Stato
Kennedy denuncia la direttiva della Difesa USA che autorizza l’esercito a «sparare e uccidere» chi protesta
Robert F. Kennedy, Jr. ha condannato la direttiva autoritaria del Dipartimento della Difesa dell’amministrazione Biden-Harris di ampliare l’autorità militare degli Stati Uniti per supportare le attività di applicazione della legge nazionale ed esercitare l’uso della forza letale contro gli americani.
Intervenendo mercoledì durante un grande comizio di Trump a Duluth, in Georgia, Kennedy ha sottolineato la preoccupante direttiva e ha smascherato l’ipocrisia del regime di Biden nell’emanare una direttiva del genere e, allo stesso tempo, definire Trump un dittatore totalitario.
«La vicepresidente Harris ha detto oggi, nel suo post, nel suo discorso, che il presidente Trump avrebbe messo l’esercito americano contro il pubblico americano e avrebbe usato il pubblico per promuovere il suo programma», ha detto Kennedy alla folla, che è esplosa in un coro di fischi.
Thanks to @charliekirk11 and @tpaction_ for a roaring Trump Rally in Georgia. 🇺🇸 pic.twitter.com/rntlhOBdBG
— Robert F. Kennedy Jr (@RobertKennedyJr) October 24, 2024
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«Ciò che trovo interessante è che l’amministrazione Biden-Harris ha fatto due settimane fa qualcosa che non era mai stato fatto nella storia americana, ovvero inviare… una direttiva al Pentagono per modificare la legge e rendere legale l’uso della forza letale da parte dell’esercito statunitense contro cittadini americani su suolo americano».
«Tecnicamente, ora che è legale per l’esercito americano in base a questa direttiva, diventerà legale per l’esercito americano sparare e uccidere gli americani che prendono parte a proteste politiche perché non sono d’accordo con le politiche della Casa Bianca!» ha continuato Kennedy.
«Non me lo sto inventando. Chiunque di voi può cercarlo. Questa è un’iniziativa democratica. Non è arrivata durante l’amministrazione Trump. Non è arrivata da Donald Trump. È arrivata dal Partito Democratico. Ed è per questo che ho lasciato il Partito Democratico», ha aggiunto, suscitando applausi dalla folla.
Mercoledì la Harris ha rilasciato una breve dichiarazione di 3 minuti che ripeteva a pappagallo un articolo pubblicato da The Atlantic in cui si affermava che l’ex capo dello staff della Casa Bianca, il generale John Kelly, aveva affermato che Trump una volta gli aveva detto che pensava che «Hitler avesse fatto delle cose buone», con un post di accompagnamento su X che avvisava che Trump avrebbe «usato l’esercito per portare a termine vendette personali e politiche».
Donald Trump vowed to be a dictator on day one. He vowed to use the military to carry out personal and political vendettas. His former chief of staff said he wanted generals like Hitler’s.
Trump wants unchecked power. In 13 days, the American people will decide what they want. pic.twitter.com/p26wvGiN4i
— Kamala Harris (@KamalaHarris) October 23, 2024
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Come riportato da Renovatio 21, l’amministrazione Biden aveva iniziato immediatamente la persecuzione di ogni tipo di dissidenza, etichettando coloro che si opponevano alle restrizioni pandemiche (vaccini, lockdown, mascherine) e genitori di scolari (contrari a indottrinamento su razza e gender) come possibili «domestic terrorists».
Come riportato da Renovatio 21, un documento dell’FBI trapelato indicava una strategia del Bureau per infiltrare le messe in latino, considerandole fucine di «radicali» potenziali nemici degli USA.
È emerso di recente che migliaia di soldati USA sono stati addestrati con diapositive che definiscono i pro-life «terroristi».
La volontà di distruzione totale dell’avversario, per la creazione di un sistema monopartitico in USA, risultava evidente già nell’inquietante discorso di Philadelphia Biden, illuminato in stile Albert Speer da luci rosse, ribattezzato come Dark Brandon.
La questione della tendenza dei partiti dell’establishment di annichilire gli avversari non riguarda solo gli Stati Uniti.
Biden ha recentemente espresso il desiderio di «rinchiudere» Trump, salvo poi correggersi in qualche modo. La lawfare, cioè la guerra legale contro Trump, sta intanto continuando nei tribunali, lasciando intendere che potrebbe riservare qualche sorpresa.
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Immagine screenshot da YouTube
Stato
Quasi la metà della popolazione occidentale pensa che la democrazia sia «rotta»
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Economia
La situazione industriale in Italia. Intervista al prof. Pagliaro
Ad agosto, l’Italia ha registrato l’ennesimo calo della produzione industriale, perdendo quasi il 3% sul corrispondente mese di agosto del 2024. I sindacati parlano apertamente di «più grande crisi produttiva dal dopoguerra». I dazi imposti dagli USA hanno fatto crollare l’export italiano di oltre il 21% solo ad agosto. E ancora peggio a settembre e ad ottobre, facendo crollare l’export, che era l’unica cosa che ancora reggeva dell’economia italiana a fronte di una domanda interna che ormai decresce persino per i consumi alimentari, i quali a settembre, pur aumentando in valore a causa dell’inflazione, si sono ridotti dell’1,8%: un valore enorme per il consumo più anelastico di tutti, quello alimentare.
Siamo quindi tornati a sentire il professor Mario Pagliaro per un aggiornamento sulla questione. Lo scienziato italiano da tempo sostiene come la rifondazione dell’IRI sia un’ineludibile necessità. «Il cambiamento è già iniziato», ci aveva detto a marzo.
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Dobbiamo ricordare ancora una vola che Lei è stato fra i primi a parlare del ritorno dello Stato dell’economia, e certamente il primo a darne conto pubblicamente mettendo in evidenza l’insieme dei nuovi investimenti industriali condotti dallo Stato, tramite la Cassa Depositi e Prestiti e altri veicoli di investimento. Ce ne sono stati di ulteriori?
Certo. Nel settore energetico Italgas ha acquisito e incorporato 2i Rete Gas divenendo il primo operatore della distribuzione del gas in Europa. In quello commerciale, la società del Tesoro Invitalia ha investito 10 milioni per acquisire una quota significativa del capitale di Coin. Non molti sanno lo Stato nel 2020 ha costituito il Fondo Salvaguardia Imprese, affidandone la gestione ad Invitalia, con cui acquisisce partecipazioni di minoranza nel capitale di imprese in difficoltà per rilanciarle e salvaguardare l’occupazione.
Nel settore industriale, a fine 2022 Invitalia era già entrata nel capitale sociale del produttore di treni passeggeri Firema ampliando ulteriormente nel 2024 il suo investimento con altri 17 milioni, quando ha anche contribuito a rilanciare lo storico stabilimento ex Ferrosud di Matera. La dotazione iniziale del Fondo era di 300 milioni di euro, ma è stata ulteriormente incrementata. È sufficiente visitare la pagina web del Fondo per vedere come lo Stato sia persino entrato nel capitale delle Terme di Chianciano.
E Lei pensa che questo schema, che di fatto è esattamente ciò che fece l’IRI quando nacque nel 1933, sia estendibile ad esempio al settore automobilistico?
Occorre chiedersi, piuttosto, cosa accadrà se lo Stato non interverrà ricreando l’industria automobilistica di Stato. La produzione automobilistica ha costituito il cuore dell’industria manifatturiera italiana dalla metà degli anni Trenta alla fine degli anni Novanta. Oggi, è al suo minimo storico. Nel 2025 la produzione di autoveicoli nei primi 6 mesi, è stata di sole 136.500 unità, in calo del 31,7% rispetto al già anemico dato di quasi 200mila veicoli prodotti nel primo semestre del 2024.
Quanti posti di lavoro e quante aziende subfornitrici è possibile mantenere con una produzione annua di 370mila autoveicoli? Erano le stesse domande che si ponevano Beneduce e Menichella quando suggerirono al governo di creare l’IRI.
In un quadro evidentemente difficile per l’economia italiana, Lei vede anche fatti positivi?
Certo. L’Italia è tornata a proiettarsi economicamente sul Vicino Oriente e sul Nord Africa. L’industria delle costruzioni italiana, che non casualmente vede lo Stato azionista dell’impresa più grande tramite la Cassa depositi e prestiti, è tornata a lavorare in molti Paesi del Vicino Oriente dove è apprezzata per le sue formidabili capacità. Enormi commesse sono state acquisite in Arabia Saudita. A settembre è stata inaugurata in Etiopia la Grand Ethiopian Renaissance Dam, ovvero la più grande diga ad uso idroelettrico mai realizzata in Africa: un’opera monumentale, interamente progettata e realizzata dall’industria italiana, con una capacità installata di oltre 5.000 MW: pari a quasi 5 centrali nucleari.
Ancora, pochi giorni fa a Tripoli Libia e l’Italia hanno firmato oggi il contratto per la realizzazione di un importante lotto dell’autostrada costiera libica, per un valore di circa 700 milioni di euro. A realizzare i lavori del lotto sarà un’altra grande azienda delle costruzioni italiana. Inutile forse sottolineare come tali progetti abbiano grandi ricadute in termini di sviluppo dei Paesi africani o mediorientali in questione, eliminando attraverso lo sviluppo economico le condizioni di sottosviluppo economico che portano all’emigrazione di massa verso l’Europa.
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Ritiene che questo nuovo attivismo italiano nel Mediterraneo possa essere durevole?
Lo sarà certamente. Dai tempi di Roma, la ricchezza dell’Italia è dipesa dalla sua capacità di proiettarsi nel mare di cui è al centro proprio sull’Africa e sul Vicino Oriente.
Nel farlo, l’Italia portò in questi Paesi anche la sua civiltà, per la quale è amata ed apprezzata da quei popoli ancora oggi. Si tratta esattamente del progetto «Eurafrica» elaborato dai geniali geopolitici italiani della prima metà del Novecento, che poi sarà fatto proprio dai governi italiani succedutisi fino ai primi anni Novanta .
Nel farlo, l’Italia conoscerà una vera e propria rinascita economica e infrastrutturale. Infatti, sono finalmente in costruzione la nuova linea ferrata ad alta capacità fra Napoli e Bari, e quella fra Catania e Palermo, oltre a numerosi cantieri di strade e ferrovie già aperti in Calabria.
Ai giovani italiani che emigravano fino a pochi mesi fa oltre le Alpi, suggerisco di unirsi invece alle imprese italiane che si stanno proiettando verso il Vicino Oriente, il Nordafrica e il Corno d’Africa. Molte commesse sono già state acquisite, e molte altre lo saranno: non si tratta solo di grandi opportunità di lavoro e di crescita professionale. Ma di cooperazione per la pace e lo sviluppo comune con popolazioni giovani ed entusiaste: curandone la crescita con grandi lavori pubblici e un nuovo e molto più grande interscambio commerciale, l’Italia uscirà dalla depressione economica e dall’inverno demografico, e farà finalmente fiorire il proprio Mezzogiorno.
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Immagine di Axel Bührmann via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
Pensiero
Separazione delle carriere, equivoci vecchi e nuovi. Appunti minimi in tema di future riforme della Giustizia
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