale da escludere la responsabilità, ma una scelta lucida, maturata nel tempo e portata a compimento. La Procura ha chiesto 26 anni di condanna.
La reazione pubblica appare unanime: orrore, condanna, indignazione. Ed è giusto che sia così. Ma proprio questa indignazione rivela una contraddizione gigantesca, che la nostra società finge di non vedere: Chiara Petrolini viene accusata di aver previsto e voluto la morte dei propri figli, di averli considerati un ostacolo alla propria vita, alla propria routine, alla propria immagine. Secondo l’accusa, avrebbe nascosto le gravidanze, praticato abitudini incompatibili con il bene dei bambini, fatto ricerche online collegate al parto e alla morte. In altri termini, avrebbe dimostrato «disprezzo per la vita umana».
Ma se un bambino appena nato ha il diritto di vivere, non si capisce perché lo stesso bambino non abbia alcun diritto quando si trova ancora nel grembo materno. Se uccidere un neonato viene considerato un omicidio, mentre invece sopprimere un figlio appena prima della nascita viene definito una ðinterruzione volontaria di gravidanza», allora il problema non è biologico ma linguistico, ideologico.
La differenza non sta nel bambino, il quale, evidentemente, è sempre lo stesso. Quando l’eliminazione avviene fuori dai protocolli, la società grida all’orrore; quando avviene dentro il perimetro della legge, la stessa società parla di diritto, autodeterminazione, salute riproduttiva, conquista civile. È la grande ipocrisia del nostro tempo: condannare l’uccisione del figlio quando è clandestina e difenderla quando è amministrata dallo Stato.
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Eppure il delitto resta lo stesso: una vita umana innocente viene soppressa perché considerata incompatibile con la volontà, i progetti o le condizioni della madre. Nel primo caso c’è un giardino, una buca, un corpo nascosto, mentre nel secondo c’è un ambulatorio, un modulo firmato, un intervento gratuito. Cambia la scenografia ma non la sostanza.
E questa ipocrisia non è solo teorica ma operativa e istituzionalizzata. Proprio in questi giorni, ad esempio, la Regione Campania ha approvato un nuovo modello organizzativo che consente l’aborto farmacologico senza ricovero, in regime ambulatoriale e con la possibilità di completare la procedura di morte direttamente a casa, con la seconda somministrazione del farmaco. Il provvedimento è stato presentato come «una svolta» e «un atto di civiltà». Ecco: da una parte, la società si scandalizza per una madre che elimina i propri figli, dall’altra, la stessa società perfeziona gli strumenti per rendere sempre più semplice e accessibile la soppressione del figlio prima della nascita.
La società moderna riesce in un’impresa paradossale: riconosce la vulnerabilità del neonato e al contempo nega quella del concepito, al quale viene impedito di venire alla luce. Essa si commuove davanti al bambino sepolto in giardino, ma resta indifferente davanti al bambino eliminato prima di venire alla luce; considera legittimo dare un nome alle vittime quando emergono da una buca, ma nega identità alle vittime quando vengono avvelenate con i pesticidi umani o triturate vive dal boia di turno e gettate come immondizia tra i rifiuti ospedalieri.
Il punto cruciale, allora, non è giudicare la responsabilità di chi ha commesso un crimine, bensì smascherare l’incoerenza morale di un’intero sistema. Se quei bambini erano figli, lo erano anche prima del parto. Se erano esseri umani, lo erano anche nel grembo materno. Se meritano giustizia oggi, meritavano tutela ieri.
Ammetterlo significherebbe far crollare l’intero edificio ideologico dell’aborto legale e del crimine organizzato, riconoscere che la legge non crea la dignità dell’essere umano, ma può solo riconoscerla o calpestarla. E significherebbe altresì ammettere che non basta una cornice normativa per trasformare la soppressione di un innocente in un atto moralmente lecito.
La nostra società vuole il colpevole individuale, non la colpa sistemica; vuole il «mostro» da sbattere in prima pagina, non mettere in discussione un sistema culturale che da decenni ci ripete che il figlio è tale solo se desiderato. E così il caso Petrolini diventa lo specchio che mostra l’abisso di una società che ha smarrito il lume della ragione: quando la morte del bambino è decisa nel silenzio di un bagno o di un giardino, essa la giudica un omicidio, quando è avallata con il timbro della legge, la considera alla stregua di un diritto.
Ma ogni ipocrisia strutturale, quando viene istituzionalizzata, non resta senza conseguenze: una società che legittima la soppressione del figlio prima della nascita ha già incrinato il principio fondamentale che protegge ogni vita innocente. E a quel punto è solo questione di tempo: quando il valore della vita dipende da criteri variabili, come il desiderio, l’autonomia e la qualità, nulla impedisce che quegli stessi criteri vengano applicati anche dopo la nascita.
La logica interna è compromessa e la diga tiene finché regge la convenzione. L’infanticidio legalizzato, ormai alle porte, non rappresenta dunque un approdo casuale, ma il passo successivo della Necrocultura dominante.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il Regno Unito apre le porte all’aborto fino al termine della gravidanza
Una votazione epocale
Questo emendamento mira a depenalizzare completamente l’aborto per le donne che interrompono la gravidanza oltre l’attuale limite legale di 24 settimane. In pratica, ciò significa che una donna che pratica un aborto da sola all’ottavo o nono mese di gravidanza non rischierebbe più alcun procedimento penale. Per i gruppi pro-vita, questa decisione è vista come l’introduzione, attraverso una porta secondaria, dell’«aborto fino al nono mese di gravidanza». Eliminando tutte le sanzioni, il legislatore sta inviando un segnale deplorevole: la vita di un bambino vitale non beneficerebbe più di alcuna tutela legale vincolante contro la scelta individuale.Aiuta Renovatio 21
L’erosione del diritto alla vita
Il dibattito è stato alimentato da casi recenti, come quello di Carla Foster, condannata e poi rilasciata dopo aver utilizzato la pillola abortiva per interrompere la gravidanza tra la 32a e la 34a settimana. Sebbene la sofferenza di alcune donne sia reale, la Chiesa ci insegna che la misericordia non può essere esercitata ignorando la legge naturale e divina, né ignorando la giustizia dovuta ai più vulnerabili. Sostenendo anche una clausola di «grazia» per le donne già condannate, i Lord non si limitano a riformare la legge; Stanno minando retroattivamente la tutela del nascituro. La baronessa Carr, il più alto magistrato di Inghilterra e Galles, ha espresso serie preoccupazioni, sottolineando che tali modifiche potrebbero interferire con l’indipendenza della magistratura. Una sfida per le coscienze cattoliche: come può una società affermare di progredire mentre agevola la distruzione di vite umane capaci di sopravvivere al di fuori dell’utero materno? Il governo britannico inizialmente si era opposto a questo emendamento, ma le pressioni delle lobby pro-aborto hanno convinto la Camera alta. Il disegno di legge deve ora tornare alla Camera dei Comuni. Ancora una volta, il diritto alla vita vacilla sotto il peso di un’ideologia che si rifiuta di vedere l’embrione e il feto come un essere umano creato a immagine di Dio, dimenticando che la vera carità e la genuina compassione iniziano con la difesa di chi non ha voce. Le conseguenze non sono difficili da prevedere: la vita dei bambini già nati con qualsiasi tipo di anomalia è più che minacciata. La strage inizierà con le anomalie più gravi, per poi estendersi a malformazioni meno serie, persino a quelle benigne ma angoscianti, o a quelle che preannunciano una morte prematura. Quando vedremo una legge sull’eutanasia perinatale? Scommettiamo che da qualche parte è già stata redatta. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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